Scrivere o non scrivere? Leggere o non leggere? Dilemmi, di poco conto, per l’italiano medio

Scrivere o non scrivere? Leggere o non leggere?
Dilemmi, di poco conto, per l’italiano medio

Iannozzi Giuseppe

spaventapasseri

Anche gli scrittori affermati (o professionisti che dir si voglia) fanno dell’altro, non scrivono soltanto, perché sbarcare il lunario grazie alla sola scrittura, oggi come oggi, è pressoché impossibile, tranne nel caso uno scriva e scriva qualcosa di insignificante come Harry Potter. Ma è chiaro che scrivere robetta così – con tutti gli editing del caso da parte degli editor – non è letteratura e mai lo sarà. Un tempo era diverso: usciva un libro di Pasolini, Pavese, Fenoglio, Pirandello, D’Annunzio… c’era la fila o quasi per la novità letteraria. Oggi lo scrittore professionista è guardato peggio di certi venditori di Bibbie porta a porta. Diciamo pure che scrivere e leggere è oramai nobile arte per pochi illuminati, parlo di “pochi illuminati” perché viviamo in un medioevo tecnologico, come ben evidenziò già diversi anni or sono Umberto Eco.

Più il tempo passa più mi rendo conto che è il nostro un tempo di spaventapasseri. C’è tanta di quella ignoranza che non mi sorprende affatto che l’Italia sia diventata il fanalino di coda dell’Europa e non solo. Il livello culturale dell’italiano medio è ben al di sotto di quei paesi che noi Occidentali diciamo del Terzo Mondo. Un’epoca buia la nostra, dove la cultura è stata sostituita dalle ovvietà e dalle banalità televisive. Un popolo sceverato della cultura è destinato a rimanere in catene. Non sono un complottista, e però temo che ci sia voluto un lavoro di anni e anni perché si arrivasse a vivere in un medioevo oscurantista come quello di oggi.

Che sarà di me, del mio corpo quando non avrà più un alito di vita, sinceramente non è cosa che mi preoccupa: la vita è tale e quale a una lampadina e quando il filo di tungsteno si brucia non rimane che un po’ di vetro.

Non li capisco questi umani-disumani: come si può vivere una vita e non accorgersi neanche di camminare su un pianeta che non è piatto? E la cosa mi spaventa anche, perché un popolo ignorante è un popolo che con estrema facilità si può tenere in catene. E a questo punto sorge spontaneo il sospetto che a una bella fetta di italiani le catene piacciano, e non poco per giunta.

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Danilo Arona, Luigi Milani, Angelo Marenzana – Solo il mare intorno – Nero Press Edizioni – comunicato stampa

Danilo Arona, Luigi Milani, Angelo Marenzana

Solo il mare intorno

Nero Press Edizioni

solo il mare intorno

Il libro racchiude tre lunghi racconti a tema horror marino precedentemente usciti in digitale nella collana Insonnia. Si tratta di Croatoan Sound di Danilo Arona, Piedra Colorada di Angelo Marenzana e L’isola senza morte di Luigi Milani. Per chi si fosse perso questi tre ottimi lavori, è l’occasione di averli tutti e tre in un colpo solo; a coloro che lo hanno già letto, invece, potrà far piacere mettere le mani sull’edizione cartacea.

In più, una chicca: questo libro gode infatti dell’ottima prefazione di Giulio Leoni. Di seguito, ne riportiamo un estratto:

Che succede per esempio sull’isola di Croatoan, North Carolina? Che cosa, se non quello che è già accaduto secoli prima, e poi si ripeterà ineluttabilmente ancora e ancora? Un essere demoniaco che da sempre vive nelle sue forre, e che si risveglia per riprendere l’antica strage, e che assume per questo le apparenze più innocue e innocenti del mondo.

E che capita invece nell’isola di Piedra Colorada, scoperta sciaguratamente nel Cinquecento in uno di quei viaggi di esplorazione che assomigliano più a una profanazione dell’ignoto che a un atto di progresso? E subito punito dall’essere trasformata l’isola ben presto in una raccolta di malattia e marciume, dove la devastazione dell’uomo e la malvagità della natura si tendono la mano per generare dei figli immondi?

E peggio ancora, il dramma che si accende su una terza isola, questa talmente remota e indicibile da non aver neppure meritato un nome, nel corso della sua oscena esistenza. Così segreta da non apparire nemmeno sulle carte, da sfuggire all’occhiuta sorveglianza dei satelliti. Protetta da una barriera di invisibilità che soltanto i suoi miasmi possono rendere impenetrabile, perché i riti immondi che vi si tengono non offendano occhio umano.

