Perdere la Fede

Perdere la Fede

Iannozzi Giuseppe

nichilismo

Il pretonzolo abbassò lo sguardo, di occhi quasi severi, a terra.
Non guardava più in faccia l’uomo, pareva invece che volesse tenerlo lontano: solo si preoccupava di biasciare in latino l’incomprensibile per l’umile, che, ancora, pedissequamente seguiva i passi del prevosto. Il sospetto che lo stesse prendendo per i fondelli gli era lontano dalla mente.
Fra le mani del prete un rosario veniva sgranato con insistenza esagerata; erano le sue mani callose e volgari, come spesso ce l’hanno i contadini abituati a spendere sudore nei campi per dar vita a un arido fazzoletto di terra.
Gli occhi dell’uomo di chiesa erano immersi in un giallognolo cisposo, che sapeva di malato: anche nella preghiera lo sguardo rimaneva mellifluo, quasi non credesse. O che avesse smesso da tempo. Intanto l’uomo gli rimaneva dappresso, interrogandosi sul perché tacesse dopo la confessione che gli aveva fatto.
“Padre, qualcosa la preoccupa?”
Il pretonzolo lo fissò per un attimo, poi tornò a occuparsi dei suoi pensieri. Pareva che una mosca gli si fosse posata sul naso, lungo e straordinariamente affilato. Dalle vetrate filtrava una debole luce, che solo in parte illuminava scabre panche e confessionali.
Un pesante silenzio si era depositato sulle loro anime dopo che l’uomo aveva fatto la sua confessione.
“No, niente.”
Non aggiunse altro. In ogni caso l’uomo intuì che c’era qualcosa che gli veniva taciuto.
“Allora… Posso andare?”
Il prete gli dava le spalle ostinando un muto silenzio, che significava più di mille parole.
L’uomo, un povero contadino al pari di tanti altri, fece un cenno col capo. Nessuno lo vide, solo il Cristo crocifisso, che però rimaneva nell’ombra mezzo nascosto dall’altare, mezzo obnubilato dal buio che devastava l’interno della piccola chiesa. Trascinando piano i passi, oltrepassò la pesante porta di legno per andare incontro alla smorta luce di fuori: il sole picchiava forte, ciononostante  pareva non riscaldasse la terra né creatura alcuna. Trasse di tasca una sigaretta, una Nazionale: l’accese e cominciò ad aspirare generose boccate. Delle lacrime gli rigavano il volto scavato: non erano né di dolore né di pentimento. Osservò l’intorno gettando sguardo animale su ogni particolare del magro paesaggio di aride culture, di fiori spenti seppur legati ai margini della sterrata. Gli si leggeva in volto che al macello della vita scampo non c’è. Non era preoccupato per sé. Tuttavia temeva per gli affetti che avrebbe presto lasciato.

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Donne e parole – Vanessa Sulpizi recensisce il mio libro di poesie su Aphorism.it

Donne e parole – Iannozzi Giuseppe

Vanessa Sulpizi recensisce il mio libro di poesie su Aphorism.it

Donne e parole - Iannozzi Giuseppe - Il Foglio letterario - 2a edizione

Vanessa Sulpizi recensisce il mio Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen sul sito Aphorism.it
Grazie a Vanessa che mi ha letto definendo questo mio lavoro “fra le più belle opere di Iannozzi Giuseppe” – g.i.

Un delicato e intenso omaggio a Leonard Cohen, da cui l’autore ha colto l’ispirazione per questa sua opera. E un omaggio alle donne che sono passate nella vita dello stesso autore, che qui lascia alle parole il compito di raccontare, di raccontarsi. Un’immensità di percezioni da cogliere e interpretare perché certamente, alla fine di questo lungo viaggio di lettura, vi troverete, vi scoprirete o vi ritroverete, ma comunque vada, vi emozionerete.
Fra le più belle opere di Giuseppe Iannozzi, Donne e Parole è edito da Edizioni Il Foglio. Da regalare e da regalarsi.

