Fabrizio Altieri – Il granchio nella buca – Oligo Editore – Novità in libreria

FABRIZIO ALTIERI

IL GRANCHIO NELLA BUCA

Un noir onirico. La storia di un figlio e di una drammatica verità

OLIGO EDITORE

Il granchio nella buca - Fabrizio Altieri - OLIGO EDITORE

Nella Toscana degli anni Sessanta, il destino del giovane Muccio pare segnato. Suo padre infatti ha una grande fabbrica di mobili e, per convincerlo a seguire le sue orme, lo manda in un paesino sulla costa a trovare una cliente, una vecchia signora che ha fatto un ordine eccezionale. Ma quando Muccio arriva la donna è scomparsa senza lasciare tracce. Il ragazzo, con un colpo di testa che mai avrebbe immaginato di saper fare, decide di mentire al padre e trattenersi in paese con una scusa per indagare sulla scomparsa.
Fa così la conoscenza degli strani abitanti del borgo, e del loro curioso modo di vivere che sembra nascondere mille segreti. Tra tutti c’è Vera, la cameriera della locanda, che somiglia molto a Liz Taylor e di cui lui immediatamente si innamora, ricambiato.
Muccio passa le sue giornate in una specie di limbo, tra passeggiate sulla spiaggia insieme a un ragazzino che fa l’accompagnatore di un giovane pazzo e il proprio sogno da novello Maigret che indaga sulla scomparsa della donna.
Il clima si fa sempre più onirico e inquietante fino a quando a Muccio sembra di vedere da lontano l’auto del padre, che però non riesce a raggiungere. Mentre in un centralino, tra due telefoniste, si consuma una tragedia che chiarirà l’epilogo della storia.

«Con questo libro celebro la mia Toscana e le sue persone, quelle che ho conosciuto durante la mia infanzia o che hanno fatto parte della mia famiglia. Con le loro rughe, i detti e i tratti caratteriali, che rimangono vivi anche se loro non ci sono più. Celebro la voglia di mistero che mi ha sempre pervaso fin dalla scoperta di Philip K. Dick e dei suoi mondi, costruiti da forze ineffabili per imprigionare l’uomo, all’oscuro del fatto che l’universo in cui si muove è solo una messinscena costruita ad arte per fini imperscrutabili. Che poi è l’essenza della letteratura, e ciò che ogni scrittore tenta di compiere nei confronti dell’ignaro, ma complice, lettore». Fabrizio Altieri

FABRIZIO ALTIERI è nato e vive a Pisa. Dopo il diploma di liceo classico si è laureato in ingegneria e attualmente insegna in un Istituto Superiore. Oltre ai libri per adulti pubblica libri per ragazzi e per bambini, tra le altre, nelle collane Il Battello a Vapore (PIEMME) e Storie e Rime (Einaudi Ragazzi).

Il granchio nella bucaFabrizio AltieriOligo Editore – Collana: Narratori – Anno edizione: 2019 – Pagine: 181 p. – ISBN: 9788885723207 – € 15,00

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“Il palazzo delle lacrime” di Paolo Grugni: il centro del potere non è il centro della verità – recensione di Iannozzi Giuseppe

“Il palazzo delle lacrime” di Paolo Grugni

Il centro del potere non è il centro della verità

Iannozzi Giuseppe

Il palazzo delle lacrime - Paolo Grugni - Laurana Editore

Il Palazzo delle lacrime è l’ultimo lavoro di Paolo Grugni, un romanzo forte che mette alle strette un certo comunismo, quello di stampo leninista-stalinista. L’autore fa sua la lezione di John le Carré e Léo Malet, adoperando uno stile diretto e preciso che non lascia spazio a fraintendimenti. Il palazzo delle lacrime è forse il lavoro più maturo e compiuto di Paolo Grugni, scrittore che nel corso della sua carriera, a costo di rendersi antipatico a più di qualcuno, ha sempre combattuto contro la stupidità dilagante.

