MANUTENZIONE STRAORDINARIA SUL BLOG

MANUTENZIONE STRAORDINARIA SUL BLOG

A causa di alcuni problemi strettamente tecnici, alcuni post sono online ma senza le immagini. Occorrerà ricaricare centinaia di immagini, lavoro che non può essere svolto dall’oggi al domani, lavoro che peraltro ha un costo mica da ridere, per cui, d’ora in poi, sul mio blog caricherò solo quei files utili ai miei post e basta.

A buon intenditore poche parole.

Giuseppe Iannozzi

manutenzione straordinaria

Pubblicato in segnalazioni

Chi ha peccato contro Dio e perché?

Chi ha peccato contro Dio e perché?

Iannozzi Giuseppe

gabbiani

Quel biberon pieno di niente

Che abbiamo fatto, mondo
mondo che ci cadi addosso?
Quel biberon pieno di niente
ha fame d’un’altra vittima innocente

Che abbiamo fatto
per arrivare a questo punto?
La vita non ci tocca
La morte ci conta uno a uno,
ci accatasta l’uno sull’altro
per le mosche e il loro Signore

Se cado non mi rialzo
Dio ha dimenticato l’innocenza,
e l’uomo l’ha sepolta tanto tempo fa
senza fare una piega
Se cado, se cado dove potrò mai…
dove potrò mai pregare per avere
una possibilità anch’io?

Vi prego, i nostri bambini stanno morendo
di fame, Reza Khan ha due anni soltanto
Al riparo di una zanzariera bucata,
soggiogati dalla pioggia incessante e dal fango,
oggi i nostri bambini non hanno mangiato;
non avevo proprio niente da dargli
tranne il biberon vuoto, con cuore di madre

Chi ha peccato, chi, perché Dio
ci abbandonasse così qui
alla mercé dei soccorsi umanitari?
Soltanto ieri eravamo poveri,
il babbo vendeva galline giù in strada
ma la pancia era quasi sempre piena

Chi ha peccato contro Dio e perché?
Alla mercé delle organizzazioni mercenarie,
il cibo non viene distribuito
da nessun diavolo o santo nelle nostre tende
E’ queste che volevate per noi
quando raccontavate in tivù
che si doveva fare qualche cosa al più presto?

Quel biberon pieno di fame
ha fame d’un’altra vittima innocente
Di un’altra vittima innocente
Di un’altra vittima innocente
Di un’altra vittima innocente

Sei ancora bambina

Tutti i dispetti
Tutte le disperate attese
Tutto
Sogni bruciati
Giorni ad aspettare
Inganni benedetti
Preghiere di silenzio
Smanie di suicidio
Tutto svanito
Non un miracolo
Non un’eterna dannazione
E nemmeno inutile spargimento
di sangue

Solamente
tutto sparito
E tu sei ancora bambina

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DICONO GLI AMANTI RIFIUTATI

DICONO GLI AMANTI RIFIUTATI

Iannozzi Giuseppe

kiss

DICONO GLI AMANTI RIFIUTATI
(versione alternativa, inedita)

Fosti promessa di felicità
Un momento fu abbastanza perché
il sapor salato dell’estate sul finire
ti donasse a un amore più gentile

Dicono gli amanti rifiutati
che il cuore è a pezzi, diviso
in due metà, e che senso
non ha più la vita; verità?
Su due piedi dir io non so,
non anelo però a ferirmi ancora,
a pascolare altrove, più in là,
pur non nascondendo
che vero è che i praticelli
son tanti, belli verdi e fioriti

Credo invece che tornerò
da dove son stato tratto fuori,
in salvo, in salvo almeno così
ieri io credevo; e, in mezzo
a tutte le pazze cose
che hai per caso dimenticate
chiuse in un armadio quel dì
– lontano non so quanto -,
un giorno, sì, di nuovo
mi scoprirai, ma sarai tu
vecchia e rugosa e io sol più
un corpo in perenne lotta
contro la corruzione del Talmud
e di tutto il resto dimentico

Fu l’estate

Ancora una volta
tradito,
qui
col vuoto in mano:
tre assi
e una sola
pallottola sul cuore
a tenermi
compagnia

Con l’estate
fra giaggioli e convolvoli;
il sole all’orizzonte
che mai si spenge;
l’allegro rumore
del ruscello
che lavò i nostri piedi nudi;
così tanto sciocco, così tanto…
l’anima mia illusi
che di arcobaleni a non finire
ogni mio, ogni nostro dì invaso

Tu, Regina,
– tu mai sotto il potere
delle mie dita -,
sei riuscita
a strapparmi di mano
la vita!

