Schindler’s list (La lista di Schindler) – Thomas Keneally – Frassinelli

Schindler’s list – Thomas Keneally

Frassinelli

Schindler's list  - Thomas Keneally

Una storia di resilienza e coraggio, un classico moderno da cui è stato tratto il film-capolavoro di Steven Spielberg.

«Nel 1980 sono andato in una valigeria a Beverly Hills, in California. Il negozio apparteneva a Leopold Pfefferberg, sopravvissuto grazie a Schindler. Ed è stato proprio accanto a quegli scaffali di articoli di cuoio che ho sentito parlare per la prima volta di Oskar Schindler, il bon vivant tedesco, speculatore, tombeur de femmes, personaggio contraddittorio, e del salvataggio che quest’uomo ha operato a favore di una razza condannata.» – Thomas Keneally

«Il racconto di un episodio della Seconda guerra mondiale veramente eroico e, come l’albero che è stato piantato a Gerusalemme in onore di Oskar Schindler, il giusto tributo alla battaglia che un uomo, da solo, ha combattuto contro l’orrore del nazismo.» – Simon Wiesenthal

“Dicono che nessuno muore qui. Dicono che la sua fabbrica è un ricovero. Dicono che lei è buono.”

La straordinaria vicenda di Oskar Schindler, il giovane industriale tedesco che salvò la vita di migliaia di ebrei durante la persecuzione nazista. Amante del lusso e delle belle donne, considerato da molti un collaborazionista, Schindler riuscì a sottrarre uomini, donne e bambini allo sterminio, impiegandoli nella sua fabbrica come personale necessario allo sforzo bellico. Un’operazione rischiosa, con la quale mise in pericolo la propria vita. Commovente e indimenticabile, una pietra miliare della narrativa sull’Olocausto.

Thomas Keneally – Nato da una famiglia cattolica di origini irlandesi, frequentò il seminario ma non prese mai i voti. Considerato tra i più grandi scrittori australiani, nelle sue opere è sempre al centro l’oppressione esercitata dalla realtà nei confronti del singolo. Tutta la sua produzione è pervasa dall’ansia religiosa: Il posto a Whitton (The place at Whitton, 1964), Il sopravvissuto (The survivor, 1969) e La lista Schindler (Schindler’s Ark, 1982, che ha vinto il Booker Prize nel 1982), La donna del mare interno (Woman of the inner sea, 1993), La città in riva al fiume (A river town, 1995), Un angelo in Australia (An angel in Australia, 2002), Il romanzo del tiranno (The tyrant’s novel, 2003). 

Schindler’s listThomas Keneally – Traduttore: Marisa Castino – Frassinelli – Pagine: 396 p., Rilegato – ISBN: 9788893420334 – € 18,50

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Diario di una Geisha

Diario di una Geisha

di Iannozzi Giuseppe

Maiko

Dopo anni e anni di onorato servizio, Akiko decise di tenere un diario, di ritrarre su ogni pagina bianca volti e nomi degli uomini che aveva avuto. In primavera era giunta a metà del suo cammino; seppur in salute e ancor piacente, decise di lasciar aperta la strada a chi più giovane di lei e inesperta.

L’estate non lasciava spazio a un alito di vento: lungo i viali alberati non una foglia si muoveva, il letto del fiume si era presto ritratto in sé, e nemmeno l’oscurità della notte portava una minima carezza sul suo sgargiante kimono. Sul diario aveva annotato questo e quello, sciogliendo più e più volte il trucco nel sudore. Di tutti gli uomini che in lei erano entrati godendo, nessuno le aveva lasciato granché, non una poesia, non uno schiaffo, non un rimprovero. Per tutti lei era stata, ma più vero è che non era stata. Guardava alle nuove arrivate: tutte si davano un gran daffare, obbedienti, felici di poter donar piacere, in egual modo, a giovane e vecchi; e provava invidia per quei corpi giovani, quasi acerbi, che gli uomini sottomettevano alla loro velle. Non era più una maiko, una fanciulla danzante, ciononostante forte era ancora in lei la brama di stringere fra le sue gambe i lombi di poeti, peccatori e inconsolabili penitenti.

Quando infine l’autunno bussò a Le Sopha[1], senza pensarci su, Akiko decise di non essere più una oka-san. Stracciò il diario, dove, nel corso dell’estate, aveva raccontato di sé e dei suoi amanti, per tornare a essere di nuovo una persona vera, una artista, una geisha.

[1] Le Sopha, romanzo erotico di Claude-Prosper Jolyot de Crébillon, pubblicato in Francia nel 1745.

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Anne Frank – Aforismi dal diario

Anne Frank

Aforismi dal diario

Anne Frank

– Se un cristiano compie una cattiva azione la responsabilità è soltanto sua; se un ebreo compie una cattiva azione, la colpa ricade su tutti gli ebrei.

– Viviamo tutti, ma non sappiamo perché e a che scopo; viviamo tutti coll’intento di diventare felici, viviamo tutti in modo diverso eppure uguale.

– È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo.

– Gli anziani hanno un’opinione su tutto, e nella vita non esitano più prima di agire.

– “La gioventù, in fondo, è più solitaria della vecchiaia.” Questa massima, che ho letto in qualche libro, mi è rimasta in mente e l’ho trovata vera.

– Per chi ha paura, o si sente incompreso e infelice, il miglior rimedio è andar fuori all’aperto, in un luogo dove egli sia completamente solo, solo col cielo, la natura e Dio. Soltanto allora, infatti, soltanto allora si sente che tutto è come deve essere, e che Dio vuol vedere gli uomini felici nella semplice bellezza della natura. Finché ciò esiste, ed esisterà sempre, io so che in qualunque circostanza c’è un conforto per ogni dolore. E credo fermamente che ogni afflizione può essere molto lenita dalla natura.

– Molti trovano bella la natura, molti dormono qualche volta all’aria aperta, molti, nelle prigioni o negli ospedali, sospirano il giorno in cui, liberi, potranno nuovamente godere la natura, ma pochi sono, come noi, chiusi colla loro nostalgia e isolati da ciò che è patrimonio sia del povero che del ricco.

– Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità.

– A noi giovani costa doppia fatica mantenere le nostre opinioni in un tempo in cui ogni idealismo è annientato e distrutto, in cui gli uomini si mostrano dal loro lato peggiore, in cui si dubita della verità, della giustizia e di Dio.

