Sono stato uno schiavo

Sono stato uno schiavo

ANTOLOGIA VOL. 217

Iannozzi Giuseppe

Lesbia con il suo passero, olio su tela, Sir Edward John Poynter

MORTALI

nasciamo angeli
soltanto perché
l’età adulta
ci sveli diavoli,
poveri mortali

IN SILENZIO PIANGEVI

E’ stato tanto tempo fa
L’amore ci accompagnò,
mano nella mano, fra ulivi e croci
Ricordo che in silenzio piangevi
Nessuno di noi due però fiatò,
non una parola per salvarci,
solo il pianto sul fuoco all’orizzonte

A teatro i primi posti non erano per noi
Sedevamo in fondo, come due ombre
cadute sulla Terra, per caso
A volte scherzavamo con il fuoco,
altre ancora ci gelavano
le altrui parole, a sipario già chiuso,
tra gli ultimi applausi della gente

Non un parola per salvarci
Solo una colomba sul tramonto
e la Città Santa, terribile, ignota

ANGELI IN CALZE DI SETA NERA

Ci sono certi angeli di jazz
che li si sente solo a tarda notte
quando si denuda l’anima
e lascia dagli occhi piovere
le lacrime durante il dì taciute

Volano angeli femmina
– a ritmo di sporche dita
sulla tastiera,
fra i bianchi e i neri –
che con piani lamenti
dalle gambe si sfilano
lunghe calze di seta nera

Ci sono certi angeli di jazz
che ci vanno giù duro,
e che non diresti mai
che ce l’hanno un cazzo di cuore
Ci sono angeli un po’ così e così,
per niente perfetti, per niente belli

Ci sono angeli per cui vale sempre
la pena di sfilarsi le calze di seta
Ci sono angeli indemoniati e tristi
che sulla pelle di chi vive graffiano versi
per ricordarti che ancora sei in piedi

Ci sono certi angeli di jazz
che li si sente solo a tarda notte
quando legati con la seta alla testiera
del letto fra un gemito e un tremito
con l’anima scivolano sulla tastiera
del piano e per te suonano…
suonano una poesia

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Dio non lo raccolse a sé. Il primo capitolo del mio nuovo romanzo in fase di ultimazione

DIO NON LO RACCOLSE A SÉ

Dal mio nuovo romanzo in fase di ultimazione

Iannozzi Giuseppe

Carl Heinrich_Bloch - in una osteria romana

Fernando mirava la lingerie di Veronica con occhi gravidi di piacere; e che gliene importava se mutandine e calze eran cosette di mercato, se profumavano più di povertà che non di borotalco! Di donne ne aveva avute non una o due, ma ogni volta si sorprendeva della bellezza, o meglio, della nudità femminile: una volta svestita la donna gli faceva sangue, la vista gli si obnubilava e non badava più a certe imperfezioni che però c’erano, talvolta evidenti e non poco.
Fernando, venuto su da una famiglia di contadini a forza di botte e scudisciate, a vent’anni già mostrava una calvizie che presto si sarebbe risolta in una quasi totale assenza di capelli; non era bello, né sapeva parlare in maniera conveniente, alle donne però piaceva, piaceva perché in lui tutto faceva pensare a una scimmia fuorché a un uomo bell’e fatto; e Fernando, sgraziato nei modi e nel favellare, aveva trovato nella disgraziata sua condizione un punto di forza, che se non inteneriva le femmine perlomeno le incuriosiva quel tanto perché alla fine quelle ci stessero. Non si rendeva conto che lo giocavano, che se lo nascondevano fra le gambe per non guardarlo dritto negli occhi; e lui che, in fondo in fondo, era un debole, s’illudeva d’esser dalle donne amato. Se solo avesse avuto un grano di sale in zucca, lo avrebbe capito da sé che il gentil sesso si burlava di lui; quando poi, giù in paese, si vantava d’esser stato con quella e pure con quell’altra, gli amici gli ridevano addosso, lui però non se ne accorgeva e alle loro risate univa la sua passandosi una mano fra i capelli, ogni giorno più radi e sottili.

Non soffriva Fernando d’aver avuto una infanzia di botte e poco altro; in cuor suo non era mai maturata l’idea che la felicità potesse essere qualcosa di diverso dal prenderle forte sul sedere o altrove per un nonnulla, per una birichinata, o perché quel giorno la madre s’era alzata col piede sinistro. Donna Diavola, come tutti la chiamavano, aveva messo al mondo sette figli, di cui sei di sesso femminile.

Era nato di sette mesi Fernando e poco ci mancò che Dio lo raccolse tosto a sé. In cuor suo Donna Diavola pregò perché accadesse; si sarebbe fatta una bara bianca, piccola però, e lei avrebbe anche pianto per far piacere ai vicini di casa e al marito. Non era però accaduto e quando Fernando superò di buon grado la fase critica, che l’aveva visto diventare più viola d’una melanzana, Donna Diavola dovette accettare l’idea di sfamare quella bocca. Maledetto il giorno che aveva pregato il Signore! Che pentimento, che pentimento covava adesso in petto. E più cresceva e più l’odio della donna nei confronti del bambino si faceva forte: perché mai non era morto quando ne aveva avuto l’occasione? Per colpa di Fernando, lei, la Diavola, era diventata lo scherno di una bella fetta della Ciociaria; per questo non avrebbe mai perdonato a Fernando d’aver dato il primo vagito, d’aver finto di soffocare per poi riprendersi e in salute per giunta. Maledetto quel giorno che aveva pregato perché Dio le desse un figlio maschio. Che le era mai passato per la testa? Non lo sapeva bene neanche lei, certo che no. O forse sì, lo sapeva, s’era lasciata trascinare da un istinto animale; ma non lo avrebbe mai ammesso, men che meno a sé stessa.
Fosse stato almeno un figlio normale, e invece no, era nato di sette mesi il disgraziato. Le ciociare se la ridevano sotto i baffi quando la vedevano attraversare le strade per andare all’orto; che poteva mai fare? Stringere i denti e bestemmiare, ma non a voce alta. In paese erano tutti cattolici e fascisti convinti, guai dunque a farsi sentire d’accusar Dio o Cristo per una disgrazia o gioia che fosse; Donna Diavola scivolava dunque accanto alle compaesane facendo finta di niente, ma di dentro si sentiva morire, e di più ancora quando la fermavano per scambiare due chiacchiere: “Tutto bene, allora? Oh, che annata, mica buona per le olive e pure l’uva non ci verrà su buona; ma che importa, l’importante è la famiglia, che tutti stiano bene in salute, non è forse così Donna?” Lei accennava un sì con il capo e subito cambiava discorso, quelle così si prendevano la soddisfazione d’averla stuzzicata, le si leggeva infatti la stizza in viso che le si faceva rubizzo mentre gli occhi pareva volessero schizzargli fuori dalle orbite. Maledetto quel giorno che s’era portata in chiesa, maledetto per sempre: non avrebbe mai dovuto pensare, neanche lontanamente, che la famiglia avesse bisogno d’un altro uomo oltre a quel cretino di suo marito.

giovani ciociari - Filippo Indoni

La madre lo caricava di botte, il più delle volte senza una ragione; il bambino si limitava a piangere, convinto che la punizione, in un modo o nell’altro, se l’era andata cercando e giacché veniva punito s’illudeva che fosse per il suo bene, perché la madre lo amava. Seppur in salute, almeno così pareva per il momento, robusto come tutti i ragazzini cresciuti in strada e allattati più dalle fontanelle che non dai seni materni, Fernando non era una cima e non era nemmeno furbo; non che fosse proprio stupido o deficiente, era un ingenuo troppo ingenuo forse, e, come tutti gli sfortunati che soffrono d’ingenuità, certe cose non le capiva né gli passavano per l’anticamera del cervello, per cui mai un sospetto che la madre non lo amasse.

