Sulle tracce di Kim. Il grande gioco nell’India di Kipling – PETER HOPKIRK – Edizioni Settecolori – in uscita il 28 gennaio

SULLE TRACCE DI KIM. IL GRANDE GIOCO NELL’INDIA DI KIPLING – PETER HOPKIRK

Edizioni Settecolori 

In uscita il 28 gennaio 2021

Sulle tracce di Kim - Peter Hopkirk - Edizioni Settecolori

[…] Il mio obiettivo, sorto da un forte zelo missionario, è quello di persuadere gli altri a riscoprire il capolavoro indiano di Kipling, ma nella sua interezza, non in una qualche forma sintetizzata. Gettando nuova luce sulla storia narrata – specie per quanto riguarda il ruolo avuto in essa dal Grande Gioco, e le verità nascoste dietro i personaggi che l’animano – spero di rendere quella loro riscoperta più gratificante. Perché, lasciando da parte la pura gioia di viaggiare con Kim e il lama attraverso «la bella terra dell’Hind», quanto più ci si cala in questa grande spy story tanto più si godono le finezze e i segreti riposti nelle pagine. […]

Peter Hopkirk

Libro di viaggi e insieme detective story letteraria, il talento di Hopkirk riporta alla luce le ombre di un passato pieno di intrighi e di colpi di scena, combina una sorprendente erudizione con una magnifica qualità di narratore, e ci consegna un’immagine indimenticabile dell’India di ieri, dell’India di sempre.

Questo libro meravigliosamente scritto e accattivante affascinerà anche coloro che non hanno mai letto Kim. – Robert Carver

Questo libro è per tutti gli amanti di Kim, il capolavoro con cui Rudyard Kipling celebrò la vita del subcontinente indiano, il «fardello dell’uomo bianco» imperiale e inglese, il duello fra la Corona e lo Zar nel Grande Gioco, nome reso celebre proprio da lui, per il controllo dell’Asia centrale.
Affascinato sin dall’adolescenza da questo strano racconto di un ragazzino orfano e del suo reclutamento nell’Indian Secret Service, Peter Hopkirk ripercorre le tracce di Kim nell’India di Kipling per vedere quanto di esse rimanga e dove portino. Rispetto a un eroe di finzione si tratterebbe di una ricerca vana, ma Kim è molto più di un romanzo inventato, perché fu ispirato da figure e luoghi reali che rendono impercettibile il confine fra verità e immaginazione.
Peter HopkirkLibro di viaggi e insieme detective story letteraria, il talento di Hopkirk riporta alla luce le ombre di un passato pieno di intrighi e di colpi di scena, combina una sorprendente erudizione con una magnifica qualità di narratore, e ci consegna un’immagine indimenticabile dell’India di ieri, dell’India di sempre.

Peter Hopkirk – Scrittore e inviato speciale nei luoghi caldi del mondo, premiato dalla Royal Society for Asian Affairs per i suoi libri e i suoi viaggi, Peter Hopkirk (1930-2014) è conosciuto in Italia per Il Grande Gioco, Alla conquista di Lhasa, Diavoli stranieri sulla Via della Seta, usciti con grande successo di critica e di pubblico.

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Sulle tracce di Kim – Peter Hopkirk

Sulle tracce di KimPeter Hopkirk Edizioni Settecolori – Collana: Foglie d’Erba – Traduzione di Giuseppe Bernardi – I edizione italiana – Pagine: 282 – Data uscita: 28/01/2021 – ISBN: 9788896986288 –

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Gli ultimi respiri di Primo Levi – racconto completo da “Il male peggiore. Storie di scrittori e di donne” di Iannozzi Giuseppe

Gli ultimi respiri di Primo Levi

La cosa Somogyi

di Iannozzi Giuseppe

Primo Levi

Cambiano i nomi, cambiano i volti, e mai la sostanza. Oppressi e oppressori stanno sempre in una zona grigia, i salvati sono invece un numero esiguo, salvati dal caso e non da un Dio. Mordechai Chaim Rumkowski, ebreo affezionato al potere, appoggiato dalle SS, lui era un oppressore e un privilegiato che, nel ghetto della cittadina di Łódź, dettava legge nelle vesti di decano. Chi sono i salvati? Sono un numero esiguo i salvati, salvati dal caso e non da un Dio. Così andava rimuginando fra sé e sé Primo.
Il mattino era di silenzio, eccetto che per delle vaghe note che una vecchia radio, tenuta a basso volume, lasciava libere nell’aria: Glenn Gould al piano suonava Bach.

Aprile 1987: non era un anno poi diverso da molti altri che aveva visto. Ad Auschwitz i mesi, i giorni, le ore non esistevano. Dio non aveva mai buttato l’occhio giù ad Auschwitz. Non lo aveva fatto perché Dio era una finzione, macabra e dilettantesca quanto si vuole.
Jean Améry era sopravvissuto alla Shoah, e si era tolto la vita. Quando gli avevano chiesto il perché di quel gesto, era stato lapidario: «Nessuno sa le ragioni di un suicidio, neppure chi si è suicidato».

Il 13 dicembre del 1943 i nazifascisti lo avevano preso in Valle d’Aosta e subito lo avevano tradotto all’inferno, prima nel campo di concentramento di Fossoli, e nel febbraio del 1944 ad Auschwitz. All’inferno c’erano gli aguzzini e le vittime. C’erano degli uomini. Da quel dicembre del 1943, di anni ne erano passati un bel po’, ma, per lui, non era cambiato granché: adesso stava in casa, in Corso Re Umberto, numero civico 75. Nel corso degli anni passati a scrivere, non aveva mai sentito l’esigenza di cambiare abitazione.
Le milizie lo avevano beccato nel villaggio di Amay, sul versante verso Saint-Vincent del Col de Joux, per l’esattezza fra Saint-Vincent e Brusson. Lo avevano interrogato. Alla fine si era dichiarato ebreo. Forse loro si aspettavano che si dichiarasse partigiano.
Il 22 febbraio del 1944, insieme ad altri seicentocinquanta ebrei, fu stipato su un treno merci. Ogni vagone teneva dentro cinquanta persone. Non c’era possibilità di salvezza: erano destinati al campo di sterminio di Auschwitz. Una volta in Polonia lo registrarono con il numero 174.517 e subito lo tradussero al campo di Buna-Monowitz, noto come Auschwitz III. C’era rimasto fino alla liberazione. L’Armata Rossa l’aveva liberato il 27 gennaio del 1945. Oltre a lui, l’Armata Rossa liberò altri venti ebrei italiani. Gli altri, tutti gli altri, tutti morti. Perché lui era sopravissuto? Perché sapeva un po’ di tedesco; perché Lorenzo Perrone, un civile occupato come muratore, rischiando la sua vita, gli portava qualche cosa da mangiare; perché era un chimico e la Buna, di proprietà del colosso chimico tedesco IG Farben, aveva bisogno di chimici per la produzione di gomma sintetica.

