Sulla poesia di Leonard Cohen

Sulla poesia di Leonard Cohen

Iannozzi Giuseppe

Leonard Cohen

Leonard Cohen

Quando ho incontrato la poesia, le parole e la bellezza sporca sensuale e religiosa di Leonard Cohen, be’, solo allora ho capito di non poter essere un poeta, di non poter reggere il confronto con chi poeta lo è per elezione divina.

Al pari di quasi tutti i grandi, Leonard Cohen non ha subito riscosso successo tra i critici (che sempre lo liquidavano dicendo un bel niente) né tra il pubblico. I suoi dischi non erano buoni per il mercato, le sue poesie ancor meno, per non dire poi dei suoi romanzi. Ci sono voluti anni, duri anni di ostinazione perché il talento di Leonard Cohen venisse finalmente riconosciuto. E oggi, senz’ombra di dubbio, è il più grande Poeta vivente, di questo nostro secolo che ha dimenticato che la bellezza è in e per D-o.

Scrivere e scrivere bene è una disciplina, difficile, che fa sudare sette camicie, che ti strappa l’anima con il forcipe da dentro il petto. Cohen ha estirpato la sua anima, senza perderla, per consegnarcela nelle sue Opere. Vi par forse poco?

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Le letterature arabe – Editrice il Sirente – Salone Internazionale del Libro – Torino (12-16 maggio 2016 stand J158 padiglione 2)

Le letterature arabe – Editrice il Sirente – Salone Internazionale del Libro – Torino (12-16 maggio 2016 stand J158 padiglione 2)

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http://www.sirente.it/

Le letterature arabe – Editrice il Sirente – ospiti al Lingotto. Ahmed Nàgi, Magdy el Shafee, Muhammad Aladdin e fresco di stampa Abbas Khider.

Nell’ambito de Le letterature Arabe ospiti al Lingotto Salone Internazionale del Libro (Torino Lingotto Fiere 12 – 16 Maggio), l’editrice il Sirente (Stand J 158 Padiglione 2) propone  un  fitto calendario di appuntamenti e novità Librarie.

In anteprima nazionale sui banchi de Il Sirente I Miracoli di Abbas Khider “Una moderna fiaba sui rifugiati da una delle voci più promettenti della l e tteratura tedesca contemporanea”. Terzo titolo della collana Altriarabi Migrante, pubblicato con il sostegno della Commissione Europea e Goethe Institut.

Il Programma ufficiale del Salone del Libro conta diversi appuntamenti con gli autori de il Sirente. Venerdì 13 ore 12 Spazio BABEL, Voci arabe: Cairo off Incontro con Muhammad Aladdin, in occasione della pubblicazione di Cani Sciolti. Intervengono all’incontro Laura Cappon (Radio 2) e Lina Atallah (Al-Masry Al-Youm English Edition). Venditori di frattaglie, tassisti, zie che sopportano  nipoti semi-disoccupati, matti di quartiere, danzatrici improvvisate, autisti di microbus: Cairo vista da chi ci vive ogni giorno. Un sorprendente ritratto dell’attuale società egiziana.

A  seguire ore 16,30 Book  Signing con Muhammad  Aladdin presso lo Stand de il Sirente (J     158 Padiglione 2), un incontro per capire chicche e curiosità parlandone con l’autore del libro vis à vis.

Sabato 14 Maggio ore 12,30 Spazio BOOK Crossover – Voci della cultura araba: il fumetto. Incontro con Magdy el Shafee autore di Metro. All’incontro parteciperanno Mouhammad Shennawy, Lucia Sorbera e Azzurra Meringolo. A seguire ore 16,30 Book Signing con Magdy el Shafee presso lo Stand de il Sirente (J 158 Padiglione 2), un incontro per avere un libro con dedica disegnata personalizzata. Magdy el Shafee è considerato l’iniziatore del graphic novel in Egitto e nel mondo arabo.

Sabato 14 ore 21 Spazio BABEL Quaderni dal Carcere un evento dedicato a tutti quegli scrittori  che hanno subito la dittatura, accompagnamento musicale di Oud dal vivo. Reading cap. 6 di Vita: Istruzioni per l’uso di Ahmed Nagi, autore egiziano arrestato lo scorso marzo proprio a causa del capitolo 6 di questo libro e vincitore del premio PEN Barbey Freedom to Write Award . Nel corso del Salone sarà possibile avere presso lo Stand de il Sirente un libello promozionale con l’estratto del libro, che verrà pubblicato il prossimo settembre nel giorno dell’anniversario del compleanno di Ahmed Nagi per ricordare la situazione degli intellettuali in questo paese. Sempre nella serata Quaderni dal Carcere letture da E se fossi morto? Di Muhammad Dibo (Siria).