Il palazzo delle lacrime è ambientato a Berlino, in una città divisa da un muro. La Guerra Fredda impazza, gli anni settanta mietono vittime a iosa: è facile ed è la consuetudine far fuori tutti quei personaggi, umili o no, che sono invisi al comunismo. Berlino Est è abitata da gente che deve stare attenta anche a come respira, però, come ci ricorda George Orwell, «Tutti gli animali sono ugualima alcuni sono più uguali degli altri», ne consegue che chi tiene le redini del potere non disdegna affatto di affogare il muso nel trogolo del capitalismo. A soffrire sono soprattutto quelli che il destino ha voluto incastrati tra le fredde mura di cemento di Berlino Est. Tutti si guardano le spalle, tutti hanno paura: il Partito di Unità Socialista controlla la vita dei cittadini, e non ci pensa su due volte a far fuori, in maniera silenziosa e brutale, chiunque sia sospettato, a torto o a ragione, di attività sovversive.

Martin Krause, agente della Stasi, non regge più il clima di Berlino, ma per il momento deve resistere; ha un caso da risolvere, un gran brutto caso. A Treptower Park una ragazza viene trovata morta. Il suo corpo è stato lavorato per bene, un gran brutto spettacolo. La vittima è una certa Jula Ridel, figlia di una famiglia piuttosto in vista, per cui la Stasi pretende che sia fatta chiarezza, presto. Sin da subito Martin capisce che gli è stata affidata una bomba che potrebbe scoppiargli fra le mani. Condurre le indagini non sarà facile, Krause lo sa bene. La ragazza non è stata violentata, ma le sono state asportate le palpebre: perché? È chiaro che Jula doveva essere implicata in qualcosa di grosso. Martin comincia a sudare freddo. Passano alcuni giorni e un’altra ragazza viene ammazzata. Martin non è un ingenuo e non può non sospettare della Stasi. Il quadro non gli è ancora ben chiaro, però sa che qualcuno all’interno della Stasi le voleva morte. Martin cerca di capire e rischia non poco: indagare sul Partito non è una idea molto furba. Deve guardarsi le spalle, perché sia il Partito che la Stasi lo tengono sott’occhio, Krause ne è certo. Aggirandosi tra spacciatori, drogati, prostitute, agenti corrotti, Martin si avvicina alla verità: gli omicidi hanno un forte legame con le alte sfere della Germania comunista. Krause ha scoperto troppo e subito viene deposto dall’incarico. Martin sa che deve continuare a indagare, oramai non può fermarsi, non può tornare alla vita che faceva prima. La Stasi, poco ma sicuro, prima o poi farà fuori anche lui: ha una sola possibilità per salvarsi la pelle e scoprire l’assassino, entrare in Berlino Ovest, in quella parte della città dove le due ragazze uccise facevano delle puntate grazie a dei permessi non poco strani.

Il palazzo delle lacrime (Laurana editore) è una lettura che colpisce alla bocca dello stomaco, un lavoro che non lascia indifferenti. Paolo Grugni ci consegna un romanzo che qualcuno potrà giudicare scomodo, scomodo perché mette bene in evidenza le tante pecche del comunismo leninista-stalinista senza dimenticare di dire che il capitalismo è anch’esso un male: «Quel muro è un simbolo di disgregazione, di scissione non solo del nostro essere tedeschi, ma della nostra personalità. Una scissione a cui si è guardato da fuori con troppa benevolenza. Il Muro è stato tollerato grazie all’assuefazione e dall’acquiescenza del resto del mondo, soprattutto di quello intellettuale. Ha creato l’illusione di poter vivere in un mondo perfetto, il giardino zoologico dell’Eden, giardino che non solo non si è rivelato tale, ma che ha mostrato al mondo tutte le falle del sistema socialista. […] Il socialismo, come tutte le ideologie, ha in sé una potente suggestione ipnotica, liturgica, offre una casa dove tutto sembra riacquistare senso. […] Ma il prezzo di questa casa è molto alta: l’abdicazione alla propria ragione, alla propria sensibilità. Si delega tutto nelle mani dei superiori, accettando in modo ottuso e finalistico che il centro del potere sia anche il centro della verità.»
Il palazzo delle lacrime di Paolo Grugni non è un semplice thriller, è anche una salda presa di posizione contro ogni forma di oppressione. Leggere rende l’uomo libero, fa crollare i muri, non avete dunque scuse per dire di no a Il palazzo delle lacrime.