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Il suicidio di Salgàri – racconto completo da “Il male peggiore. Storie di scrittori e di donne” di Iannozzi Giuseppe

Il suicidio di Salgàri

di Iannozzi Giuseppe

Sandokan

Non avrebbe mai dovuto scrivere il primo racconto e mai avrebbe dovuto imparare a leggere. Bruno adesso lo sapeva, ed era troppo tardi. Quante candeline aveva spento? Sessanta. E cosa aveva ottenuto? Lo scherno del suo riflesso allo specchio. Aveva voluto fare di testa sua, non dare retta ai consigli di amici e parenti, così adesso era un fallito costretto a mendicare un caffè e a fumare sigarette di pessima qualità. Ma presto l’ignominia che in tanti anni si era acquistato scialacquando i suoi giorni su mappe e libri, sarebbe finita.

Con sguardo assente, Bruno camminava lungo lo stretto marciapiede di Corso Casale, lasciandosi alle spalle rapide carezze di vento e poco altro. Le auto sfrecciavano veloci, con una certa regolarità. E nell’aria ristagnava un forte odore di benzina. Dentro di sé sorrise, di tristezza: non c’era davvero motivo perché continuasse a consumare i tacchi sull’asfalto, mentre fumava una Yesmoke dopo l’altra. La depressione lo stava fagocitando, e per quanto, ogni santo giorno, dentro di sé ripetesse che doveva farsi coraggio, solo gli riusciva di rimettere l’anima in un sorriso sghembo, in una smorfia di pieno nichilismo.
Quando fu sotto il numero civico 205, senza alcun riguardo sputò via il mozzicone di sigaretta.
«Eccoci alla resa dei conti», disse a nessuno con voce strozzata frantumando le parole in bocca.
Levò gli occhi sull’iscrizione e la lesse per la milionesima volta: «Fra queste mura Emilio Salgàri visse in onorata povertà popolando il mondo di personaggi nati dalla sua inesauribile fantasia di lealtà e di coraggio. Perché gli italiani non dimentichino la sua genialità avventurosa, il suo doloroso calvario, la rivista “Italia sul mare” pone questo ricordo. Torino, 30 aprile 1959».

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Luca De Angelis – Cani, topi e scarafaggi. Metamorfosi ebraiche nella zoologia letteraria – Marietti 1820

Luca De Angelis

Cani, topi e scarafaggi

Metamorfosi ebraiche nella zoologia letteraria

Marietti 1820

Luca De Angelis - Cani, topi e scarafaggi. Metamorfosi ebraiche nella zoologia letteraria - Marietti 1820

Descrizione

Nelle Melodie ebraiche di Heine il principe Israele, a causa di «un sortilegio», viene trasformato in cane. Nella Metamorfosi di Kafka il protagonista si ritrova mutato in uno scarafaggio e il vocabolo Ungeziefer (parassita), di cui si serve lo scrittore praghese, è lo stesso usato dai nazisti per definire l’ebreo. Non a caso, per uccidere gli ebrei internati nei campi di sterminio si fece ricorso allo Zyklon B, acido prussico concentrato, un pesticida letale. Primo Levi ha fatto notare che «si doveva usare, e fu usato, quello stesso gas velenoso che si impiegava per disinfestare le stive delle navi e i locali invasi da cimici o pidocchi. Sono state escogitate nei secoli morti più tormentose, ma nessuna era così gravida di dileggio e di disprezzo».  Attraverso le pagine della letteratura internazionale, questo libro ripercorre i modi in cui gli ebrei sono stati spogliati di umanità, considerati scarti umani e ridotti all’animalità.

Sommario

1. Shylock ad Auschwitz. 2. L’orrore della metamorfosi canina. 3. Di faccende scarafaggesche, di Mauschwitz e di bestiame. 4. Zoologie e batteriologie criminali. 5. Un mondo senza parassiti e malattie. 6. Bibliografia.

Note sull’autore

Luca De Angelis, studioso della condizione ebraica e delle sue modalità di espressione letteraria negli scrittori italiani ed europei, ha insegnato in diverse università (Trento, Trieste e Münster) e attualmente collabora con Pagine Ebraiche.

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Luca De Angelis – Cani, topi e scarafaggi
Metamorfosi ebraiche nella zoologia letteraria

Luca De AngelisCani, topi e scarafaggi. Metamorfosi ebraiche nella zoologia letterariaMarietti 1820 – collana: 1103 I Melograni – pubblicazione: 5 gennaio 2021 – pagine: 216 – ISBN: 9788821110344 – € 15,00

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Jule Busch: “La figlia d’Europa. Il sogno infranto di Elena Maestrini” – intervista all’autrice

Intervista a Jule Busch

La figlia d’Europa

Il sogno infranto di Elena Maestrini

Iannozzi Giuseppe

La figlia d'Europa. Il sogno infranto di Elena Maestrini -Jule Busch

1. Jule Busch, quale profonda necessità ti ha spinta a scrivere “La figlia d’Europa” (96 Rue de-La-Fontaine Edizioni)?

Ho pubblicato diversi testi narrativi e poesie in numerose antologie, ma mai un libro tutto mio. Pur essendo appassionata dalla scrittura, guardandomi intorno, a volte ho pensato che la pubblicazione di un libro è quasi un atto di autocompiacimento dell’autore stesso. Non è necessariamente una valutazione negativa, non lo trovo sbagliato, solo che non faceva il mio caso. A questa domanda avrei potuto rispondere solo: “Perché mi piace scrivere”, invece oggi vorrei rispondere: “Avevo da dire qualcosa alla collettività”.

2. Sottotitolo del tuo lavoro è “Il sogno infranto di Elena Maestrini”. Perché hai scelto di far convergere la tua attenzione intorno a Elena Maestrini, lasciando quasi in disparte le altre vittime?

Lavoro come giornalista per il quotidiano online IlGiunco.net, siamo una realtà della provincia di Grosseto e solitamente non trattiamo la cronaca nazionale, a meno che non riguardi il nostro territorio. Elena Maestrini è nata e cresciuta proprio qui in Maremma, a Bagno di Gavorrano. Ho seguito il suo caso fin dall’giorno dell’incidente, il quale ha avuto un impatto enorme e ai tempi aveva completamente paralizzato la sua comunità. Il libro racconta anche questo; l’impatto mediatico sul suo paese, le reazioni, gli amici, le iniziative in sua memoria, ma soprattutto il dolore dei genitori e la disperata ricerca di giustizia in tutte le sedi. Nel mio ruolo ho raccontato spesso del padre di Elena, Gabriele Maestrini; delle sue numerose iniziative di protesta e di quel suo senso di impotenza davanti a troppe porte chiuse e risposte negate. Nel libro mi sono concentrata sul suo caso, sulla sua lotta continua e la sua forza instancabile, perché conosco bene il suo percorso e perché da anni lo seguo da vicino.