– C’è negli uomini un impulso alla distruzione, alla strage, all’assassinio, alla furia, e fino a quando tutta l’umanità, senza eccezioni, non avrà subíto una grande metamorfosi, la guerra imperverserà: tutto ciò che è stato ricostruito o coltivato sarà distrutto e rovinato di nuovo; e si dovrà ricominciare da capo.

– Chi è felice farà felici anche gli altri, chi ha coraggio e fiducia non sarà mai sopraffatto dalla sventura!

– Coloro che hanno una religione possono ritenersi felici, perché non a tutti è dato credere a cose sopraterrene. Non è neppure necessario credere alla punizione dopo la morte; il purgatorio, l’inferno e il paradiso sono cose che molti possono non ammettere; però una religione, non importa quale essa sia, mette l’uomo sulla buona strada. Non si tratta di temere Iddio, ma di tener alto il proprio onore e la propria coscienza.

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Il pellegrino che parlò con Dio

Il pellegrino che parlò con Dio

di Iannozzi Giuseppe

Dio

Dopo un lungo cammino di fame e di sete, finalmente giunse il pellegrino presso la chiesa che gli avevano indicato. Gli era stato raccontato che in quella chiesa Dio era di casa, che, nel bene e nel male, lo si poteva toccare con un dito: «Sicuro che è così, mica una metafora, fratello mio».

Da fuori la chiesa appariva assai modesta, quasi banale nella sua scarna semplicità. Il pellegrino si fece dunque il segno della croce, convinto che avrebbe finalmente incontrato Dio. Per una vita intera si era castigato frenando la lussuria, senza mai toccare il corpo d’una donna o d’un efebo ben disposto, ma presto il suo Dio gli avrebbe parlato e questo gli bastava. Gli bastava. Non poco eccitato entrò dunque in chiesa, scontrandosi subito contro muri di buio, che, in ogni angolo, imperavano congelati e sempre uguali a sé stessi.

Una volta tornato all’aperto, l’uomo era al Settimo Cielo: Dio gli aveva parlato proprio come si aspettava, e gli aveva detto chiaro e tondo che lui non era il suo Dio. Era adesso, finalmente, un uomo libero.

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Il pozzo della solitudine – racconto completo da “Il male peggiore. Storie di scrittori e di donne” di Iannozzi Giuseppe

Il pozzo della solitudine

di Iannozzi Giuseppe

Radclyffe Hall

Era già trascorso un anno ed Emilia ancora pensava a Francesca, all’amica che, da un giorno all’altro, senza dire niente a nessuno, aveva fatto perdere le sue tracce per perdersi chissà dove. Le mancava Francesca, e le mancava quella sua bellezza un po’ particolare che la faceva sembrare un’attrice, come Constance Dowling. Senza di lei le giornate trascorrevano lente, piene d’un bel niente.

Passeggiare sotto i portici di Via Roma, in piena estate, era lavoro che la fiaccava tanto nel corpo quanto nello spirito. Nonostante l’ombra e le deboli carezze d’un venticello capriccioso, Emilia si sentiva bruciare dentro: quasi le mancava il fiato.
Alla fine, oltremodo stressata, entrò in una libreria, non perché fosse interessata a comprare, a leggere un libro per distrarsi, ma solo perché così avrebbe forse goduto di un po’ d’aria condizionata.
Dentro faceva fresco e c’era quasi nessuno a puntare gli occhi sugli scaffali ricolmi di libri.
Emilia si guardò intorno tenendo una mano sul petto, sperando che il senso di soffocamento scemasse.
Nessuno badava a lei. Non era quel tipo di donna capace di attirava l’attenzione degli uomini, e neanche delle donne. Era lei una persona normale, fin troppo, e l’essere normale e basta era per lei una tara di non poco conto.
Un anno era volato via e di Francesca non aveva saputo più niente, nonostante si fosse adoperata in tutti i modi per sapere qualcosa dell’amica. Perché era fuggita? E dove?
Reggendosi il petto, prese a scivolare fra bancali e scaffali. Pensava a un tempo che non sarebbe tornato mai più, e più pensava alla felicità condivisa con Francy più le mancava il fiato.
Una vertigine la colse all’improvviso e suo malgrado fu costretta ad adagiarsi con le spalle contro uno scaffale di libri. Stava male, non poteva negarlo, e nessuno poteva aiutarla.
Il pozzo della solitudine di Radclyffe Hall cadde dallo scaffale dove Emilia si era appoggiata. Vuoi per la copertina, vuoi per il titolo dove campeggiava la parola “solitudine”, il libro attirò l’attenzione di Emilia.
Facendosi forza, con un mezzo inchino, raccolse il romanzo da terra. Lo aprì e prese a leggere a caso: «Ad ogni modo era una cosa bella, bella e buona. Avrei rinunciato mille volte alla vita per Angela Crossby. Se avessi potuto l’avrei sposata e l’avrei portata qui, con me, a Morton. Se io l’amavo come un uomo ama una donna, è perché non posso sentire che sono una donna. Per tutta la mia vita non mi sono mai sentita donna, e tu lo sai».
Finito che ebbe di leggere quelle poche frasi, si sentì mancare.
Era dunque questa la verità? Forse. Lei amava Francesca, l’aveva amata, l’aveva sempre amata e adesso che non era più accanto a lei, si sentiva sprofondare. Non era affatto facile per lei ammettere di essere lesbica.
Scoppiò a piangere calde lacrime.
Lo aveva ammesso. Finalmente lo aveva ammesso a sé stessa, per quanto la cosa le facesse male, perché lei si conosceva e mai e poi mai sarebbe riuscita a dirlo chiaro e tondo ad amici e familiari.
E non da ultimo, nei confronti di sé stessa, provava qualcosa di simile al ribrezzo.
Un uomo la avvicinò.
«Sta male?»
Emilia non gli rispose.
«Sta male?», ripeté lo sconosciuto.
Una forza dettata dalla disperazione la spinse infine a rispondere: «Si faccia gli affari suoi».
L’uomo ristette davanti alla donna per un paio di secondi, poi, scuotendo piano il capo, si allontanò.

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La confessione su Pasolini – racconto completo da “Il male peggiore. Storie di scrittori e di donne” di Iannozzi Giuseppe

La confessione su Pasolini

di Iannozzi Giuseppe

Pier Paolo Pasolini

Si svegliò con un pesante cerchio alla testa e subito tossì una bestemmia gettando lo sguardo, distrattamente, al crocifisso appeso.

Scese in strada. Lo sguardo severo salutava i paesani, che in risposta solo pizzicavano con la punta delle dita la tesa del feltro.

