Assassinati nel buio di un angolo

Assassinati nel buio di un angolo

ANTOLOGIA VOL. 254

Iannozzi Giuseppe

femme fatale

PAROLE

Parole:
son le mie,
oziose,
innocue nostalgie
e anestesie

Parole:
son le mie,
non valgono
trenta denari
Inutili sono
a me
come ai bari

COME UNA DONNA,
COME UNA BAMBINA

Taci, taci sempre tu
Non dici una parola una
che possa sciogliere
nel miele il buio della notte

Di me non sei gelosa mai
Mi porti via l’amore e ridi,
e il tuo ridere, cuore mio,
non lo so intendere io
A mani vuote mi lasci;
e l’universo, il suo infinito
non lavora a mio favore mai

Ho sognato a lungo
A occhi aperti o chiusi,
lungamente ho sognato
per scoprirmi di nuovo qui,
nella solitudine ritratto
a decifrare delle carte da gioco
i volti oscuri forse segnati

Piangi due lacrime di donna,
tornano poi a riderti gli occhi,
e la verità la taci bene,
e della gonna non ti spogli
A ogni minuto caparbia di più,
come una bambina
la verità la nascondi in seno,
così a me sol resta la poesia,
questa poesia nuda di gloria

LONTANO, VIA

alla fine
sempre finiamo
col mischiare l’orrore
che ci porta di notte il sangue
con quello più terreno
che scivola di giorno in strada

svegliandoci
sempre
in pigiama indaghiamo
della nostra identità i vicoli ciechi
come fossero della verità le vene

ma nascondendoci
nell’ombra delle braccia
sopra alla testa incatenate
quasi volessimo proteggerci
come uccellini
che sotto le loro stesse ali riposano
quando le brune foglie le scuote l’autunno
perché sia il vento a spazzarle via lontano

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L’abbiamo pagata cara la vita

L’abbiamo pagata cara la vita

ANTOLOGIA VOL. 253

Iannozzi Giuseppe

Delusions of Grandeur by Chatterly

Delusions of Grandeur by Valeria Chatterly Rosenkreutz –

NON MI SONO FATTO NIENTE

Cinzia Paltenghi,
sempre e per sempre Mamma Lupa

Non mi sono fatto niente
Sono caduto
e non mi sono rotto le ossa
Il muro di Berlino c’è ancora
nonostante dicano sia andato giù,
e a Ovest il sole è ben nascosto
dietro montagne di neve bianca

Non mi sono fatto niente
Sono caduto e i numeri della Cabala
non hanno detto un bel niente
I giorni sul calendario
sembra non passino mai
dove ora io sto, questo so
Fantasmi mi menano pacche sulle spalle
rassicurandomi che passerà,
che non è poi così difficile far volare il tempo
con una buona educazione mentale

Ripasso a memoria Gogol’
e di notte sogno un camino,
larghe spire di fumo
che affumicano parole

Non mi sono fatto niente
Sono caduto
e adesso vesto stracci,
e spio il mondo di fuori
da dietro uno spiraglio,
da dietro uno spiraglio
della prigione dove io sto

CERCO DI CAPIRE QUESTE NUVOLE

Cinzia

Cerco ancora di far mia la grandezza
che permise a Mosè di divider le acque
Cerco ancora di operare una magia
che dia un senso alla raggiunta libertà;
esser liberi non ci rende immortali
e nemmeno più forti ad affrontare,
dì dopo dì, della vita i tanti perché

Dicono sia risorto il terzo giorno
E qui cade di nuovo la Pasqua:
nuove vite vengono alla luce,
altre si spengono all’improvviso,
senza un perché; la solita storia,
la solita che ci scassina piano l’anima,
la solita che non capiamo appieno mai

Cerco di capire queste nuvole nere
che oggi piangono sul Mar Rosso
E cerco di capire perché, perché
non vieni mai a baciare i sogni miei
con una parola, con una libertà
che mi dica di te, Amica mia

UGUALE ALL’AMORE

Per te ho spento mille falò
Per te ho affrontato l’Urbe
Ho rimosso il bene e il male
Ho dato via ogni dì
a una risata strozzata

Per te, per te, solo per te
completamente senza parole,
come un manichino in ginocchio
cullato dal vento

Per te, per te, solo per te
completamente senza vita,
come un’altalena dimenticata
fra fiordalisi, giaggioli
e inestricabili trame d’ellera

Per te, solo per te la mia vita
che m’appariva tanto sacra,
uguale all’amore senza tempo

BOURBON STREET BLUES

Sì, ho scialacquato la mia tenerezza
sfidando l’argentea millenaria luce,
la bellezza della Luna in cielo alta.

Come uno che solo ha tempo per se stesso,
ho abbandonato la mia piccola amante
per un plettro d’avorio, qui a New Orleans,
Bourbon Street Blues.

Se gli annegati hanno mute le labbra,
non io che vivo e stono questo Mississippi
nota dopo nota, all’infinito…

Oh, la mia piccola amante, il suo incanto,
quel suo modo di specchiarsi nel lago
bersagliato dai raggi d’oro del primo sole:
come ho potuto esser così tanto crudele?

Come una pioggia che solo ama il dolore,
ho preso a scivolare dentro ai tombini,
qui a New Orleans, Bourbon Street Blues.

Come ho potuto esser sì tanto infantile?
Oh, la mia piccola amante, il suo infinito,
il suo amore, fiore di luce fra le labbra!

Suonando una chitarra che fosse solo mia,
ho scialacquato tutta la mia dolcezza
per raccogliere l’autunno
e l’insondabilità d’un’eclissi di Luna
sotto la pioggia, qui a New Orleans,
Bourbon Street Blues.