Paolo GrugniPaolo Grugni (Milano, 1962). Ha esordito con il romanzo Let it be (Mondadori, 2004; Alacràn, 2007, Laurana, 2017). Ha poi pubblicato Mondoserpente (Alacràn, 2006), Aiutami (Barbera, 2008 e in ebook per Laurana), Italian Sharia (Perdisa, 2010), L’odore acido di quei giorni (Laurana, 2011), La geografia delle piogge (Laurana, 2012), L’Antiesorcista (Novecento Editore, 2015), Darkland (Melville, 2015). È autore inoltre della silloge Frammenti di un odioso discorso (in ebook per Laurana, 2017). Vive e lavora a Berlino.

Il Palazzo delle lacrimePaolo GrugniLaurana Editore – collana: Rimmel, 46 – pubblicazione: 26/09/2019 – pagine: 300 – ISBN 9788831984379 – €16,90

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I numeri della pazzia

I numeri della pazzia

ANTOLOGIA VOL. 166

Iannozzi Giuseppe

VOI CHE TUTTO PRETENDETE

Voi che tutto pretendete
senza una briciola mai dare,
per Giuda, lontano,
lontano dalla vista mia.

Non bussate alla porta
con quelle vostre mani
di chiacchiere colme
buone solamente
su cessi e deretani altrui.

Non insozzate l’uscio mio
con preghiere guaiti ragli:
mostri da bestiario siete,
non altro, non altro, per Dio.

Non nacqui per esser bruto,
schiavo in catene obbediente
bastonato e sottomesso,
considerato meno
d’un mulo da fatica, d’uno
scribacchino di lingua muto.

E sopra tutto
non osate accomodarmi
lungo disteso al vostro livello;
non osate né ora né mai
seppellire il nome mio
col vostro sì sporco.

MIA POESIA

Ma io che mai ho censurato
la misura del sentimento mio,
non lo puoi tu sapere quanto,
quanto a lungo ho sognato
di stringerti (per) la vita,
di coccolarti sull’adulta mia vita

A mani nude
dal collo tuo lo strappai
quel crocefisso tuo d’oro
e ora di nuovo cadente
dentro ai bianchi tuoi seni;
per te lo baciai,
per te lo adorai,
nascondendo
la prima vergine lacrima
allo sguardo tuo sì severo
già perso altrove,
forse per altro amore

E ora non c’è che questa strada
fra silenzi e bassi casamenti,
e all’opposto lato
scheletri di sinistri rami
tesi all’infinito, sì tesi al domai
E non c’è che questo amore
così presto rinnegato, Mia Poesia

BELLI E FOTTUTI

E se ne vanno gli anni
fra la Pasqua e un carnevale;
quei bei tempi
ch’eran di speranze
han messo sbarre
sulla faccia mia;
e poi dire, e poi fare
senza mai saper dove andare.
E il sorriso ormai vinto,
stanco come quello di certi vecchi
con in bocca voce di dentiera
e perenne sapor di tabacco.

Scacco,
ed è matto.

Posto prenotato in manicomio,
e mai più,
mai più le giovani lunghe gambe
delle donne, delle belle
che sol ieri dissero di me poeta
per presto lasciarmi
fra le scartoffie
di cento e mille altri
quasi uguali a me.