Tutto esagitato fece la sua apparizione all’interno della bottega del barbiere.

Giulio era un tipo segaligno sulla cinquantina. Il suo volto si sarebbe detto volgare e persino brutto non fosse stato per gli occhi d’un azzurro profondo e freddo.
Leo subito lo fece accomodare in poltrona: «Il solito?».
Giulio strizzò leggermente gli occhi. E il barbitonsore, mano alle forbici, facendo finta di spuntargli i neri peli a spatola sul collo, subito si premurò d’allargarsi in un sorriso a trentadue denti: i loro riflessi, costretti sulla superficie dello specchio, giocavano sulle labbra affilate il loro consueto taglio, quello d’una reciproca falsa cordialità.
«Allora, oggi come andiamo?»
Giulio sfoderò il suo sorriso migliore, poi sparò secco: «Di merda!».
E il barbitonsore, a muso duro: «Così è la vita».
«Non tagliare troppo. Mi raccomando.»
«Mani di fata, così mi chiamano.»
Rimasero in silenzio alcuni istanti senza incontrarsi né in sorrisi né in sguardi sulla superficie dello specchio.
«Tu sei uno che non parla. O sbaglio?»
«Muto come una tomba, assolutamente.»
«Quindi, se ti facessi una confessione, resterebbe inter nos
«È chiaro.»
«Bene. Molto bene.» Poi gettò un rapido sguardo all’intorno: «E quello?».
Leo levò le forbici dal collo di Giulio e si voltò rapidamente: «Via! Torna più tardi se ti va».
L’ometto, un pecoraio, puntò gli occhi su Giulio accomodato sulla poltrona, ma non replicò e subito abbassò lo sguardo. Trafelato, infilando la porta, si lisciò con una mano tempestata di calli la zazzera stopposa, si calcò poi in testa il cappellaccio, sospirò e si accese una sigaretta. Grevi spire di fumo presero a spandersi nell’aria del mattino, e subito si dispersero, mentre un sole paglierino illuminava le stradine di grezzo pavé del paese muto, con orecchio però ben attento a ogni voce.

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Paolo Rumiz – La Regina del Silenzio – La nave di Teseo

Paolo Rumiz – La Regina del Silenzio

La nave di Teseo

Paolo Rumiz - La Regina del Silenzio - La nave di Teseo

Il malvagio re Urdal scende da Nord, invade col suo esercito la pianura dei Burjaki e proibisce loro ogni forma di musica. Con tre mostri – Antrax, Uter e Saraton – terrorizza la popolazione. Eco, il mago dai lunghi capelli bianchi che suscita i suoni della terra, viene fatto prigioniero e nella terra dei Burjaki cala il silenzio assoluto.

Mila, la figlia del valoroso cavaliere Vadim, ha il dono innato della musica e cresce ascoltando la melodia della natura. Con il suono della sua voce sfida il divieto di Urdal e decide di cercare il bardo Tahir, l’uomo che le ha insegnato il canto, per guidare insieme la battaglia più importante, nel nome della musica e della libertà.

Paolo RumizPaolo Rumiz è giornalista per “la Repubblica” e “Il Piccolo” di Trieste. Ha pubblicato, tra l’altro, La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan, 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe (2009), La cotogna di Istanbul (2010), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (2016), Il filo infinito (2019), Il veliero sul tetto. Appunti per una clausura (2020), Vento di terra. Istria e Fiume: viaggio tra i Balcani e il Mediterraneo (2020).

La regina del silenzioPaolo RumizLa nave di Teseo – Collana: Oceani – Pagine: 144 p., Rilegato – ISBN: 9788893442862 – € 16,00

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Sulle tracce di Kim. Il grande gioco nell’India di Kipling – PETER HOPKIRK – Edizioni Settecolori – in uscita il 28 gennaio

SULLE TRACCE DI KIM. IL GRANDE GIOCO NELL’INDIA DI KIPLING – PETER HOPKIRK

Edizioni Settecolori 

In uscita il 28 gennaio 2021

Sulle tracce di Kim - Peter Hopkirk - Edizioni Settecolori

[…] Il mio obiettivo, sorto da un forte zelo missionario, è quello di persuadere gli altri a riscoprire il capolavoro indiano di Kipling, ma nella sua interezza, non in una qualche forma sintetizzata. Gettando nuova luce sulla storia narrata – specie per quanto riguarda il ruolo avuto in essa dal Grande Gioco, e le verità nascoste dietro i personaggi che l’animano – spero di rendere quella loro riscoperta più gratificante. Perché, lasciando da parte la pura gioia di viaggiare con Kim e il lama attraverso «la bella terra dell’Hind», quanto più ci si cala in questa grande spy story tanto più si godono le finezze e i segreti riposti nelle pagine. […]

Peter Hopkirk

Libro di viaggi e insieme detective story letteraria, il talento di Hopkirk riporta alla luce le ombre di un passato pieno di intrighi e di colpi di scena, combina una sorprendente erudizione con una magnifica qualità di narratore, e ci consegna un’immagine indimenticabile dell’India di ieri, dell’India di sempre.

Questo libro meravigliosamente scritto e accattivante affascinerà anche coloro che non hanno mai letto Kim. – Robert Carver

Questo libro è per tutti gli amanti di Kim, il capolavoro con cui Rudyard Kipling celebrò la vita del subcontinente indiano, il «fardello dell’uomo bianco» imperiale e inglese, il duello fra la Corona e lo Zar nel Grande Gioco, nome reso celebre proprio da lui, per il controllo dell’Asia centrale.
Affascinato sin dall’adolescenza da questo strano racconto di un ragazzino orfano e del suo reclutamento nell’Indian Secret Service, Peter Hopkirk ripercorre le tracce di Kim nell’India di Kipling per vedere quanto di esse rimanga e dove portino. Rispetto a un eroe di finzione si tratterebbe di una ricerca vana, ma Kim è molto più di un romanzo inventato, perché fu ispirato da figure e luoghi reali che rendono impercettibile il confine fra verità e immaginazione.
Peter HopkirkLibro di viaggi e insieme detective story letteraria, il talento di Hopkirk riporta alla luce le ombre di un passato pieno di intrighi e di colpi di scena, combina una sorprendente erudizione con una magnifica qualità di narratore, e ci consegna un’immagine indimenticabile dell’India di ieri, dell’India di sempre.