Giacomo, il padre di Fernando – o perlomeno quell’uomo che si suppone fosse il genitore –, badava poco o nulla ai figli; contadino per vocazione, mani callose e un cervello ridotto al minimo, seppur buono d’animo, era distratto, troppo per prendersi cura dei figli; rincasava sempre tardi dopo aver passato l’intera giornata nei campi, e unica sua soddisfazione era la cena. Non era tipo d’informarsi dei bisticci in famiglia e men che meno ci teneva ad affrontare la moglie; anche a letto era lei a prendere il sopravvento, lui subiva passivamente, cercava di pensare ad altro mentre lei lo schiacciava sotto la sua mole di ciociara bene in carne.

Iannozzi Giuseppe: (Torino, 1972) è scrittore, giornalista, critico letterario e blogger.

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Quando per me ti spogli

Quando per me ti spogli

ANTOLOGIA VOL. 216

Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe

QUESTA FACCIA BUFFA

Sarebbe bastata in dono una rosa
ed invece ecco questa faccia buffa
che vedi e che ti fa l’occhiolino
Fra i grassi covoni di fieno maturo
l’estate ha già sparso e perso
semi e sorrisi, risate di ragazze
e ganzi; a occidente la mugnaia
aspetta che il dì si tinga di tramonto,
poi le campane batteranno l’ora
e ognuno farà ritorno alla casa
per stringersi intorno al desco
a mani giunte prima della cena;
e anche il padre
– che ha su il color del diaspro –
abbasserà lo sguardo vergognoso
sul pane spezzato,
fra le briciole della sera

QUANDO PER ME TI SPOGLI

Quando per me ti spogli
e dalla scrivania fai volar via
tutti i miei inutili fogli
Quando allunghi le gambe
e m’inviti a non perder tempo,
sbattendomi in piena faccia
che sono il tuo burattino
Quando mi leghi alla sedia
con le calze a rete nere
e in bocca mi spezzi il respiro
col sapore del tuo erotico lavoro
Quando mi spari la lingua dentro
e come serpente cerchi la mia
Quando chiudi gli occhi
perché di me ti puoi fidare,
ma tieni le unghie sulla mia gola
Quando mi strappi la cravatta
per scivolare giù in fondo
dalle parti di Priapo
Quando senti l’ansimo farmi male
tu non ti fermi,
fino alla fine vai tu avanti
perché non sai tradire tua natura
di Dark Lady

In the End,
vedo sol più il tacco dodici
che t’ha portata a me, Regina;
mi dispongo allora per l’ultimo anelito
sulle tracce d’una goccia di Chanel n.5

MAI PERDERAI LA TENEREZZA

In ogni vita
una piccola luce
Sì splendente, io spero
non perderai mai la tenerezza
che t’ha fatta fiorir donna,
forte più di quanto
oggi tu abbia coraggio
d’ammettere sorpresa…
fra gl’ingorghi della città

Ogni cosa muore,
non la Femminilità
che l’alma coltiva
di nascosto da quei dubbi
che t’invitano
a negarle l’Eternità

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Amos Oz – La vita fa rima con la morte

LA VITA FA RIMA CON LA MORTE

AMOS OZ

Feltrinelli

Amos Oz - La vita fa rima con la morte - Feltrinelli

È una calda sera d’estate a Tel Aviv. Seduto al tavolo degli oratori in veste d’ospite d’onore a un incontro letterario, lo scrittore ascolta e non ascolta i lunghi convenevoli, la barocca presentazione del critico di turno, la voce incerta della lettrice. Osserva il pubblico in sala e torna con la mente alle persone che ha visto poco prima in un bar – una cameriera dimessa ma con una provocante trasparenza di biancheria intima, due tizi dall’aria losca, una vecchia signora dalle gambe gonfie, un tipo malmostoso che non sembra affatto d’accordo con quel che sta dicendo l’oratore, un timido e occhialuto adolescente. Queste immagini captate, anzi rubate alla realtà diventano quasi simultaneamente delle storie. Finita la serata letteraria, lo scrittore prende a vagare per le strade quasi deserte della città e in questa specie di solitudine dà vita ai suoi nuovi personaggi. Anzi, entra nelle loro vite, le invade e le trasforma. Accompagnato dai versi di un poeta ch’egli immagina al suo fianco, lo scrittore costruisce un affresco di vita e di morte pieno di sorprese.

Amos OzAmos Oz (pseudonimo di Amos Klausner) è stato uno scrittore e saggista israeliano. Ha studiato all’università ebraica di Gerusalemme e a Oxford. Partecipa attivamente al dibattito politico per una risoluzione del conflitto israeliano-palestinese, cui ha dedicato i saggi In terra di Israele (1983) e Contro il fanatismo (2004), oltre che numerosi interventi sulla stampa internazionale. Nei suoi numerosi romanzi – il cui punto di vista privilegiato è quello delle relazioni di coppia o generazionali – riflette i conflitti aperti nella società israeliana e la difficile convivenza delle due culture, europea e araba, in una visione ironica, priva di ottimismo: Michael mio (1968), Un giusto riposo (1982), La scatola nera (1987), Conoscere una donna (1989), Lo stesso mare (1999), Vita e morte in rima (2007).
Nel 2002 ha pubblicato l’autobiografia Una storia d’amore e di tenebra. È anche autore di libri per ragazzi (Soumchi, 1978; Una pantera in cantina, 1995) e della favola D’un tratto nel folto del bosco (2005). Pacifista militante, nel 1992 lo scrittore israeliano è stato insignito del prestigioso premio per la Pace dell’Associazione dei librai tedeschi. Nel 2007 ha ottenuto il premio Principe de Asturias per la Letteratura.
Del 2007 Non dire notte (Feltrinelli), del 2008 La vita fa rima con la morte (Feltrinelli), poi Una pace perfetta (2009 Feltrinelli), Scene dalla vita di un villaggio (2010 Feltrinelli), Il monte del Cattivo Consiglio (2011 Feltrinelli), la raccolta di racconti Tra amici (Feltrinelli 2012). Del 2013 Gli ebrei e le parole. Alle radici dell’identità ebraica scritto con la storica Fania Oz-Salzberger (Feltrinelli): si avventurano lungo le varie epoche della storia ebraica per spiegare la fondamentale relazione che esiste tra gli ebrei e le parole.
Nel 2018 per i tipi Feltrinelli è uscito Finché morte non sopraggiunga.
La sua morte è purtroppo sopraggiunta il 28 dicembre dello stesso anno.
Postumo in Italia nel 2019 è uscito, sempre per Feltrinelli: Sulla scrittura, sull’amore, sulla colpa e altri piaceri.
Di lui ha detto lo scrittore Eshkol Nevo: «Il più grande degli scrittori in lingua ebraica, un oratore che scolpiva le fiamme.»
E, ancora, Assaf Gavron: «Amos Oz lascia un’eredità letteraria, politica e personale, e quel che unifica questi tre elementi è la sua voce chiara e penetrante.»
«L’inclinazione a collocare gli eventi privati nella grande Storia può trasformarsi in frustrazione, per molti scrittori. Per Oz, è il colpo di genio.» The New YorkerL

La vita fa rima con la morteAmos Oz – Traduttore: Elena Loewenthal – Feltrinelli – Collana: Universale economica – Pagine: 106 – ISBN: 9788807721533 – € 6,50

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Gaetano Capuano. Intervista al Poeta di Agira che nelle sue poesie incide la vita

Gaetano Capuano. Intervista al Poeta di Agira che nelle sue poesie incide la vita: «Per me scrivere significa confessarsi e pregare nel contempo»

Iannozzi Giuseppe di Iannozzi Giuseppe


Gaetano Capuano

Gaetano Capuano, difficile dire se le tue poesie sono più belle in dialetto siciliano o in italiano.
Poeta sei. Ah, lo so, storcerai un poco il naso: oggi dire a qualcuno che è un Poeta può suonare come un sorta di insulto, e tu lo sai bene. Io non ti insulto, non ti derido, ti chiamo Poeta perché lo sei; perché vivi la poesia e vai avanti per Lei (che è tua fedele amante); perché non sei davvero capace di abortire quel che hai dentro all’anima. Poeta lo sei perché non ti dai arie: con sincera umiltà, quando ci sono accetti le lodi, poi stringendo i denti, con la schiena che un po’ di scherzi te li fa, barba e capelli a quanti ne hanno bisogno e nella tua bottega entrano.
Gaetano, sei tu un gran fustigatore, sempre contro le ingiustizie e mai con l’orecchio teso a raccogliere i gossip… Alle chiacchiere piene di stupidità che feriscono e umiliano la dignità dell’uomo, preferisci di gran lunga il semplice e divino canto dei pettirossi. Non è forse così, caro amico mastro Tano? Non è forse così, caro Poeta?