Vanessa Sulpizi – Fonte: Aphorism.it

Donne e paroleIannozzi GiuseppeIl Foglio letterario – ISBN 9788876066450 – pagine: 604 – 2a edizione © 2017 – prezzo: € 18,00

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Il Mostro. Storia di Giacobbe (Il Male peggiore)

Il Mostro. Storia di Giacobbe

(Il Male peggiore)

Iannozzi Giuseppe

scrittore

Con delicatezza lasciò cadere la penna sulla scrivania. Erano già le due di notte e il sonno faticava a manifestarsi: il suo animo non era disposto a cercare un seppur minimo riposo, nonostante il giorno trascorso a scrivere senza requie.
Neanche sotto la Luna piena l’afa agostana accennava a smorzarsi
Giacobbe si sporse sul balcone, che dava su un anonima strada di pochi numeri, e subito si accese una sigaretta.
Dopo due boccate tossì. Faceva così caldo che era una pena persino dedicarsi per pochi minuti all’ozio del fumo.
Finito che ebbe di fumare, Giacobbe esplose in una risata sommessa.
Ricordava bene tutto, ogni particolare, come se il tempo non fosse mai stato seppellito; e difatti, per Giacobbe il passato era quanto di più reale potesse esserci.
La Luna pareva gli facesse l’occhiolino nascondendosi, per pochi secondi, dietro a una cortina di nuvolette bianche.

Con ali di tristezza le note di Leonard Cohen volavano. Vibravano. Ammanettavano l’anima e il cuore.

Il primo schiaffo non gli fece poi così male. Era la prima volta che una mano si stampava sulla sua guancia. Gli bruciava la pelle, una sensazione che non aveva mai provato fino ad allora. Doveva piangere? L’istinto gli suggeriva di sì. Il secondo schiaffo lo stordì e suo malgrado sentì gli occhi gonfiarsi di lacrime. Il terzo lo fece ruzzolare a terra.
Senza successo cercò di rialzarsi, d’istinto mosse dunque verso l’unico angolo libero della stanza.
Era gigante l’uomo che gli stava davanti ed era suo padre.
Non lo sapeva perché era stato punito. Non aveva fatto niente di male.
Non era il dolore a fargli male sul serio, era invece il non riuscire a capire perché suo padre gli aveva fatto bruciare così tanto la pelle.
L’apparecchio tv in bianco e nero, a valvole, era sintonizzato sul primo canale: mandavano il Carosello, ma l’audio non c’era.

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Lo dice il mare. 25 autori raccontano il mare – a cura di Barbara Panetta – Il Foglio letterario

Lo dice il mare. 25 autori raccontano il mare

a cura di Barbara Panetta

Il Foglio letterario

Il desiderio di creare un’opera artistica su un tema che mi sta davvero a cuore è nato dall’amore per il mare e il desiderio di raccontarlo. Questa antologia è il risultato di un’idea che si è sviluppata pian piano grazie alla collaborazione di scrittori e artisti di mia conoscenza. La tentazione di unire tanti racconti di differenti stili e tematiche crea un’armonia policromatica di identità narratrici che vanno da un’esplosione fantastica al puro e intramontabile romantico, dall’horror all’elitario, senza dare limiti né di scrittura né di genere, trovandoci di fronte a un “mare” che non ha sponde. Questa antologia è un’ispirazione che ho avuto durante un soggiorno di vacanza in Calabria, la mia regione di provenienza. Ero sdraiata su una spiaggia dello Ionio, osservavo il mare e ne apprezzavo le bellezze, immaginavo l’invenzione di storie, dove il mare potesse essere protagonista e da questo pensiero è nata l’idea di dare un titolo. Ora l’idea si è realizzata attraverso la creazione di questo libro. A tutti voi lettori, che non mi conoscete personalmente e vi fidate di questa lettura, vi auguro di percepire la mia stessa gioia, le stesse vibrazioni che io ho provato nel leggere questi racconti e nel guardare le foto ascoltando la musica del mare. Per concludere, e senza dilungarmi, manifesto la mia gratitudine a Gordiano Lupi per aver creduto nel mio progetto, Sacha Naspini per aver curato la grafica e l’impaginazione, un ringraziamento sentito a Luca Raimondi per i preziosi suggerimenti amichevoli e per aver supportato professionalmente l’editing. Spesso i ringraziamenti sono noiosi ma non potrei non ringraziare Diego Bullita e Francesco Turano per aver accontentato ogni mia richiesta abbinando la fotografia ai racconti ma sopratutto vorrei ringraziare tutti gli autori per aver contribuito con tanto entusiasmo regalandomi la loro storia “al mare”.