Peter Hopkirk – Scrittore e inviato speciale nei luoghi caldi del mondo, premiato dalla Royal Society for Asian Affairs per i suoi libri e i suoi viaggi, Peter Hopkirk (1930-2014) è conosciuto in Italia per Il Grande Gioco, Alla conquista di Lhasa, Diavoli stranieri sulla Via della Seta, usciti con grande successo di critica e di pubblico.

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Sulle tracce di Kim – Peter Hopkirk

Sulle tracce di KimPeter Hopkirk Edizioni Settecolori – Collana: Foglie d’Erba – Traduzione di Giuseppe Bernardi – I edizione italiana – Pagine: 282 – Data uscita: 28/01/2021 – ISBN: 9788896986288 –

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Gli ultimi respiri di Primo Levi – racconto completo da “Il male peggiore. Storie di scrittori e di donne” di Iannozzi Giuseppe

Gli ultimi respiri di Primo Levi

La cosa Somogyi

di Iannozzi Giuseppe

Primo Levi

Cambiano i nomi, cambiano i volti, e mai la sostanza. Oppressi e oppressori stanno sempre in una zona grigia, i salvati sono invece un numero esiguo, salvati dal caso e non da un Dio. Mordechai Chaim Rumkowski, ebreo affezionato al potere, appoggiato dalle SS, lui era un oppressore e un privilegiato che, nel ghetto della cittadina di Łódź, dettava legge nelle vesti di decano. Chi sono i salvati? Sono un numero esiguo i salvati, salvati dal caso e non da un Dio. Così andava rimuginando fra sé e sé Primo.
Il mattino era di silenzio, eccetto che per delle vaghe note che una vecchia radio, tenuta a basso volume, lasciava libere nell’aria: Glenn Gould al piano suonava Bach.

Aprile 1987: non era un anno poi diverso da molti altri che aveva visto. Ad Auschwitz i mesi, i giorni, le ore non esistevano. Dio non aveva mai buttato l’occhio giù ad Auschwitz. Non lo aveva fatto perché Dio era una finzione, macabra e dilettantesca quanto si vuole.
Jean Améry era sopravvissuto alla Shoah, e si era tolto la vita. Quando gli avevano chiesto il perché di quel gesto, era stato lapidario: «Nessuno sa le ragioni di un suicidio, neppure chi si è suicidato».

Il 13 dicembre del 1943 i nazifascisti lo avevano preso in Valle d’Aosta e subito lo avevano tradotto all’inferno, prima nel campo di concentramento di Fossoli, e nel febbraio del 1944 ad Auschwitz. All’inferno c’erano gli aguzzini e le vittime. C’erano degli uomini. Da quel dicembre del 1943, di anni ne erano passati un bel po’, ma, per lui, non era cambiato granché: adesso stava in casa, in Corso Re Umberto, numero civico 75. Nel corso degli anni passati a scrivere, non aveva mai sentito l’esigenza di cambiare abitazione.
Le milizie lo avevano beccato nel villaggio di Amay, sul versante verso Saint-Vincent del Col de Joux, per l’esattezza fra Saint-Vincent e Brusson. Lo avevano interrogato. Alla fine si era dichiarato ebreo. Forse loro si aspettavano che si dichiarasse partigiano.
Il 22 febbraio del 1944, insieme ad altri seicentocinquanta ebrei, fu stipato su un treno merci. Ogni vagone teneva dentro cinquanta persone. Non c’era possibilità di salvezza: erano destinati al campo di sterminio di Auschwitz. Una volta in Polonia lo registrarono con il numero 174.517 e subito lo tradussero al campo di Buna-Monowitz, noto come Auschwitz III. C’era rimasto fino alla liberazione. L’Armata Rossa l’aveva liberato il 27 gennaio del 1945. Oltre a lui, l’Armata Rossa liberò altri venti ebrei italiani. Gli altri, tutti gli altri, tutti morti. Perché lui era sopravissuto? Perché sapeva un po’ di tedesco; perché Lorenzo Perrone, un civile occupato come muratore, rischiando la sua vita, gli portava qualche cosa da mangiare; perché era un chimico e la Buna, di proprietà del colosso chimico tedesco IG Farben, aveva bisogno di chimici per la produzione di gomma sintetica.

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Il suicidio di Salgàri – racconto completo da “Il male peggiore. Storie di scrittori e di donne” di Iannozzi Giuseppe

Il suicidio di Salgàri

di Iannozzi Giuseppe

Sandokan

Non avrebbe mai dovuto scrivere il primo racconto e mai avrebbe dovuto imparare a leggere. Bruno adesso lo sapeva, ed era troppo tardi. Quante candeline aveva spento? Sessanta. E cosa aveva ottenuto? Lo scherno del suo riflesso allo specchio. Aveva voluto fare di testa sua, non dare retta ai consigli di amici e parenti, così adesso era un fallito costretto a mendicare un caffè e a fumare sigarette di pessima qualità. Ma presto l’ignominia che in tanti anni si era acquistato scialacquando i suoi giorni su mappe e libri, sarebbe finita.

Con sguardo assente, Bruno camminava lungo lo stretto marciapiede di Corso Casale, lasciandosi alle spalle rapide carezze di vento e poco altro. Le auto sfrecciavano veloci, con una certa regolarità. E nell’aria ristagnava un forte odore di benzina. Dentro di sé sorrise, di tristezza: non c’era davvero motivo perché continuasse a consumare i tacchi sull’asfalto, mentre fumava una Yesmoke dopo l’altra. La depressione lo stava fagocitando, e per quanto, ogni santo giorno, dentro di sé ripetesse che doveva farsi coraggio, solo gli riusciva di rimettere l’anima in un sorriso sghembo, in una smorfia di pieno nichilismo.
Quando fu sotto il numero civico 205, senza alcun riguardo sputò via il mozzicone di sigaretta.
«Eccoci alla resa dei conti», disse a nessuno con voce strozzata frantumando le parole in bocca.
Levò gli occhi sull’iscrizione e la lesse per la milionesima volta: «Fra queste mura Emilio Salgàri visse in onorata povertà popolando il mondo di personaggi nati dalla sua inesauribile fantasia di lealtà e di coraggio. Perché gli italiani non dimentichino la sua genialità avventurosa, il suo doloroso calvario, la rivista “Italia sul mare” pone questo ricordo. Torino, 30 aprile 1959».