3. Il 20 marzo 2016 al chilometro 333 dell’autostrada Ap7 persero la vita tredici ragazze. Fu la strage dell’Erasmus. Jule Busch, che cosa puoi dirci delle altre dodici ragazze?

Posso dire che sono morte senza un perché, esattamente come Elena Maestrini: giovani donne, tutte brillanti studentesse, senza eccezione. Pensando alla misura di questa tragedia è difficile aggiungere altro, ma il percorso dei genitori di Elena e la loro battaglia legale unisce con lo stesso doloroso filo conduttore tutte e 13 le famiglie delle ragazze morte. Il percorso legale lo stanno affrontando insieme.

Jule Busch

4. A tutt’oggi non c’è un colpevole. Si è parlato di un errore umano dietro la strage, ma la Spagna non ha riconosciuto colpevole il conducente del pullman. L’autista risultò negativo ai test su droga e alcol. Jule Busch, tu che idea ti sei fatta della giustizia spagnola?

Sicuramente ha lasciato un vuoto enorme, ma con questo libro non voglio sostituirmi alla giustizia, vorrei invece dare l’opportunità al lettore di formarsi un’opinione sull’accaduto raccontando quello che è successo. Il conducente è ovviamente il soggetto chiave di tutta la vicenda perché è stato lui al volante del pullman in quella tragica notte, è inoltre l’unico indagato per l’accaduto, ma a mio avviso non è una responsabilità così universale e categorica. È compito della giustizia individuare la/le responsabilità dell’incidente e mi piacerebbe raccontare anche ciò che accade in aula, ma, nonostante fossero passati quasi cinque anni dall’incidente, le porte dei tribunali spagnoli non si sono aperte e non si è ancora svolto alcun processo.

5. Dopo aver dato alle stampe “La figlia d’Europa”, che cosa ti aspetti? Si è giunti alla terza archiviazione, e, giustamente, Gabriele Maestrini vuole sapere perché sua figlia è morta su quel pullman assieme ad altre dodici ragazze.

Stando agli ultimi aggiornamenti del settembre 2020 il conducente è stato rinviato a giudizio, un processo di cui, però, non si conosce la data perché di fatto non è stata stabilita.
Spero che il libro possa sensibilizzare l’opinione pubblica e nello stesso tempo rimanere un testo che raccoglie e racconta i dettagli di quello che è accaduto. Come dicevo prima, in questi anni ho seguito da vicino la vicenda dell’incidente e spesso mi è capitato di dover cercare negli archivi la cronologia esatta degli eventi, specialmente della battaglia legale. Ad un certo punto mi sono chiesta: “Se ho difficoltà a ricordarmelo io, fra qualche anno, chi potrà ricostruire tutti i pezzi di questo triste puzzle?”. Credo non sia giusto che venga dimenticata questa tragedia e personalmente trovo inoltre doveroso che qualcuno dia delle risposte a tutti quei genitori che hanno perso una figlia.
Non ho la presunzione che questo libro possa fare tanto da accelerare i tempi della giustizia, ma intanto è nato. Finché un’ingiustizia rimane nascosta al pubblico c’è sempre la giustificazione di non averla conosciuta, invece eccone una, raccontata bianco su nero.

6. All’indomani della terza archiviazione, Gabriele Maestrini ha avuto modo di dire a chiare lettere che non è stato preso in considerazione il rapporto della polizia catalana che, attraverso i periti, aveva rilevato in un’ora ben 74 anomalie nella guida dell’autista quella tragica notte del 20 marzo 2016. Jule Busch, perché la giustizia spagnola funziona in una maniera a noi incomprensibile?

Il rapporto dei Mossos d’Esquadra, la polizia catalana, ha rilevato che un minuto prima dell’incidente, l’autobus è passato da una velocità di cento a settantaquattro chilometri orari, per ritornare subito dopo a cento, poco prima dello schianto, ma quel rapporto viene ignorato dalla magistratura fino alla fine del 2018, due anni dopo l’incidente. In seguito viene incaricato un perito per valutare le condizioni del pullman, ma il mezzo per tutto il tempo era rimasto abbandonato (e saccheggiato) in un deposito giudiziario all’area aperta senza recinzioni e non c’era rimasto più niente da valutare. Quella perizia è datata 18 marzo, ma giunge alle famiglie il 20 marzo 2019. Il giorno del terzo anniversario dell’incidente.
Mi piacerebbe pensare che tutto questo sia da ricondurre a una catena di errori, diciamo burocratici. La domanda giusta è forse “Ma la giustizia spagnola funziona?”. 

7. “La figlia d’Europa. Il sogno infranto di Elena Maestrini”, Jule Busch, credi possa sensibilizzare chi ancor oggi chiude gli occhi di fronte alla strage dell’Erasmus?

Quando è uscito il libro il 20 marzo 2020, in concomitanza con il quarto anniversario dell’incidente, ho riscontrato diverse reazioni da parte dei lettori e devo usare il termine “purtroppo” quando dico che molte persone non erano a conoscenza del fatto che non si è mai svolto un processo per quella strage. Molti sono rimasti sorpresi ed amareggiati. La maggior parte degli italiani ricorda la notizia dell’incidente, ma dopo il fatto di cronaca in per sé, l’interesse pubblico è sbiadito e anche i media si sono concentrati poco sugli sviluppi giudiziari.
Non credo sia una colpa dimenticare le tragedie altrui, è probabilmente un meccanismo umano del tutto automatico. Spero però, per chi decide di leggere il libro, che questa tragedia se la faccia propria, perché questo caso ne ha ancora tanto bisogno.

8. Se dovessi lanciare un appello per attirare l’attenzione su Elena Maestrini e le altre dodici ragazze che l’opinione pubblica ha quasi dimenticato, come lo formuleresti?