Le letterature arabe del Sirente ospiti al Lingotto

Le letterature arabe del Sirente ospiti al Lingotto

“I miracoli” di Abbas Khider, in anteprima nazionale al Salone del Libro di Torino dal 12 al 15 maggio.

Una moderna fiaba su rifugiati e immigrazione clandestina da una delle voci più promettenti della scena letteraria tedesca, il Best-seller e pluripremiato Abbas Khider.

I Miracoli un libro di Abbas Khider. Disegnato sulla falsariga dell’esperienza dell’autore in una prigione irachena e come rifugiato in Europa, “I Miracoli” è uno straordinario ponte tra oriente e occidente. Sul treno diretto a Monaco, Rasul Hamid trova un voluminoso manoscritto, leggendolo scopre che vi è narrata la sua storia…Rasul Hamid fuggito dall’Iraq e arrivato con mille peripezie in Germania. Donne attraenti, compagni rifugiati, periodi di lavoro illegale, miracoli e molti -felici- incidenti, condiscono la lettura. Il romanzo tragicomico, a volte perfino burlesco, di Khider è una moderna fiaba sui rifugiati. Sapore orientale e cruda realtà raccontata in modo diretto e senza vittimismi.

Abbas Khider è nato a Bagdad il 3 marzo 1973. Arrestato e detenuto, all’età di diciannove anni, sotto il regime di Saddam Hussein. Nel 1996 è fuggito dall’Iraq e ha vissuto in vari paesi come profugo clandestino. Dal 2000 vive in Germania dove ha studiato letteratura e filosofia. Ha vinto numerosi premi di poesia e letteratura, tra gli altri il premio Adelbert von Chamisso per il giovane auto- re più promettente nel 2010 e i premi Hilde Domin e Nelly Sachs nel 2013.

Lo troverete, fresco di stampa, presso lo stand J158 – il Sirente – Padiglione 2 – Salone del Libro di Torino dal 12 al 15 Maggio.

Il Sirente su Facebook: https://www.facebook.com/altriarabi

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La lebbra – Leggi l’incipit del romanzo – Giuseppe Iannozzi – Il Foglio letterario

La lebbra – Leggi l’incipit del romanzo

Giuseppe Iannozzi – Il Foglio letterario

La lebbra - Giuseppe Iannozzi - Il Foglio letterario

Incipit: “La lebbra” – Giuseppe Iannozzi – Il Foglio letterario

Poche masserizie nella stanza. Una lampadina da quaranta candele pendeva però dal soffitto disegnando sulle pareti di muffa e vernice scrostata chiazze di luce, lasciando nell’ombra larghe porzioni della stanza. Così illuminata non era dissimile da una prigione. In un angolo stava un buco coperto da un paio di assi di legno: era lì che Martino si liberava alla turca. Nell’angolo davanti a sé una piastra per cucinare, due fornelli quasi sempre spenti. Cassette vuote, rovesciate a terra, servivano da sedie e all’occasione anche da tavolo. Un materasso con sopra delle pulciose coperte raccattate dalla Caritas completavano l’arredamento del monolocale.