Barbara Panetta

Venticinque autori raccontano il mare rendendolo protagonista di storie dai mille colori: dal turchese e cristallino della Sardegna al nero torbido e cupo di luoghi immaginari. I racconti, grazie alla forza delle loro ambientazioni, affrontano generi diversi, horror, fantastico, romantico, poetico, tutti da scoprire e leggere. Ogni contributo è corredato da una fotografia ideata dagli occhi attenti e sensibili di due artisti, grazie ai quali i racconti prendono vita prima ancora di essere letti. “Lo dice il mare” è un regalo all’arte della narrazione. Un’antologia per chi non si limita a guardare il mare ma desidera leggerlo con interesse e riflessione.

Lo dice il mare – Curatore: Barbara PanettaAA.VV.Il Foglio letterario – Collana: Narrativa – Anno edizione: 2017 – Pagine: 270  – Isbn: 9788876066672 – prezzo: 18 Euro

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MORTO NEL SUO ADDIO

MORTO NEL SUO ADDIO

Iannozzi Giuseppe

ossessione d'amore

Ero giovane e arrogante, sicuro di me stesso. Lei era bella e non mi fu difficile amarla per la sua bellezza; poi la sua pazzia rapì la mia – la mia pazzia -, e in lei essa diventò necessità di tenerezza. Ero in trappola, troppo innamorato e tenero perché potessi rendermene conto. I giorni trascorrevano veloci e ogni dì era una primavera anche se fuori era la tempesta a imperversare.
Fra gli alti pioppi c’incontravamo, fra quelle fronde ci nascondevamo al mondo e mentre lo stormire del vento cantava per noi fra le foglie una melodia di magia, noi consumavamo ogni nostro ardore e lo mischiavamo subito all’eco delle foglie a tremolare sui rami. Si stava bene insieme ed erano tutti invidiosi di noi, proprio tutti, anche chi non ci conosceva e nulla sapeva di noi.
E poi tutto finì. Venne il giorno di Pasqua, e lei mi lasciò: solo come un cane rimasi a sedere sui gradini della Chiesa e bestemmiavo e piangevo e ridevo. Ero il più disgraziato degli uomini, almeno così mi pensavo a quel tempo. Ero giovane e l’abbandono non l’avevo proprio contemplato. Mi abbandonò e basta, senza una vera ragione, lo ammise lei stessa quando mi diede l’ultimo bacio. Solamente mi disse che ero un ragazzo dolcissimo, e addio; poi, quasi pentita di avermi detto così poco, in un sussurro specificò che non mi avrebbe dimenticato mai e che ero stato il suo amore, quello più grande. I fatti, non molto più tardi, tradirono quelle poche parole che mi lasciò in eredità nell’addio, perché la vidi abbracciata a un altro e nel giro di tre mesi sposata con l’abito bianco. La mia Cristina non era più mia, neanche nel sogno, nella fantasia, o nella tortura dei miei pensieri di pensarla ancora mia, ancora mia nonostante tutto. Mi lasciò a me e cadeva proprio il giorno di Pasqua: osservai uomini e donne felici uscire dalla chiesa passandomi accanto, senza degnarmi d’un solo sguardo. Le mie lacrime non commuovevano proprio nessuno, e neppure le mie bestemmie: era come se a tutti fossi invisibile, per tutti non avevo neanche la consistenza di un’ombra. Rimasi seduto sui gradini della Chiesa. Poi scese il crepuscolo, e a quel punto ogni mia residua – vana – speranza si era del tutto dissanguata; non avevo neanche più la forza di piangere o bestemmiare contro la crudeltà di Dio, che per me aveva preparato un così triste giorno.