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FAHRENHEIT 451 – È così facile perdere la pazienza

FAHRENHEIT 451

È così facile perdere la pazienza

Iannozzi Giuseppe

buddhist monk child

FAHRENHEIT 451
(maneggiare con cura)

E tu così bella a me – maneggiare con cura! –
come un’arma disegnata fra i colori dell’arcobaleno
m’insegni che il fuoco può far male,
che il destino dell’uomo lo può devastare in un lager di fiamme
Butto un libro dalla finestra, Fahrenheit 451
e un vecchio prete lo raccoglie, lo sfoglia, lo spoglia
E io divento tanto ma tanto geloso, e arrossisco, quasi piango

Ultimamente non sono in piena forma,
sono arrivato al capolinea, alla pagina 451
e il sole mi fa strani scherzi agli occhiali
Ultimamente ho tutti in sospetto,
penso sempre che il bicchiere è mezzo vuoto,
penso che non sarà sufficiente a spegnere il fuoco
che m’invade corpo e anima nonostante tutti i libri letti

La barchetta di carta che scivolava felice sull’acqua
è stata presa da infernali gorghi e mille uomini sono morti
Li ho visti con i miei occhi saltare in aria a bocca aperta
mentre si raccontavano del domani e di matrimoni felici
Ho così paura, ho così paura che questo mondo non è
E tu così bella a me – maneggiare con cura! –
come un amore nascente fra i dolori della speranza

Io non ho molto da confessare
né un dio in cui riporre sciocchezze
E credo che sia la mia più grande forza
in mezzo a tante debolezze

Mio figlio non ancora nato
mi salta al collo per strangolarmi
prima che sia un anonimo boia a farlo
E io lo benedico fra le lacrime
questo figlio così intelligente
perché, nel bene e nel male,
ha preso tutto da me ed è carne
della mia carne, forza della mia forza
Perché è l’unica sincera debolezza della mia anima
Così tutto il resto non ha più importanza,
neanche il dolore
perché ho amato infinitamente
fino all’ultima pagina
Così quel bicchiere che mi riflette disonestà di sfiga
lo prendo e lo getto nel fuoco
perché vada in frantumi e segni più fortuna

E tu così bella a me – maneggiare con cura! –
come un’araba fenice tra i frammenti della futura fortuna
m’insegni che il fuoco può far male,
ma anche bene all’amore
Ma mai e poi mai un dio in cui riporre ferali sciocchezze

QUESTO AZZARDO DI VITA 
(Angelo)

Questo giro di carte
Questo giro d’amore
Questo azzardo di vita
Ho aspettato la tua mano
Ho raccolto il tuo sorriso
Ho puntato tutto su di te
Come un giocatore incallito
Come un matto senza speranze
Come un vincente a tutti i costi

Questa lacrima di Pierrot
Questo tappeto verde
Questo azzardo di paradiso
Ho asciugato il dolore
Ho dato via ogni cosa
Ho innamorato tutto su di te
Come un uomo sulla croce
Come un ladro di anime
Come un angelo sulla tua carne

Come un angelo sulla tua carne
Ho pianto tutto su di te, su di te

OGGI

non la morte ci spaventa,
solo la solitudine
che oggi ci accompagna
all’eterna tomba

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Gli scrittori devono morire. Nuovo Epico Creativo