Solo il mare intornoDanilo Arona, Luigi Milani, Angelo Marenzana – Nero Press Edizioni – Collana: Insonnia: – Pagine: 238 – 1a edizione: 2016 – ISBN 9788898739714 – Prezzo: 13 Euro

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Show business

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Iannozzi Giuseppe

businesswoman

businesswoman

Si trae ispirazione dalla vita, ma Lei sarà capace di trarre ispirazione da sé stessa?

Le telefonò, dopo una dura giornata di lavoro, fiducioso che ci sarebbe stato da lavorare anche per l’indomani. Non poteva permettersi di rimanere a casa, i soldi gli servivano per vivere.
Lei al telefono si fece negare.
Dick era furioso, sapeva bene che tutto era stato calcolato; quel negarsi poteva solo significare che l’indomani sarebbe rimasto a casa. Bruciava di dentro, nella carne, dalla rabbia. I colleghi sciamavano fuori dalla Fabbrica Nera mostrando sorrisi a trentadue denti ai Kapò. A lui proprio non gli riusciva di far la parte dello scimpanzè addomesticato e dire, sempre e solo “Sì, Signore”. Non era sua abitudine piegarsi a novanta gradi. I colleghi avevano tutti del lavoro, tutti eccetto lui, perché lui non voleva sorridere. E per questo a tutti si rendeva antiMargaretico. Dick poteva solo vantarsi di sapere d’esser nel giusto.
La Fabbrica Nera sembrava ghignare alle sue spalle eruttando fumo dalle ciminiere; oscuri disegni si spandevano nell’aria e assumevano ambigue pose e forme: satiri che violentavano giovani vergini. La Fabbrica Nera sputava fumo arabescato, era come se ghignasse e disegnasse foschi pensieri, amare realtà.

Qualcuno lo salutò. Lui non gli concesse alcuna attenzione. Rispondere al saluto avrebbe solo significato dimostrare la sua impotenza. Il saluto che gli veniva rivolto, lui ne era sicuro, stava solo a sottolineare quanto fosse fesso ad arrovellarsi il cervello sul perché certi favoritismi diventano subito la consuetudine. Dick sapeva che ad andare avanti erano quelli che sposavano le simMargaretie ideologiche, politiche e sociali dei Kapò: era questa la consuetudine che Dick ricusava. E lui non avrebbe mai accettato favoritismi prostituendosi. Lui voleva lavorare e basta, restare ancorato alle sue idee e con esse annegare nel mare dell’indifferenza se il caso l’avesse richiesto.

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Bukowski, racconta! – L’opinione di lettura di Cinzia Paltenghi

Bukowski, racconta!

Le recensioni dei lettori

L’opinione di lettura di Cinzia Paltenghi

Bukowski, racconta! - Iannozzi Giuseppe - Il Foglio letterario

Si potrebbe parlare di un viaggio, no, meglio ancora di un’avventura, sì, è più giusto definire così la lettura di questo libro: esplorazione di un mondo e più in particolare lavoro di scavo “dentro e intorno” a una psiche, a uno stato d’animo, per fotografare condizioni sociali così lontane da quello spirito borghese che alberga nella maggior parte di noi.

Mi ha affascinata e incuriosita, e a volte mi ha spiazzata anche, ma nessuna pagina mi ha lasciata senza una reazione che fosse negativa o positiva.

L’intervista l’ho trovata fantastica, l’ho letta due volte di seguito. Come Iannozzi Giuseppe ben sa, scrivere non è il mio forte, né sono molto capace di trasmettere, di riportare per filo e per segno le mie emozioni e i miei pensieri, non posso quindi lasciare un’opinione ben articolata come quelle già riportate, posso però dire una cosa: se qualcuno mi chiedesse di consigliargli un libro per dare una scossa alla propria vita per il tempo di 184 pagine intense, non avrei dubbi, con ferma decisione gli consiglierei “Bukowski, racconta!”.

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Rassegna stampa

Leggi la recensione di Riccardo Montesi su Kult Underground

Leggi l’intervista Bukowski, racconta! Iannozzi Giuseppe risponde

Leggi Salvare se stessi! Riflessioni sulla scrittura – Bukowski, racconta!