Un unico libro tenuto insieme da una copertina oramai senza più traccia d’alcun colore. Il sermone. Lui lo chiamava così. Ma era indicato anche nella nota ai lettori che si trattava di un sermone e non di altro. In ogni caso Martino lo teneva a cuore cuore, per quanto gli fosse possibile. Non poche erano difatti le volte che si era venuti alle mani. Certe sere, con i compagni mezzo avvinazzati, se le suonavano di santa ragione. Martino ce l’aveva su, a morte, con i fondamentalisti islamici. Quelli del Partito prima cercavano di fargli cambiare idea con paroloni e ciance ripetute a memoria, imparate da qualche librone dimenticato, poi si finiva in zuffa. Martino sputava sul Corano, su Maometto, sulla Montagna, sugli Imam. I compagni lo legnavano. Neanche loro però sapevano dire perché Martino fosse a sinistra e non a destra. Alle volte il sospetto era che fosse un fasciocomunista. Altre ancora che fosse un fascio bell’e fatto o un anarchico deficiente. In realtà non sapevano bene che dire di questo giovane, eccetto che se la passava davvero male e che con i padroni non legava. Mangiava pane e acqua quand’era fortunato, Barbera in brick da un euro e poco altro. Non chiedeva l’elemosina. Non lavorava. Quando lavorava era per qualche giorno, poi finiva fuori a pedate in culo. Non era un ignorante ma nemmeno un pozzo di scienza. Era uno in mezzo ai tanti in quel diavolo di ghetto di San Salvario dove anche la polizia stringeva le chiappe prima d’entrare.
Martino era venuto su a Torino con meno d’una valigia di cartone. Giù al suo paese si poteva soltanto morire, per regolamenti di conti in pieno giorno. Uscivi di casa e ti affidavi alla fortuna pregando San Gennaro, che puntualmente benediceva camorristi e musulmani. Una volta morti i suoi vecchi, pensò bene di squagliarsela. Era già un uomo di trenta anni, non bello, non brutto, in salute, poteva dunque tentare altrove e levarsi dalla merda se gli riusciva.
Non gli era costato niente levarsi dalle palle. In paese non aveva mai legato con nessuno in particolare. Con le donne men che meno, tutte puttane. Preferiva una sveltina con una professionista fuori dalla città piuttosto che mischiarsi con la sozzeria delle paesane, buone a sparare calunnie da mane a sera, ad andare in chiesa anche più volte al giorno intrattenendosi con il parroco. Ne aveva anche beccate non poche di donnette del suo paese a battere in strada. Gli aveva riso in faccia. Non se le sarebbe fatte manco gratis a quelle. Troppo volgari. Troppo false anche solo per pensare di sbatterglielo dentro.
Non gli era stato difficile raccattare i pochi spiccioli che i suoi vecchi gli avevano lasciato… Si può dire che fatti i conti conveniva telare: debiti. Nient’altro che debiti. Erano stati dei cari genitori, troppo onesti per arricchirsi, avevano raccolto debiti e basta. Si erano spaccati la schiena nei campi fino a morire senza conoscere mai altro che la campagna circostante e il dialetto del paese. Non avevano mai fatto una vacanza, né sapevano scrivere il loro nome; ciò nonostante quando Martino era un bimbetto si erano fatti in quattro per dargli un’istruzione. A diciotto anni si era diplomato. Impossibile pensare di fare anche l’Università. Ma’ e Pa’ si erano dissanguati per mandarlo a scuola e non fargli mancare penne e libri. Il loro amore aveva fatto di lui una persona adulta. Senza un futuro davanti. Colpa del paese, arretrato e chiuso nell’ignoranza e nella superstizione. Martino aveva dunque riposto il diploma in un cassetto e aveva provato ad andare nei campi. Non aveva retto. Non era possibile che facesse la fine dei suoi genitori, gobbi e incartapecoriti, bestie da lavoro per chi gli dava un pezzo di pane.

Aveva mollato e si era arrangiato perlopiù con lavoretti sporchi, che non nuocevano più di tanto alla comunità, solamente a quella più spaccona e benestante. Era un ladruncolo. Aveva imparato per necessità. Con la morte dei genitori però vivere di piccole ruberie non era più possibile. Se non si fosse deciso sarebbe stato sepolto nella stessa terra che gli aveva dato i natali. L’idea di finire morto seppellito, ridotto a una bestia umana sotto padrone, all’età di venti anni gli scatenò il terrore.

La prima volta che era finito al Pronto Soccorso, il medico di turno – che si era fatto attendere, mentre lui credeva di morire in sala d’aspetto dove peraltro non c’era un cane, nemmeno un’infermiera del cazzo – l’aveva rassicurato dicendogli che si era trattato di un DAP. […]

La lebbra – Giuseppe IannozziIl Foglio letterario – ISBN 9788876064548 – Collana narrativa – Pagine 150 – Prezzo: 14,00 Euro

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Lo spirito della parola e del pensiero. Ninni Raimondi recensisce “Fuoco Sacro” di G. Iannozzi

Lo spirito della parola e del pensiero

“Fuoco Sacro” recensito da Ninni Raimondi

Ninni Raimondi – lordninni.wordpress.com

Ninni Raimondi

Ninni Raimondi

Chiunque noi siamo e qualunque cosa possediamo il dolore, ch’è essenza della vita, non si lascia rimuovere.
Così scriveva Schopenhauer e mentre si assiste a un frangimento della propria esistenza, cosa rimane della quotidianità che si rincorre?
Il mio paese sono quattro baracche e un gran fango, ma lo attraversa lo stradone provinciale dove giocavo da bambino. 
(Fin qua Cesare Pavese, che intravvedeva nello stradone, il continuum della vita, vissuta alla propria maniera, e da ognuna vista con dolore e rinunzia verso un mondo legato a un filone. L’unico che la natura offre).