Gli scrittori devono morire

Nuovo Epico Creativo

Iannozzi Giuseppe

Sweeney Todd

Quando comincerete a tirarvi ‘materialmente’ i vostri rispettivi libri addosso, in faccia, per favore, avvertitemi: dev’essere uno spettacolo coi controfiocchi.
Per favore, lanciateli con precisione chirurgica, come fossero coltelli ben affilati. Scopo ultimo infatti è quello di farvi un male boia.
Basta con le parole che fanno annoiare.
Basta con le solite tiritere e con il solito piagnisteo che sempre ripete “c’era una volta…”.
E’ ora che il sangue scorra a fiumi. Il tempo è maturo perché i sedicènti scrittori si facciano fuori da sé. Non se ne può davvero più di scrittori buonisti, di enfant prodige allattati da editor con le mani in pasta.
Basta coi bernoccoli, che servono solo a fare scena e che al limite fanno frignare giusto il tempo di un minuto.
I libri sono una cosa seria. Sono pesanti. Sono oggetti contundenti che, se ben utilizzati, sono assai più mortali di un calcinaccio piovuto dal cielo!
Usateli bene i libri: sono oggetti contundenti, mortali se usati nella giusta maniera. E’ questo che la maggior parte di voi non ha ancora capito. Non avete letto Guerra e Pace di Tolstoj? Non importa. Il libro è pesantissimo. Con un libro così poni fine alla vita del tuo peggior nemico.
Per Dio, usateli i libri, soprattutto quelli di mille e più pagine.
Usateli!
Fatelo scorrere il sangue. A fiumi.
Fatevi del male.
Prendete tutta la paccottiglia, trita e ritrita, di Stephen King, e fatene buon uso. Stephen King dà alle stampe tomi belli grossi, anche se le parole usate sono poi sempre le solite cento e gli stereotipi letterari quattro e non uno di più. Usatelo il Re del Terrore e, una volta per tutte, dimostrategli che avete imparato bene la lezione che Misery non deve morire.

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QUASI COME GAIO VALERIO CATULLO (Emozioni e passioni raccontano la storia di noi)

QUASI COME GAIO VALERIO CATULLO

Emozioni e passioni raccontano la storia di noi

Iannozzi Giuseppe

Gaio Valerio Catullo

LA TUA VELA E LA MIA POESIA

Ti devo far vivere la poesia
perché l’amore sia
più d’una frase da antologia

Così depongo la penna
ben dentro al calamaio;
gli occhi sul vergine foglio
puntati
a navigare fra il bianco
cercando un appiglio,
una parola
che in un sospiro
ancora non nato
possa eternarsi
in un che di vero

Dolente la fronte
pel troppo ponzare,
ecco che il sole declina
e malvagie ombre getta
sul bianco
che par preso
da dantesca procella:
più la vista
non mi porta aita
e la mano sempre ferma
ora trema
di paura, con ebrietà
uguale a quella
che i marinai provano
quando la bonaccia li minaccia
e all’orizzonte non il segno
d’una terra
o d’un’altra sventura
di remi, di uomini per mare

E notte è venuta
Rimango però
con la testa vuota,
di silenzio piena,
pronto ad affrontare
il destino
che nel buio s’annida

IN AVVENIRE

Porti avanti puntini di sospensione
Della Natura sei la Creatura innocente,
la figlia più verde di belle speranze;
così, da mane a sera, ti canto
E se un punto di dolore s’incastra
là alla radice del naso, per una lacrima
un po’ dolce e amara, sappi che amo
e amo di te soprattutto la dolcezza,
che sempre di nuovo mette tutto in gioco
e all’avvenire guarda con rispetto
ignorando quei segni dagli astragali dati

Per tutto questo, venèrea donzella,
a te levo il mio calice di vino rosso:
fortuna e allegria sempre inondino
i tuoi dolci fianchi, passioni
che s’hanno ancor da metter a nudo

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NON SERVIRÀ PREGARE

NON SERVIRÀ PREGARE

Iannozzi Giuseppe

giovani monaci tibetani

TI PERDO E T’AMO
(versione inedita)

Ti perdo e mi scordo d’essere qui nudo,
brutto e divino, un coglione in amore
Ti perdo, tiro giù i santi e sputo veleni
Ma tu non torni, né chiedi perdono a dio
Tu hai sempre avuta una e una parola sola
E la luna e il sole girano nell’assurdo vuoto
del tuo sorriso d’angelo sbiadito
E io ti ricordo ancor bagnata di lacrime
che respingevi il mio abbraccio… il bacio

Ti perdo ogni dì fino a tagliarmi le vene
E ogni giorno piange luce che non è luce
da un cielo di sole nuvole, da un cielo cieco cieco
Così ritrovo per terra le mie orme scalze,
nello specchio occhi pieni di sorte e morte
E in corpo tanta, tanta voglia di gridare
E nell’anima tanta voglia di dirti “puttana”,
ma t’amo e non c’è altro che questo sogno
che è appena di ieri – il dolore e l’amore
Ti perdo… mi scordo di vivere, e sì, t’amo