Leggi Le Erinni sfidano Iannozzi Giuseppe al Salone del Libro di Torino

Leggi Il mio caro Angelo – racconto erotico d’amore per “Bukowski, racconta!”

Leggi Estratto dal libro “Bukowski, racconta!”– a cura di Giuseppe Iannozzi

Leggi Nuovo estratto dal libro “Bukowski, racconta!”– a cura di Giuseppe Iannozzi

Leggi Le recensioni dei lettori su “Bukowski, racconta”

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Bukowski racconta! .Bukowski, racconta!
Curatore: Iannozzi Giuseppe
Editore: Ass. Culturale Il Foglio
Collana: Narrativa
Formato: Brossura
Pubblicato: 08/04/2016
Pagine: 190
Lingua: Italiano
Isbn o codice id 9788876066177
Prezzo: 14 Euro

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Marc Augé: l’Occidente sta anticipando una religione – Il calcio come fenomeno religioso – recensione di Iannozzi Giuseppe

Marc Augé: l’Occidente sta anticipando una religione

Football. Il calcio come fenomeno religioso

Iannozzi Giuseppe

Marc Augé - Football

Il calcio, un gioco, uno sport, e anche e soprattutto un fenomeno religioso. Il calcio ha origini antiche, più di quanto si possa pensare; già nel II e III secolo a.C. esisteva qualcosa di simile al calcio, il cinese tsu’ chu o cuju (蹴鞠, cùjú, letteralmente “palla spinta con il piede”). Una palla, riempita con piume e capelli, doveva passare attraverso una porta di canne di bambù. Circa cinquecento/seicento anni dopo, in Giappone, nacque il kemari, gioco tutt’ora praticato. Nell’antica Grecia, nel IV secolo a.C., si giocava l’episciro, mentre gli antichi romani, già nel II secolo a.C. praticavano l’harpastum, una variante dell’episciro, che i romani ebbero modo di conoscere nel corso di alcune campagne di guerra.
Il calcio moderno si diffuse però nei college britannici, intorno al 1835. Inizialmente il calcio fu uno sport d’élite, per pochi bennàti.

Marc Augé, etnologo e antropologo francese di indubbia fama e grandezza, fa il punto sul calcio intenso come fenomeno religioso nel suo saggio Football. Il calcio come fenomeno religioso (EDB Dehoniane, collana “lampi”). Il calcio, oggi come oggi, non è più soltanto un gioco o uno sport, è un fenomeno che ha in sé molte connotazioni oppiacee che ne fanno un vero e proprio fenomeno religioso. Nel suo breve ma puntiglioso saggio, Marc Augé, prendendo spunto da quanto scrive Émile Durkheim (“Per quanto riguarda i fatti sociali, noi abbiamo ancora una mentalità da primitivi.”), spiega: “Quale che sia il rispetto che portiamo ai sacerdoti, ai giornalisti sportivi o agli arbitri di calcio, bisogna ammettere che fanno parte dell’oggetto di studio e non dovrebbero essere, in quanto tali, osservatori privilegiati”. E infatti oggi, chi più chi meno, tutti parlano di calcio e più o meno tutti si dicono degli esperti in materia. Perché? Se ieri il calcio era uno sport elitario, oggi non più: il calcio è difatti un fenomeno che ha contagiato milioni di persone appartenenti a un po’ tutte le classi sociali, anche se, a onor del vero, il popolo è il suo maggiore fruitore. Per una partita, capace di aggregare milioni di persone in diversi punti del globo terrestre, c’è anche chi è disposto a uccidere: le risse fra le tifoserie, ahi noi, sono un piaga che non accenna a smorzarsi. Sottolinea Marc Augé: “Il calcio, come pratica e come spettacolo, è «un nuovo oppio dei popoli» o è l’occasione di una presa di coscienza «di classe»? Lo sport e, in particolare, gli sport di squadra hanno un valore formativo in un periodo, la vigilia del 1914, che i politici concordano nel descrivere come minaccioso, oppure essi tendono a indebolire in anticipo la combattività dei cittadini? La guerra, lei, no che non è un gioco.”
E ancora: “… un’implicazione sociologica o politica non è evidente e, forse, molto saggiamente, Tony Mason su questo punto si limita a considerazioni prudenti; egli non esclude che la partecipazione o l’assistere alle partite abbia contribuito al rafforzamento di una coscienza di classe … Oppio o stimolante? Entrambi forse, nello stesso modo in cui si può osservare che i movimenti religiosi possono contribuire nel corso della storia, simultaneamente o in successione, all’oppressione o alla liberazione di coloro che vi aderiscono.”
Per quanto, mirabilmente passato al setaccio da Marc Augé nel suo breve saggio, l’Occidente si trova forse di fronte all’anticipazione di una religione, pur non avendone ancora piena coscienza.