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Morimmo come slot machine

Morimmo come slot machine

ANTOLOGIA VOL. 252

Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe

SIAMO

Qui noi si aspetta
Buddha di periferia siamo,
nella luce delle albe
e dei tramonti sempre uguali
spiamo, sperando di scorgere
una sfumatura di colore
che sia un poco originale

NON È L’ULTIMO SALUTO

E adesso dormi,
e non immaginavi potesse essere così,
o forse sì: gli occhi chiusi e il buio davanti,
ma pure lui ha importanza uguale a zero
ché non lo puoi distinguere né intuire.
Ma io ricordo, non dimentico le carezze
che mi sapevi portare; non dimentico
quelle nostre discussioni senza fine
che sempre finivano come finivano,
senza soluzione, incastrate fra albe bastarde
e tramonti sempre alla boia d’un Giuda;
e sempre ce lo dicevamo che non ci credevamo
in un’altra vita, e nel nostro dire non c’era
sorpresa né disperazione, un vaffanculo sì.

E adesso dormi, dormi e non ti sveglierai
anche se ci sono puntini di sospensione,
milioni di stelle che con la loro inutile luce
il sepolcro tuo fingono di portarlo
all’attenzione d’un Dio onnipotente,
senza saper di te un’acca, un capello.

E adesso dormi, dormi e oggi come allora
sorrido io a te, con quel mio sguardo
che un po’ t’inteneriva perché di bambino
che dei serpenti ha capito la metà d’un cazzo,
e delle donne ancor meno.

E adesso dormi,
ma non è questo un saluto per dimenticare
e ogni ricordo di te seppellire;
non è questo il mio ultimo saluto, dolce Lupa!

CORVI

volammo come corvi
morimmo come slot machine

ROSE ROSSE

Rose, tante rose rosse per te
Rose, solo rose meritano le rose
Queste rose sulle tue gote
Queste rose rosse per te
Per te rosse, per te rose,
rose di delicati petali
Rosse di vita, rosse di gioia
Rose di nostalgia quando vai via
Rosse rose, rose rosse, sempre rose
Rose su ogni stilla di miele
che dalla tua bocca alla mia
Rose, rose colte per te
che arrossisci da una vita intera
Quante e quante rose, Bella Mia

IDEALI

No, gli ideali no
Tradiscono
gli ideali,
bandiere instabili
E quando muoiono
lasciano
il loro cadavere
in eredità a te
che li hai abbracciati,
perché
ti possa tu ricordare
che c’è chi sol attende
d’esser da te tradito

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Le particelle elementari – Michel Houellebecq – Traduzione di Sergio Claudio Perroni – La nave di Teseo

Le particelle elementari – Michel Houellebecq

Traduzione di Sergio Claudio Perroni

La nave di Teseo

Le particelle elementari - Nichel Houellebecq - La nave di Teseo

Le particelle elementari sono i costituenti più semplici della materia: ed è in esse che Michel Djerzinski, biologo molecolare vicino al premio Nobel, cerca il significato di una vita che gli sfugge. Ha quarant’anni, è figlio di una hippie che lo ha abbandonato per fuggire in California, e la sua esistenza dedicata agli studi scientifici lo ha portato all’isolamento e all’impermeabilità a qualunque emozione. Il suo sogno è clonare gli esseri umani per assicurare loro un futuro di immortalità e perfezione. Michel ha un fratellastro, Bruno, il cui destino non potrebbe essere più diverso: insegnante di lettere, razzista, ossessionato dal sesso e per questo costretto a entrare e uscire dalle cliniche psichiatriche. Sia la morbosità patologica di Bruno sia l’asettica razionalità di Michel sono il risultato dell’ambiente che li circonda: un mondo fatto di solitudini e dominato dal caso, in cui i desideri sembrano scaturire dagli spot pubblicitari. Due vite parallele destinate a incontrarsi attraverso relazioni familiari e sentimentali sfuggenti, un romanzo che racconta in modo esemplare la società contemporanea nella sua ricerca, affatto scontata, di un vero amore.

Traduzione di Sergio Claudio Perroni.

Michel Houellebecq, scrittore, poeta e saggista francese, ha pubblicato i romanzi Le particelle elementari (1999), Estensione del dominio della lotta (2000), Piattaforma (2001), Lanzarote (2002), La possibilità di un’isola (2005), divenuto un film con la regia dell’autore nel 2008, La carta e il territorio (2010) con cui ha vinto il Premio Goncourt nello stesso anno, Sottomissione (2015); le raccolte poetiche Il senso della lotta (2000), Configurazione dell’ultima riva (2015), La vita rara. Tutte le poesie (2016); i saggi H. P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita (2001), La ricerca della felicità (2008) e il libro scritto con Bernard-Henri Lévy, Nemici pubblici (2009). Presso La nave di Teseo ha pubblicato In presenza di Schopenhauer (2017), Serotonina (2019) e Cahier (2019).

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Le particelle elementariMichel Houellebecq – Traduttore: Sergio Claudio Perrone – La nave di Teseo – Collana: i Delfini Best Seller – Pagine: 384 – EAN: 9788834607534 – Prezzo:  € 15,00

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Brian May – Driven By You /Resurrection

Brian May – Driven By You /Resurrection

Brian May

Driven By You (Official Video)

https://www.youtube.com/watch?v=C_IkRDds4fI

Resurrection (Official Music Video)

https://www.youtube.com/watch?v=iux9mTnf7xg

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Più di Dorian Gray perfido e vecchio

Più di Dorian Gray perfido e vecchio

ANTOLOGIA VOL. 251

Iannozzi Giuseppe

Dorian Gray

DIMMI TUTTO DI TE

Dimmi, dimmi, dimmi
Dimmi di te,
e dimmi di quell’uomo
che oggi ti sta accanto
senza mai stonare una parola
per farti ridere un po’

Dimmi, nel dettaglio dimmi
di quell’uomo,
di come ogni notte torna da te
levandosi di testa il cappello,
dicendoti bella
mentre si mira e si rimira
nel tuo specchio infranto
per scoprirsi più di Dorian Gray
perfido e vecchio
e infine entrare nel tuo letto

Tu, mia celeste Aida,
com’è che lo sopporti?
Dimmi, dimmi tutto

REGINA DI GERUSALEMME

La luna, la luna
quanto il mio sorriso alta,
stanotte: non è forse così,
non è forse così, mia Regina?