T’amo e ti perdo, non sai nemmeno quanto
Ti perdo e t’amo, come un uomo piango
Ti perdo e t’amo, t’amo e rimpiango, ti perdo…
piantando casino, urlando e santificando il tuo nome
Ti perdo, ti perdo… e nei pugni stretti a sangue
soltanto vento cenere e rabbia, perché ti perdo
a ogni momento un po’ di più ricordando
la tua carezza e lo schiaffo sul mio viso di cera,
bianco

Quanto t’amo, quanto ti perdo, era solo ieri
Ti perdo e inciampo, un completo disastro
E tu non torni, né chiedi perdono a me o a dio
E la luna e il sole girano nell’assurdo, e io nudo

Quanto t’amo! E ti perdo e t’amo ogni giorno
Mi scordo però di vivere: è che t’amo, è che t’amo
anche se è sol più un sogno di sudore al mattino

Ti perdo e mi scordo d’essere qui all’inferno
E tu non torni, resto nudo, ti chiedo perdono
Tu non torni, tu no, tu no, non torni al dolore…

DISTENDERE LE ALI

Distendere le ali in cielo
per volare al di sopra
E poi d’improvviso il Divino
in un raggio di sole sugli occhi
E veloce veloce giù, sempre più giù
fino a che morte sfaldi
il sogno piccolino creduto immortale

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Lo stiamo facendo nudi senza la Luna (Omaggio a Bukowski alla mia maniera)

Lo stiamo facendo nudi senza la Luna

Omaggio a Bukowski alla mia maniera

Iannozzi Giuseppe

Bukowski

TI HO SCOPERTA NUDA

Nel nostro letto ti ho scoperta nuda
Gli occhi languidi puntati su me
La bocca dischiusa in un sorriso
Non potevo sbagliare mira
Così colpevole, così nuda per me
non lo sei mai stata

Ho lavorato tutto il santo giorno
Mi sono spezzato la schiena
sotto il sole e i colpi d’una nera frusta
Ho maledetto il padrone
Ho tenuto duro, ho stretto i denti
e la rabbia perché ti sapevo mia

E ora torno e ti trovo con quel sorriso
Come se niente fosse
mi chiedi della mia giornata
Mi inviti a prendere un caffè in cucina
Non pensi neanche a coprirti,
mi lasci vedere che non sei così fedele
come mi ero illuso

Se solo non ti amassi,
se solo non lo sapessi
che sei tutta matta, sarebbe già finita
da un pezzo questa sporca storia di avvilimenti
Saresti sotto il sole a fare compagnia ai corvi
Con il collo spezzato, appesa a un robusto ramo,
spegneresti il vespro con la tua ombra penzolante

Se solo non fossi strafatto della tua stessa farina!

Così colpevole, così nuda per me
non lo sei mai stata
Non potevo proprio sbagliare, perdonami

Non potevo sbagliare mira,
è bastato un colpo
per togliermi dalla tua vista,
per togliermi dalla testa la tua pazzia
e regalarti la mia ultima rosa di sangue

CHAMPAGNE PER QUESTA APOCALISSE

Amore, ho dimenticato il tuo cuore sul cuscino
E’ successo prima che potessi rendermene conto
Ma questa vita è meravigliosa, ogni giorno una rosa

Oh Amore, com’è stato facile, com’è stato…
Questa vita è meravigliosa, ogni giorno un colpo
Amore, in un attimo tutto è stato messo a tacere

Amore, te lo devo dire con una frase fatta
Sei fatta per me, ti ho pensata e così esisti
Perché fuggi da me allora, perché non ti arrendi?

Oh Amore, com’è stato facile spegnere le luci
Com’è stato divertente sparare alle stelle
e soffocare le risate in una coppa di champagne

Sei, sei stata fatta per me e un altro ti ha presa
Ci credo! La vita una puttana meravigliosa in rosa
che si lascia spogliare quando meno lo sospetti

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I soldi del Monopoli non bastano mai. E la poesia non serve a renderci migliori

I soldi del Monopoli non bastano mai

E la poesia non serve a renderci migliori

Iannozzi Giuseppe

Athena

APRI AL CIELO

Apri la finestra
Regina, apri al cielo
C’è il fringuello
che picchia forte
il becco sul vetro,
e il sole incurante feconda
le tue labbra di miele e séte

Apri la finestra
L’erba tutta si commuove
sotto la carezza del vento,
e tu non senti
che c’è musica nell’aria
che si spande
oltre il campanile
e ti sussurra l’avvenire

Apri al cielo,
sotto l’ombra del platano
Apri al cielo,
sotto la poesia del vólo
Apri al cielo, apri al cielo, apri il cielo
prima che ti cada in lacrime

IN SILENZIO IL TUO SORRISO

C’è la carezza del tuo sorriso
sul mio volto stanco
“E’ l’anima d’un cuore spezzato”,
ripetono gli angeli dal paradiso
“La stanchezza gioca brutti scherzi”,
fa eco la tua risata frenata a metà

Non senti anche tu
che stiamo andando alla deriva?