Sono madre di tre ragazzi adolescenti e proprio mia figlia desidera fare un’esperienza Erasmus. Io stessa sono nata e cresciuta all’estero e a volte mi sento una figlia d’Europa anch’io. Le giovani generazioni di oggi lo sono senz’altro. È un loro (bellissimo) diritto poter esplorare le loro possibilità future senza frontiere. Lo stesso che avevano colto anche Elena Maestrini, Valentina Gallo, Francesca Bonello, Elisa Valent, Lucrezia Borghi, Serena Saracino, Elisa Scarascia Mugnozza, Julia Mang, Chloé Chouraqui, Christina Unger, Mohina Abdusaidova, Phuong Anh Tran e Verónica Matcovici.
Nel 2016 erano state definite da tutti le “figlie d’Europa”, ma poi si sono spenti i riflettori. Oggi il loro destino ha ancora bisogno di attenzioni, di qualcuno che tenga accesa una luce sull’accaduto. Noi, che abbiamo la possibilità di farlo, non dovremmo permettere che vengono dimenticate.

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La figlia d’Europa- Jule Busch

La figlia d’Europa. Il sogno infranto di Elena Maestrini – Jule Busch – 96 Rue de-La-Fontaine Edizioni – collana: libri di testimonianza – Anno edizione: 2020 – pagine: 148 – ISBN: 9788893990271 – € 10,00

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Il poeta che cercava Dio – racconto completo da “Il male peggiore. Storie di scrittori e di donne” di Iannozzi Giuseppe

Il poeta che cercava Dio

di Iannozzi Giuseppe

Viandante sul mare di nebbia - Caspar David Friedrich

Lo incontrai che era già stanco. Andrea trascinava il corpo lungo via Roma, lasciando di sé un esile riflesso sugli specchi delle vetrine, tenendo lo sguardo fisso a terra. Era cambiato, colpa della malattia, ma il passo era quello che sapevo, di Andrea.
Gli tesi la mano, lui la prese nella sua ma senza alzare lo sguardo su di me.
Biasciò due parole: «Sono malato».
«Sì, lo so.» Tossii. Lasciai la sua mano affinché cadesse nel vuoto.
A quel tempo fumavo ancora, oggi non più; accesi una Camel e ne respirai due boccate.
«Ti accompagno.»
Tenendo lo sguardo basso: «Nessuno te lo impedisce».
Gli sorrisi. Lui niente, allora buttai la sigaretta in mezzo ai suoi passi: la pestai proprio sotto i suoi occhi fino a spegnerla.
Andrea scosse il capo né divertito né offeso.
«Quanto ancora?»
«Quanto Dio vorrà. È pazzo, lo sai.»
«Sì, è un luogo comune.»
«Come la mia data di scadenza!»
Eravamo in Piazza Castello, fermi al semaforo. «C’è sempre tutto questo cazzo di traffico…» osservò Andrea, e gli occhi continuava a tenerli bassi. «Preferisco quando piove e si sente il rumore delle auto, delle gomme sull’acqua. Mi piace il rumore della pioggia, quello delle pozzanghere stuprate dai passi dei pedoni, dalle gomme delle motociclette impazzite.»
«Attraversiamo.»

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Salinger contro Chaplin– racconto completo da “Il male peggiore. Storie di scrittori e di donne” di Iannozzi Giuseppe

Salinger contro Chaplin

di Iannozzi Giuseppe

Salinger and Chaplin

La notizia era rimbalzata di giornale in giornale, senza che lui, Jerome David, movesse paglia o quasi.
Di anni ne erano passati tanti da quando, nel 1980, aveva annunciato il suo ritiro dalle scene letterarie, ovviamente tenendo la bocca ben chiusa. Ma i lettori non avevano dimenticato il creatore di Holden Caulfield. Le ristampe del suo unico romanzo, in parte autobiografico, e dei suoi racconti non si contavano: non c’era un solo lettore al mondo che non sapesse di lui. Per tutti era lui il grande recluso, uomo impossibile d’avvicinare.
Salinger aveva fatto le cose per bene, come sempre del resto. Se ne era fregato altamente della vita mondana e dei letterati tutti. Quando il caso l’aveva richiesto, si era messo in contatto con il suo agente letterario, usando sempre la parola scritta, e morta lì. E non aveva mai dato chissà quali spiegazioni al suo editore né al suo agente. Interviste non ne rilasciava dal lontano 1974, e a dirla tutta ne aveva rilasciate ben poche. Era quasi sempre riuscito a non farsi fotografare, e questa era cosa buona anche se, di tanto in tanto, una foto sfocata di brutto, con tutta probabilità scattata da qualche buontempone, compariva su un diavolo di giornale.
In più d’una occasione, il suo agente letterario gli aveva scritto che tivù e giornali lo corteggiavano e che sarebbero stati disposti a pagarlo più che bene perché apparisse: lui lo aveva mandato a stendere senza pensarci su. A lui, Jerome David, gliene fregava una benemerita mazza dei lettori che volevano sapere di lui.
La sua vita era stata così, lontano da tutto e da tutti.
Era stato uno scrittore, poi aveva smesso di esserlo pur continuando a interessarsi di libri, di libri di filosofia perlopiù.
Nato da una famiglia ebraica di origine lituana, non gli era mai piaciuto granché parlare, e nemmeno gli era mai interessato di incontrare gente e personaggi più o meno noti. Quello che aveva voluto dir di sé, l’aveva tutto condensato nel suo romanzo, Il prenditore nella segale (The Catcher in the Rye).