Giuseppe Iannozzi

1. Gaetano Capuano, quale profonda esigenza ti spinge a poetare, a scrivere poesie in dialetto siciliano, quello di Agira (Enna)? Sino a oggi hai pubblicato sei sillogi e non pochi personaggi di spicco hanno parlato di te.

Il motivo trainante è quello di esternare davanti a un immacolato foglio bianco ciò che altrimenti la gente non vuole, o meglio, non ha tempo di ascoltare. Ovviamente, c’è anche il mio sentire più recondito, un momento di illuminazione e di creazione che mi fa calare in una catalessi sublimale. Mi sono cimentato con tutti i dialetti romanzi della lingua minoritaria siciliana. Con il primo libro Rispicchiannu Ricurdanzi (1996, Rispecchiando Ricordanze), ho anche aderito a una sperimentazione linguistica a favore di una sorte di Koinè, poiché quando leggevo i vari autori dialettali dell’isola, raramente trovavo una coerenza linguistica grammaticale; e per un autodidatta fuori dall’isola era già assai difficile scrivere poesia e per giunta in maniera linguisticamente corretta. Non ho mai avuto nessuna preclusione per gli idiomi delle altre aree linguistiche dell’isola e tantomeno per quelle “isole” nell’isola dove si parla il gallo italico. Insomma, qualche volta mi confrontavo con altri autori e sempre ci si chiedeva quale fosse l’idioma più conveniente o giusto. Ho avuto tante disquisizioni con poeti e fini letterati del panorama dialettale siciliano: cercavo una risposta che potesse porre fine alle mie ricerche linguistiche.
Appreso dell’esito positivo di un premio letterario in terra salentina, pubblicano il mio secondo libro Vientu d’Autunnu (1999. Vento d’Autunno), dove adotto un linguaggio di alta dignità letteraria, lo stesso che fu di autori quali Giovanni Meli, Alessio Di Giovanni, Emilio Morina, ecc. Tuttavia, nel corso della correzione della prima bozza ho rivisto tutto, perché non mi riconoscevo in quel linguaggio: decisi di adottare il dialetto vernacolare di Agira, madre inconfutabile del mio parlato sin da bambino e più confacente alla mia identità culturale. Infatti, nel frontespizio delle pubblicazioni ho sempre scritto “Poesie siciliane nel dialetto di Agira”.
Ho partecipato a svariati concorsi poetici, quasi per avere conferma del valore del mio operato. In quelle occasioni che salivo sul carro dei vincitori, ho avuto la fortuna di conoscere personaggi noti e non in tutta Italia. In seguito, con dedizione e gratitudine ho instaurato diversi rapporti epistolari, che mi hanno arricchito sul piano umano e culturale.

Gaetano Capuano - A putìa, Milanisarî,, 'Ncàlia ncàlia

2. Come ti sei avvicinato alla poesia? Quali sono stati i poeti che ti hanno maggiormente ispirato nel corso degli anni e dai quali hai forse imparato qualcosa?

Mio zio, poeta dialettale anch’esso, già segretario del sodalizio catanese Arte e Folklore di Sicilia, mi ha regalato un’antologia degli anni ottanta. Premetto che ancora non scrivevo e che non mi piaceva la poesia, forse perché gli insegnanti non sono quasi mai in grado di far comprendere il reale valore della cultura. Quando ci regalano un libro, di solito lo riponiamo in libreria e non ci pensiamo più. Solo dopo un lasso di tempo, rimettendo ordine tra i libri, presi quella antologia e mi misi a leggere: ritrovai tanti dettati di vissuti esistenziali e mi innamorai della poesia in dialetto, perché la trovavo molto confacente al mio modo di essere. Oggi,quando voglio conoscere un autore, compro i loro libri. Ho letto i classici siciliani e non, poi la curiosità mi ha spinto a conoscere poeti classici come Charles Baudelaire, Paul Verlaine, Evgenij A. Evtušenko, William Blake, Federico García Lorca, Fernando Pessoa, Pablo Neruda, Rafael Alberti, Giuseppe G. Belli, Carlo Porta, Franco Loi. Ho anche letto la Divina commedia del vate Dante Alighieri, mentre i classici antichi latini e greci li ho studiati pochissimo. Quelli che mi hanno particolarmente colpito sono stati i poeti ermetici, forse perché in questi autori ho assimilato quell’ermetismo di cui sentivo l’esigenza per non dire troppo di me in maniera esplicita. Ricordo ancora come fosse oggi, dopo la pubblicazione di Rispicchiannu Ricurdanzi, sono rimasto per tre mesi quasi in uno stato non felice e di disagio dovuto al fatto di mettere in luce i miei sentimenti puri. Ho pubblicato anche un libro di poesie postume del mio amico Alberto Sardo, nel 2010, insieme a due amici per ricordare questo amico affetto da sclerosi multipla a placche. Lo abbiamo fatto gratuitamente per fare conoscere il disagio che affrontano i parenti nell’accudirli. Il libro si titola Sorridere. Sorridere è uscito con una prima tiratura di cento copie nel 2010, ma nello stesso anno uno sponsor ha patrocinato una tiratura di mille copie. L’intero introito è andato in Africa dove c’è una scuola ed una sala titolata ad Alberto.

3. Nelle tue poesie incidi la tua vita, non temendo di essere giudicato per i tarli che ti passano per la testa. Leggere un tuo libro significa scoprirti e amarti per come sei. Attraverso i tuoi versi scopriamo anche le tue radici, mai rinnegate e sempre amate. In “’Ncàlia ncàlia” c’è una gran bella nota di Pietrangelo Buttafuoco: “Tutto in ‘Ncàlia ncàlia si fa chiave con la quale aprire porte compresse dei suoi compressi testi dialettali e forse non per molto ancora silenti.” Ecco alcuni tuoi versi da “’Ncàlia ncàlia”: “La mia maschera/ fa eclissare chi è accanto/ per questo scontenta tutti.” Gaetano Gapuano, potresti approfondire, spiegare?