Così in fretta perde
un battito il cuore;
inventare un racconto
per pagare il conto,
o solo per difender l’onor mio
che per poco che è ancor c’è.
Dicono “va tutto bene!”,
dicono e subito ridono
l’indice puntando al giovane che ero,
immaginato eroe
sempre disegnato male – bastardo.

E buttar giù l’ennesimo caffè,
la speranza di rimaner sveglio
giusto per il tempo che serve,
prima che sul palco si spenga la luce
e nell’amaro buio ammettere
“sì, son stato schiavo,
nient’altro m’era dovuto”.

Scacco,
ed è matto.

Bei tempi, sì,
belli e fottuti.

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La nausea – Jean-Paul Sartre

La nausea – Jean-Paul Sartre

La nausea - Jean-Paul Sartre

Dopo aver viaggiato a lungo, Roquentin si è stabilito a Bouville, tra feroci persone dabbene. Abita vicino alla stazione, in un albergo per commessi viaggiatori e scrive una tesi di storia su un avventuriero del XVIII secolo, il signor de Rollebon. Il lavoro lo porta spesso alla Biblioteca municipale dove il suo amico Autodidatta, un umanista, s’istruisce leggendo i libri in ordine rigorosamente alfabetico. La sera Roquentin va a sedersi a un tavolino del “Ritrovo dei Ferrovieri” ad ascoltare un disco – sempre lo stesso: Some of These Days. E, a volte, sale in camera al primo piano con la padrona del bistrot. Da quattro anni Anny, la donna amata, è scomparsa. Pretendeva sempre di aver dei “momenti perfetti” e si sfiniva immancabilmente in sforzi minuziosi e vani per rimettere insieme il mondo intorno a lei. Si sono lasciati; attualmente Roquentin perde goccia a goccia il proprio passato, sprofondando sempre più in uno strano e oscuro presente. La sua stessa vita non ha più senso: credeva di avere avuto delle belle avventure, ma non ci sono più avventure, ha solo delle “storie”. Si attacca al signor de Rollebon: il morto dovrebbe fornire una giustificazione al vivente.
Allora comincia la sua vera avventura, una metamorfosi insinuante e dolcemente orribile di ogni sensazione; è la Nausea che vi prende a tradimento e vi fa galleggiare in una tiepida palude temporale: È stato Roquentin a cambiare? O è stato il mondo? Mura, giardini e caffè vengono bruscamente assaliti da nausea; altre volte Roquentin si sveglia in una giornata malefica: qualcosa è in putrefazione nell’aria, nella luce, nei gesti della gente. Il signor de Rollebon torna a morire; un morto non può mai giustificare un vivente. Roquentin si trascina a casaccio per le strade, corpulento e ingiustificabile. E poi, il primo giorno di primavera, capisce il senso della sua avventura: la Nausea è l’Esistenza che si svela – e non è bella a vedersi, l’Esistenza. Roquentin conserva ancora un briciolo di speranza: Anny gli ha scritto, la rivedrà. Ma Anny è diventata una cicciona greve e disperata; ha rinunciato ai suoi momenti perfetti, come Roquentin alle Avventure; anche lei, a suo modo, ha scoperto l’Esistenza: non hanno più nulla da dirsi. Roquentin torna alla solitudine, sprofondando nell’enorme Natura accasciata sulla città e di cui prevede i prossimi cataclismi. Che fare? chiamare in aiuto altri uomini? Ma gli altri uomini sono gente dabbene: si scambiano gran scappellate e ignorano d’esistere. Lui deve abbandonare un’ultima volta Some of these Days e, mentre il disco gira, intravede una possibilità, un’esile possibilità di accettarsi.”

Jean-Paul Sartre

Dopo aver viaggiato a lungo, Antoine Roquentin si stabilisce a Bouville, in uno squallido albergo vicino alla stazione, per scrivere una tesi di dottorato in storia. La sera, si siede al tavolo di un bistrot ad ascoltare un disco, sempre lo stesso: «Some of These Days». La sua vita ormai non ha più senso: il passato è abitato da Anny, mentre il presente è sempre più sommerso da una sensazione dolce e orribile, insinuante, che ha nome Nausea. Un romanzo trasgressivo e ricchissimo, sempre attuale, che ci restituisce il disagio del mondo in agonia alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Il libro più libero di Sartre, il più disinteressato e il più appassionato insieme.