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7 NOVEMBRE

7 NOVEMBRE

Iannozzi Giuseppe

Schindlers-List

7 NOVEMBRE

Posso, posso
non credere
in quell’altezza lassù
che dicono
abitata da un Dio
da sempre
un po’ così e così,
distratto,
forse annoiato,
dimentico di sé

Posso, posso
non amare
un’idea sbagliata,
l’umanità
secolo dopo secolo
in un uguale ripetersi
crocifissa

E posso… potrei
annoiare uno
e nessuno,
e una moltitudine
di geniali solitudini

E invece,
come un ebreo,
solo ripeto a te
il miracolo che
da sempre sai:
“Ti voglio bene,
a ogni sette
di novembre
ti voglio bene
un po’ di più,
mia Grazia”

BUTTANO GIÙ LA NOTTE

La pipa fumi,
e non sai,
forse non sai
che gli angeli
han buttato giù
la notte
a forza di lacrime
e di botte

Notturno il cammino
che a ogni passo
un po’ ci sfianca
bruciandoci
nel cerchio mai chiuso
d’un imperscrutabile
sogno… divino

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Rondine: una stagione all’inferno

Rondine: una stagione all’inferno

Iannozzi Giuseppe

rondine - una stagione all'inferno

La rondine, da cielo a cielo: e fu morta primavera.

Il sole splendeva, ed era come se non fosse. Era più vecchio di quanto fosse disposto ad ammettere.

* * *

“Se non credi nel mio sorriso, Rondine, dove il tuo amore volato via?” A questo interrogativo, Tadzio non sapeva dare una risposta. La domanda era paradiso senza felicità che gli si era ingolfato nell’anima.
Il cimitero coi suoi grigi avelli s’accompagnava al passo stanco del visitatore: sempre posava lo sguardo su un epitaffio, lungamente, poi passava oltre. Ma nel cuore le immagini dei defunti giacevano in un’orgia di dolore. Cercava la sua rondine, un po’ di quella fragilità in volo che lei gli aveva regalato: per pochi giorni immensa felicità. Non riusciva a rassegnarsi che tutto fosse finito.
Fra le trame delle negre nubi gli parve di scorgere il profilo di lei. Ebbe un tuffo al cuore: una lama di luce squarciò il sudario e illuminò una tomba. Era vecchia di almeno un secolo: Tadzio l’osservò rapito. La tomba era deserta, nuda di fiori: e però, anche nell’abbandono, trasudava impotente nobiltà ferita. Era lì sepolta una giovane mortificata dal colera. La foto ritraeva una giovinetta pallida pallida. L’ovale del viso era perfetto: una bellezza rara, angelicata; e negli occhi un dolore insostenibile e muto; e sulle labbra nessun sorriso, solo i lunghi capelli leonini tradivano un sentimento di ribellione ma impotente. La morte non era riuscita a dissanguare completamente l’anima di quella giovinetta sì pallida. Si domandò chi potesse essere: il nome non gli diceva nulla, ma quei capelli ribelli gli ricordavano Rondine. Anche lei amava i capelli al vento: li teneva scomposti, lunghi, mai legati. Era così fragile! Dio, quant’era bella! E innocente.