'Ncàlia ncàlia - Gaetano CapuanoPer me scrivere significa confessarsi e pregare nel contempo, ovviamente questo comporta mettersi a nudo. Con il tempo, affinando il dettato ho cercato di impormi, di restare e vestire i miei scritti con un protagonismo neutro. Tuttavia questo è avvenuto con il tempo: esercizi di correzione, limature, cancellature. Non sono state poche le volte che ho cestinato il mio lavoro, perché non mi sono mai innamorato dei versi. Quando rileggo certi scritti del passato, non nascondo che mi emoziono e penso: “Ma li ho scritti io?” Accade soprattutto quando scopro (riscopro) dei versi dove osai mettermi troppo a nudo. Citando Pietrangelo Buttafuoco, lui è stato capace di leggere il sottostrato dei miei scritti.
Non ho mai rinnegato le mie radici, anzi ho sempre perorato gli usi e costumi del popolo siciliano, sia nella bellezza, sia nelle contraddizioni.
La maschera? In questi tre versi c’è un mondo e una umanità dentro. La maschera è una copertura che, nel bene e nel male, tutti gli uomini portano. Mi spiego meglio. Sono dovuto crescere in fretta: all’età di sei anni sono stato parcheggiato dai nonni paterni e sono rimasto con loro per cinque anni; ieri si usava così e anche oggi, ma un bambino non sta bene senza i genitori, i fratelli, anche se ci si adopera per dargli tutto l’amore possibile. Poi, a sedici anni sono arrivato a Milano. Ero un “senza famiglia”, un po’ come tanti miei coetanei che hanno lasciato la Sicilia, sicuri che lì non avrebbero avuto un futuro dignitoso. Ho vissuto la seconda parte degli anni settanta milanesi. La politica mi ha permesso di far la conoscenza di tante e tante persone: ho aderito ad Avanguardia Operaia, ho letto il Capitale di Marx, e non ho mancato di pormi tante e tante domande, perché solo così si può essere onesti con se stessi e con il prossimo. Ci sono maschere e maschere. Vedo di spiegarmi meglio: la mia è una di verità che uso per scrivere libri; quando scrivo, in pratica è come se mi confessassi e non riesco a essere ipocrita, un fariseo. Quando mi appresto a dire una verità, succede che in tanti storcono il naso e qualcuno mi allontana. Il fatto è che la mia verità scontenta un po’ tutti. A ogni modo, dietro questi versi ci sono altri significati che non voglio dire.

4. Sempre da “’Ncàlia ncàlia”: “Comprendo ciò che è la depressione/ perché l’ho avuta anch’io./ Comprendo ciò che è la solitudine/ perché anche io ora sono solo./ Comprendo ciò che è la confusione/ perché anche io ce l’ho in testa. […]” Gaetano, fuor di dubbio sei un poeta tormentato, al pari di tutti i grandi. E’ più crudele vivere in e la solitudine o morire ogni giorno accanto a qualcuno che non ti apprezza?

Secondo me è più crudele morire vivendo accanto a qualcuno che non ti apprezza. La solitudine è oggettiva e soggettiva, positiva o negativa. Dipende. Io, ad esempio pur essendo una persona brillante quando mi trovo in compagnia, ci sono volte che agogno starmene un po’ con me. Tutti siamo d’accordo che l’essere umano deve poter aver relazioni con i propri simili. L’uomo non può accettare una condizione che limiti la sua libertà, una condizione quasi dittatoriale come quella degli ultimi mesi che ci è stata imposta per via del Covid19.

5. “La poesia è piacevole d’assaporare/ ma quando un poeta racconta alla gente/ ciò che prova e sente dentro/ la malia delle metafore/ eccetera eccetera/ tranne qualcuno/ tutti fuggono con le ali alle gambe.” (da “Milanisarî”) Oggi i poeti vengono guardati con sospetto, in alcuni casi con odio; ieri, nei secoli passati, i poeti erano invece portati in palmo di mano. Come te lo spieghi?

Milanisarî - Gaetano CapuanoNei tempi passati i poeti erano una sorta di oracoli viventi. Anche oggi, per alcun versi sono considerati degli apostoli che seguono una dottrina unitaria, e aggiungo ed oserei dire elitaria. La differenza tra questi e altri poeti che io definisco profeti è che quest’ultimi possiedono un’aurea che li fa divenire lungimiranti. Ci sono ottimi poeti che rimangono tali per sempre, e ci sono poeti che pur essendo considerati dalla critica mediocri, possiedono il dono di andare oltre, quell’oltre che non è di tutti, perché non hanno intrapreso un percorso spirituale e si sono tenuti lontani dalla religione, dalla natura e da un po’ tutto ciò che ci circonda. Questo atteggiamento potrebbe sembrare paradossale e in una certa misura forse lo è, ma sono convinto che a questo mondo ogni poeta segue la sua propria strada, e io ho scelto la mia.

6. “Il cranio rimbomba/ bolle e come ago/ trivella camole/ trasformate da miele a fiele.// Lascia e prende. / Prende e lascia.// […]” (da “Milanisarî”) Questi tuoi versi ci spingono a riflettere sulla confusione, in particolare su quella sperimentata dall’artista. E’ essa un male di cui vorresti liberarti?

Non è un male avere dei dubbi. C’è chi non ne ha e chi non si interroga… beati loro! Io, ad esempio, sono ancora in una fase di ricerca spirituale. E’ vero che le avversità mettono a dura prova la quotidianità, allora uno cerca di affrontarle come meglio può, ma fanno presto i dubbi ad affacciarsi alla mia mente, ed è così che vado incontro a uno stato mentale di confusione, ma resto sempre attento ai disagi personali e a quelli dell’umanità. La liberazione da questo male può avvenire semplicemente vivendo. C’è la concreta possibilità che la confusione sia una componente del mio carattere, per cui la bisogna è che impari a comprenderla un po’ alla volta, giorno dopo giorno. Imparando a conoscermi meglio, riuscirò a capire i miei simili e quindi a esser maggiormente sereno.

7. In “A putìa” ripercorri le tappe principali della tua vita, ed è così che scopriamo Agira, tuo paese natale, e Varese dove oggi risiedi. E’ questa una raccolta poetica molto personale, forse più delle altre da te pubblicate.

Stavo lavorando a un libro che doveva essere diviso in quattro sezioni, tra cui ‘A Putìa e le tre rimanenti che poi sono approdate in Milanisarȋ. Non avevo mai scritto un libro monotematico, e oserei dire, per il corpo contenente, quasi un vissuto ridanciano. Decisi di estrapolare questa sezione in cui narravo del mio lavoro quotidiano, quello che mi dà da mangiare. Un lavoro che io amo quanto la poesia, la quale però non mi riempie di certo la pancia. E mentre lavoravo, quasi tutti i giorni, i miei clienti mi offrivano degli spunti per fermare gli accadimenti meritevoli di essere raccontati. Ovviamente, era il mio campo dove attingere. Oggi, avrei potuto fare un secondo, un terzo e un quarto libro sulla bottega. Non amo ripetermi, Non amo ripetermi, sono molto peculiare e sono pronto a scommettere che il lettore non riuscirà a trovare versi uguali o ripetuti nel mio corpus poetico.

8. Nei tuoi libri di poesia hai dedicato diverse liriche a personaggi famosi e non, che sono passati a miglior vita. Per molti filosofi e letterati la morte non è da temere ma da desiderare. Qual è la tua opinione in merito?

A putìa - Gaetano CapuanoHo conosciuto diversi poeti, letterati e critici di indubbia fama: Tonino Guerra, Luciano Erba, Milo De Angelis, Corrado Calabrò, Tiziano Rossi, Giovanni Tesio, Franco Loi, Nicola Gardini, Guido Oldani, Renato Pennisi. E ho avuto il piacere di fare la conoscenza di autori più strettamente legati al panorama letterario siciliano: Salvatore Di Marco, Giuseppe Cavarra, Lina Riccobene, Pietrangelo Buttafuoco, eccetera.
La morte? Il mio pensiero è rivolto alla sezione Spinapulici (pungitopo, la contrada che dona titolo al Camposanto di Agira). Nel corso della presentazione di Milanisarȋ mi è stata chiesto cosa ne pensassi della morte. Insomma, pur nella sua drammaticità dolorosa è un evento naturale, per cui mi sono fatto persino il mio epitaffio. Scrivere di chi non è più su questa terra mi tiene vigile e mi spinge a dire che è una cosa che riguarda tutti. La morte riguarda tutti ed è ovvio che quando sarà il mio momento l’accetterò. E’ molto più difficile accettare  la morte quando questa coglie i giovani. Mi spiego: non è normale che i genitori debbano tumulare i propri figli, e trovo che non sia corretto l’accanimento terapeutico nei confronti, ad esempio, di un malato terminale.
Ho paura di morire, ma sono consapevole che prima o poi andrò anch’io incontro al trapasso. Meglio dopo.