Il male peggiore - Iannozzi GIuseppe - Edizioni Il FoglioSepolto in mezzo a profonde rughe e misantropia, Salinger sapeva che i suoi giorni erano agli sgoccioli, ma non lo avrebbe ammesso mai, non in pubblico comunque. Era vecchio oramai, novantuno anni non erano mica pochi, non era però soddisfatto, nemmeno del cancro al pancreas che lo stava conducendo alla tomba, con una lentezza a dir poco noiosa.
Oona O’Neil era morta da tempo, nonostante si fosse legata a Charlie Chaplin, a quel buffone da strapazzo pieno di sé e di dollari. Il fatto di saperla morta e sepolta un poco lo confortava: non avrebbe dovuto lasciarlo per legarsi a un vecchio di cinquanta e passa anni. Lui, Jerome David Salinger, la sua vita, bene o male, l’aveva fatta. Aveva scritto un libro di successo, qualche racconto, e si era poi ritirato dal mondo. Più volte l’avevano dato per morto, ma la verità era una e una soltanto: l’umanità non gli interessava più. Era stato un seguace del buddismo Zen, ma si era presto convinto che l’induismo potesse meglio soddisfare le sue esigenze spirituali.
Un giorno incontrò L. Ron Hubbard. Gli fece una bella impressione e basta: il suo entusiasmo era facile a svanire nel nulla, soprattutto quando si trattava di guardare a nuove discipline spirituali. I dianetici gli piacevano, ma non così tanto da spingerlo ad abbracciarli, tanto più che lui odiava stare a contatto con le persone e con loro condividere dolori, gioie, speranze, stronzate. Provò anche a farsi piacere la teologia della Chiesa Scientista, con un nulla di fatto. Preferì seguire gli insegnamenti di Edgar Cayce stando dietro ai benefici derivanti dall’agopuntura e della macrobiotica. Si provocava il vomito per espellere tutte o quasi le impurità prodotte dal corpo, assumeva ben più che massicce dosi di vitamina C, vedendo nella medicina ortomolecolare chissà cosa; praticò anche l’urinoterapia, e non mancò di procurarsi abbronzature per mezzo d’un sistema di specchi. E non da ultimo seguì i dettami non poco bizzarri della psichiatria reichiana, dedicandosi a fare il pieno di energia grazie all’accumulatore di orgone. Aveva fatto bene, aveva fatto male? Aveva novantuno anni e l’umanità gli stava sul cazzo e mica poco. Ogni giorno si augurava che scoppiasse una Terza Guerra Mondiale, affinché ripulisse il mondo da tutta la gentaglia che lo infestava con malattie e altro ancora. Lo stoicismo di Epitteto, anche quello non lo soddisfaceva più di tanto, in ogni caso non alla sua età: «Tra le cose che esistono, le une dipendono da noi, le altre non dipendono da noi. Dipendono da noi: giudizio di valore, impulso ad agire, desiderio, avversione, e in una parola, tutti quelli che sono propriamente fatti nostri. Non dipendono da noi: il corpo, i nostri possedimenti, le opinioni che gli altri hanno di noi, le cariche pubbliche e, in una parola, tutti quelli che non sono propriamente fatti nostri». Non ci credeva, non più: proairesi e diairesi, a ben vedere, erano stronzate, anche se negli anni Sessanta o giù di lì, dando alle stampe Franny e Zooey, ci aveva creduto.
Novantuno, pensò fingendosi rassegnato.
«Fanculo, novantuno è un numero del cazzo!», esplose.
Pareti di libri, di gente morta che aveva fatto quel che aveva fatto. Tutti avevano scritto e tutti erano morti. Chaplin era morto, e i Fratelli Marx pure: del primo non aveva niente in casa, non un Vhs, dei cinque Fratelli invece sì.

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Tutti gli animali sono uguali. (ma alcuni sono più uguali degli altri) – “La fattoria degli animali” di George Orwell

Tutti gli animali sono uguali.

(ma alcuni sono più uguali degli altri)

George Orwell

George Orwell

– Se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire.

– Una volta compiuto il primo anno di vita, nessun animale d’Inghilterra conosce il significato delle parole felicità e riposo. Nessun animale d’Inghilterra è libero. La vita degli animali è sofferenza e schiavitù: ecco la nuda verità. 

– L’Uomo è l’unica creatura che consumi senza produrre. Non dà latte, non depone uova, è troppo debole per tirare l’aratro, non corre abbastanza veloce da catturare un coniglio. Però è padrone di tutti gli animali. Li fa lavorare e in cambio concede loro il minimo necessario alla sussistenza, tenendo il resto per sé. Il nostro lavoro dissoda la terra, il nostro escremento la fertilizza, tuttavia non c’è fra noi chi possegga altro che la nuda pelle. Voi mucche, che vedo qui davanti a me, quante migliaia di litri di latte avete prodotto quest’anno? e che ne è stato di quel latte che avrebbe dovuto svezzare vigorosi vitelli? Ogni singola goccia è stata trangugiata dai nostri nemici. 

– E non ci permettono neppure di giungere al termine naturale di una vita già tanto infelice. Non mi lamento per me, che sono tra i fortunati: ho dodici anni e, com’è naturale nel corso della vita di un maiale, ho avuto più di quattrocento figli. Ma alla fine nessun animale sfugge al coltello crudele. Entro un anno ognuno di voi, giovani porci che ora sedete davanti a me, morirà tra alte grida sul ceppo. Tutti siamo destinati a quell’orrore. Mucche, maiali, galline, pecore. Tutti. 

– Rivoluzione! Non posso dire quando questa Rivoluzione verrà: potrebbe essere fra una settimana o fra cent’anni; ma so, con la stessa certezza con cui vedo questa paglia sotto i miei piedi che presto o tardi giustizia sarà fatta. Compagni, in questo evento fissate il vostro sguardo per quel resto di vita che vi rimane! E soprattutto tramandate questo mio messaggio a quelli che verranno dopo di voi, in modo che le future generazioni proseguano la lotta fino alla vittoria. 

– L’oppressione è il male della gleba, essendo difatti il lato oscuro della pressione. Tutti sono uguali, ma c’è chi è più uguale di altri. Come il lato scaleno di un triangolo equilatero.

-Quattro zampe buono, due zampe cattivo.

– Il segno distintivo dell’uomo è la mano, lo strumento col quale fa tutto ciò che è male.

– Le creature di fuori guardavano dal maiale all’uomo e dall’uomo al maiale e ancora dal maiale all’uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due.

– Come sempre, Palla di Neve e Napoleon erano in disaccordo. Secondo Napoleon, ciò che gli animali dovevano fare era procurarsi armi da fuoco e addestrarsi al loro uso. Palla di Neve era invece del parere che si dovessero spedire stormi e stormi di piccioni a suscitare la Rivoluzione fra gli animali delle fattorie. L’uno argomentava che se non avessero saputo difendersi da soli erano destinati a esser vinti; l’altro ragionava che, se la Rivoluzione fosse scoppiata dappertutto, essi non avrebbero avuto più bisogno di difendersi. Gli animali ascoltavano prima Napoleon, poi Palla di Neve e non sapevano decidere chi dei due avesse ragione. In realtà si trovavano sempre d’accordo con quello che parlava al momento.

– Come schiavi lavorarono gli animali per tutto quell’intero anno. Ma nel loro lavoro erano felici: non si lamentavano né di sforzi né di sacrifici, ben sapendo che quanto facevano era fatto a loro beneficio e a beneficio di quelli della loro specie che sarebbero venuti dopo di loro, e non per l’uomo infingardo e ladro.
Durante la primavera e l’estate lavorarono sessanta ore la settimana, e in agosto Napoleon annunciò che ci sarebbe stato lavoro anche nel pomeriggio della domenica. Questo lavoro sarebbe stato assolutamente volontario; chi se ne fosse astenuto però avrebbe avuta ridotta di metà la sua razione.