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Pasta e cinema – Patrice Avella e Gordiano Lupi – Venerdì 21 aprile ore 17 – Libreria Coop Piombino – con Fabio Canessa

pasta e cinema

Venerdì 21 aprile ore 17 – Libreria Coop Piombino

PASTA E CINEMA

con Fabio Canessa, Gordiano Lupi e Patrizio Avella

IL FOGLIO LETTERARIO EDIZIONI

ALL’OSTERIA DEL CINEMA

di Fabio Canessa

Un pranzo di gala servito da due chef stellati: l’uno dirige da gran regista una sceneggiatura ricca e ben oliata della storia della pasta, accompagnandola con piatti succulenti, l’altro prepara ricette genuine di cinefilia militante, guidandoci alla scoperta di leccornie più o meno conosciute del cinema nostrano. Entrambi, alternandosi e integrandosi a vicenda, con reciproche e illuminanti incursioni nel campo del partner, contribuiscono a comporre un profilo dell’identità italiana, nutrita parimenti dalle ghiottonerie materiali del cibo e dai sogni dell’immaginario filmico (già coniugati nell’etichetta degli spaghetti western e nel titolo di uno dei maggiori film di Scola:Maccheroni). Il corto circuito tra i due percorsi è efficacemente rappresentato dalla rievocazione di Patrizio Avella dell’entusiasmo provato da due star di Hollywood come Douglas Fairbanks e Mary Pickford per il piatto di fettuccine che mangiarono al ristorante da Alfredo in via della Scrofa (potenza della toponomastica!) a Roma durante il loro viaggio di nozze, al punto da voler regalare all’oste due posate d’oro con dedica. A questo episodio Gordiano Lupi risponde innalzando a vessillo dell’italianità i celeberrimi maccheroni di Alberto Sordi, le cui smanie di americanofilo sfegatato svaniscono però alla comparsa della pasta di mamma. Segue una carrellata vertiginosa di paste su pellicola made in Italy: dalla cena sexy dell’ingiustamente dimenticato Un bellissimo novembre di Bolognini all’aristocratico pasticcio di pasta tagliato con cura dal Principe di Salina Burt Lancaster nel Gattopardo di Visconti, mentre ai maccheroni tentatori di Un americano a Roma di Steno si contrappongono quelli avvelenati, vomitati dal sottoproletario Nino Manfredi in Brutti, sporchi e cattivi di Scola (e Manfredi inghiottirà anche gli spaghetti al nero di seppia in La mazzetta di Corbucci, indigesti piatti svizzeri in Pane e cioccolata di Brusati e gli Spaghetti house di Paradisi). Se Avella non dimentica le serie tv, abbinando gli ziti a I Soprano, Lupi celebra il neorealismo delle mondine nelle risaie di Riso amaro di De Santis, per innestare il mito della pasta nella fatica del lavoro che ha caratterizzato l’Italia del dopoguerra. Perché il cinema ha saputo trasfigurare i morsi della fame in salsa agrodolce e immortalarli in sequenze emblematiche come quella di Miseria e nobiltà di Mattoli, dove l’ingordo Totò si riempie le tasche di spaghetti. Pasta e cinema vanno a braccetto per tutte le pagine di questo libro, tra gustose illustrazioni e locandine d’epoca, a garantire un menu abbondante e sopraffino, che sfaccetta le varie intersezioni dei due mondi: così per la pasta l’abbinamento con il film risulta felice quanto quello con il parmigiano, connubio di cui Avella rintraccia l’origine nel Decameron di Boccaccio. Se Avella fa sfilare Dante e Garibaldi, Federico II e Lucrezia Borgia, Prezzolini e Flaiano, Marconi e Bellini (gli spaghetti alla Norma), Lupi contrattacca con Marco Polo, Giuseppe Berto e Pier Paolo Pasolini, Ercole Patti e Tomasi di Lampedusa. Mentre il gastronomo snocciola con un’affabulazione accattivante il percorso diacronico della pasta, scovando le etimologie e inanellando la cronologia storica, il cinefilo mette in evidenza la sincronia dell’associazione con il sesso, sottolineando quante volte il cinema abbia condito il cibo di erotismo. Tra le righe, Lupi regola i conti anche con la miopia dei critici (troppo spesso approssimativi e disinformati, talvolta in mala fede, di frequente cialtroni), rivalutando giustamente lo struggente Anonimo veneziano, cogliendo finemente le tracce di Pascoli e De Amicis nel melò pasoliniano Mamma Roma e scovando nel Sordi crepuscolare di Incontri proibiti la citazione del piatto di maccheroni del giovanile Nando Moriconi. L’abilità dei due cuochi si misura nel cucinare i loro manicaretti evitando gli stucchevoli accademismi da nouvelle cuisine, i sughi pesanti delle metafore (magari potevano fare un’eccezione per La grande abbuffata di Ferreri e per Lunga vita alla signora di Olmi) e i grassi saturi del fast food. Avella ricorda che le famiglie nobili del Rinascimento “ordinavano ai loro cuochi di realizzare un tipo di pasta che riportasse il loro stemma, con lo scopo di rammentare ai commensali l’importanza della loro famiglia e per riaffermare il proprio dominio sul territorio”. Sul disegno dello stampino di Avella e Lupi, il commensale lettore troverà, su una tavola apparecchiata con gusto e sobrietà, le insegne della passione, della curiosità e della competenza. Buon appetito e buona visione.