9. Oggi come oggi, di sola poesia non si vive, poco ma sicuro: quali altri interessi nutri, “mastro Tanu”?

Faccio il segretario di una associazione denominata “Famiglia agirina di Milano”, e sono uno dei fondatori di un concorso letterario da ventisette anni, il quale fa capo alla medesima associazione. Inoltre ho curato sul periodico informativo culturale Il Castello, sempre della stessa associazione, una rubrica di Poesia dialettale e poeti contemporanei. Mi piace rimarcare “poeti contemporanei”, poiché ritengo sia troppo facile parlare di autori dove si è già detto tutto. E mi piace disegnare, suonare la chitarra, occuparmi di modellistica, curare il mio orto; e mi piacciono i fiori, le piante e soprattutto mi piace discutere di poesia con i giovani, quando loro sentono l’esigenza di discuterne con me.

10. Gaetano Capuano, sospetto tu sia ancora in cerca del tuo centro di gravità permanente. Progetti per il futuro?

Per certi versi sono nel centro di gravità permanente, per altri invece sono ancora alla ricerca di qualcosa di ideale. A dirla tutta, penso non esista, perché l’uomo, anzi la natura dell’uomo è contraddittoria.
I progetti futuri da realizzare sono altre tre sillogi a cui sto lavorando, ma non ho fretta e poi non voglio inflazionarmi.

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Intervista condotta facendo riferimento ai seguenti libri:

“A putìa” (“La bottega” – Rosaliaeditions, 2010 – Prefazione di Giuseppe Cavarra)
“Milanisarî” (“Milaneserie” – Rosaliaeditions, 2016  – Prefazione di Nicola Gardini, Nota di Erika Reginato )
“’Ncàlia ncàlia” (Dormiveglia  – Associazione Famiglia Agirina, 2017 – Prefazione di Lina Riccobene, Nota di Pietrangelo Buttafuoco)
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21 Lezioni per il XXI secolo – Yuval Noah Harari

21 Lezioni per il XXI secolo – Yuval Noah Harari

21 Lezioni per il XXI secolo - Yuval Noah Harari

In un mondo alluvionato da informazioni irrilevanti, la lucidità è potere. La censura non opera bloccando il flusso di informazioni, ma inondando le persone di disinformazione e distrazioni. 21 lezioni per il XXI secolo si fa largo in queste acque torbide e affronta alcune delle questioni più urgenti dell’agenda globale contemporanea. Perché la democrazia liberale è in crisi? Dio è tornato? Sta per scoppiare una nuova guerra mondiale? Che cosa significa l’ascesa di Donald Trump? Che cosa si può fare per contrastare l’epidemia di notizie false? Quali civiltà domineranno il pianeta: l’Occidente, la Cina, l’islam?

L’Europa deve tenere le porte aperte ai migranti? Il nazionalismo può risolvere i problemi causati dalla disuguaglianza e dai cambiamenti climatici? In che modo potremo difenderci dal terrorismo? Che cosa dobbiamo insegnare ai nostri figli? Miliardi di noi possono a stento permettersi il lusso di approfondire queste domande, perché siamo pressati da ben altre urgenze: lavorare, prenderci cura dei figli o dare assistenza ai genitori anziani. Purtroppo la storia non fa sconti. Se il futuro dell’umanità viene deciso in vostra assenza, poiché siete troppo occupati a dar da mangiare e a vestire i vostri figli, voi e loro ne subirete comunque le conseguenze. Certo è parecchio ingiusto; ma chi ha mai detto che la storia è giusta?

Un libro non può dare alla gente né cibo né vestiti, ma può fare e offrire un po’ di chiarezza, contribuendo ad appianare le differenze nel gioco globale. Se questo libro servirà ad aggiungere al dibattito sul futuro della nostra specie anche solo un ristretto gruppo di persone, allora avrà raggiunto il suo scopo.

Yuval Noah Harari ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia all’Università di Oxford e insegna presso il Dipartimento di Storia della Hebrew University di Gerusalemme. Nel 2012 gli è stato conferito il Polonsky Prize for Creativity and Originality in the Humanistic Disciplines. Per Bompiani ha pubblicato i bestseller internazionali “Sapiens. Da animali a dèi” (2014) e “Homo Deus” (2017), che hanno venduto diciannove milioni di copie nel mondo e sono stati tradott

Yuval Noah Harari racconta “21 lezioni per il XXI secolo”

21 lezioni per il XXI secoloYuval Noah Harari – Traduttore: Marco Piani – Bompiani -Collana: Tascabili. Saggi – Anno edizione: 2019 – Pagine: 492 p., Brossura – ISBN: 9788830100824 – € 16,00

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Non mi sono fatto niente

Non mi sono fatto niente

ANTOLOGIA VOL. 215

Iannozzi Giuseppe

Alexey Savrasov - The Rooks Have Come Back

IL BONZO ATTENDE

Tra gli spazi infiniti
il tempo giusto attendo
la posizione del loto assumendo,
a occhi chiusi spiando
l’impetuoso corso dell’acqua,
l’adagiarsi delle foglie
che dai rami piano si staccano

Come bonzo medito
sulle reincarnazioni,
le vite parallele
e il sapore del vino
in un’altra vita gustato

Da Sud a Nord
venti e canti
Da Est a Ovest
venti di frontiera
Carezzano la nudità
del mio capo rasato

Ogni cento anni
le gambe slego,
mi guardo d’attorno:
nulla è cambiato,
domina sull’uomo
la Nullità
ma non la Santa Nudità

Paziente attendo,
attendo che un singolo
sulle braci ardenti cammini

RUBINI BIRMANI

Tra le leggi scritte e non scritte
dei secoli passati e di quelli a venire
le parole interpreto oltre il significato

Brune foglie piovono
su i Rubini Birmani;
dello sbadiglio e del silenzio
una a una le regole
nell’animo le spoglio;
comprendo quanto piccolo
il pensiero mio
da altri già pensato,
torno così a meditare
tra le verità scritte e non scritte
perché non sia l’autunno
la stagione ultima dell’amore

UOMO E SCIMMIA

Libero tra i ciliegi in fiore
il passo mio nudo ho portato

Tra scimmie sagge ed eremiti
su un giaciglio di petali ho riposato
toccando con mano albe e tramonti

In egual modo ho imparato
dal ghigno felice della scimmia
e dal sorriso santo del saggio

Ho poi ripreso il mio cammino
con sorriso umano e scimmiesco

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Giuseppe Dossetti – Fabrizio Mandreoli – Prefazione di Enrico Galavotti – Dehoniane

Giuseppe Dossetti

Fabrizio Mandreoli

Prefazione di Enrico Galavotti

Dehoniane

Giuseppe Dossetti - Fabrizio Mandreoli - Prefazione di Enrico Galavotti - Dehoniane

Descrizione

Professore universitario e partigiano, politico e giurista, monaco e padre della Costituzione, Giuseppe Dossetti (1913-1996) è stato uno dei protagonisti della scena pubblica del Novecento italiano. Questo libro ne ricostruisce con rigore la biografia, segnata in apparenza da improvvise cesure e cambi di rotta, ma in realtà percorsa da un’incessante e semplice ricerca di conformità al Vangelo dentro la complessità della storia.
L’insegnamento universitario, l’esperienza partigiana, il contributo alla stesura della Carta costituzionale, difesa con vigore anche negli ultimi anni di vita, la militanza critica nella Democrazia cristiana e il ritiro dall’attività politica per fondare una comunità monastica disegnano un percorso ricco di scelte, di incontri e di amicizie (tra tutti, La Pira, Lazzati e il cardinale Lercaro).
In fondo, Dossetti coltivava un solo desiderio: «Diffondere quella pace che è un  bene universale, diffonderla non a parole, ma col silenzio e con i fatti, quelli più profondi, più duraturi e più umili, più puri da ogni clamore».