Jean-Paul Sartre, romanziere, drammaturgo, filosofo e critico letterario francese, è stato fra i pensatori più significativi del Novecento e rappresentante dell’esistenzialismo.
Compì i suoi studi all’École normale supérieure di Parigi (dove conobbe Simone de Beauvoir, compagna di una vita); subito dopo l’università insegnò filosofia nei licei a Le Havre e a Parigi.
Nel 1939 fu chiamato alle armi e fu fatto prigioniero dai tedeschi. Quando venne liberato nel 1941 tornò a Parigi e partecipò alla Resistenza.
Fondò la rivista «Les temps modernes» attraverso cui diffuse le sue idee politiche e letterarie divenendo un’icona della gioventù ribelle e anticonformista del dopoguerra.
Critico verso il gaullismo come verso lo stalinismo, si avvicinò alle posizioni della sinistra marxista attirando sia le critiche dei comunisti sia quelle degli anticomunisti arrivando a una clamorosa rottura con Albert Camus. Intervenne in difesa dell’Indocina, contro la repressione sovietica in Ungheria, a sostegno della libertà algerina, contro i crimini di guerra statunitensi nel Vietnam (con Bertrand Russell, fondò l’organizzazione per i diritti umani denominata Tribunale Russell-Sartre) e contro l’invasione della Cecoslovacchia.
Nel 1964 fu insignito del Premio Nobel per la letteratura, che però rifiutò, motivando il rifiuto col fatto che un reale giudizio su un letterato può essere dato solo postumo e non in vita.
Della sua vasta produzione filosofica e letteraria ricordiamo le opere più celebri, tra cui: La nausea (1938), L’essere e il nulla (1943), Che cos’è la letteratura? (1947), Le mani sporche (1948), Critica della ragione dialettica (1960), Le parole (1964).

La nauseaJean-Paul Sartre – Traduttore: B. Fonzi – Editore: Einaudi – Collana: Einaudi tascabili. Scrittori -Pagine: 242 p. – ISBN: 9788806219192 – € 12,00

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Ricordando Victor Alfieri. Ciao amico e collega

Ricordando Victor Alfieri

Ciao, amico e collega

Victor Alfieri

Scrivo di getto, perché così sarò più spontaneo. Vic, è passato un po’ di tempo, tu non sei più con noi e la vita va avanti. La gente dimentica, non lo fa apposta, ha bisogno di far spazio a nuovi amori e dolori; siamo imperfetti, siamo il poco che siamo, facciamo belle promesse che non manteniamo quasi mai, accoltelliamo alle spalle i nostri amici, e altre cose del genere. E’ da migliaia di anni che l’umanità è così, ben radicata nell’imperfezione. Non c’è giorno che passi senza che si diventi più imperfetti, più stupidi, maligni e cattivi. Siamo troppo invischiati nella nostra piccolezza, e tutti noi non riusciamo a resistere alla tentazione di metterci in mostra: siamo davvero volgari, gridiamo “Io” così tante volte che prima o poi il cielo scoppierà. L’aria è piena di “io” che si mordono il culo, i tiranni fioriscono a ogni angolo di mondo, gli innocenti tirano le cuoia, e a ogni semaforo ci sta un poeta o una puttana che cerca di attirare l’attenzione. Tutti scrivono e nessuno legge. Tutti credono di essere dei grandi artisti. Tutti credono di essere Shakespeare. C’è di che aver paura con tutti questi artisti a piede libero che non hanno mai letto un libro in vita loro.
Vic, te lo devo proprio dire, anche se è chiaro che non potrai raccogliere questa mia verità: eri troppo buono ed è per questo che oggi non sei più con noi. Eri troppo buono e gentile, con qualche difetto, certo che sì, ma eri meglio di tanti altri. Purtroppo la bontà include un certo grado di fragilità… i cattivi durano a lungo, i buoni durano poco.