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Luca De Angelis – Cani, topi e scarafaggi. Metamorfosi ebraiche nella zoologia letteraria – Marietti 1820

Luca De Angelis

Cani, topi e scarafaggi

Metamorfosi ebraiche nella zoologia letteraria

Marietti 1820

Luca De Angelis - Cani, topi e scarafaggi. Metamorfosi ebraiche nella zoologia letteraria - Marietti 1820

Descrizione

Nelle Melodie ebraiche di Heine il principe Israele, a causa di «un sortilegio», viene trasformato in cane. Nella Metamorfosi di Kafka il protagonista si ritrova mutato in uno scarafaggio e il vocabolo Ungeziefer (parassita), di cui si serve lo scrittore praghese, è lo stesso usato dai nazisti per definire l’ebreo. Non a caso, per uccidere gli ebrei internati nei campi di sterminio si fece ricorso allo Zyklon B, acido prussico concentrato, un pesticida letale. Primo Levi ha fatto notare che «si doveva usare, e fu usato, quello stesso gas velenoso che si impiegava per disinfestare le stive delle navi e i locali invasi da cimici o pidocchi. Sono state escogitate nei secoli morti più tormentose, ma nessuna era così gravida di dileggio e di disprezzo».  Attraverso le pagine della letteratura internazionale, questo libro ripercorre i modi in cui gli ebrei sono stati spogliati di umanità, considerati scarti umani e ridotti all’animalità.

Sommario

1. Shylock ad Auschwitz. 2. L’orrore della metamorfosi canina. 3. Di faccende scarafaggesche, di Mauschwitz e di bestiame. 4. Zoologie e batteriologie criminali. 5. Un mondo senza parassiti e malattie. 6. Bibliografia.

Note sull’autore

Luca De Angelis, studioso della condizione ebraica e delle sue modalità di espressione letteraria negli scrittori italiani ed europei, ha insegnato in diverse università (Trento, Trieste e Münster) e attualmente collabora con Pagine Ebraiche.

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Luca De Angelis – Cani, topi e scarafaggi
Metamorfosi ebraiche nella zoologia letteraria

Luca De AngelisCani, topi e scarafaggi. Metamorfosi ebraiche nella zoologia letterariaMarietti 1820 – collana: 1103 I Melograni – pubblicazione: 5 gennaio 2021 – pagine: 216 – ISBN: 9788821110344 – € 15,00

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Jule Busch: “La figlia d’Europa. Il sogno infranto di Elena Maestrini” – intervista all’autrice

Intervista a Jule Busch

La figlia d’Europa

Il sogno infranto di Elena Maestrini

Iannozzi Giuseppe

La figlia d'Europa. Il sogno infranto di Elena Maestrini -Jule Busch

1. Jule Busch, quale profonda necessità ti ha spinta a scrivere “La figlia d’Europa” (96 Rue de-La-Fontaine Edizioni)?

Ho pubblicato diversi testi narrativi e poesie in numerose antologie, ma mai un libro tutto mio. Pur essendo appassionata dalla scrittura, guardandomi intorno, a volte ho pensato che la pubblicazione di un libro è quasi un atto di autocompiacimento dell’autore stesso. Non è necessariamente una valutazione negativa, non lo trovo sbagliato, solo che non faceva il mio caso. A questa domanda avrei potuto rispondere solo: “Perché mi piace scrivere”, invece oggi vorrei rispondere: “Avevo da dire qualcosa alla collettività”.

2. Sottotitolo del tuo lavoro è “Il sogno infranto di Elena Maestrini”. Perché hai scelto di far convergere la tua attenzione intorno a Elena Maestrini, lasciando quasi in disparte le altre vittime?

Lavoro come giornalista per il quotidiano online IlGiunco.net, siamo una realtà della provincia di Grosseto e solitamente non trattiamo la cronaca nazionale, a meno che non riguardi il nostro territorio. Elena Maestrini è nata e cresciuta proprio qui in Maremma, a Bagno di Gavorrano. Ho seguito il suo caso fin dall’giorno dell’incidente, il quale ha avuto un impatto enorme e ai tempi aveva completamente paralizzato la sua comunità. Il libro racconta anche questo; l’impatto mediatico sul suo paese, le reazioni, gli amici, le iniziative in sua memoria, ma soprattutto il dolore dei genitori e la disperata ricerca di giustizia in tutte le sedi. Nel mio ruolo ho raccontato spesso del padre di Elena, Gabriele Maestrini; delle sue numerose iniziative di protesta e di quel suo senso di impotenza davanti a troppe porte chiuse e risposte negate. Nel libro mi sono concentrata sul suo caso, sulla sua lotta continua e la sua forza instancabile, perché conosco bene il suo percorso e perché da anni lo seguo da vicino.

3. Il 20 marzo 2016 al chilometro 333 dell’autostrada Ap7 persero la vita tredici ragazze. Fu la strage dell’Erasmus. Jule Busch, che cosa puoi dirci delle altre dodici ragazze?

Posso dire che sono morte senza un perché, esattamente come Elena Maestrini: giovani donne, tutte brillanti studentesse, senza eccezione. Pensando alla misura di questa tragedia è difficile aggiungere altro, ma il percorso dei genitori di Elena e la loro battaglia legale unisce con lo stesso doloroso filo conduttore tutte e 13 le famiglie delle ragazze morte. Il percorso legale lo stanno affrontando insieme.

Jule Busch

4. A tutt’oggi non c’è un colpevole. Si è parlato di un errore umano dietro la strage, ma la Spagna non ha riconosciuto colpevole il conducente del pullman. L’autista risultò negativo ai test su droga e alcol. Jule Busch, tu che idea ti sei fatta della giustizia spagnola?

Sicuramente ha lasciato un vuoto enorme, ma con questo libro non voglio sostituirmi alla giustizia, vorrei invece dare l’opportunità al lettore di formarsi un’opinione sull’accaduto raccontando quello che è successo. Il conducente è ovviamente il soggetto chiave di tutta la vicenda perché è stato lui al volante del pullman in quella tragica notte, è inoltre l’unico indagato per l’accaduto, ma a mio avviso non è una responsabilità così universale e categorica. È compito della giustizia individuare la/le responsabilità dell’incidente e mi piacerebbe raccontare anche ciò che accade in aula, ma, nonostante fossero passati quasi cinque anni dall’incidente, le porte dei tribunali spagnoli non si sono aperte e non si è ancora svolto alcun processo.

5. Dopo aver dato alle stampe “La figlia d’Europa”, che cosa ti aspetti? Si è giunti alla terza archiviazione, e, giustamente, Gabriele Maestrini vuole sapere perché sua figlia è morta su quel pullman assieme ad altre dodici ragazze.