Football. Il calcio come fenomeno religioso di Marc Augé, suddiviso in cinque capitoli fondamentali (I. Un fenomeno sociale e antropologico. II. Virtù individuali e spettacolo.III. Professionisti e dilettanti. IV. Sport popolare ed elitario. V. Un rituale espiatorio. VI. Una nuova religione?), è un saggio fondamentale per comprendere l’attualità, i motivi per cui il calcio è, e probabilmente resterà nei secoli dei secoli, una religione forse ben più forte e aggregante rispetto a qualsiasi altra.

Marc Augé, etnologo e antropologo francese, è stato directeur d’études all’École des hautes études en sciences sociales di Parigi ed è tra i più significativi pensatori contemporanei. Noto per le sue ricerche in Africa occidentale, si è in seguito occupato dei mondi contemporanei e della dimensione cosmopolita che accomuna i popoli coloniali e l’Occidente. Tra le sue pubblicazioni più note : Un etnologo nel metrò (Elèuthera 2005) e Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità (Elèuthera 1996). Da Raffaello Cortina Editore sono apparsi di recente L‘antropologo e il mondo globale (2013),Il tempo senza età: la vecchiaia non esiste (2014) e Un etnologo al Bistrot (2015).

Marc AugéFootball. Il calcio come fenomeno religiosoEDB Dehoniane – Collana: «Lampi» – EAN: 9788810567296 – Pagine 48 – Prezzo € 6,00

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Su La Zona Morta tanti libri editi da Il Foglio Letterario di Gordiano Lupi: c’è anche Bukowski, racconta!

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Salvare se stessi! Riflessioni sulla scrittura – Bukowski, racconta! – a cura di Iannozzi Giuseppe – Il Foglio letterario

Salvare se stessi! Riflessioni sulla scrittura

Bukowski, racconta!

Iannozzi Giuseppe

Bukowski, racconta! - a cura di Iannozzi Giuseppe - Il Foglio letterario

Bukowski, racconta! – a cura di Iannozzi Giuseppe – Il Foglio letterario

Ognuno di noi è libero di esprimere la propria libera opinione in merito a un’opera d’arte: può incontrare o meno i gusti del fruitore, questo è normale, rientra nell’ordine naturale delle cose. Nessuno pretende che a tutti piaccia il vino rosso, tanto per portare un esempio banale.

Sigmund Freud arrivò a formulare l’idea che la maggior parte delle malattie derivano da una ben precisa scontentezza. E questa scontentezza è quasi sempre da ricercarsi nell’approccio con il prossimo, nella non soddisfazione della propria sessualità.
Bukowski non ha mai parlato di sesso e di atti sessuali per dar corpo a un bel cumulo fatto di niente, tutt’altro: attraverso racconti, romanzi, poesie, ha invece evidenziato, in maniera realistica le nevrosi di una società incapace di incontrarsi, sempre disposta a conculcare l’umanità e la bellezza. La nevrosi, quel malessere di cui soffre la società, è la frustrazione sessuale, non si sfugge; non a caso, nei paesi dove ancor oggi vige un regime dittatoriale, la sessualità viene negata, annientata e non da ultimo viene detta contraria alla politica (quale politica!). La libertà sessuale, dalla notte dei tempi, viene ostacolata affinché pochi possano tenere le redini del Potere. Tutti i regimi dittatoriali, nel loro programma di distruzione di massa, negano la libertà sessuale, ben sapendo che annullare la sessualità porta a tenere in catene il popolo. Era così 8000 anni fa ed è così ancor oggi.