Ciao, Victor Alfieri. – 29 ottobre 2019

. . .

Victor AlfieriCiao, Victor. Probabilmente questo è solo un esercizio, il vano tentativo di riportarti, almeno per un po’, insieme a noi attraverso parole e pensieri. E’ passato un anno ma il tempo par si sia fermato. Un po’ piove e un po’ c’è il sole; per farla breve non è cambiato niente: la gente è sempre la gente, e qualcuno ogni tanto va fuori di testa. Si parla tanto e si diventa sempre più soli, e io credo che ciò sia dovuto al fatto che non sappiamo o non vogliamo ascoltare il prossimo. Siamo noi la causa del nostro male, delle nostre solitudini. Voglio illudermi che concorderesti con me.
Victor, eri un po’ orso, questo è vero, ma chi di noi non lo è almeno un po’? Tu non ci credevi in un aldilà, di questo ne sono certo. Leggendo i tuoi racconti – che sono cento volte molto migliori rispetto ai miei – risulta chiaro che non ci pensavi proprio a una vita dopo. Nemmeno io ci credo.
Ricordo il tuo viso, ricordo il tuo modo di relazionarti con le persone, e ricordo altri dettagli. La memoria di quanti ti hanno conosciuto non servirà di certo a riportarti in vita, ma qui nessuno o quasi ti ha dimenticato – quel “quasi” è dettato dal fatto che, come ben sai, è meglio non dare mai niente per scontato.
Ecco, noi ti ricordiamo ed è tutto quello che possiamo, perché miracoli non ne sappiamo fare, anche se il Bardo disse che siamo fatti della stessa materia dei sogni. Posso solo ricordarti alla mia maniera, caro Victor; posso solo ricordarti per come ti ho conosciuto; ma se il ritratto che oggi do di te è imperfetto, concorrono i ricordi degli altri tuoi amici a perfezionarlo.

Ciao, Amico. – 29 ottobre 2018

SEI UN ANGELO ADESSO!
(2 novembre 2017)

Victor AlfieriDicono che sei un angelo adesso
Già da un po’ è l’autunno qui
e tira giusto un alito di vento,
e novembre
non ha ancora gonfiato le nuvole
Dovremmo scriverci una storia
su questa strana cosa, non trovi?

A chi ti ha conosciuto,
con ferma convinzione,
dicono che sei un angelo,
che non avrai problemi,
perché lassù
dove adesso stai
non morirai mai più
Dicono tutti tante cose,
e le donne ti recano rose,
tutte quelle rose che ieri,
chissà perché,
non fiorirono per te

È strano, così strano
guardare il cielo,
lasciarsi ferire gli occhi dalla luce:
non c’è l’ombra di una nuvola,
e lungo le strade
la gente cammina stordita,
come se fosse giunta
al suo ultimo giorno
Come se… come se
non ci fosse un domani

Iannozzi Giuseppe

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Fabrizio Benente – Il Castello di Rivarola – Oltre edizioni

 