Hai di nuovo sognato
il Drago, il Crociato
e Gerusalemme in fiamme;
e il mondo d’attorno gira,
gira e gira in una vertigine
di persa verginità

La luna,
così alta, così alta
non l’avevi vista mai
Il sorriso che scorgi
l’anima in petto
ti spaventa,
non è forse così?
Il sepolcro vuoto
e la luna sì strana;
il mio sorriso
ancor t’imbarazza
la bellezza
fra le gambe nascosta,
mia Regina

COME LA CALLAS

Come la Callas
pure tu cerchi quell’uomo speciale
che ti spezzi il cuore
con la sua immensa vecchiaia

MISTERO DI DONNA

Donna, donna, donna
Più ripeto la parola
e più forte in gola
il nodo stringe e stringe
Sia paura o amore,
dir non so; e non oso,
certo che no!, non oso
immaginare cos’altro
potrebbe mai essere…
Dio non voglia sia asma,
questo il mio pensiero
mentre si sfila di dosso
una donna a me ignota
la gonna

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Biagio Proietti – Io che ho visto i delfini rosa – Collana: I Gialli Oltre – OLTRE Edizioni

Io che ho visto i delfini rosa 

Biagio Proietti

Oltre edizioni

https://www.librioltre.it/

Biagio Proietti - Io che ho visto i delfini rosa- Oltre edizioni

Non ricordo d’aver letto un romanzo che prendesse così nitidamente forma davanti a me, mentre leggevo questo “Io che ho visto i delfini rosa” di Biagio Proietti. Sarà perché in questi giorni mi sto occupando di realtà aumentata, ma l’idea è proprio quella: leggi e le immagini ti compaiono davanti, immagini in movimento. Come nella scena, memorabile, della morte di un’étoile della danza. Sembra una scena al rallentatore, girata con maestria con una combinazione di movimenti di macchina. Come si realizza un dolly scrivendo? Pochissimi lo sanno. Biagio Proietti lo crea da maestro, con una leggerezza e una fluidità magistrali. Quella scena è straordinaria, lo ripeto. Vale tutto il libro. In una pagina c’è tantissima storia del cinema e tantissima letteratura, c’è Woolrich, c’è Truffaut, c’è il Biagio Proietti scrittore che cita il Biagio Proietti televisivo. E poi un po’ più avanti c’è il racconto in flashback: vera chicca per gli appassionati e materia di studio per docenti universitari, che negli anni potranno dilettarsi a scomporre e ad analizzare quelle descrizioni perfette, flaubertiane nella loro perfezione.
E poi rimane da parlare di tutto il libro. E per farlo finiremmo domani mattina, perché le cose da dire sono tante, ma veramente tante. Mi limito a dire che è un romanzo di gente di passaggio, gente triste come i vagoni di un treno che finiscono in un deposito. Ci sono vite spezzate di vecchi e di giovani, di persone che non riescono a far quadrare i conti con la vita, che a volte si diverte troppo e non si fa addomesticare. C’è un racconto che sta in equilibrio sulla corda sottile della finzione, un racconto che ha l’enorme merito di apparire inconsapevole di quel che succede, soccombendo alle storie e alle false verità degli interpreti del romanzo.
Un racconto dove lo scrittore stesso si lascia guidare dalla storia, dove l’autore è tanto grande da lasciarsi sopravanzare dagli eventi che prendono consistenza, dai personaggi che rivendicano la loro autonomia e vivono da soli, senza farsi guidare. Con splendide descrizioni di una Roma crepuscolare, spogliata per una volta di tutte le stelle più brillarelle. Per una volta priva di mille e un’étoile.
E scene d’azione, di lotta e dei colpi di karate che sono da manuale descritte e che rendono questo romanzo un piccolo capolavoro.

MARIO GEROSA

Biagio Proietti è nato a Roma nel 1940. E’ stato attivo nel cinema e in televisione tra gli anni settanta e ottanta. Ha legato il suo nome al film horror Black Cat (Gatto nero) e ad alcune serie televisive, tra le quali spiccano due di grande successo Coralba e Dov’è Anna?. Sua anche la miniserie sull’investigatore Philo Vance interpretato da Giorgio Albertazzi. Nel 2014 è uscito il romanzo Dov’è Anna, per 21 Editore, tratto dalla sua omonima serie, firmandolo con Diana Crispo, sua compagna nella vita oltre che sul lavoro.
Ha scritto anche per il teatro e per la radio.
Lo scorso anno, è uscito un libro testimonianza sulla sua vita e le sue opere nel libro Biagio Proietti, un visionario felice, a cura di Mario Gerosa.
Attualmente fa parte del Consiglio di gestione della SIAE e del direttivo di Writers Directors Worldwide.

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Io che ho visto i delfini rosa – Biagio Proietti

Io che ho visto i delfini rosaBiagio Proietti – Oltre Edizioni – Collana: I Gialli Oltre – Pubblicato il 15/06/2021 – Copertina: Riccardo Lenski– Pagine: 358 – ISBN: 9791280075215 – Prezzo di copertina: € 18.00

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Jim Morrison – Tempesta elettrica – Traduttore: Tito Schipa jr. – Curatore: Riccardo Bertoncelli – Oscar Mondadori

Jim Morrison – Tempesta elettrica

Poesie e scritti perduti 

Traduttore: Tito Schipa jr. – Curatore: Riccardo Bertoncelli

Mondadori / Nuovi Oscar Saggi

Jim Morrison - Tempesta elettrica - Oscar Mondadori

Jim Morrison, artista tenero e violento, sciamano dionisiaco e fragile, non nacque musicista. Alla musica era arrivato per caso, spinto più dall’istinto e dai tempi che dalla tecnica o dalla passione. Amava soprattutto scrivere, coltivando il germoglio di poesia che sentiva in fondo a sé. Per levare alta la sua voce, scelse il rock e diventò il leader dei Doors, interpretando però quel ruolo diversamente dai cantanti dell’epoca.

Nell’estate del 1971, al momento della tragica scomparsa, aveva scritto centinaia di pagine di poesia, aneddoti, epigrammi, saggi, racconti, soggetti e sceneggiature. Raccolti e riordinati dagli amici, quei testi sono ora riuniti in questo volume, impreziosito dalle riproduzioni degli originali, che finalmente restituisce l’immagine del re Lucertola come artista a tutto tondo.