Ma dunque, cosa si cela dietro quello stradone?
Un percorso forse?
Un cammino che ognuno affronta con la propria consapevolezza? Cosa comporta questo cammino lungo la medesima strada?
Un avulso dalla vita che osserva e conserva luci nascoste e visioni di parte. Basta, però, osservare (e soprattutto capire) il fiato, l’ombra oscura che Tu, caro Beppe, nascondi dietro i tuoi dialoghi e nello specifico dietro e dentro Fuoco Sacro per rinascere, capendo.

Fuoco Sacro - by Chatterly

Fuoco Sacro – by Chatterly

La lettura, che corrobora e appaga, inizia con una immagine abbastanza inquietante. Un’immagine da non lasciare scorrere fra le dita: “Ero andato a trovare un vecchio poeta, uno che aveva scritto pestando lettere parole pensieri sulla macchina per scrivere”.

Ecco il grido di dolore che, ultimo, viene lanciato al cielo.
Un grido che si abbatte nelle coscienze dell’umano che, trasposto, diventa divino.
L’uomo, il solitario, lo spirito della parola e del pensiero è solo!
Con sé stesso, con la sua sessualità che è sé stesso, quasi in una continua masturbazione verso quel divino che è dentro, ma che aleggia dappertutto. Nei pensieri, nelle parole e negli atti. Un divino che parla attraverso le sue parole e che lo rifiuta al mondo della verità, isolandolo.
Mai conoscere, mai ascoltare verbo, mai sentire il profumo di un amplesso se non trasposto dietro le immagini di un inganno che, l’essere umano, ignora.

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Bukowski, racconta! – a cura di Giuseppe Iannozzi – in libreria

Bukowski, racconta!

a cura di Giuseppe Iannozzi – in libreria

Bukowski, racconta! - a cura di Giuseppe Iannozzi - Il Foglio letterario

Bukowski, racconta! – a cura di Giuseppe Iannozzi – Il Foglio letterario

Qui la scheda tecnica del libro Bukowski, racconta! (Il Foglio letterario) a cura (e traduzione) di Giuseppe Iannozzi e segnalazione della pagina ufficiale su Facebook.

Disponibili copie autografate e con dedica in numero limitato.

Per ricevere Bukowski, racconta! con firma e/o dedica, contattare il curatore del libro, ovvero il sottoscritto, tramite e-mail giuseppe.iannozzi[at]gmail.com o su Facebook.

Affrettatevi, c’è un numero limitato di copie a disposizione (al prezzo di 10 Euro + spese di spedizione).

Bukowski, racconta!
Curatore: Iannozzi Giuseppe
Editore: Ass. Culturale Il Foglio
Collana Narrativa
Formato: Brossura
Pubblicato: 08/04/2016
Pagine 190
Lingua Italiano
Isbn o codice id 9788876066177
Prezzo: 14 Euro

Bukowski, racconta!

Bukowski, racconta!

Pagina ufficiale del libro su Facebook:

http://www.facebook.com/bukowskiracconta/

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Pensare, pensare, pensare…

Pensare, pensare, pensare…

Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe

Lady Madonna

E pensare, pensare
che eri bambina,
che tra le dune del Sahara
giocavi e ti nascondevi
dall’ombra poi uscendo
libera lasciando di volare
una risata piccina picciò

Pensare, pensare
che il miele colle mani pescavi
nelle quasi deserte oasi
della malattia mia mentale;
tremante mi scoprivi a spiare
dei dervisci la danza immortale,
e felice ridevi, e bene ridevi
mentr’io piangevo sale
per chissà quale
paura o commozione

Pensare, pensare
che di te persi le tracce e le trame;
e ti ritrovo oggi qui,
vindice e bella più che mai
E piano mi racconti d’un altro Egitto,
di come in bellezza hai sconfitto
le icone che non eran sacre