Se è vero che “siamo fatti della stessa materia dei sogni”, è più vero dire che i sogni – ovvero l’espressione di un desiderio di libertà – concorrono a formare l’individuo. Charles Bukowski, al contrario di molti altri, questo lo aveva ben compreso. Guardava alla società con un quasi mai nascosto cinismo. Aveva ben compreso che non esistevano proclami di libertà che valessero due lire in una società avvezza a soffocare l’individuo, ad annientarlo, ad allontanarlo (da sé e dai suoi simili). Più di altri Hank aveva compreso che la radice dell’infelicità era, ed è, una e una soltanto: non amare sé stessi. Ha dunque salvato sé stesso ed è più di quanto milioni di uomini e donne facciano oggi, perché i più chinano il capo, accettano di vivere solo per sopravvivere, e sopravvivono e muoiono in solitudine. Non è la morte a far paura all’uomo, è invece la solitudine, una morte che si prolunga ben al di là della morte, peggiore di qualsiasi altra si possa anche solo lontanamente immaginare.
Bukowski celebra dunque la libertà, una libertà dionisiaca, quella che alcuni illuminati filosofi e artisti greci avevano raggiunto in epoche passate. Resiste forse il pregiudizio di pensare che Hank fosse Hank e basta, uno che solo si limitava a scrivere quello che vedeva e che viveva sulla sua propria pelle. In realtà Bukowski era una mente acuta che aveva speso non pochi anni sui libri, leggendo di tutto, con voracità sopraffina. Dico questo per scalzare il pregiudizio che resiste in molti che Bukowski fosse un ignorante, che scriveva di sesso per dare la stura a qualcosa di fine a sé stesso.
Per queste ragioni penso che “Bukowski, racconta!” non è un libro scritto per imbrattare la carta e occupare scaffali: è invece un concentrato di solitudini, di tentativi di superare e annientare nevrosi, di salvare sé stessi dalla solitudine, da una morte prolungata ben oltre la morte.

Quando si parla di Charles Bukowski, ma anche di altri scrittori quali Richard Ford, Raymond Carver, Tobias Wolff e dello scrittore cubano Pedro Juan Gutiérrez, non è possibile non parlare di realismo sporco. Il realismo sporco è una corrente letteraria nata negli Stati Uniti d’America, tra gli anni Settanta e Ottanta. Ed è tutt’ora una corrente letteraria che gode di buona salute, che annovera tanti e tanti scrittori contemporanei. Che dire, ad esempio, di E.L. James (che è una scrittrice) e che fortuna ha trovato grazie a romanzi ben più espliciti e sadiani rispetto a quelli di Bukowski? Problema di E L. James è, a ben vedere, poi uno solo: non fa altro che riscoprire la scrittura sadiana, quella del conte Donatien-Alphonse-François de Sade, meglio noto come Marchese de Sade. Nel Marchese de Sade, sì, c’è la perversione fine a sé stessa, c’è brutalità, c’è una ben radicata malattia atta a distruggere qualsiasi forma di bellezza. E’ molto, molto più che crudo, è crudele de Sade e non solo a livello scrittorio. Mentre de Sade distrugge, Charles Bukowski costruisce sulle macerie, e la differenza è ben tangibile. Bukowski salva sé stesso ma salva anche quella parte di umanità che, bene o male, riesce ad amarlo.

Non credo di sbagliare dicendo che il realismo sporco sia ad appannaggio di tutti, senza distinzioni sessuali. Non nego che a qualcuno/a possa non interessare leggere storie bukowskiane, ma l’umanità è bella perché varia, perché è il più grande spettacolo che c’è, e non costa un centesimo partecipare a questo spettacolo, parafrasando Bukowski.

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Bukowski, racconta! - a cura di Iannozzi Giuseppe - Il Foglio letterarioUn libro che è un oggetto misterioso. Bukowski o non Bukowski, questo è il dilemma! Troppo ben scritto e imitato per non essere Bukowski, ma al tempo stesso troppo incerto come attribuzione e privo di sicure fonti per assegnarlo al grande autore nordamericano di origini tedesche. In fin dei conti, però, anche se fossero soltanto apocrifi, racconti e poesie di scuola bukowskiana, sarebbe pur sempre un gioiello di libro che raccoglie brevi storie, interviste, appunti e liriche del tutto inedite in Italia. Se siamo di fronte a imitatori statunitensi sono ottimi imitatori, ché lo stile è quello del Maestro, con tutto il suo erotismo, le storie di cavalli, le sbornie a base di vino a poco prezzo e il disprezzo per il mondo letterario contemporaneo. “La figa la posso riempire, la politica e Dio no”, afferma il misterioso autore mentre – tra una sbronza e l’altra – incontra cuginette in calore dal sesso depilato che gli fanno passare la voglia di scrivere e di giocare ai cavalli. Un libro che è intriso di tutto l’irridente anticonformismo di Bukowski, scorre come acqua fresca tra bicchieri di pessimo vino e sperma, racconti porno e poesie stridenti, amore anale e scrittori da gettare, editori che non pagano e vecchi maniaci sessuali. Non mancano filippiche contro i critici letterari e gli scrittori inutili, così come l’autore non poteva esimersi dal raccogliere giudizi autorevoli sull’opera di Bukowski. Un libro imperdibile per gli amanti del vecchio Buk, che in questi apocrifi adotta il consueto nomignolo di Hank Chinaski. Visto di chi parliamo, scrivere nom de plume sarebbe fuori luogo… lui non l’avrebbe fatto! Giuseppe Iannozzi (1972) è il curatore traduttore di questo volume molto interessante, destinato a far discutere, autore tra l’altro di Angeli caduti, La lebbra, L’ultimo segreto di Nietsche, La cattiva strada e Fiore di passione.