Jim Morrison, nato a Melbourne nel 1943 e morto a Parigi nel 1971, cantante, poeta, autore, è stato una vera leggenda della musica. Voce leader dei Doors, morto in circostanze non ancora chiare a 27 anni, è stato uno dei principali riferimenti per intere generazione di giovani negli anni oscuri della storia americana, dal Vietnam, all’assassinio dei fratelli Kennedy e di Martin Luther King. Nel 1971, la sua morte precoce ebbe l’effetto di un’enorme cassa di risonanza trasformandolo in un mito e ogni anno centinaia i giovani continuano a recarsi in pellegrinaggio sulla sua tomba, nel cimitero parigino di Père Lachaise.

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Jim MorrisonTempesta elettrica – Traduttore: Tito Schipa jr. – Curatore: Riccardo Bertoncelli – Mondadori – Collana: Nuovi Oscar saggi – Anno edizione: 2019 – Pagine: 578 p. – ISBN: 9788804709114 – € 18,00

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Ernest Hemingway: 40 anni fa il suicido – Aforismi e citazioni

Ernest Hemingway

40 anni fa il suicido

Aforismi e citazioni

Ernest Hemingway

Ernest Hemingway, pochi giorni prima di spararsi in bocca, mi aveva chiamata e mi aveva detto: «Non posso più bere, non posso più mangiare, non posso più andare a caccia, non posso più fare l’amore. Non posso più scrivere». La morte di cui Hemingway aveva condensato la tragedia della sua vita e aveva fatto visualizzare i molti piccoli preavvisi, le impalpabili previsioni, a chi lo aveva conosciuto; ma il dolore, l’orrore, lo spavento per il vuoto in cui ci aveva gettato ci aveva colti lo stesso di sorpresa.

Fernanda Pivano

– Morire è una cosa molto semplice. Ho guardato la morte e lo so davvero. Se avessi dovuto morire sarebbe stato molto facile. Proprio la cosa più facile che abbia mai fatto… E come è meglio morire nel periodo felice della giovinezza non ancora disillusa, andarsene in un bagliore di luce, che avere il corpo consunto e vecchio e le illusioni disperse.

– La giusta maniera di fare, lo stile, non è un concetto vano. È semplicemente il modo di fare ciò che deve essere fatto. Che poi il modo giusto, a cosa compiuta, risulti anche bello, è un fatto accidentale.

– Ma avere un cuore da bambino non è una vergogna. È un onore. Un uomo deve comportarsi da uomo. Deve sempre combattere, preferibilmente e saggiamente, con le probabilità a suo favore, ma in caso di necessità deve combattere anche contro qualunque probabilità e senza preoccuparsi dell’esito. Deve seguire i propri usi e le proprie leggi tribali, e quando non può, deve accettare la punizione prevista da queste leggi. Ma non gli si deve dire come un rimprovero che ha conservato un cuore da bambino, un’onestà da bambino, una freschezza e una nobiltà da bambino.

– Mussolini è il più grande bluff d’Europa. Anche se domattina mi facesse arrestare e fucilare, continuerei a considerarlo un bluff. Sarebbe un bluff anche la fucilazione. Provate a prendere una buona foto del signor Mussolini ed esaminatela. Vedrete nella sua bocca quella debolezza che lo costringe ad accigliarsi nel famoso cipiglio mussoliniano imitato in Italia da ogni fascista diciannovenne. Studiate il suo passato. Studiate quella coalizione tra capitale e lavoro che è il fascismo e meditate sulla storia delle coalizioni passate. Studiate il suo genio nel rivestire piccole idee con paroloni. Studiate la sua predilezione per il duello. Gli uomini veramente coraggiosi non hanno nessun bisogno di battersi a duello, mentre molti vigliacchi duellano in continuazione per farsi credere coraggiosi. E guardate la sua camicia nera e le sue ghette bianche. C’è qualcosa che non va, anche sul piano istrionico, in un uomo che porta le ghette bianche con una camicia nera.

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Lo spacciatore di apocalissi!

Lo spacciatore di apocalissi!