Sommario

Prefazione. Dossetti, un limone spremuto (E. Galavotti).  Introduzione. Una «sintesi di pace».  I. Una profonda esperienza della vita.  II. Per una riforma della Chiesa.  III. Nella Chiesa del concilio.  IV. Uno sguardo dilatato e approfondito.  V. Il ritorno in Italia: gli ultimi anni e le premesse per un futuro.  Bibliografia essenziale.  Indice dei nomi.

Note sull’autore

Fabrizio Mandreoli, presbitero della diocesi di Bologna, è docente di Teologia fondamentale e Storia della teologia alla Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna. Ha studiato a Bologna e Milano e ha approfondito gli studi di teologia, storia e  lingue semitiche a Francoforte, Boston e Gerusalemme. Dopo aver svolto attività pastorale nelle carceri e in diverse comunità parrocchiali, oggi si occupa prevalentemente di formazione giovanile e dialogo ecumenico e interreligioso. Di recente ha pubblicato Viaggio intorno al mondo. Un’esperienza di ricerca tra fedi, identità e trasformazioni umane (con G. Cella, Zikkaròn 2019) e ha curato La teologia di papa Francesco. Fonti, metodo, orizzonte e conseguenze (EDB 2019)./p>

Enrico Galavotti è professore associato di Storia del cristianesimo presso l’Università di Chieti-Pescara, dove insegna anche Storia della teologia. È nato a Mirandola (Modena) nel 1971, si è laureato in Scienze politiche all’Università di Bologna e ha conseguito il diploma di perfezionamento in Scienze Religiose presso l’Alta Scuola Europea di Scienze religiose. È stato borsista presso l’Università di Modena e Reggio Emilia e professore a contratto presso l’Università di Bologna, l’Università di Modena e Reggio Emilia e l’Università di Chieti-Pescara. È membro della Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII di Bologna dal 1998.

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Giuseppe Dossetti – Fabrizio Mandreoli

Giuseppe DossettiFabrizio Mandreoli – Prefazione di Enrico Galavotti – Dehoniane – Collana: G2 Fede e storia -Pubblicazione: 2 luglio 2020 – Pagine: 152 – ISBN: 9788810102213 – € 13,50

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Sebastiano Vassalli – La chimera – Premio Strega 1990, Premio Napoli 1990, finalista anche al Premio Campiello 1990 – Un capolavoro da 30 anni

Sebastiano Vassalli – La chimera

Un capolavoro da 30 anni

Premio Strega 1990, Premio Napoli 1990,
finalista anche al Premio Campiello 1990

Sebastiano Vassalli - La chimera

Nel 1610 Zardino è un piccolo borgo immerso tra le nebbie e le risaie a sud del Monte Rosa. Un villaggio come tanti, e come tanti destinato a essere cancellato senza lasciare tracce. C’è però una storia clamorosa, soffocata sotto le ceneri del tempo, che Sebastiano Vassalli ha riportato alla luce: la storia di una donna intorno alla quale si intrecciano tutte le illusioni e le menzogne di un secolo terribile e sconosciuto. Antonia, una trovatella cresciuta nella Pia Casa di Novara, un giorno viene scelta da due contadini e portata a Zardino, dove cerca di vivere con la fede e la semplicità che le hanno insegnato le monache. Ma la ragazza è strana, dice la gente. Perché è scura d’occhi, pelle e capelli, come una strega, e una volta è svenuta al cospetto del vescovo Bascapè, l’uomo che doveva diventare Papa e che si è messo in testa di trasformare in santo chiunque abiti quelle terre. E poi perché Antonia è bella, troppo bella, ed è innamorata, ed è indipendente: in lei ci dev’essere per forza qualcosa di diabolico… Vassalli illumina gli angoli più oscuri di un secolo senza Dio e senza Provvidenza, ricostruendo un episodio che è stato crocevia di molti destini e che, in un turbine di menzogne e fanatismi, ci dice molto di come si è formato il carattere degli italiani.

Incipit

Nella notte tra il 16 e il 17 gennaio 1590, giorno di sant’Antonio abate, mani ignote deposero sul torno cioè sulla grande ruota in legno che si trovava all’ingresso della Casa di Carità di San Michele fuori le mura, a Novara, un neonato di sesso femminile, scuro d’occhi, di pelle e di capelli: per i gusti dell’epoca, quasi un mostro.

Estratto dal libro “La chimera” di Sebastiano Vassalli

Vide i busti e i profili dei soldati che cavalcavano di fianco alla carrozza, e la folla lungo il percorso: i pugni alzati, e facce stravolte con le bocche spalancate a insultare e a maledire e a invocare una morte, la sua morte! Proseguendo verso Porta San Gaudenzio, s’accorse che per non sentire quelle grida bastava non ascoltarle. Guardava i volti e i corpi degli uomini là fuori come avrebbe guardato dei pesci in una boccia divetro; li vedeva lontani ed anche strani, anzi si meravigliava di non aver mai fatto caso a quei dettagli che ora le sembravano così assurdi; di non essersi mai stupita in precedenza di quelle forme, considerandole – come tutti – inevitabili, e assolutamente sensate! Di averle sempre credute… normali! Quei cosiddetti nasi, quelle orecchie…. Perché eran fatte così? Quelle bocche aperte con dentro quei pezzi di carne che si muovevano. Che insensatezza! Che schifo! E quell’esplosione incontenibile di odio, da parte di individui che fino a pochi giorni prima non sapevano nemmmeno che lei esistesse e ora volevano il suo sangue, le sue viscere, reclamavano d’ammazzarla loro stessi, lì sul momento e con le loro mani… C’era forse un senso, una ragione in tutto questo? E se non c’era, perché accadeva? Ecco, pensava: io sto qui, e non si perché sto qui; loro gridano, e non sanno perché gridano. Le sembrava di capire, finalmente!, qualcosa della vita: un’energia insensata, una mostruosa malattia che scuote il mondo e la sostanza stessa di cui sono fatte le cose, come il mal caduco scuoteva il povero Biagio quando lo coglieva per strada. Anche la tanto celebrata intelligenza dell’uomo non era altro che un vedere e non vedere, un raccontarsi vane storie più fragili d’un sogno: la giustizia, la legge, Dio, l’inferno…

Sebastiano VassalliSebastiano Vassalli è nato a Genova nel 1941 ma fin da piccolo ha vissuto nel Novarese. Ha scritto per “la Repubblica” e “La Stampa”. Dagli anni sessanta si è dedicato all’insegnamento e alla ricerca artistica della Neoavanguardia, partecipando anche al Gruppo 63. Solo in seguito si è dedicato anche alla scrittura, incontrando successo soprattutto grazie al suo romanzo storico La chimera, ambientato a Novara negli anni a cavallo fra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo.
È morto a Casale Monferrato il 26 luglio 2015 all’età di 73 anni per un tumore inoperabile.

Fra i suoi romanzi più acclamati da pubblico e critica, val la pena di ricordare La notte della cometaSangue e suoloL’alcova elettricaL’oro del mondoMarco e MattioIl Cigno, 3012Cuore di pietraUn infinito numeroArcheologia del presente, Dux, Stella avvelenata, Amore lontano, La morte di Marx e altri racconti, L’Italiano e Dio il Diavolo e la Mosca nel grande caldo dei prossimi mille anni.