E pensare, pensare
che più non serve pensare
or che di mille anni vecchio io
In silenzio, a mani giunte, sto;
a gambe incrociate,
quasi uguale a un jinn,
davanti a te Madonna resisto,
e per un po’ ancora esisto

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Angela biondo sorriso

ANGELA BIONDO SORRISO

Iannozzi Giuseppe

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Quel giorno avremmo dovuto tappezzare il quartiere, quello popolare arabo. Non c’era scampo. Io avevo la mia zona, Angela la sua. Il lavoro era quello: se volevamo mangiare, dovevamo imbrogliare, o meglio vendere enciclopedie a rate a dei morti di fame peggio di noi.
Angela era la mia compagna di lavoro: bionda e soda, un fisico da angelo, tettine piccole, culetto a cuore, e un sorriso bianchissimo da pubblicità. Suggeriva una dolcezza immensa, ma era in realtà una peperina. Non c’era maschio che non si arrapasse con lei accanto. Era il diavolo e l’acqua santa. Nonostante avessimo concluso poco o niente, quel giorno di lavorare non ne avevamo proprio voglia.
Faceva caldo e a noi stava bene far passare il tempo all’ombra, sotto una palma trapiantata e mezzo morta. Eravamo seduti entrambi sulle nostre natiche e fumavamo sigarette di prima qualità, anche se non avremmo potuto permettercele: piuttosto mangiavamo un panino in meno, ma le cicche dovevano essere o Camel o Davidoff. Quel giorno fumammo le mie: cacciai fuori il pacchetto, Angela ne prese una e io feci altrettanto. Le accesi la sigaretta con il mio Bic, e con la sua accesi la mia: bacio di fuoco, così lo chiamavamo. Presi a cantare, in tono sommesso: “And no one ever told me that love would hurt so much/ Oooh yes it hurts/ And pain is so close to pleasure/ And all I can do is surrender to your love/ Just surrender to your love/ Just one year of love/ Is better than a lifetime alone/ One sentimental moment in your arms/ Is like a shooting star right through my heart.”

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Camicie rosse e nere

Camicie rosse e nere

Iannozzi Giuseppe

Camicie Nere
La sede del Tricolore era stata data alle fiamme durante la notte. I neofascisti stavano di fronte alle macerie fumanti con aria avvilita e rabbiosa.

Giù, in paese, erano tutti quanti rossi o quasi: perlopiù vecchi coriacei, di quelli che guardavano allo stalinismo per farne religione. I pochi giovani non volevano che saperne del comunismo; i più se l’erano squagliata per cercare fortuna in città, e i quattro gatti che erano rimasti avevano preferito mettersi assieme a quelli della Fiamma Tricolore.
Lazzaro imprecava e tirava calci contro i tizzoni fumanti: fu lui a metterlo a nudo, a spogliarlo della cenere. Alfio era lì, ridotto a uno scheletro: ma era Alfio, non c’era alcuna ombra di dubbio, la collana che gli legava il collo era proprio la sua, era il pesante crocefisso che non smetteva mai di baciare. Quando la notizia arrivò alle orecchie della vecchia madre, le prese un colpo. Non morì ma rimase paralizzata, dal lato destro del tutto insensibile.

Erano passati sei mesi e ancora non si erano trovati i colpevoli: i pompieri parlavano di un incidente, la polizia diceva che forse una sigaretta lasciata accesa, non si escludeva però la possibilità di una vendetta politica.
Lazzaro la sapeva la verità: erano stati i vecchi stalinisti ad appiccare il fuoco e a bruciare vivo Alfio: Alfio non aveva mai toccato una sigaretta in vita sua e la piccola sede del partito aveva solo un paio di lampadine, nient’altro. Qualcuno doveva aver sbarrato la porta dall’esterno perché il ragazzo non uscisse. Il fumo doveva averlo soffocato nel giro di poco, poi le fiamme ne avevano consumato il corpo. Non aveva prove, ma Lazzaro lo sapeva che erano stati gli stalinisti.
La madre di Alfio, ridotta oramai a una larva umana, giaceva a letto, più morta che viva, con il pannolone: si pisciava addosso, si cagava addosso, piangeva dall’occhio sinistro, e ripeteva sempre, con un filo di voce che quel figliolo gliel’avevano ammazzato, ammazzato come un agnello… no, peggio.

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