di Iannozzi Giuseppe

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L’altro giorno ero giù in strada con un diavolo per capello, perso nei miei pensieri. Di tanto in tanto mi tiravo la barba, insoddisfatto come se uno spiritello maligno avesse preso casa nel cuore del mio petto. Il cielo era d’una limpidezza assurda per la stagione ancora invernale, e dalle Alpi solo brevi aliti di vento mi carezzavano i vestiti, per finire subito sepolti nel gorgo di parole dei tanti sul marciapiede, chi impegnato a spaccare la faccia a un amico, chi occupato a fare la concione alla propria ragazza chiamandola con epiteti non riferibili, chi a pisciare e chi invece a cagare alla turca in un tombino. Ero dunque un po’ giù di morale, pronto a invocare gli Dèi dell’Olimpo, quando un testimone di ***, basso e tarchiato – un nano o giù di lì, poco ma sicuro – mi si fece dappresso, squadernando un sorriso a trentadue denti. Lungo la schiena m’è corso un brivido freddo, di autentico terrore: ho subito pensato, “Se questo mo’ prende a parlare non lo ferma manco un fulmine a ciel sereno, porco diavolo!”. Ero più che deciso a tirar dritto, ma quel diavolo d’un nano s’era attaccato alle mie chiappe e non gli passava proprio per la capa d’aver preso un granchio, o perlomeno non voleva accettare la realtà; eppure gli sarebbe bastato darmi un’altra occhiata, una più attenta, per rendersi conto che non ero proprio il suo tipo! Non lo fece e si portò davanti ai miei passi, arrestando così il mio libero cammino. Esordì dicendo le solite frasi di rito, cercando di rifilarmi depliant e giornaletti. Glieli lasciai in mano. A quel punto anche un idiota fatto e con la scimmia sulle spalle avrebbe capito che non era il caso di rompere le scatole a un pezzo di merda come me. Il testimone nano si aggrappò alla mia cravatta, con una confidenza maligna e biasciò minaccioso: “La fine del mondo è vicina, pentiti… pentiti finché sei in tempo… Gesù avrà cura di te…”. Lo afferrai per il polso, con forza perché volevo fargli male sul serio, almeno quel tanto necessario affinché portasse lontano da me le sue chiappe grassottelle. Ma quello non fece una piega. Vidi rosso e senza starci a pensare su, strinsi con la mano il polso alieno. Chiunque le abbia viste le mie mani sa bene che sembrano badili; i più carini dicono che sono mani da chitarrista. Sia come sia, sentii netto un crack di ossa spezzarsi. Lasciai dunque la presa. Il nano di *** continuava a sorridere. Si sfregò il polso per un paio di secondi appena, poi si cacciò la mano in tasca e un momento dopo era ancora di fronte a me che bello bello scartava una caramella puzzolente all’anice. Fece persino il gesto di offrirmene una. Gli dissi di no con un cenno del capo. Inutile: mi aveva schiaffato in mano caramella, depliant e giornaletti. Porco Diavolo! Senza mai perdere il sorriso, felice come una pasqua, con tono di voce baldanzoso, mi assicurò che non gli dovevo niente, non un Euro.
Sospirai.
Forse chiusi gli occhi per meno d’un secondo.
Era sparito.
Non c’era più il maledetto e in strada c’ero sol più io, non un bambino non una donna non un vecchio del cazzo. Capii che diceva il vero, la fine del mondo era alle porte, ma la cosa non mi preoccupava. In un cestino porta rifiuti buttai il materiale cartaceo che il nano mi aveva rifilato. Scartai poi la caramella nella convinzione che fosse all’anice e me la ficcai in bocca: all’aglio. Davvero buona. Mi strappai poi la parrucca hendrixiana dalla testa e la gettai addosso a un topo che attraversava sulle strisce pedonali, ma zigzagando di brutto, manco c’avesse l’Alzheimer. Pian pianino, con il sole a picchiarmi forte sulla pelata e le mani in tasca, m’incamminai verso casa.

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.
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Oggi come allora mi dai le spalle

Oggi come allora mi dai le spalle

ANTOLOGIA VOL. 250

Iannozzi Giuseppe

SE MAGIA E BUGIA

Se magia e bugia
son per te la stessa faccia,
prima o poi, o l’una o l’altra
sceglierà di star a te accanto
con affilato stiletto
e sulle labbra ti taglierà di netto
la dolorosa sua verità,
senza che tu ne abbia
comprensione

E parole di sangue sputerai
cercando con le mani
di far tampone alla ferita,
scoprendo che non c’è colore,
che non c’è il rosso a tingere
la pelle nonostante il dolore
lacerante

LUNA

Quel giorno veniva giù
davvero di brutto
C’era confusione
e c’erano pezzi di Cielo
sprofondati
in luttuose pozzanghere
E dal Luna Park un freak
vomitava baci di fuoco,
un altro ingoiava la Sacra Spada:
è proprio vero dunque
che se il Paradiso cade
gli Angeli stringono al seno
il Demone da sempre
in loro nascosto
Quanto, quanto vento
ti ha maltrattato i capelli
mentre tentavi l’abbozzo
d’un sorriso
– d’una malinconia d’amore
vecchia quanto l’argento
sulle tempie mie di poetastro

Vana, vana illusione
credere di poter,
per un giorno almeno,
spazzar via il Male
Inganno la Rosa Rossa
all’Eden strappata:
confitta rimane nel cuore
la spina, più che mai
resistente a ogni battito

Rimaniamo noi
stretti stretti, guatando
il morboso crepuscolo
sulla Ruota Panoramica,
che gira e gira

Ma tu, Luna, donami
l’incanto della Fine:
come al Cine,
sia nei titoli di coda
seppellita
l’estrema carezza

NON SANGUINIAMO PIÙ DEL DOVUTO

Puoi lasciare le mie mani adesso
Per un bel pezzo mi sono pianto addosso,
lasciando che i fiumi scorressero sotto i ponti,
sognando di scrivere poesie sul pelo dell’acqua
Una a una mi sono spezzato le ossa dell’anima
E mi sono pure illuso che il motore fosse l’amore
per Pinocchi e Don Chisciotte;
dovevo ancora incontrare il Diavolo all’incrocio
per accettare l’idea che si vive una volta e basta

Le cattedrali, che mai ho visto, franano felici di finire
sotto lo sguardo indifferente di Atlante,
e i minareti, persi chissà dove, fanno uguale fine
Non c’è motivo perché questo rapporto rimanga in piedi
Le orbite dei pianeti si sono allontanate e gli angeli,
che legarono i nostri polsi con manette di spine,
hanno da tempo un loro posto fisso al cimitero

Non sanguiniamo più del dovuto
Tanti prima di noi sono caduti nel tranello celeste,
e con le proprie forze si sono rialzati
o si sono scavati la fossa, senza sciupare lacrime

Puoi lasciare le mie mani adesso,
Dio non avrà il coraggio di trarti in inganno

Non sanguiniamo più del dovuto,
puoi lasciarti andare adesso
Hai una strada di possibilità da seguire
e nemmeno un secondo da perdere
in baci dell’addio
Dio non avrà il coraggio di trarti in inganno

Non sanguiniamo più del dovuto

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Intervista al Poeta Gianclaudio de Angelini: “Gli occhi di Lavinia” (Oltre Edizioni) – di Iannozzi Giuseppe

Gianclaudio de Angelini

“Gli occhi di Lavinia”

Intervista al Poeta

di Iannozzi Giuseppe

Gianclaudio de Angelini - Gli occhi di Lavinia - Oltre edizioni

Gianclaudio de Angelini è un Poeta a dir poco eccezionale: i suoi versi sono densi di originale struggente bellezza. Gli occhi di Lavinia” (Oltre Edizioni) è un libro mirabile, da prendere a modello, e solo aspetta di esser letto.
Leggete la poesia di Gianclaudio de Angelini: resterete catturati dalla perfetta bellezza dei suoi versi, posso assicurarvelo in qualità di critico letterario.