Fabrizio Benente

Il Castello di Rivarola

Oltre edizioni

Il Castello di Rivarola - Fabrizio Benente - Oltre edizioni

Le indagini condotte a Rivarola si inseriscono nel quadro di un più ampio progetto di studio sull’incastellamento ed il popolamento medievale della Liguria Orientale e sono nate – nel 1996 – da una doppia esigenza. Si intendeva, infatti, avviare un’indagine archeologica “campione” nell’ambito di un insediamento fortificato genovese e, in particolare, del castello che, alla luce delle fonti scritte, risultava essere stato il più importante nel quadro della politica di espansione genovese nell’area del Tigullio nella prima metà del XII secolo. Si voleva, inoltre, verificare la possibilità di un incastellamento signorile anteriore al 1132, data della conquista genovese del colle di Rivarola. Entrambi gli elementi erano ipotizzabili sulla base dell’analisi delle fonti scritte, ma anche considerando la posizione strategica del castello, ubicato in corrispondenza del punto di congiunzione di tre sistemi di valli (Val Fontanabuona, Val Graveglia e Valle Sturla), al centro di un’area di forte sviluppo di poteri locali tra XI e XII secolo. Le ricerche sono riprese nel 2018, nel quadro delle attività della Cattedra di Archeologia medievale dell’Università di Genova. Il volume ripropone e, soprattutto, aggiorna alcuni testi già editi e presenta i dati emersi dalle nuove campagne di scavo, di rilievo e di studio.

Testi di Fabrizio Benente, con contributi di Giada Molinari, Andrea Pollastro et al.

Fabrizio Benente è professore associato di Archeologia cristiana e medievale presso l’Università di Genova. Si è formato e ha svolto attività di ricerca presso le Università di Pisa, Roma, Siena, Genova e presso l”Albright Institute” di Gerusalemme. Nel 2010 e nel 2012 gli è stata assegnata la Getty Research Exchange Fellowship da parte del Council of American Overseas Research Centers, per svolgere attività di ricerca in Israele e in Turchia. Ha diretto scavi archeologici in Italia e in Israele. Ha partecipato a missioni archeologiche in Corsica, Grecia, Tunisia, Libano, Mongolia interna (Cina), Crimea (Ucraina). Ha diretto il Museo archeologico di Sestri Levante (MuSel) e il Polo archeominerario di Castiglione Chioavarese (MuCast). Ha curato produzioni multimediali e documentari televisivi. Sposato con Daniela, vive a Nascio in Val Graveglia, vicino a Chiavari, dove dedica tempo al suo cane Filippo e alla cura del vigneto. È appassionato collezionista di fumetti e (nel poco tempo che rimane) pratica la corsa su strada e l’atletica leggera master.

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Il Castello di RivarolaFabrizio BenenteOltre edizioni – Collana: Medioevo ritrovato – Pubblicato il 28/10/2019 – pagine: 148 (con 48 immagini a colori) -ISBN: 9788899932589 – Prezzo di Copertina € 18.00

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Le “Rinascite” di Lidia Popolano. Intervista all’Autrice

Rinascite – Lidia Popolano

Intervista all’Autrice

di Iannozzi Giuseppe

Un diario, uno zibaldone, una semplice raccolta di racconti? Niente di tutto questo. Rinascite di Lidia Popolano è un lavoro innovativo e coraggioso che rifugge le facili etichette. “Siamo davanti all’emersione di alcuni tratti di personalità, prima silenti, che si esprimono, quasi fossero frammenti di un personal essay non ancora scritto”, spiega Lidia Popolano.
L’Autrice consegna ai suoi lettori un’opera particolarmente innovativa, originale, levigata sulla pietra del modernismo letterario.
Rinascite è da leggere, e una volta che lo avrete letto, quasi sicuramente guarderete al mondo e alla letteratura con occhio diverso, più maturo, più attento a tutto ciò che vi scorre di lato. In sostanza, rinascerete.

Iannozzi Giuseppe

Rinascite - Lidia Popolano - Algra Editore

Dunque, “Rinascite” è il tuo nuovo lavoro, edito da Algra Editore. Perché questo titolo?

Questi scritti appartengono a un periodo artistico in cui ero interessata al meccanismo con cui tutte le sfumature della nostra mente trovano spazio per esprimersi, come fossero delle parti di noi che, dopo un periodo di silenzio, trovino il tempo e il luogo per ri-nascere.

Lidia Popolano“Rinascite” è una raccolta di racconti molto personali: siamo di fronte a un lavoro diaristico, a un ‘personal essay’? E: i racconti sono stati scritti in presa diretta, o sono stati rielaborati?