Fabio Canessa

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DONNE E PAROLE – Iannozzi Giuseppe – In libreria la 2a edizione – Un assaggio di poesia

DONNE E PAROLE

Iannozzi Giuseppe – In libreria la 2a edizione

Donne e parole - Iannozzi Giuseppe - Il Foglio letterario - 2a edizione

Donne e ParoleIannozzi GiuseppeIl Foglio letterario – ISBN 9788876066450 – pagine: 604 – © 2017 – prezzo: € 18,00

KADDISH

Non era previsto,
non era previsto che così presto
cadesse la testa nella cesta
Presto volterò l’angolo

Prego,
ti prego di dimenticare
che mi hai incontrato
Prego,
ti prego di dimenticare
che hai ascoltato le mie parole,
che sono stato uno
che parlava con bocca d’amore
inventando follie su follie
per un sorriso, per il tuo sorriso

Sono stato un folle,
uno senza arte né parte
che non ce l’aveva il diritto
di sconvolgere la tua vita
invitandoti a posare
la prima pietra per una chiesa
Da te sono stato
per un battesimo di luce,
ma già da un’eternità
nella siccità giaceva il fiume
In ritardo su di me
lo capisco adesso,
e non cerco assoluzione

Considera che
non avevo esperienza;
e considera che,
fra miracoli alla buona,
cadute e preghiere inascoltate,
quasi sempre la mia guancia
ha raccolto in silenzio
schiaffi nudi di guanti

Presto volterò l’angolo
Per le mie parole
sono stato condannato
a tacere fino alla fine
Per le mie parole
sono stato condannato
a bere l’acidità della verità
fino a quando ce la farò

Presto volterò l’angolo,
non te ne dispiacere
Non mi hai conosciuto mai,
mai veramente, mai sul serio:
solo inventavo storie su storie,
giorno dopo giorno,
ora dopo ora,
minuto dopo minuto,
per un sorriso non venuto

RICORDI?

Ricordi, ricordi com’era la notte,
quando la notte era di buio
e le stelle non si vedevano?
Ricordi, ricordi com’era il giorno,
quando il giorno era di luce
e il diavolo bruciava le colline?
C’era la gloria
che dava da mangiare,
e c’era la cera
che si scioglieva piano,
e i fiumi non avevano inizio né fine

Ricordi, ricordi com’era ridere,
quando le campane si strozzavano
in una risata accompagnata
dalla verginità di mille fanciulle in fiore?
C’èra la morte
che veniva e non faceva male,
e c’era la vita
che risorgeva e taceva,
e ogni cosa, ogni cosa non era mai
quello che l’occhio vedeva

Ricordi, ricordi com’era il suono,
quant’era bella la chitarra di George
che non sapeva smettere di piangere?
Ricordi, ricordi quando t’invitavo
a slegare dal collo degli agnelli
campanelli d’argento e sogni a non finire?
C’eravamo noi,
di altro non avevamo bisogno
C’eravamo noi,
ed eravamo felici e perdenti