Giuseppe Iannozzi

1. Gianclaudio de Angelini, prima di parlare de “Gli occhi di Lavinia” (Oltre Edizioni), sarebbe forse giusto che dicessi qualche cosa di te, a favore di chi non ti conosce. Io stesso so ben poco di te. È forse una richiesta un po’ banale, forse non troppo: il poeta, quasi sempre, riversa nelle proprie poesie gran parte del proprio vissuto.

In effetti il vissuto di un poeta si rispecchia nelle sue poesie. Io sono nato, come generazioni dei miei, a Rovigno d’Istria da cui sono andato via che non avevo neanche un anno. Uno strappo dovuto all’esito della guerra che cedette le nostre terre alla Jugoslavia. Il trattato di pace del ‘47 consentiva di presentare domanda d’opzione per rimanere italiani e così fecero i miei partendo verso l’ignoto nell’agosto del 51. Fu uno strappo che ho metabolizzato poco a poco incominciando a tornare con i miei nonni nella terra d’origine nei primi anni ‘60 dove avevamo ancora tre case amiche: tre sorelle di mia nonna ed ancora tanti rovignesi. Fu così che ne assorbii la lingua e le tradizioni aiutato anche dal fatto di vivere a Roma nel “Villaggio Giuliano” ove circa due mila esuli istriani, fiumani e dalmati trovarono una nuova casa.

2. Da quel che so, Gianclaudio de Angelini, molte tue poesie sono state pubblicate sul tuo profilo Facebook. Non sono pochi i poeti o sedicenti tali, che oggi pubblicano sui social network. Internet è stato per te fondamentale, se non ti fossi esposto in pubblico, probabilmente nessuno ti avrebbe notato.

Ho usato internet soprattutto per riannodare i fili sparsi della diaspora istriana e i rapporti con i connazionali rimasti in Istria. La poesia in questo, e l’uso del dialetto rovignese, sono stati essenziali. Ho incontrato inoltre altre pagine che mi hanno stimolato: gruppi Haiku che ancora di tanto in tanto frequento.

3. Gianclaudio, quando hai cominciato ad amare la poesia? Quali autori ti hanno maggiormente influenzato? Non credo che solo Ligio Zanini, Giusto Curto, Vlado Benussi, Matteo Benussi e Bepi Nider siano i tuoi punti di riferimento.

La poesia ha sempre fatto parte del mio vissuto ho incontrato i grandi della nostra letteratura e mi sono avvicinato alla poesia a me consona di Ugo Foscolo e dei moderni Giuseppe Ungaretti, Saba, Cardarelli, ma anche la poesia dei nativi americani, quella giapponese, i canti arabi del deserto. Insomma dovunque trovassi versi che entravano in risonanza con me non disdegnando la poesia barocca come quella di Ciro di Pers. Per quanto riguarda la poesia in rovignese il mio riferimento principale è stata la lirica universale di Ligio Zanini che attraverso i gabbiani o i piccoli pesciolini parla del destino di tutto un popolo. Poesia a tutto tondo non racchiusa nel piccolo mondo folcloristico della  poesia dialettale.

Gianclaudio de Angelini

4. Quale profonda necessità ti ha spinto a scrivere poesia?

Scrivere versi è stato da sempre per me un atto necessario come mangiare o respirare. Ogni cicatrice della vita ogni piccola gioia si è tramutata in un verso. La poesia è stata una compagna fedele dall’adolescenza alla vecchiaia. Avvicinarmi poi al mondo orientale, alla filosofia zen, agli haiku mi ha fornito il modo di  eliminare le tossine del vivere con quei tre piccoli versi che consentono di fermare gli attimi e cercare di cogliere il respiro della natura; così come riappropriarmi del linguaggio dei miei e diluire nei versi il distacco dal mio mondo natio mi ha consentito di non fare la fine di Moammed Sceab, lo sfortunato amico di Ungaretti, che “non sapeva / sciogliere / il canto / del suo abbandono”.

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Luigi Pirandello – Quaderni di Serafino Gubbio operatore – Curatore: Simona Micali – Feltrinelli

Quaderni di Serafino Gubbio operatore

Luigi Pirandello

Curatore: Simona Micali

Feltrinelli

Pirandello - Quaderni di Serafino Gubbio operatore - Feltrinelli

INCIPIT

«Studio la gente nelle sue più ordinarie occupazioni, se mi riesca di scoprire negli altri quello che manca a me per ogni cosa ch’io faccia: la certezza che capiscano ciò che fanno. In prima, sì, mi sembra che molti l’abbiano, dal modo come tra loro si guardano e si salutano, correndo di qua, di là, dietro alle loro faccende o ai loro capricci. Ma poi, se mi fermo a guardarli un po’ addentro negli occhi con questi miei occhi intenti e silenziosi, ecco che subito s’aombrano. Taluni anzi si smarriscono in una perplessità così inquieta, che se per poco io seguitassi a scrutarli, m’ingiurierebbero o m’aggredirebbero.  […]
A quanti uomini, presi nel gorgo d’una passione, oppure oppressi, schiacciati dalla tristezza, dalla miseria, farebbe bene pensare che c’é sopra il soffitto il cielo, e che nel cielo ci sono le stelle. Anche se l’esserci delle stelle non ispirasse a loro un conforto religioso, contemplandole, s’inabissa la nostra inferma piccolezza, sparisce nella vacuità degli spazii, e non può non sembrarci misera e vana ogni ragione di tormento.»

Descrizione

Chi volesse riassumere in due parole la trama si troverebbe certo in imbarazzo: il nucleo della storia è infatti una storiaccia passionale, che rimanda ai modelli del melodramma e del romanzo tardo-romantico replicati in tutte le possibili varianti dal romanzo d’appendice. Abbiamo un perfetto esemplare di femme fatale, slava, bellissima, tormentata e crudele, la solita donna “più tigre della tigre”, il cui fascino funesto causa la morte di due uomini… Il punto è che quella fabula è assunta da Pirandello come una materia romanzesca da rielaborare in una direzione completamente diversa: la storiaccia c’è, con tutti i suoi stereotipi, ma è assunta come una materia grezza che il romanzo si incarica di anatomizzare, straniare, ridicolizzare, reinterpretare. In altre parole, Pirandello ci racconta una storia e contemporaneamente sviluppa una riflessione sulle possibilità della scrittura narrativa, conducendo a compimento la dissoluzione dei modelli romanzeschi tradizionali.