Sebastiano VassalliLa chimeraBUR Biblioteca Univ. Rizzol – Collana: Contemporanea – Pagine: 361 – ISBN: 9788817081504 – € 13,00

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Davide Rondoni – Noi, il ritmo. Taccuino di un poeta per la danza (e per una danzatrice) – La nave di Teseo

DAVIDE RONDONI

Noi, il ritmo. Taccuino di un poeta
per la danza (e per una danzatrice)

La nave di Teseo

Davide Rondoni - Noi, il ritmo. Taccuino di un poeta per la danza (e per una danzatrice) - La nave di Teseo

Un libro che è poesia dalla prima all’ultima pagina: si danza nell’amore per l’amore, a volte ferendosi un po’, ma va bene lo stesso, perché alla fine ci si rialza e la bellezza del mondo dattorno torna a sporcarci il viso e i piedi.

Iannozzi Giuseppe

Un uomo scrive lettere al suo amore. E appunti, riflessioni, scoperte. Lei ballerina, lui poeta, condividono un destino, entrambi conoscono la ricerca del ritmo, l’equilibrio nel gesto, la tensione verso la libertà e l’arte come ubbidienza.
Un libro composto quasi in trance, un viaggio nella bellezza che incontra pensieri di coreografi, storie tra danza e poesia, riflessioni di filosofi, visioni. Un libro mai scritto prima d’ora sulla danza e la poesia: due arti da sempre sorelle. Ritmo e parole. Aver corpo, in un’epoca che ha fatto del corpo un segno di molti disagi. La riflessione sull’arte diventa in queste pagine anche discorso d’amore e ricerca: ballare, così come fare poesia e come vivere, è interpretare, prendere posizione, conquistare una forma. Cercare il segreto umano e divino del ritmo.
Il nuovo libro di Davide Rondoni è un taccuino d’amore e uno strano “vademecum” dedicato ai non-equilibristi e ai sognatori, ai molti amanti della danza e della poesia. Della vita e del suo misterioso ritmo.

Davide Rondoni ha pubblicato numerose raccolte di poesia tra le quali Il bar del tempo (Guanda, 1999), Avrebbe amato chiunque (Guanda, 2003), Apocalisse amore (Mondadori, 2008) e Si tira avanti solo con lo schianto (WhiteFly, 2013).
Ha fondato e dirige il Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna e la rivista «clanDestino». In prosa ha pubblicato Gesù, un racconto sempre nuovo (Piemme, 2013), Hermann (Rizzoli, 2010) e diversi saggi tra cui: Il fuoco della poesia (Rizzoli, 2008), Contro la letteratura (Saggiatore, 2011) e Nell’arte vivendo (Marietti, 2012).
Ha tradotto Rimbaud, Baudelaire e Péguy.
Cura programmi e interventi di poesia in tv su Rai e Tv2000.

Davide RondoniNoi, il ritmo. Taccuino di un poeta per la danza (e per una danzatrice)La nave di Teseo – Anno edizione: 2019 – Pagine: 168 – ISBN: 9788893950527 – € 16,00

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Certi sgarbi

Non saper e non voler perdonare certi sgarbi non è un difetto, è invece un pregio da coltivare.

Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe

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Paolo Cattorini – Teologia del cinema. Immagini rivelate, narrazioni incarnate, etica della visione – Dehoniane

Paolo Cattorini – Teologia del cinema

Immagini rivelate, narrazioni incarnate, etica della visione

Dehoniane

Paolo Cattorini - Teologia del cinema Immagini rivelate, narrazioni incarnate, etica della visione - Dehoniane

Descrizione

Che cosa c’entra Dio col cinema? Quale rivelazione viene offerta dallo sviluppo di un’arte che mette le immagini in movimento? Che rapporto esiste tra le categorie di patto narrativo e di alleanza biblica?
Questo volume riprende il filone di ricerca costituito dai film studies e delinea le analogie tra le liturgie religiose e il rito laico dell’andare al cinema, desiderando di vedere «cose mai viste». L’autore suggerisce inoltre una prospettiva narrativa per l’etica teologica e verifica la pertinenza dei miti dell’origine – per come essi sono rappresentati nei film – rispetto all’enigmatica presenza del male nel mondo e alle diverse soluzioni offerte alla sua giustificazione. Si documenta altresì il contributo che la riabilitazione del sensibile e dell’immaginario hanno prodotto in riferimento all’elaborazione di una specifica teologia del cinema.

Sommario

Premessa. Una teologia-di.  1. Teologia sul cinema. Il rito e il patto.  2. La cura e il racconto.  3. Etica narrativa, in teologia.  4. Teologia narrativa e cinema.  5. Dio e il male. La teodicea nel cinema.  6. Teologia e immaginazione.  7. Il sensibile e l’estetica teologica.  8. Lo stile trascendentale, nel cinema.  9. Teodrammatica e cinedrammatica.  10. The End. L’aura del cinema.  Filmografia.  Indice biblico.  Indice dei nomi.

Note sull’autore

Paolo Cattorini è professore ordinario e docente di Bioetica clinica al Dipartimento di Biotecnologie e Scienze della Vita e alla Scuola di Medicina dell’Università degli Studi dell’Insubria, Varese. Ha fatto parte del Comitato nazionale per la Bioetica e della Commissione nazionale per la lotta all’Aids. Tra i suoi libri: Bioetica e cinema. Racconti di malattia e dilemmi morali (Franco Angeli, 22006), L’occhio che uccide. Criminologi al cinema (Franco Angeli, 2006). Per EDB ha pubblicato: La morale dei sogni. Lo statuto etico della psicoanalisi (1999); I Salmi della follia. Disturbi mentali e preghiere di liberazione (2003); La morte offesa. Espropriazione del morire ed etica della resistenza al male (22006); Estetica nell’etica. La forma di un’esistenza degna (2010); La libertà del cervello. Neuroscienze, etica e cinema (2013); Frasi di famiglia. Il linguaggio della vita domestica (2015) e Mangiare solo pensieri. Etica dell’anoressia (2016).

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Teologia del cinema – Paolo Cattorini

Paolo CattoriniTeologia del cinema. Immagini rivelate, narrazioni incarnate, etica della visioneDehoniane – Collana: P7 Conifere – Pubblicazione: 2 luglio 2020 – Pagine: 136 – ISBN: 9788810560228 – € 15,0

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Aleksandr Solženicyn -Una giornata di Ivan Denisovič – La casa di Matrëna – Accadde alla stazione di Kočetovka. Ediz. integrale

Aleksandr Solženicyn

Una giornata di Ivan Denisovič

La casa di Matrëna

Accadde alla stazione di Kočetovka

Aleksandr Solženicyn -Una giornata di Ivan Denisovic-La casa di Matrjona-Accadde alla stazione di Kocetovka. Ediz. integrale

Un capolavoro stilistico messo a fuoco da questa traduzione, basata sull’edizione definitiva riveduta e corretta dall’autore. Le precedenti derivavano dalla prima edizione del racconto, frutto di compromessi tra l’autore e gli apparati di censura.