Mia madre sorride
per invitarmi a stare tranquillo
Qui, però, a ogni momento
l’aria si fa più pesante
La tavola apparecchiata
e i soldi del Monopoli non bastano mai
Papà ha un cancro all’anima,
ma non intende tentare una cura
Dice che passerà come la vita,
perché prima o poi capita a tutti
Poi tace e sparecchia
e si fa di nuovo silenzio intorno a me

Non senti anche tu
che stiamo sbagliando?
Non ti rendi conto
che non serve sbadigliare?

Il tuo sorriso mi spezza l’anima in due
Fra le gambe, nel tuo dolore, la raccogli tu,
anche se è solo l’anima d’un cuore spezzato
Anche se è solo la stanchezza a farmi male

Non senti anche tu
che stiamo andando alla deriva?

Mia madre è morta all’improvviso
E non me l’aspettavo proprio così presto
Mio padre è sopravvissuto
E non immaginavo proprio
che un uomo potesse tirare a campare
Ma c’è che adesso tacciono entrambi
E’ solo che prima o poi capita a tutti il paradiso
E’ solo che prima o poi capita a tutti l’inferno

Non senti anche tu
che stiamo morendo?
Non senti,
non senti quante carezze sciupate?

Oh, allora è vero!
Non posso far a meno d’averti intorno
E’ vero quello che si dice in giro
sul nostro conto

Papà aveva ragione a dire
che prima o poi capita a tutti
d’essere nel torto
e non poterne fare a meno
Ma in silenzio,
in silenzio ancora la carezza del tuo sorriso

Mamma aveva ragione
a suggerirmi di stare tranquillo:
è solo un gioco aver ragione
e non poterne fare a meno
Ma in silenzio,
in silenzio ancora la carezza del tuo sorriso

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DAI RICORDI UMILIATO E OFFESO

DAI RICORDI UMILIATO E OFFESO

Antologia che scava nel tempo

Iannozzi Giuseppe

DostoevskijSPECIALE

Ti ricordi, ricordi che ti ho amata?
Come ti ho, quanto ti ho amata?
Come una stella – diritto di credere
al Paradiso e all’Inferno; ed eravamo bravi
a incontrarci nello specchio d’un tè caldo,
ed era solo un giorno che sapeva di Marzo.
Ma così speciale che non ti pareva vera
la Mano di Dio e la sua promessa
d’un’Eternità un po’ migliore di quella
scandita dai nostri cuori nella fretta
del mio orologio in precipitosa attesa
d’un treno sottoposto alla confusione
che sempre c’è dove Partenze e Arrivi.
E come e quanto, se oggi ancora
un ricordo di me ti ricorda a Te? E quale,
oggi la tua Stazione?

L’ORIZZONTE DI VLADIMIR

in memoria di Vladimir Vladimirovic Majakovskij

constatare che è rosso il sangue e ogni quartiere
quando si fa la sera e si scioglie sui candelabri la cera
la materia dell’orrore quotidiano
la teoria del terrore proiettato nel grido vano

nel mio teatro
sotto la neve
si ammanta di fiamme ogni fiera
ci si ammala di umbratile follia
perché rosso è il sangue
perché mai bianca rimane la neve

nel mio animo
schiacciato da mille umbratili spoglie
si spoglia la carne del suo peso
della materia e della teoria
si scioglie in un orizzonte insano
nel vuoto lasciato da una pallottola

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GUARDA COM’È FACILE CADERE – Antologia di rose un po’ rosse e un po’ nere

GUARDA COM’È FACILE CADERE

Antologia di rose un po’ rosse e un po’ nere

Iannozzi Giuseppe

candle and roses

ESSERE PENSIERO

Posso far parte dei tuoi pensieri?
Posso essere il pensiero
che al mattino ti sveglia e ti accarezza
come fossi un petalo d’un fiore raro?
Posso esser così,
semplicemente una carezza
che seduce
e di cui non puoi fare a meno?