– Napoleon stesso partecipò alla riunione della domenica seguente e pronunciò una breve orazione in onore di Gondrano. Non era stato possibile, disse, riportare i resti del loro compianto compagno perché trovassero sepoltura nella fattoria, ma egli aveva ordinato una grande corona composta con foglie della pianta di alloro del suo giardino, da deporre sulla tomba dello scomparso. Pochi giorni dopo era intenzione dei maiali tenere un grande banchetto funebre in onore del defunto. Napoleon terminò il suo discorso ricordando le due massime favorite da Gondrano: “Lavorerò di più” e : “Il compagno Napoleon ha sempre ragione!”, massime, egli disse, che ogni animale avrebbe dovuto adottare come proprie.
Nel giorno stabilito per il banchetto un furgone da droghiere venne da Willingdon alla fattoria a consegnare una grande cassa. Quella notte si udirono fragorosi canti, seguiti da un frastuono come di violento litigio che terminò verso le undici con un tremendo frantumar di vetri. Nessuno si mosse nella casa colonica prima del mezzogiorno dell’indomani, e corse voce che, non si sa come, i porci avevano guadagnato danaro bastante all’acquisto di un’altra cassa di whiskey.

– Fu chiaro fin dall’inizio che ogniqualvolta c’era un lavoro da fare, il gatto si rendeva irreperibile.

– I comandamenti (tra parentesi le frasi aggiunte successivamente dai maiali per giustificare le loro azioni).

– 1. Qualunque cosa cammini su due zampe è un nemico.

– 2. Qualunque cosa cammini su quattro zampe o abbia le ali è un amico.

– 3. Nessun animale deve indossare vestiti.

– 4. Nessun animale deve dormire in un letto. (con le lenzuola)

– 5. Nessun animale deve bere alcol. (in eccesso)

– 6. Nessun animale deve uccidere un altro animale. (senza motivo) 7.

– 7. Tutti gli animali sono uguali. (ma alcuni sono più uguali degli altri)

– Dodici voci si alzarono furiose, e tutte erano simili. Non c’era da chiedersi ora che cosa fosse successo al viso dei maiali. Le creature di fuori guardavano dal maiale all’uomo, dall’uomo al maiale e ancora dal maiale all’uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due.

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Hermann incontra la grandezza di Dio – racconto completo da “Il male peggiore. Storie di scrittori e di donne” di Iannozzi Giuseppe

Hermann incontra la grandezza di Dio

di Iannozzi Giuseppe

Hermann Hessse - disegno a matita, punta morbida - di Iannozzi Giuseppe

Hermann Hessse – disegno a matita, punta morbida – di Iannozzi Giuseppe

Nel corso del suo lungo peregrinare, un giorno che il sole era alto e caldo più del solito, il Siddharta trovò riparo in quella che credeva essere un’oasi di pace.
Sorridendo, con il cuore ancora ebbro del sapore di Kamala, si dispose con animo quasi lieto a riposare animo e corpo all’ombra di certi alberi secolari, le cui verdi fronde creavano un tetto naturale.
Con la schiena a ridosso d’un albero, al riparo sotto l’ombra, il Siddharta prese a pregare nella posizione del loto. Non gli riusciva però ancora di sollevare dal cuore la stretta delle gambe di Kamala, che sul suo seno l’aveva stretto, lasciando che i suoi lombi penetrassero nel fiore della sua femminilità. Sospirando cercava di rivolgere l’attenzione all’Ātman; tuttavia anche il pensiero dell’amico Govinda, perso chissà dove, gli sfiancava lo spirito distraendolo.

Il male peggiore - Iannozzi Giuseppe - Edizioni il FoglioLa sera non tardò a presentarsi specchiandosi in riflessi sanguigni sullo specchio dello stagno. Il Siddharta, pur non volendolo, era caduto in un sonno vuoto di sogni; a risvegliarlo fu il gracidare delle rane. Aveva le membra intorpidite per aver sonnecchiato nella posizione del loto: si stirò con discrezione, quasi temesse d’esser osservato, dopodiché sciolse le gambe e si tirò su in piedi. Le rane gracidavano e il Siddharta, per un momento, invidiò la loro ottusa placidità. Avvertiva i morsi della fame, ma inghiottì la vuotezza dello stomaco e concentrò il pensiero sull’intorno, sulla natura, sulle sue mille meraviglie nascoste. Avrebbe voluto scoprire quali animali si rifugiavano fra l’erba, in mezzo alle fronde cariche di foglie e frutti: non ci riuscì. Gli ci volle poco per comprendere che il suo cuore ancora batteva forte per Kamala, che la desiderava più di ogni altra cosa, più della santità che si era ripromesso di raggiungere.
Combattuto fra l’amore carnale e la santità, il Siddharta sollevò un “oh” di protesta quando avvertì d’esser stato punto da alcune zanzare. Il prurito lo distolse dai suoi pensieri, subito conducendolo in uno stato di irritazione. Suo malgrado sbottò: «Accidenti!». Prese poi a grattarsi nel vano tentativo di mitigare il prurito, che invece aumentò.

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Guillaume Musso – La ragazza di Brooklyn – La nave di Teseo

Guillaume Musso – La ragazza di Brooklyn

La nave di Teseo

Guillaume Musso - La ragazza di Brooklyn - La nave di Teseo

Raphael – un giovane scrittore di successo, ora in crisi creativa, e ragazzo padre – da sei mesi ha una relazione con Anna. Anna è bella, dolce, intelligente, eppure nasconde qualcosa. Durante un weekend d’amore in Costa Azzurra, a sole tre settimane dal loro matrimonio, Raphael non riesce a trattenersi e, con insistenza, chiede ad Anna dettagli sul suo passato. Anna, esasperata, mostra a Raphael un’immagine dalla galleria fotografica del suo tablet, urlando: “Vedi questo? L’ho fatto io.” Raphael inorridisce alla vista di quella immagine e fugge via.
Un gesto di cui subito si pente. Ma al suo ritorno, Anna non è più lì. Raphael la cerca sul cellulare, che risulta spento. Torna a Parigi, dove spera di ritrovarla, ma Anna non è a Parigi. Raphael la ama, è pronto a perdonarle tutto. Ma deve ritrovarla. Chiede aiuto a un suo amico, ex poliziotto, Marc Caradec. Insieme perquisiscono la casa di Anna, ma il buio diventa ancora più profondo, e il mistero sempre più denso: nell’appartamento trovano 400.000 euro in contanti e due carte di identità false. Dunque Anna, forse, non è Anna; e le reticenze della donna sulla propria vita non erano senza motivi; e quell’immagine, spaventosa, rimane, per Raphael, una delle poche tracce da seguire per scoprire la verità sulla persona che ama.
Guillaume MussoDopo il successo mondiale di Central Park, Guillaume Musso torna con un nuovo thriller, un’avventura
inarrestabile tra la Costa Azzurra, Parigi e New York; ma La ragazza di Brooklyn è anche una storia d’amore folle, e il ritratto di una donna enigmatica che rimarrà
a lungo nell’immaginario del lettore.