Stando agli ultimi aggiornamenti del settembre 2020 il conducente è stato rinviato a giudizio, un processo di cui, però, non si conosce la data perché di fatto non è stata stabilita.
Spero che il libro possa sensibilizzare l’opinione pubblica e nello stesso tempo rimanere un testo che raccoglie e racconta i dettagli di quello che è accaduto. Come dicevo prima, in questi anni ho seguito da vicino la vicenda dell’incidente e spesso mi è capitato di dover cercare negli archivi la cronologia esatta degli eventi, specialmente della battaglia legale. Ad un certo punto mi sono chiesta: “Se ho difficoltà a ricordarmelo io, fra qualche anno, chi potrà ricostruire tutti i pezzi di questo triste puzzle?”. Credo non sia giusto che venga dimenticata questa tragedia e personalmente trovo inoltre doveroso che qualcuno dia delle risposte a tutti quei genitori che hanno perso una figlia.
Non ho la presunzione che questo libro possa fare tanto da accelerare i tempi della giustizia, ma intanto è nato. Finché un’ingiustizia rimane nascosta al pubblico c’è sempre la giustificazione di non averla conosciuta, invece eccone una, raccontata bianco su nero.

6. All’indomani della terza archiviazione, Gabriele Maestrini ha avuto modo di dire a chiare lettere che non è stato preso in considerazione il rapporto della polizia catalana che, attraverso i periti, aveva rilevato in un’ora ben 74 anomalie nella guida dell’autista quella tragica notte del 20 marzo 2016. Jule Busch, perché la giustizia spagnola funziona in una maniera a noi incomprensibile?

Il rapporto dei Mossos d’Esquadra, la polizia catalana, ha rilevato che un minuto prima dell’incidente, l’autobus è passato da una velocità di cento a settantaquattro chilometri orari, per ritornare subito dopo a cento, poco prima dello schianto, ma quel rapporto viene ignorato dalla magistratura fino alla fine del 2018, due anni dopo l’incidente. In seguito viene incaricato un perito per valutare le condizioni del pullman, ma il mezzo per tutto il tempo era rimasto abbandonato (e saccheggiato) in un deposito giudiziario all’area aperta senza recinzioni e non c’era rimasto più niente da valutare. Quella perizia è datata 18 marzo, ma giunge alle famiglie il 20 marzo 2019. Il giorno del terzo anniversario dell’incidente.
Mi piacerebbe pensare che tutto questo sia da ricondurre a una catena di errori, diciamo burocratici. La domanda giusta è forse “Ma la giustizia spagnola funziona?”. 

7. “La figlia d’Europa. Il sogno infranto di Elena Maestrini”, Jule Busch, credi possa sensibilizzare chi ancor oggi chiude gli occhi di fronte alla strage dell’Erasmus?

Quando è uscito il libro il 20 marzo 2020, in concomitanza con il quarto anniversario dell’incidente, ho riscontrato diverse reazioni da parte dei lettori e devo usare il termine “purtroppo” quando dico che molte persone non erano a conoscenza del fatto che non si è mai svolto un processo per quella strage. Molti sono rimasti sorpresi ed amareggiati. La maggior parte degli italiani ricorda la notizia dell’incidente, ma dopo il fatto di cronaca in per sé, l’interesse pubblico è sbiadito e anche i media si sono concentrati poco sugli sviluppi giudiziari.
Non credo sia una colpa dimenticare le tragedie altrui, è probabilmente un meccanismo umano del tutto automatico. Spero però, per chi decide di leggere il libro, che questa tragedia se la faccia propria, perché questo caso ne ha ancora tanto bisogno.

8. Se dovessi lanciare un appello per attirare l’attenzione su Elena Maestrini e le altre dodici ragazze che l’opinione pubblica ha quasi dimenticato, come lo formuleresti?

Sono madre di tre ragazzi adolescenti e proprio mia figlia desidera fare un’esperienza Erasmus. Io stessa sono nata e cresciuta all’estero e a volte mi sento una figlia d’Europa anch’io. Le giovani generazioni di oggi lo sono senz’altro. È un loro (bellissimo) diritto poter esplorare le loro possibilità future senza frontiere. Lo stesso che avevano colto anche Elena Maestrini, Valentina Gallo, Francesca Bonello, Elisa Valent, Lucrezia Borghi, Serena Saracino, Elisa Scarascia Mugnozza, Julia Mang, Chloé Chouraqui, Christina Unger, Mohina Abdusaidova, Phuong Anh Tran e Verónica Matcovici.
Nel 2016 erano state definite da tutti le “figlie d’Europa”, ma poi si sono spenti i riflettori. Oggi il loro destino ha ancora bisogno di attenzioni, di qualcuno che tenga accesa una luce sull’accaduto. Noi, che abbiamo la possibilità di farlo, non dovremmo permettere che vengono dimenticate.

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La figlia d’Europa- Jule Busch

La figlia d’Europa. Il sogno infranto di Elena Maestrini – Jule Busch – 96 Rue de-La-Fontaine Edizioni – collana: libri di testimonianza – Anno edizione: 2020 – pagine: 148 – ISBN: 9788893990271 – € 10,00

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Il poeta che cercava Dio – racconto completo da “Il male peggiore. Storie di scrittori e di donne” di Iannozzi Giuseppe

Il poeta che cercava Dio

di Iannozzi Giuseppe

Viandante sul mare di nebbia - Caspar David Friedrich

Lo incontrai che era già stanco. Andrea trascinava il corpo lungo via Roma, lasciando di sé un esile riflesso sugli specchi delle vetrine, tenendo lo sguardo fisso a terra. Era cambiato, colpa della malattia, ma il passo era quello che sapevo, di Andrea.
Gli tesi la mano, lui la prese nella sua ma senza alzare lo sguardo su di me.
Biasciò due parole: «Sono malato».
«Sì, lo so.» Tossii. Lasciai la sua mano affinché cadesse nel vuoto.
A quel tempo fumavo ancora, oggi non più; accesi una Camel e ne respirai due boccate.
«Ti accompagno.»
Tenendo lo sguardo basso: «Nessuno te lo impedisce».
Gli sorrisi. Lui niente, allora buttai la sigaretta in mezzo ai suoi passi: la pestai proprio sotto i suoi occhi fino a spegnerla.
Andrea scosse il capo né divertito né offeso.
«Quanto ancora?»
«Quanto Dio vorrà. È pazzo, lo sai.»
«Sì, è un luogo comune.»
«Come la mia data di scadenza!»
Eravamo in Piazza Castello, fermi al semaforo. «C’è sempre tutto questo cazzo di traffico…» osservò Andrea, e gli occhi continuava a tenerli bassi. «Preferisco quando piove e si sente il rumore delle auto, delle gomme sull’acqua. Mi piace il rumore della pioggia, quello delle pozzanghere stuprate dai passi dei pedoni, dalle gomme delle motociclette impazzite.»
«Attraversiamo.»