Amica mia, sei leggera
come le foglie della vita
che dai rami si staccano
e lasciano nudo il tronco
all’esposizione dell’autunno

Ti accontenti di così poco
Ma sei vera, vera più d’un attimo,
più del disegno leggero della sensualità
Così sol ti chiedo, posso esser il tuo pensiero,
quello che amerai pensare da mane a sera?

RAPITE NEL PALLORE

Rapite nel pallore furono quelle rose
che ci vestirono di vitali dolori e colori,
quando morte per sempre ci avvolse
nel prepotente suo abbraccio d’amore

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Il sogno di un malato terminale

Il sogno di un malato terminale

Iannozzi Giuseppe

malato terminale

Nevica. Li intravedo attraverso la finestra i fiocchi cadere. Il giardino dell’Ospedale San Giovanni dev’essere un sudario bianco, vergine. Quand’ero più in forze, mi sedevo su una panchina a osservare le foglie rapite dal vento dell’autunno. Oggi nevica forte e morirò. Il tumore ha avuto la meglio. Non è servita la chemio, né l’operazione al cervello. Il maledetto si è riformato più forte e aggressivo. Non ho vissuto granché. Venti anni sono pochi per chiunque. Pelle e ossa, e questo cancro che pesa più del magro corpo che lascerò in eredità alla putrefazione.
Dicono che c’è un Aldilà. Non ci credo perché sono qui, nell’aldiquà, e la testa mi esplode in milioni di schegge di dolore. E’ questa l’anima che ho, un’anima corrotta dal cancro e che a breve cesserà di esistere. Se mi fosse concesso di vivere, anche così, malato, con l’anima a pezzi, non esiterei, accetterei. Non c’è però modo di tenermi in vita.

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WHOO-HOO! VACANZA, VACANZA…

WHOO-HOO! VACANZA, VACANZA…

WHOO-HOO! VACANZA, VACANZA...

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GUARDAMI, GUARDAMI ANCORA – 1 poesia inedita e altre storie

GUARDAMI, GUARDAMI ANCORA

1 poesia inedita e altre storie

Iannozzi Giuseppe

giglio

GUARDAMI, GUARDAMI ANCORA

(inedita)

Guardami,
guardami ancora
I miei sbagli sono
e sono tanti, tanti;
li puoi vedere,
a uno a uno li puoi contare
guardandomi oggi
negli occhi stanchi,
sporgendoti sul mio ieri,
su quei gigli bianchi
che dai prati strappai
con la stupida arroganza
d’una giovinezza
che è finita, marcita
… da un pezzo oramai

RICORDI?

Ricordi, ricordi com’era la notte,
quando la notte era di buio
e le stelle non si vedevano?
Ricordi, ricordi com’era il giorno,
quando il giorno era di luce
e il diavolo bruciava le colline?
C’era la gloria
che dava da mangiare,
e c’era la cera
che si scioglieva piano,
e i fiumi non avevano inizio né fine

Ricordi, ricordi com’era ridere,
quando le campane si strozzavano
in una risata accompagnata
dalla verginità di mille fanciulle in fiore?
C’èra la morte
che veniva e non faceva male,
e c’era la vita
che risorgeva e taceva,
e ogni cosa, ogni cosa non era mai
quello che l’occhio vedeva

Ricordi, ricordi com’era il suono,
quant’era bella la chitarra di George
che non sapeva smettere di piangere?
Ricordi, ricordi quando t’invitavo
a slegare dal collo degli agnelli
campanelli d’argento e sogni a non finire?
C’eravamo noi,
di altro non avevamo bisogno
C’eravamo noi,
ed eravamo felici e perdenti

Ricordi, o forse no,
così adesso la notte è solo la notte
e il giorno è sempre più avvitato in sé
Ricordi, o forse no,
così adesso piangiamo e piangiamo forte
e lo sappiamo bene il perché:
fingiamo, fingiamo la vita
e non la inventiamo mai,
e non la inventiamo mai