Luigi Pirandello

Luigi Pirandello, drammaturgo, scrittore e poeta, nato ad Agrigento nel 1867, si laureò in filologia a Bonn nel 1891. Iniziò la sua carriera letteraria e teatrale quando Luigi Capuana lo introdusse tra gli intellettuali della cultura romana.  Di sé ebbe a dire: «Io son figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco denominato, in forma dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti, corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco “Kaos”.» Dal 1897 al 1922 si dedicò all’insegnamento. Nel 1934 gli fu assegnato il premio Nobel per la letteratura. È considerato tra i più importanti drammaturghi del XX secolo.  Morì a Roma nel 1936.

Quaderni di Serafino Gubbio operatoreLuigi Pirandello – Curatore: Simona Micali – Feltrinelli – Collana: Universale economica. I classici – Pagine: 238 p., Brossura – ISBN: 9788807902604 – € 9,00

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Louis-Ferdinand Céline – Viaggio al termine della notte – Traduttore: Ernesto Ferrero – Corbaccio

Viaggio al termine della notte 

Louis-Ferdinand Céline

Traduttore: Ernesto Ferrero

Corbaccio

Viaggio al termine della notte - Louis-Ferdinand Céline

INCIPIT

«È cominciata così. Io, avevo mai detto niente. Niente. È Arthur Ganate che mi ha fatto parlare. Arthur, uno studente, un fagiolo anche lui, un compagno. Ci troviamo dunque a Place Clichy. Era dopo pranzo. Vuol parlarmi. Lo ascolto. “Non restiamo fuori! mi dice lui. Torniamo dentro!”. Rientro con lui. Ecco. “‘Sta terrazza, attacca lui, va bene per le uova alla coque! Vieni di qua”. Allora, ci accorgiamo anche che non c’era nessuno per le strade, a causa del caldo; niente vetture, nulla. Quando fa molto freddo, lo stesso, non c’è nessuno per le strade; è lui, a quel che ricordo, che mi aveva detto in proposito: “Quelli di Parigi hanno sempre l’aria occupata, ma di fatto, vanno a passeggio da mattino a sera; prova ne è che quando non va bene per passeggiare, troppo freddo o troppo caldo, non li si vede più; son tutti dentro a prendersi il caffè con la crema e boccali di birra. È così! Il secolo della velocità! dicono loro. Dove mai? Grandi cambiamenti! ti raccontano loro. Che roba è? È cambiato niente, in verità. Continuano a stupirsi e basta. E nemmeno questo è nuovo per niente. Parole, e nemmeno tante, anche le parole che son cambiate! Due o tre di qui, di là, di quelle piccole…” Tutti fieri allora d’aver fatto risuonare queste utili verità, siamo rimasti là seduti, incantati, a guardare le dame del caffè.[…]»

«[…] Alla fine siamo tutti seduti su una grande galera, remiamo tutti da schiattare, puoi mica venirmi a dire il contrario!… Seduti su ‘ste trappole a sfangarcela tutta noialtri! E cos’è che ne abbiamo? Niente! Solo randellate, miserie, frottole e altre carognate. Si lavora! dicono loro. È questo che è ancora più fetido di tutto il resto, il loro lavoro. Stiamo giù nelle stive a sputare l’anima, puzzolenti, con le palle che ci sudano, ed ecco lì! In alto sul ponte, al fresco, ci sono i padroni e mica se la prendono, con belle femmine rosa tutte gonfie di profumo sulle ginocchia. Ci fanno salire sul ponte. Allora, si mettono il cappello dell’alta uniforme, e poi te ne sparano in faccia una del tipo: “Banda di carogne, è la guerra! ti fanno loro. Adesso li abbordiamo, ‘sti porcaccioni che stanno sulla patria n.º 2 e gli facciamo saltare la pignatta! Alé! Alé! C’è tutto quel che ci vuole a bordo! Tutti in coro! Spariamone una forte per cominciare, da far tremare i vetri: Viva la Patria n.º 1! Che vi sentano da lontano! Chi griderà più forte, avrà la medaglia e il confetto del buon Gesù! Porco dio! […]”»

DESCRIZIONE

A ottant’anni dalla sua pubblicazione e a cinquanta dalla morte del suo autore, Viaggio al termine della notte si impone come il romanzo che ha saputo meglio capire e rappresentare il Novecento, illuminandone con provocatoria originalità espressiva gli aspetti fondamentali. «Céline è stato creato da Dio per dare scandalo», scrisse Bernanos quando nel 1932 il romanzo diventò un successo mondiale, suscitando entusiasmi e contrasti feroci. Lo «scandalo Céline», che dura tuttora, è la profetica lucidità del suo delirio, uno sguardo che nulla perdona a sé e agli altri, che ha il coraggio di affrontare la notte dell’uomo così com’è. L’anarchico Céline, che amava definirsi un cronista, aveva vissuto le esperienze più drammatiche: gli orrori della Grande Guerra e le trincee delle Fiandre, la vita godereccia delle retrovie e l’ascesa di una piccola borghesia cinica e faccendiera, le durezze dell’Africa coloniale, la New York della «folla solitaria», le catene di montaggio della Ford a Detroit, la Parigi delle periferie più desolate dove lui faceva il medico dei poveri, a contatto con una miseria morale prima ancora che materiale. Totalmente nuovo, nel panorama francese ed europeo, è stato poi il suo modo insieme realistico e visionario, sofisticato e plebeo con cui Céline ha sputo trasfigurare questa materia incandescente. Per lui, in principio, è l’emozione, il sentimento della vita: di qui l’invenzione di un linguaggio che ha tutta l’immediatezza del «parlato» quotidiano, capace di dar voce, tra sarcasmi e pietà, alla tragicommedia di un secolo. Questo libro sembra riassumere in sé la disperazione del Novecento: è in realtà un’opera potentemente comica, esilarante, in cui lo spettacolo dell’abiezione scatena un riso liberatorio, un divertimento grottesco più forte dell’incubo. Oggi il Viaggio, nella classica traduzione di Ernesto Ferrero, scrittore particolarmente attento al «colore» dei linguaggi, si offre a nuove generazioni di lettori con l’intatta freschezza di un «classico» che non finisce di stupire per la sua modernità.