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Salinger contro Chaplin– racconto completo da “Il male peggiore. Storie di scrittori e di donne” di Iannozzi Giuseppe

Salinger contro Chaplin

di Iannozzi Giuseppe

Salinger and Chaplin

La notizia era rimbalzata di giornale in giornale, senza che lui, Jerome David, movesse paglia o quasi.
Di anni ne erano passati tanti da quando, nel 1980, aveva annunciato il suo ritiro dalle scene letterarie, ovviamente tenendo la bocca ben chiusa. Ma i lettori non avevano dimenticato il creatore di Holden Caulfield. Le ristampe del suo unico romanzo, in parte autobiografico, e dei suoi racconti non si contavano: non c’era un solo lettore al mondo che non sapesse di lui. Per tutti era lui il grande recluso, uomo impossibile d’avvicinare.
Salinger aveva fatto le cose per bene, come sempre del resto. Se ne era fregato altamente della vita mondana e dei letterati tutti. Quando il caso l’aveva richiesto, si era messo in contatto con il suo agente letterario, usando sempre la parola scritta, e morta lì. E non aveva mai dato chissà quali spiegazioni al suo editore né al suo agente. Interviste non ne rilasciava dal lontano 1974, e a dirla tutta ne aveva rilasciate ben poche. Era quasi sempre riuscito a non farsi fotografare, e questa era cosa buona anche se, di tanto in tanto, una foto sfocata di brutto, con tutta probabilità scattata da qualche buontempone, compariva su un diavolo di giornale.
In più d’una occasione, il suo agente letterario gli aveva scritto che tivù e giornali lo corteggiavano e che sarebbero stati disposti a pagarlo più che bene perché apparisse: lui lo aveva mandato a stendere senza pensarci su. A lui, Jerome David, gliene fregava una benemerita mazza dei lettori che volevano sapere di lui.
La sua vita era stata così, lontano da tutto e da tutti.
Era stato uno scrittore, poi aveva smesso di esserlo pur continuando a interessarsi di libri, di libri di filosofia perlopiù.
Nato da una famiglia ebraica di origine lituana, non gli era mai piaciuto granché parlare, e nemmeno gli era mai interessato di incontrare gente e personaggi più o meno noti. Quello che aveva voluto dir di sé, l’aveva tutto condensato nel suo romanzo, Il prenditore nella segale (The Catcher in the Rye).

Il male peggiore - Iannozzi GIuseppe - Edizioni Il FoglioSepolto in mezzo a profonde rughe e misantropia, Salinger sapeva che i suoi giorni erano agli sgoccioli, ma non lo avrebbe ammesso mai, non in pubblico comunque. Era vecchio oramai, novantuno anni non erano mica pochi, non era però soddisfatto, nemmeno del cancro al pancreas che lo stava conducendo alla tomba, con una lentezza a dir poco noiosa.
Oona O’Neil era morta da tempo, nonostante si fosse legata a Charlie Chaplin, a quel buffone da strapazzo pieno di sé e di dollari. Il fatto di saperla morta e sepolta un poco lo confortava: non avrebbe dovuto lasciarlo per legarsi a un vecchio di cinquanta e passa anni. Lui, Jerome David Salinger, la sua vita, bene o male, l’aveva fatta. Aveva scritto un libro di successo, qualche racconto, e si era poi ritirato dal mondo. Più volte l’avevano dato per morto, ma la verità era una e una soltanto: l’umanità non gli interessava più. Era stato un seguace del buddismo Zen, ma si era presto convinto che l’induismo potesse meglio soddisfare le sue esigenze spirituali.
Un giorno incontrò L. Ron Hubbard. Gli fece una bella impressione e basta: il suo entusiasmo era facile a svanire nel nulla, soprattutto quando si trattava di guardare a nuove discipline spirituali. I dianetici gli piacevano, ma non così tanto da spingerlo ad abbracciarli, tanto più che lui odiava stare a contatto con le persone e con loro condividere dolori, gioie, speranze, stronzate. Provò anche a farsi piacere la teologia della Chiesa Scientista, con un nulla di fatto. Preferì seguire gli insegnamenti di Edgar Cayce stando dietro ai benefici derivanti dall’agopuntura e della macrobiotica. Si provocava il vomito per espellere tutte o quasi le impurità prodotte dal corpo, assumeva ben più che massicce dosi di vitamina C, vedendo nella medicina ortomolecolare chissà cosa; praticò anche l’urinoterapia, e non mancò di procurarsi abbronzature per mezzo d’un sistema di specchi. E non da ultimo seguì i dettami non poco bizzarri della psichiatria reichiana, dedicandosi a fare il pieno di energia grazie all’accumulatore di orgone. Aveva fatto bene, aveva fatto male? Aveva novantuno anni e l’umanità gli stava sul cazzo e mica poco. Ogni giorno si augurava che scoppiasse una Terza Guerra Mondiale, affinché ripulisse il mondo da tutta la gentaglia che lo infestava con malattie e altro ancora. Lo stoicismo di Epitteto, anche quello non lo soddisfaceva più di tanto, in ogni caso non alla sua età: «Tra le cose che esistono, le une dipendono da noi, le altre non dipendono da noi. Dipendono da noi: giudizio di valore, impulso ad agire, desiderio, avversione, e in una parola, tutti quelli che sono propriamente fatti nostri. Non dipendono da noi: il corpo, i nostri possedimenti, le opinioni che gli altri hanno di noi, le cariche pubbliche e, in una parola, tutti quelli che non sono propriamente fatti nostri». Non ci credeva, non più: proairesi e diairesi, a ben vedere, erano stronzate, anche se negli anni Sessanta o giù di lì, dando alle stampe Franny e Zooey, ci aveva creduto.
Novantuno, pensò fingendosi rassegnato.
«Fanculo, novantuno è un numero del cazzo!», esplose.
Pareti di libri, di gente morta che aveva fatto quel che aveva fatto. Tutti avevano scritto e tutti erano morti. Chaplin era morto, e i Fratelli Marx pure: del primo non aveva niente in casa, non un Vhs, dei cinque Fratelli invece sì.