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Bukowski racconta! .Bukowski, racconta!
Curatore: Iannozzi Giuseppe
Editore: Ass. Culturale Il Foglio
Collana: Narrativa
Formato: Brossura
Pubblicato: 08/04/2016
Pagine: 190
Lingua: Italiano
Isbn o codice id 9788876066177
Prezzo: 14 Euro

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Li Ruzhen – Destini dei fiori nello specchio – O barra O edizioni – comunicato stampa

Li Ruzhen – Destini dei fiori nello specchio

Romanzo cinese del XIX secolo

O barra O edizioni

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Destini dei fiori nello specchio - Li Ruzhen

Destini dei fiori nello specchio – Li Ruzhen

Scritto nei primi anni del XIX secolo, Destini dei fiori nello specchio è considerato l’ultimo grande classico dell’epoca imperiale cinese. Il romanzo, unica opera del filologo e insigne linguista Li Ruzhen, è qui presentato per la prima volta in Italia nei suoi primi 40 capitoli che ne costituiscono la parte di maggior interesse.
Complesso gioco letterario costruito come un divertissement, il testo si snoda su molteplici piani: il mondo ultraterreno, l’Impero Celeste dell’epoca Tang (VII-X secolo d.C.) e i paesi d’oltremare.
La vicenda ha inizio quando la dispotica Imperatrice Wu Zetian ordina a tutti i fiori dei giardini imperiali di sbocciare in pieno inverno. Le Fate dei Fiori acconsentono, contravvenendo alle leggi celesti, e vengono così condannate a “scendere nella polvere rossa”, ovvero a incarnarsi come esseri mortali sulla Terra. I loro destini si incroceranno con quello di Tang Ao, funzionario imperiale che, degradato al rango inferiore di xiucai per le sue sovversive amicizie, decide di abbandonare la carriera accademica e di intraprendere un lungo viaggio per mare alla ricerca dell’immortalità.
Elementi fantastici e storici si intrecciano in una narrazione ricca di influenze taoiste, buddiste e confuciane dando vita a una grande celebrazione della cultura cinese in tutte le sue espressioni.

Autore: Li Ruzhen
Titolo: Destini dei fiori nello specchio
Editore: O barra O edizioni
Collana: in-Oriente
Genere: Romanzo/Cina
Traduzione e cura: Donatella Guida
Pagine: 544
Formato: 12,5×20,5 cm
Prezzo: Euro 19,50
ISBN 978-88-69680-01-4

L’autore

Li Ruzhen (1763-1830) figlio di funzionari, agli esami imperiali supera soltanto la fase di qualificazione, e con il titolo di xiucai, “talento fiorito”, può ricoprire unicamente incarichi subordinati. Trascorre la maggior parte della vita al seguito del fratello maggiore Li Ruhuang, Commissario per il sale a Haizhou. La consapevolezza di non poter ambire a una carriera da alto funzionario lo spinge a dedicarsi alla scrittura e all’erudizione. Diviene un grande esperto in filologia, astrologia, medicina, matematica, musica, retorica, poesia, calligrafia e pittura. Alla stesura dei Destini dei fiori nello specchio dedicherà dieci anni, portando a compimento l’opera poco prima della morte.

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Lucio Dalla Jukebox

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ascolta Ascolta: Lunedì – CarusoCiaoCanzone

 Attenti al lupo – Zingaro – Washington

Lucio Dalla

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Anomalia Italia

Anomalia Italia

Iannozzi Giuseppe

Renzi-NeroneIl Partito Democratico, il PD, annovera oggi tra le sue fila così tanti inquisiti che contarli uno a uno, con assoluta certezza, è pressoché impossibile. Il PD: un’anomalia tristemente e squisitamente italiana.

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