Louis-Ferdinand Céline

Louis-Ferdinand Céline, pseudonimo di Louis-Ferdinand Destouches, scrittore francese. Laureatosi in medicina, dal 1924 al 1928 viaggiò molto in qualità di medico e ricercatore; ritornato in Francia, entrò a far parte dell’équipe della clinica pubblica di Clichy, lavorando soprattutto per i poveri.
Esordì sulla scena letteraria con Viaggio al termine della notte (1932), romanzo di disperato pessimismo e dall’eccezionale sperimentalismo linguistico e stilistico. Fecero seguito un’opera di impronta simile, Morte a credito (1936), e il pamphlet anticomunista intitolato Mea culpa (1936), scritto dopo un viaggio in Unione Sovietica. L’anno seguente fu pubblicato, suscitando grande scandalo, Bagatelle per un massacro (1937), il più violento di una serie di pamphlet che testimoniano l’adesione dello scrittore, verso la fine degli anni Trenta, all’antisemitismo. Nel 1944 Céline, accusato di collaborazionismo con i nazisti, fuggì in Danimarca attraverso la Germania e tornò in patria soltanto nel 1951, quando il governo francese lo prosciolse dalle accuse. L’esperienza dell’esilio è registrata in termini romanzeschi in Da un castello all’altro (1957), Nord (1960) e Rigodon (1969).

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Viaggio al termine della notteLouis-Ferdinand Céline – Traduttore: Ernesto FerreroCorbaccio – Collana: I grandi scrittori – Pagine: 576 p., Brossura – ISBN: 9788863801729 – Prezzo: € 19,00

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Martinus Scriblerus. Vita straordinaria, opere e scoperte. Memorie e altri testi scribleriani – traduzione e cura di Giuseppe Sertoli – Con testi scribleriani inediti in Italia – Oltre Edizioni

John Arbuthnot, Alexander Pope e Altri

Martinus Scriblerus

Vita straordinaria, opere e scoperte
Memorie e altri testi scribleriani

traduzione e cura di Giuseppe Sertoli

Oltre Edizioni

https://www.librioltre.it/

John Arbuthnot, Alexander Pope e Altri - Martinus Scriblerus. Vita straordinaria, opere e scoperte. Memorie e altri testi scribleriani - traduzione e cura di Giuseppe Sertoli - Oltre Edizioni

Agli inizi del Settecento un gruppo di begli ingegni soliti riunirsi la sera intorno a una bottiglia di chiaretto ebbero un’idea geniale: scrivere a più mani una serie di opere che fossero la parodia di quanto la cultura moderna sfornava e la nascente industria editoriale smerciava al pubblico. Opere – poetiche, teatrali, narrative, scientifiche, critiche etc. – che sarebbero state attribuite a un autore fittizio dal nome di Martinus Scriblerus, vale a dire Martino Scribacchino, figura di misconosciuto genio universale che ci si proponeva di rivelare al mondo scrivendone la biografia e pubblicandone poi i numerosi manoscritti «a beneficio dell’umanità». Per quanto realizzato solo in parte, il progetto – che seppure a fasi alterne durò una trentina d’anni e vide la partecipazione, fra gli altri, di Swift e Pope – rappresenta una delle più singolari imprese satiriche settecentesche ed esercitò un’influenza notevole sugli autori successivi, da Fielding a Sterne e oltre.

Il volume che qui si presenta include, oltre a una nuova traduzione delle Memorie della vita straordinaria, delle opere e delle scoperte di Martinus Scriblerus, alcuni dei più significativi testi usciti dalla fucina scribleriana e mai prima d’ora editi in Italia.

Gli Autori

John Arbuthnot
John Gay
Thomas Parnell
Alexander Pope
Jonathan Swift

Giuseppe Sertoli, valtellinese di nascita e milanese di formazione, Giuseppe Sertoli ha insegnato Letteratura inglese nelle Università di Perugia, Palermo e – dal 1977 al 2013 – in quella Genova, presso la quale è ora Professore emerito. Si è occupato prevalentemente del romanzo otto-novecentesco (Hardy, Kipling, Conrad, Durrell) e di narrativa, critica e teoria estetica del Settecento. In quest’ultimo ambito ha curato edizioni di L. Sterne (Viaggio sentimentale, 1983), E. Burke (Inchiesta sul Bello e il Sublime, 1985), J. Dennis (Critica della poesia, 1994), D. Defoe (Le avventure di Robinson Crusoe, 1998), J. Addison (I piaceri dell’immaginazione, 2002), S. Johnson (Rasselas principe di Abissinia, 2005). Una raccolta dei suoi saggi d’area settecentesca è uscita nel 2014 col titolo I due Robinson e altri saggi sulla letteratura inglese del Settecento. Ad anni meno recenti risale il suo interesse per la filosofia francese contemporanea, in particolare per la figura e l’opera di Gaston Bachelard, al quale ha dedicato una monografia (Le immagini e la realtà, 1972) e di cui ha curato un’antologia di testi (La ragione scientifica, 1974).

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Martinus Scriblerus

John Arbuthnot, Alexander Pope, John Gay, Thomas Parnell, Jonathan Swift  – Martinus Scriblerus. Vita straordinaria, opere e scoperte. Memorie e altri testi scribleriani – traduzione e cura di Giuseppe SertoliOltre Edizioni – Collana: I Grandi Classici – Prima edizione: 15/06/2021 – Pagine: 218, p., ill. , copertina rigida  – ISBN: 9788899415976 – Prezzo: 34.50

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