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Tutti gli animali sono uguali. (ma alcuni sono più uguali degli altri) – “La fattoria degli animali” di George Orwell

Tutti gli animali sono uguali.

(ma alcuni sono più uguali degli altri)

George Orwell

George Orwell

– Se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire.

– Una volta compiuto il primo anno di vita, nessun animale d’Inghilterra conosce il significato delle parole felicità e riposo. Nessun animale d’Inghilterra è libero. La vita degli animali è sofferenza e schiavitù: ecco la nuda verità. 

– L’Uomo è l’unica creatura che consumi senza produrre. Non dà latte, non depone uova, è troppo debole per tirare l’aratro, non corre abbastanza veloce da catturare un coniglio. Però è padrone di tutti gli animali. Li fa lavorare e in cambio concede loro il minimo necessario alla sussistenza, tenendo il resto per sé. Il nostro lavoro dissoda la terra, il nostro escremento la fertilizza, tuttavia non c’è fra noi chi possegga altro che la nuda pelle. Voi mucche, che vedo qui davanti a me, quante migliaia di litri di latte avete prodotto quest’anno? e che ne è stato di quel latte che avrebbe dovuto svezzare vigorosi vitelli? Ogni singola goccia è stata trangugiata dai nostri nemici. 

– E non ci permettono neppure di giungere al termine naturale di una vita già tanto infelice. Non mi lamento per me, che sono tra i fortunati: ho dodici anni e, com’è naturale nel corso della vita di un maiale, ho avuto più di quattrocento figli. Ma alla fine nessun animale sfugge al coltello crudele. Entro un anno ognuno di voi, giovani porci che ora sedete davanti a me, morirà tra alte grida sul ceppo. Tutti siamo destinati a quell’orrore. Mucche, maiali, galline, pecore. Tutti. 

– Rivoluzione! Non posso dire quando questa Rivoluzione verrà: potrebbe essere fra una settimana o fra cent’anni; ma so, con la stessa certezza con cui vedo questa paglia sotto i miei piedi che presto o tardi giustizia sarà fatta. Compagni, in questo evento fissate il vostro sguardo per quel resto di vita che vi rimane! E soprattutto tramandate questo mio messaggio a quelli che verranno dopo di voi, in modo che le future generazioni proseguano la lotta fino alla vittoria. 

– L’oppressione è il male della gleba, essendo difatti il lato oscuro della pressione. Tutti sono uguali, ma c’è chi è più uguale di altri. Come il lato scaleno di un triangolo equilatero.

-Quattro zampe buono, due zampe cattivo.

– Il segno distintivo dell’uomo è la mano, lo strumento col quale fa tutto ciò che è male.

– Le creature di fuori guardavano dal maiale all’uomo e dall’uomo al maiale e ancora dal maiale all’uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due.

– Come sempre, Palla di Neve e Napoleon erano in disaccordo. Secondo Napoleon, ciò che gli animali dovevano fare era procurarsi armi da fuoco e addestrarsi al loro uso. Palla di Neve era invece del parere che si dovessero spedire stormi e stormi di piccioni a suscitare la Rivoluzione fra gli animali delle fattorie. L’uno argomentava che se non avessero saputo difendersi da soli erano destinati a esser vinti; l’altro ragionava che, se la Rivoluzione fosse scoppiata dappertutto, essi non avrebbero avuto più bisogno di difendersi. Gli animali ascoltavano prima Napoleon, poi Palla di Neve e non sapevano decidere chi dei due avesse ragione. In realtà si trovavano sempre d’accordo con quello che parlava al momento.

– Come schiavi lavorarono gli animali per tutto quell’intero anno. Ma nel loro lavoro erano felici: non si lamentavano né di sforzi né di sacrifici, ben sapendo che quanto facevano era fatto a loro beneficio e a beneficio di quelli della loro specie che sarebbero venuti dopo di loro, e non per l’uomo infingardo e ladro.
Durante la primavera e l’estate lavorarono sessanta ore la settimana, e in agosto Napoleon annunciò che ci sarebbe stato lavoro anche nel pomeriggio della domenica. Questo lavoro sarebbe stato assolutamente volontario; chi se ne fosse astenuto però avrebbe avuta ridotta di metà la sua razione.

– Napoleon stesso partecipò alla riunione della domenica seguente e pronunciò una breve orazione in onore di Gondrano. Non era stato possibile, disse, riportare i resti del loro compianto compagno perché trovassero sepoltura nella fattoria, ma egli aveva ordinato una grande corona composta con foglie della pianta di alloro del suo giardino, da deporre sulla tomba dello scomparso. Pochi giorni dopo era intenzione dei maiali tenere un grande banchetto funebre in onore del defunto. Napoleon terminò il suo discorso ricordando le due massime favorite da Gondrano: “Lavorerò di più” e : “Il compagno Napoleon ha sempre ragione!”, massime, egli disse, che ogni animale avrebbe dovuto adottare come proprie.
Nel giorno stabilito per il banchetto un furgone da droghiere venne da Willingdon alla fattoria a consegnare una grande cassa. Quella notte si udirono fragorosi canti, seguiti da un frastuono come di violento litigio che terminò verso le undici con un tremendo frantumar di vetri. Nessuno si mosse nella casa colonica prima del mezzogiorno dell’indomani, e corse voce che, non si sa come, i porci avevano guadagnato danaro bastante all’acquisto di un’altra cassa di whiskey.

– Fu chiaro fin dall’inizio che ogniqualvolta c’era un lavoro da fare, il gatto si rendeva irreperibile.

– I comandamenti (tra parentesi le frasi aggiunte successivamente dai maiali per giustificare le loro azioni).

– 1. Qualunque cosa cammini su due zampe è un nemico.

– 2. Qualunque cosa cammini su quattro zampe o abbia le ali è un amico.

– 3. Nessun animale deve indossare vestiti.

– 4. Nessun animale deve dormire in un letto. (con le lenzuola)

– 5. Nessun animale deve bere alcol. (in eccesso)

– 6. Nessun animale deve uccidere un altro animale. (senza motivo) 7.

– 7. Tutti gli animali sono uguali. (ma alcuni sono più uguali degli altri)

– Dodici voci si alzarono furiose, e tutte erano simili. Non c’era da chiedersi ora che cosa fosse successo al viso dei maiali. Le creature di fuori guardavano dal maiale all’uomo, dall’uomo al maiale e ancora dal maiale all’uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due.

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