Guillaume Musso è l’autore francese più letto al mondo. I suoi libri sono tradotti in 40 lingue e da anni è considerato uno dei più importanti scrittori di noir, grazie al successo di romanzi come Il richiamo dell’angelo e Central Park (Bompiani, 2014). Dal suo thriller fantastico L’uomo che credeva di non avere più tempo è stato tratto il film Afterwards con Romain Duris e John Malkovich.

La ragazza di BrooklynGuillaume Musso – Traduttore: Sergio Arecco – La nave di Teseo – Collana: I delfini. Best seller – Pagine: 435 p., Brossura – ISBN: 9788893441803 – € 14,00

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Paola Biribanti  – Il caso Filiberto Mateldi – Prefazione di Gianni Brunoro – Graphe.it – In libreria il 25 gennaio

Paola Biribanti  – Il caso Filiberto Mateldi

Misteri, futurismi e immagini
di un grande illustratore del Novecento

Prefazione di Gianni Brunoro

Graphe.it

In libreria il 25 gennaio

Paola Biribanti  - Il caso Filiberto Mateldi - Graphe.it

Il 25 gennaio del 1882 nasceva a Roma Filiberto Mateldi.

Vignettista satirico tra i più mordaci degli anni Venti, arbiter elegantiae sulle riviste di moda dell’Italia bene degli anni Trenta, illustratore di punta di una pietra miliare della letteratura per l’infanzia come La Scala d’oro UTET, cartellonista innovativo, scenografo, attore presso alcune tra le più importanti compagnie del primo Novecento e capocomico della Compagnia del Teatro Futurista, Filiberto Mateldi è stato un talento multiforme. Indefessamente attivo, in Italia e in Argentina, fino alla morte prematura, nel 1942.

Il caso Filiberto Mateldi non è solo la prima monografia interamente dedicata a uno dei massimi disegnatori italiani, ma un riferimento imprescindibile per i dati biografici e professionali su di lui.

Tra le immagini contenute nel libro ci sono anche fotografie inedite di Brunetta Mateldi (la seconda moglie di Filiberto) e Mateldi insieme, tutte provenienti dalla collezione privata degli eredi. È pubblicata anche una lettera di Lucio Ridenti (giornalista di moda, cronista teatrale, fotografo) a Mateldi, dove si parla della patinatissima rivista “Dea” e degli screzi con Marcello Dudovich (uno dei Maestri dell’Illustrazione di moda in Italia e non solo), palesemente geloso di della crescente notorietà di Brunetta e di quella già di Mateldi.

L’autrice nella sua minuziosa ricerca scopre anche che Mateldi, prima di Brunetta Moretti, aveva avuto un’altra moglie: Ada Mantero, attrice di cinema (muto), morta in giovane età, ma presente in diverse pellicole e attrice con Mateldi nella Compagnia del Teatro Futurista da lui fondata: il film più importante a cui la Mantero prese parte, Le nozze di Figaro (Luigi Maggi, 1913), è stato da poco restaurato dal Museo Nazionale del Cinema di Torino ed è visionabile dal sito web del museo.

Paola BiribantiPAOLA BIRIBANTI è nata a Terni nel 1977. Dopo la laurea in Storia dell’Arte, ha operato per alcuni anni nel settore editoriale. Giornalista con la passione per il disegno e l’illustrazione, scrive su riviste di settore. Ha pubblicato: Boccasile. La Signorina Grandi Firme e altri mondi (Castelvecchi,2009; II edizione aggiornata, Castelvecchi,2019), L’ironia è di moda. Brunetta Mateldi Moretti, artista eclettica dell’eleganza (Carocci, 2018)e, insieme a Bruno Prosdocimi, Prosdocimi. La vita è un gioco: Topolino, umorismo, figurine, Tv (Iacobelli, 2018).

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Paola Biribanti – Il caso Filiberto Mateldi

Paola BiribantiIl caso Filiberto Mateldi – sottotitolo: Misteri, futurismi e immagini di un grande illustratore del Novecento – prefazione di Gianni Brunoro – Graphe.it Edizioni – collana: Pecile [saggistica], 4 – pagine: 168 – 1ma edizione: gennaio 2021 – ISBN: 9788893721189 – € 24,50

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Lo rimandi al mittente (Ho smesso di leggere schifezze)

Lo rimandi al mittente

(Ho smesso di leggere schifezze)

a cura di Iannozzi Giuseppe

illustrazione di Riccardo Lenski

Iannozzi Giuseppe - ... cappuccino, pioggia, Petronio ... - by Riccardo Lenski

me ne sto buttato sul divano ad ascoltare Wagner e nell’intanto mi godo la compagnia di Heinrich Wilhelm von Kleist. fuori c’è il sole ma non ho voglia d’incontrare cessi d’umanità.
il citofono squilla. fingo di non essere in casa. squilla di nuovo. rovina l’armonia. comincia a prudermi il naso. quando vengo disturbato accade sempre. mi gratto la testa, facendo volare un po’ di forfora. dovrei tagliare barba e capelli, e lavarmi soprattutto. il citofono insiste.
Bukowski, racconta! - a cura di Giuseppe Iannozzi - Il Foglio letterarioalzandomi abbandono Kleist sul divano e rispondo al citofono.
“c’è un pacco.”
“chi lo manda?”
“c’è un pacco per lei Signor K.”, dice la voce dabbasso.
“chi lo manda? si può sapere, sì o no?”
“lo vuole il pacco?”
“il mittente, per cortesia, può dirmelo?”, insisto.
“non lo so… è pesante…”
“lo rimandi indietro.”
“le ho detto che è pesante…”
sbuffo. mi passo le zampe sulla faccia sporca di barba.
“d’accordo, d’accordo… vengo a vedere”, acconsento alla fine.
il postino è un ometto piccolo ed è vecchio, sulla via della pensione. regge un pacco quasi più grosso di lui.
“ce ne ha messo”, mi rimprovera. “questo è suo…”
“mi faccia vedere il mittente…”

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Hank e Petronio

Hank e Petronio

a cura di Iannozzi Giuseppe

Bukowski, racconta! - a cura di Iannozzi Giuseppe - Il Foglio letterario

una bella giornata, cioè calda e noiosa.
non avevo impegni, né soldi in tasca per scommettere sui cavalli.
da tempo non inviavo poesie o racconti alle riviste per racimolare qualche dollaro.
il sole alto e nemmeno una femmina in giro per casa. niente banconote verdi e vino rosso quindi niente donne. per questo decisi d’andare al cimitero, a trovare le tombe, a sorridere ai loro sorrisi immortalati, perfetti nell’odore della morte.
quel giorno non c’era anima viva, nemmeno la solita vedova inconsolabile. mi teneva compagnia una copia sgualcita di Petronio Arbitro che avevo deciso di portare con me. con Petronio fra le mani mi calai in una fossa scavata e lasciata aperta a morire di noia. Petronio e io prendemmo posto nella fossa, fra la terra fresca. avessi avuto un paio di bottiglie sarebbe stato quasi perfetto.
un venticello leggero soffiava fra le fronde degli alberi proiettando sull’erba folta, tra una tomba e l’altra, ombre sinuose.
di malavoglia presi a leggere Petronio:

Perché guardate me con fronte aggricciata, o Catoni,
e censurate un’opera di inedita schiettezza?
Qui ride la grazia ilare d’un parlar puro,
e la lingua verace riporta quello che fa il popolo

Bukowski, racconta! - a cura di Giuseppe Iannozzi - Il Foglio letterario…poi me lo sbattei sulla faccia affinché mi chiudesse la vista del sole.
dormivo pesante quando sentii fare il mio nome da una voce.
“Hank!!!”
“diavolo…”, farfugliai mezzo addormentato.
“Hank, non hai qualcosa per me?”
quando aprii gli occhi e mi disfai di Petronio non c’era nessuno.
il sole era calato di poco.
mi alzai in piedi, guardandomi intorno sicuro di non scorgere fantasmi o persone; ed infatti il cimitero era lì, immobile, sol di tanto in tanto accarezzato da qualche ombra e da qualche foglia strappata dal vento.
sbadigliai forte. la noia mi possedeva ancora, e non c’era modo di levarmela.
mi accomodai di nuovo nella fossa. Petronio la sapeva lunga, ma non quanto me: mi sparai una sega e tornai a dormire con l’uccello fuori dai pantaloni.

Bukowski, racconta! – a cura di Giuseppe Iannozzi –  Il Foglio letterario – pagine: 190 – ISBN 9788876066177 – prezzo: € 14,00

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Pioggia dorata

Pioggia dorata

a cura di Iannozzi Giuseppe

Charles Bukowski

“Hank, mi spieghi una cosa?”
bofonchio, non tengo voglia di spiegare. ho cestinato non so quante poesie, facevano schifo. il cestino è pieno di cartastraccia.
sul divano lei mugola, fa la gatta.
“sputa, bambola!”
“le donne le tratti sempre così, come le cose che scrivi?”
mi accendo una sigaretta, l’ultima che ho.
“sì”, butto lì sacco sperando d’essermela cavata, ben sapendo che il brutto è solo all’inizio.
“sì, lo so che per te è così… il punto è che non capisco perché lo fai.”
“perché mi piace farlo, ecco perché… non è difficile da capire.”
“le tue poesie…”
“quella è merda…”
“che brutto linguaggio!”
Bukowski, racconta! - a cura di Giuseppe Iannozzi - Il Foglio letterariomi scappa da ridere e da pisciare anche: “non parlano di te, non ti preoccupare.”
tiro fuori l’uccello dalle mutande. Giulia mi fissa con una strana luce negli occhi.
“non ora, bella… devo pisciare”, faccio io guardandola nuda sul divano di tarme.
“perché non mi pisci in bocca, Hank!”
mi prende l’uccello in bocca. non credevo che una donna potesse prendere tanta roba e inghiottirla come niente fosse. mi lascio andare, lei beve, è assetata. mai fatta una cosa del genere, è la prima volta che una me lo prende in bocca non per un per un semplice pompino. penso che di sicuro è malata, ma va bene lo stesso. quando ho finito, lei sembra quasi delusa e la cosa mi dà un tremendo fastidio.
“Hank, com’è buono il tuo piscio…”, mugola mentre si lecca le labbra con la lingua. non contenta mi lecca l’ano. è fuori di testa e non sarò di certo io a dirglielo.

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Shantaram – Gregory David Roberts

Shantaram – Gregory David Roberts

Shantaram - Gregory David Roberts - Neri Pozza

Incipit

Ho impiegato molto tempo e ho girato quasi tutto il mondo per imparare quello che so dell’amore, del destino e delle scelte che si fanno nella vita. Per capire l’essenziale, però, mi è bastato un istante, mentre mi torturavano legato a un muro. Fra le urla silenziose che mi squarciavano la mente riuscii a comprendere che nonostante i ceppi e la devastazione del mio corpo ero ancora libero: libero di odiare gli uomini che mi stavano torturando oppure di perdonarli. Non sembra granché, me ne rendo conto. Ma quando non hai altro, stretto da una catena che ti morde la carne, una libertà del genere rappresenra un universo sconfinato di possibilità. E la scelta che fai, odio o perdono, può diventare la storia della tua vita.

Il bus della scalcagnata Veterans’ Bus Service, una compagnia di veterani dell’esercito indiano, è appena arrivato al capolinea di Colaba, la zona di Bombay dove si concentrano gli alberghi a buon mercato. Greg è il primo a mettere piede sul predellino e a farsi largo tra la folla di faccendieri, venditori di droga e trafficanti d’ogni genere in attesa davanti alla portiera. Ha una chitarra a tracolla, un passaporto falso in tasca e un turbinio di pensieri ed emozioni in testa.
Nel tragitto dall’aeroporto a Colaba ha pensato di essere sbarcato in una città dopo una catastrofe. Davanti ai suoi occhi si è spalancata una distesa sterminata di miserabili rifugi fatti di stracci, fogli di plastica e carta, stuoie e stecchi di bambù. In preda allo stupore, Greg ha visto donne bellissime avvolte in stoffe azzurre e dorate incedere a piedi nudi in quella rovina, e uomini dai denti candidi e dagli occhi a mandorla, bambini dalle membra incredibilmente aggraziate. Ovunque, poi, aleggiava un odore acre e intenso. Quell’odore in cui, a Bombay, fiuti di colpo l’aroma del mare e il metallo delle macchine, il trambusto, il sonno, la lotta per la vita, i fallimenti e gli amori di milioni di esseri umani.

Shantaram

Gregory David Roberts è nato a Melbourne, in Australia, nel 1952. Scappato da un carcere di massima sicurezza, si è rifugiato in India dove ha trascorso dieci anni. Dopo la pubblicazione e lo strabiliante successo di Shantaram, ha tenuto numerose conferenze, in giro per il mondo, sul tema della giustizia sociale. Dal 2004 si è ritirato dalla vita pubblica per dedicare il suo tempo alla famiglia e alla scrittura.

ShantaramGregory David Roberts – Traduttore: Vincenzo Mingiardi – Editore: Neri Pozza – Collana: Le tavole d’oro – Pagine: 1184 p., Brossura – ISBN: 9788854500570 – € 23,00

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