Ricordi, o forse no,
così adesso la notte è solo la notte
e il giorno è sempre più avvitato in sé
Ricordi, o forse no,
così adesso piangiamo e piangiamo forte
e lo sappiamo bene il perché:
fingiamo, fingiamo la vita
e non la inventiamo mai,
e non la inventiamo mai

Non era questo che volevamo,
non era questo che volevamo

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IL BAMBINO VIOLATO – racconto di Iannozzi Giuseppe

IL BAMBINO VIOLATO

Iannozzi Giuseppe

abuso sui minori

Lo avvertì che non avrebbe dovuto parlare, altrimenti il suo papà e la sua mamma Dio li avrebbe presi con sé; quando poi lui, smarrito, gli chiese che significava, gli fu risposto che Dio non ama i bambini cattivi e che per punirli fulmina i loro genitori, affinché restino soli soletti, da tutti commiserati e disprezzati. Sentito questo il ragazzino, con gli occhi gravidi di lacrime e la voce incrinata, assicurò, anzi giurò di non dire niente a nessuno
Don Mario si accarezzò, con studiata distrazione, il pacco.

Il Papa aveva condannato la pedofilia alla luce dei recenti scandali che lo vedevano coinvolto.
Alla fine erano saltati fuori i documenti che lo incastravano, documenti con la sua firma, di quando era ancora cardinale. Ieri però non mosse dito, per il bene della Chiesa, perché prima di ogni altra cosa era importante la salute di facciata del Vaticano, non era dunque ammissibile che dei preti finissero in prima pagina, su tutti i giornali, accusati di pedofilia. Lo scandalo andava evitato, e lasciò dunque che quelle maledette lettere finissero dimenticate, in molti casi stralciate e date alle fiamme del caminetto valdostano. La Valle d’Aosta era proprio una gran bella regione, cielo sempre terso, una varietà pressoché infinita di animali e di piante, un Eden incontaminato, il luogo ideale per riflettere e riposarsi.
Il Cardinale, vicino alla cinquantina, robusto, guance floride e rosse, teneva fra le mani l’ennesima lettera dove gli si faceva presente che un certo M**** in attività presso la parrocchia in provincia di B. aveva abusato di alcuni ragazzini. L’uomo di Dio, tedesco fino all’ultima goccia di sangue, tirò su con il naso, sprezzante. Si dispose dietro lo scrittoio a mani giunte e prese a dettare al suo segretario, che subito prese a pigiare forte i tasti della macchina per scrivere. Una volta terminato di dettare, fece segno al segretario, un giovanotto sulla trentina alto e segaligno con un orribile naso aquilino, che rileggesse quanto aveva appena finito di battere a macchina. Si convinse che quelle erano le disposizioni più adatte e che meglio non avrebbe potuto formularle. Si fece quindi portare il documento alla sua scrivania, infilò allora la penna d’oca ben dentro al calamaio e firmò. Aspettare. Aveva ordinato che nessuno pensasse di fare il bene della Chiesa portando al suo interno scompiglio con una denuncia di pedofilia, perché niente era stato ancora provato. Era stato esplicito: loro, uomini di Dio, dovevano solo aspettare. E alle famiglie, che accusavano Don M**** di questo e di quello, loro solo dovevano dirgli, papale papale, di aspettare, perché il Papa avrebbe fatto il suo dovere… prima o poi.
Ne era passata di acqua sotto i ponti, ma alla fine la Provvidenza si era lasciata sopraffare dal Demonio, e adesso che era lui il Papa le sue lettere erano venute fuori. A ripensarci adesso, trent’anni fa o giù di lì sarebbe stato più saggio da parte sua fare una semplice telefonata invece di mettere per iscritto i suoi ordini, firmandoli il più delle volte, come nel caso di Don M****.

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