«Sì, è insolito, anche lo stile, la lingua è insolita, non l’ho capito subito. Comunque mi sembra una cosa forte, molto»Nikita Chruščĕv

«Questa antica triunità della Verità, del Bene e della Bellezza non è semplicemente una caduca formula da parata, come ci era sembrato ai tempi della nostra presuntuosa giovinezza materialistica. Se, come dicevano i sapienti, le cime di questi tre alberi si riuniscono, mentre i germogli della Verità e del Bene, troppo precoci e indifesi, vengono schiacciati, strappati e non giungono a maturazione, forse strani, imprevisti, inattesi saranno i germogli della Bellezza a spuntare e crescere nello stesso posto e saranno loro in tal modo a compiere il lavoro per tutti e tre.» – Da Lezione per il Premio Nobel, in Opere – Aleksandr Solženicyn

Pubblicata nel 1962, “Una giornata di Ivan Denisovic” è stata la prima opera a raccontare la vita in un Gulag di un uomo semplice, e a farlo dal punto di vista della grande letteratura russa, nel solco di Tolstoj e Dostoevskij. La stessa classica sobrietà si ritrova nei due racconti successivi. Protagonista di “La casa di Matrëna” è una povera contadina, presso la quale va a vivere un ex deportato, che mitemente subisce ripetute ingiustizie. “Accadde alla stazione di Kocetovka” illustra invece la parabola morale di un «uomo sovietico», nel quale il germe della sospettosità staliniana s’è tanto radicato da portarlo a commettere una mostruosa ingiustizia.

Aleksandr Isaevič Solženicyn nasce da una famiglia discretamente agiata. Il padre muore pochi mesi prima della sua nascita in un incidente di caccia. La madre si trasferisce col piccolo a Rostov-sul-Don.
Nel 1924, a causa degli espropri ordinati dal regime, i due si trovano a vivere in condizioni di grande indigenza. Aleksàndr riesce però a perseverare negli studi, fino al conseguimento di una laurea in matematica nel 1941. È in quello stesso anno che si arruola come volontario nell’Armata Rossa e viene inviato sul fronte occidentale. Riceve un’onorificenza.
Nel febbraio del 1945,, a causa dell’intercettazione di una sua lettera in cui critica duramente l’operato di Stalin, viene arrestato. Trasferito nella prigione moscovita della Lubjanka, verrà condannato a otto anni di campo di concentramento e al confino a vita.
Comincia qui il doloroso pellegrinaggio di Solženicyn da un lager all’altro.
Nel 1953, nel domicilio coatto di Kok-Terek, nel Kazakistan, gli viene concesso di insegnare.
Nel frattempo, l’uomo raccoglie una quantità notevole di appunti sulle condizioni di vita nei campi. Descrive quindi tutto nel romanzo Una giornata di Ivan Denisovic (1962), ottenendo sin da subito un ampio riconoscimento internazionale.
Premio Nobel per la Letteratura nel 1970, Solženicyn viene espulso dall’Urss nel 1974, dopo la pubblicazione di Arcipelago Gulag (1973), considerato suo capolavoro.
Ha vissuto negli Stati Uniti dal 1976 ed è tornato in patria solo nel 1994, continuando a svolgere il suo ruolo di intransigente coscienza critica.

Aleksandr Solženicyn – Una giornata di Ivan Denisovič – La casa di Matrëna – Accadde alla stazione di Kočetovka. Ediz. integrale  – Curatore: Ornella Discacciati – Einaudi – Collana: Einaudi tascabili – Anno edizione: 2019 -Pagine: 344 – ISBN: 9788806241223 – € 12,00

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Francesco Forlani – Penultimi – Miraggi Edizioni

Francesco Forlani – Penultimi

Miraggi Edizioni

Penultimi - Francesco Forlani - Miraggi Edizioni

I penultimi non sono gli ultimi. I penultimi possono ancora trovare ciò che resta della civiltà occidentale, delle sue idealità: la comunanza, la commozione, la morbidezza di ciò che è sensuale, corporeo, vitale. Possono ancora concepire la speranza del cambiamento. Il mondo che emerge non è più quello dell’alienazione operaia ma quello dell’apartheid prodotta dalle nuove oligarchie finanziarie. La società tende a dividersi in caste non più in classi come nel ‘900, le persone, sempre in movimento pendolare, restano immobili, l’Occidente sembra tutto retrodato a vecchio regime, a prima della rivoluzione borghese, è un mondo neofeudale, appunto. Di questo mondo Forlani dice con tenerezza e crudeltà. Con un contributo di Biagio Cepollaro.

Francesco ForlaniFrancesco Forlani, nato a Caserta nel 1967, vive a Parigi e a Torino. Collaboratore di varie riviste internazionali, «Paso Doble», «Atelier du Roman», «Sud», «Il reportage», ha pubblicato diversi libri, in francese e in italiano, tra cui Métromorphoses (Paris 2002), Autoreverse (Napoli 2009) Il peso del Ciao (Forlì 2012), Parigi senza passare dal via (2013 Laterza). Traduttore dal francese, ma anche poeta, cabarettista e performer, è stato autore e interprete di spettacoli teatrali e cabaret. Redattore storico del più importante blog letterario italiano, Nazione Indiana, gioca nella Nazionale Scrittori, Osvaldo Soriano Football Club. Conduttore radiofonico insieme a Marco Fedele del programma Cocina Clandestina su radio GRP.

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Penultimi – Francesco Forlani

Francesco ForlaniPenultimi – Nota critica di Biagio Cepollaro – Miraggi Edizioni – Collana: janus|giano – Anno edizione: 2019 – Pagine: 128 p. – ISBN: 9788833861135 – € 13,00

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Primo Mazzolari – «Mi piacciono le chiese vive» La liturgia cristiana – A cura di Bruno Bignami e Umberto Zanaboni – Dehoniane

Primo Mazzolari – «Mi piacciono le chiese vive» La liturgia cristiana. A cura di Bruno Bignami e Umberto Zanaboni

Dehoniane

« Mi piacciono le chiese vive» La liturgia cristiana. A cura di Bruno Bignami e Umberto Zanaboni

Descrizione

La liturgia è un tema poco sondato nella vita di don Primo Mazzolari, solitamente più conosciuto per le sue posizioni sulla pace, la giustizia sociale e la politica. Questo libro raccoglie alcune riflessioni del parroco di Bozzolo, a partire da quella offerta nel 1941 alla Settimana liturgica nazionale, e mette a disposizione i testi più significativi sull’omelia, sul rapporto tra il prete e la comunità cristiana, sul senso della liturgia cristiana, sul valore dell’eucaristia nella vita del cristiano, sul senso delle devozioni e della preghiera. Non manca un affondo provocatorio sul tema del denaro e delle offerte durante le celebrazioni liturgiche, in modo da non trascurare la profezia con cui don Primo ha spinto la Chiesa al rinnovamento e alla fedeltà evangelica.

Sommario

Introduzione.  I. «Mi piacciono le chiese vive». 1. I discepoli di Emmaus.  2. Liturgia del tempo di guerra.  3. La Messa parrocchiale.  4. L’edificazione della Chiesa nel sacrificio di Cristo.  5. L’edificazione della Chiesa nel sacrificio della Chiesa.  6. La predicazione.  7. Delle nostre impreparazioni all’apostolato.  8. Le tariffe nella liturgia.

Note sull’autore

Don Primo Mazzolari (1890-1959), prete dal 1912, fu cappellano militare al tempo della prima guerra mondiale e trascorse la sua vita come parroco di piccoli paesi di campagna a due passi dal Po, prima Cicognara e poi Bozzolo, in provincia di Mantova. l suoi scritti e le sue predicazioni lo imposero all’attenzione pubblica, ma attirarono su di lui anche molte misure disciplinari della gerarchia ecclesiastica. EDB ha in catalogo l’opera completa di don Mazzolari.

Bruno Bignami e Umberto Zanaboni sono rispettivamente postulatore e vice postulatore della causa di beatificazione di don Primo Mazzolari.

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«Mi piacciono le chiese vive» – Primo Mazzolari

Primo Mazzolari«Mi piacciono le chiese vive» La liturgia cristiana
– A cura di Bruno Bignami e Umberto ZanaboniDehoniane – Collana: H3 Primo Mazzolari sezione: Tascabili Pubblicazione: 28 maggio 2020 – ISBN: 9788810109601- € 9,00

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