Non era questo che volevamo,
non era questo che volevamo

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HELIOS, IL MONDO CHE CAMBIA

HELIOS, IL MONDO CHE CAMBIA

di Viola Corallo e Iannozzi Giuseppe

Helios

Mi siedo e guardo dalla finestra.
Anche se la nostra terrazza è lussureggiante di fiori e arazzi, siamo sicuramente intrappolati dentro di noi. Già dall’alba la calura si spande sopra il giardino, sbianca i fiori, gli conferisce un colore, per così dire, appassito, e fa presto l’erba a perdere la sua freschezza, quasi volesse diventare paglia. Soltanto una camera, di tanto in tanto, riceve un po’ d’ombra. Helios fa fin troppo bene il suo dovere, porta in alto il suo carro di fuoco e il cielo lo illumina e lo riscalda: forse non vede che l’azzurro è bucato, o forse gliene frega niente, perché siamo stati noi, noi uomini a rovinare tutto con l’inquinamento. Fa il suo lavoro Helios perché così gli è stato comandato da un’autorità che sta più in alto di lui. Da oriente a occidente si muove, spunta delle montagne i ghiacciai, e giorno dopo giorno prosciuga fiumi e torrenti. Si specchia Helios sul mare che subito si scalda ma troppo davvero; e si frangono le onde contro scogli e faraglioni, non è però felice il mare inquinato com’è, e agonizzano le tante creature marine che, forse, noi non vedremo mai. È di un blu sporco il mare, di un blu che non è bello, che non è più quello che un Dio, o chi per esso, pensò all’inizio dei Tempi.

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Favola di due talpe che si vogliono bene

Favola di due talpe che si vogliono bene

Iannozzi Giuseppe

Talpa

a Isabella Difronzo,
per il suo sorriso,
questa favola dolce dolce

Due talpe condividevano da sempre la stessa tana. Di tanto in tanto capitava che, per movimentare la loro monotona vita, bisticciassero.
La talpa femmina amava stuzzicare il suo compagno: “Che cosa stai facendo?”
Strizzando un po’ gli occhi ciechi, aggiustandosi sulla punta del naso gli inutili occhiali da vista, lui le rispondeva: “Sto cercando la Parola Perfetta.”
“E’ una vita che la cerchi, e non l’hai ancora trovata”, lo rimproverava lei.
“Non l’ho ancora trovata, perché tu mi stai sempre addosso.”
Ogni volta che sentiva queste parole, la talpa femmina si indispettiva, metteva su un faccino un po’ triste e un poco arrabbiato, dopodiché menava un veloce scappellotto sulla testa del compagno.
Ogni giorno era così. Le due talpe si volevano un gran bene, ma avevano davvero pochi motivi per distrarsi, così litigavano per gioco, per non darla vinta alla quotidianità che li avrebbe voluti sotterrati in una noia di giorni tutti uguali.
Un giorno però le due talpe litigarono sul serio.
“Tu cerchi sempre la Parola Perfetta e a me dedichi poca o nulla attenzione. Ti par giusto?”
“Tu sei talpa e pure io lo sono, ma non è giusto.”
“E perché non sarebbe giusto?”
“Perché talpa è un nome adatto a una femmina, e io sono un maschio”, si inalberò il compagno della femmina.
“Non è un buon motivo per trascurarmi. Se non hai tempo per me, puoi pure fare le valigie e andartene da questo buco”, gli disse lei a muso duro.
Sentendosi offeso, trattato male, il compagno della femmina, con voce dolente, sol disse: “Non è giusto che mi tratti così.”
“Non è colpa mia se tu non mi vuoi bene.”
“Ti voglio bene”, disse lui con convinzione, anche se già sentiva un dolore mai provato prima scavargli dentro al cuore.
“Lo dici a parole, a parole soltanto, e spendi tutto il tuo tempo dietro alla ricerca della Parola Perfetta”, lo rimproverò lei, pentendosi quasi subito d’esser stata così dura, forse temendo che lui potesse davvero fare le valigie e andarsene.
“Ti voglio bene”, disse di nuovo lui con convinzione, nonostante sentisse fin troppo bene il dolore che, sempre più a fondo, gli scavava nel cuore.
“Anche se volessi crederti, non me lo dimostri mai il bene che dici di volermi.”
“Ti voglio bene”, ripeté lui per la terza volta.
“Non sai dire altro!”, lo attaccò lei.
“Dico quello che sento”, si difese lui, e non aggiunse altro.
“Ti odio!”, gridò la talpa femmina.
Questo non se lo sarebbe mai aspettato dalla sua compagna, no davvero! Il compagno della talpa, suo malgrado, fu costretto a rispondere alla femmina che anche lui la odiava.
Come fossero arrivati a questo punto, le due talpe non lo sapevano. Stavano giocando o stavano facendo sul serio? Non lo sapevano. Si fecero tristi tristi, e non si dissero più una parola fino a sera fatta.

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BUKOWSKI, RACCONTA! a cura (e traduzione) di Giuseppe Iannozzi – Il Foglio letterario

BUKOWSKI, RACCONTA!

a cura (e traduzione) di Giuseppe Iannozzi

Bukowskil, racconta! - a cura (e traduzione) Iannozzi Giuseppe

Bukowskil, racconta! – a cura (e traduzione) Iannozzi Giuseppe

Questo libro racconta

Bukowski, racconta! Nel corso dell’ultimo ventennio su Charles Bukowski si è detto di tutto e di più, con cognizione di causa o no. Intorno alla figura dello scrittore maledetto sono fiorite diverse leggende metropolitane, e va da sé che in molti hanno tentato di imitarlo, senza però riuscirci.
Da quando Fernanda Pivano l’ha fatto conoscere al mondo, l’ascesa di Bukowski è stata inarrestabile; e anche dopo la sua morte, avvenuta a 73 anni, tutti i suoi lavori continuano a essere stampati e ristampati con grande successo. Non serve pubblicità, l’opera di Bukowski vende e basta, anche se molti accademici, ancor oggi, si ostinano a non omaggiarlo.

Il Foglio letterario - di Gordiano LupiIn Bukowski, racconta! sono raccolti alcuni lavori bukowskiani apocrifi, di difficile o impossibile attribuzione: una manciata di poesie e molti racconti, oltre a una intervista inedita allo scrittore.
Il materiale qui presentato, in prima battuta apparve su diversi giornali underground: poesie e racconti recavano una sola iniziale, una B o una C, e in rari casi un nome, Henry. Impossibile dire se siano delle prove di scritture nate dalla mano di Charles Bukowski o se siano invece opera di uno o più ubriaconi che ieri tentarono di imitarlo; fatto sta che, per stile e tematiche trattate, le poesie e i racconti presenti in questo volume sono dannatamente intriganti, pulsanti di un politicamente scorretto, che solo Hank (forse) sapeva maneggiare con impareggiabile classe anarcoide.

Un breve estratto

Int.: Scrivere è anche lavorare.

Buk: Non direi proprio… un paio di bottiglie non bastano se uno vuole scrivere una buona poesia. Il problema è poi solo uno, riuscire a non farselo venire duro, altrimenti tutto va a puttane. Scrivere è un esercizio, un esercizio sessuale… non è detto che quello che scrivi poi sarà letto da qualcuno. Si scrive così come si fa sesso, sul divano di casa, o quasi di nascosto, nella toilette delle signore.

Int.: I suoi libri si vendono?

Buk: Non lo so, non ho mai pensato che scrivere serva a vendere e basta. La gente legge quello che gli piace… penso che la gente mi legge perché parlo di loro e non di cose che non conosco.

Int.: Lei legge?

Buk: Ho letto parecchio, molte cose che ho letto non me le ricordo. Quando una storia ti annoia la rimuovi dalla testa, ecco tutto, niente di più semplice.

[…]

Buk: A volte capita che legga qualcosa e che mi faccia del male. Capita che legga perché non ho sottomano una bottiglia o una donna, ma è come buttar giù del vino cattivo; e dopo, alla fine, non sei né ebbro né altro… hai solo un dolore sordo che ti trapana da tempia a tempia. Ha mai bevuto del vino cattivo? Se sì, allora può capire cosa intendo.

[…]

Int.: Le donne, capisco, il suo chiodo fisso.

Buk: La figa la posso riempire, la politica e Dio no.

www.ilfoglioletterario.it

Iannozzi GiuseppeGiuseppe Iannozzi (detto Beppe), classe 1972, è giornalista, critico letterario, editor e scrittore.
Nel 2012 ha pubblicato Angeli caduti (Cicorivolta Edizioni), nel 2013 L’ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta edizioni) e nel 2014 La cattiva strada (Cicorivolta edizioni). Con il foglio letterario ha pubblicato La lebbra. Nel 2015 ha pubblicato Fiore di passione, una raccolta poetica autoprodotta e disponibile su Lulu.com. Scrive per diverse testate online e la free press.

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LEONARD COHEN

Leonard Cohen

(Montréal, 1934 – Los Angeles, 2016)

Leonard Cohen - digital art by Iannozzi Giuseppe

Leonard Cohen – digital art by Iannozzi Giuseppe

Leonard Cohen

… Maestro, mio Maestro …

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