Siamo davanti all’emersione di alcuni tratti di personalità, prima silenti, che si esprimono, quasi fossero frammenti di un personal essay non ancora scritto. Sono stati scritti come tutto ciò che esce dalla mia penna: prima in presa diretta e poi letti e riletti non per correggerli, ma per apportare delle piccole modifiche per una migliore definizione del tema o del linguaggio.

C’è in “Rinascite”, certamente, ricerca di una sperimentazione espressiva. Si dice, ormai da un bel po’ di tempo, che tutto è stato scritto, che quello che oggi si scrive è solo un tentativo di aggiungere dettagli (o sfumature) a quanto è già stato messo nero su bianco nei secoli scorsi. Sei d’accordo?

Sono d’accordo sul fatto che molto sia stato espresso, ma è pure vero che lo stile e il tipo di scritto hanno subito consistenti modifiche e altre ne verranno, in relazione all’evoluzione del pensiero.

“Rinascite” aggiunge qualcosa a quanto è già stato oggetto di sperimentazione linguistica ed espressiva?

Da parte di chi?

Penso ad esempio a Raymond Queneau, che ha lavorato molto sul linguaggio. C’è qualche punto di contatto fra la tua scrittura e quella di Queneau?

Credo che Queneau abbia fatto un lavoro di ricerca concettuale a cui non saprei al momento dare un contributo. Il mio contributo è artistico-espressivo, non concettuale. Ho letto Queneau a trent’anni, non posso escludere che abbia lasciato tracce nel mio inconscio, come tanti altri scrittori d’altro canto.

Alcuni tuoi racconti mi hanno ricordato la scrittura “automatica” che tanto andava in voga fra gli scrittori della Beat Generation. Ma, forse, sono fuori strada.

Non saprei scrivere in altro modo…
Ho provato a scrivere dei saggi, ma hanno sempre qualcosa di automatico (poetico?) al loro interno.

Dunque, per te scrivere è soprattutto un atto più del cuore che della mente.

Credo che la scrittura per me sia un tentativo di “unione mistica” tra le componenti della mia persona.

Puoi spiegare meglio che cosa intendi con “unione mistica”?

Integrazione e accoglienza in sé (dunque espressione) delle due componenti, che nella vita quotidiana faticano a dialogare, in una terza entità: l’opera artistica.

In “Rinascite” i racconti parlano di te, del “quotidiano” che affronti, che ti scorre di lato. Tu guardi di lato piuttosto che davanti a te. Questa peculiarità è presente in tutto il tuo lavoro. Dico bene?

Sì io credo che la visione laterale sia il modo per non farsi distrarre dal rumore di fondo che fa l’orizzonte. Ed entrare in contatto con il proprio inconscio.

Prima abbiamo accennato alla “scrittura automatica”; e ho dimenticato di chiederti se il gruppo 63 ha avuto qualche influenza sulla tua scrittura, sul tuo modo di guardare alla vita di tutti i giorni per poi raccontarla.
Immagino tu sia ben conscia che “Rinascite” è una opera “per tutti e per nessuno!”
Nella introduzione a “Rinascite”, Davide Grittani dice di te che sei una “distillatrice di versi”.

Ammetto di avere letto poco degli autori italiani del novecento, con pochissime eccezioni, avendo amato molto le opere di scrittori europei. Tra queste ci sono Enzo Siciliano e Umberto Eco, oltre a Elsa Morante e pochissimi altri. Credo di potermi definire una grande lettrice, ma non una studiosa di letteratura.

Non so definirmi in base ai miei lettori, mi spiace…

Davide ha avuto un approccio “laterale” con il mio lavoro e gli sono riconoscente.

Mi par di capire che hai preferito approfondire autori non italiani.

Sì, hai capito bene.

Quali sono gli autori che ti hanno maggiormente influenzata? Per quali ragioni?

Credo gli autori della fine Ottocento-prima metà del Novecento. Forse li definirei modernisti ma non tutti rientrerebbero in questa definizione.

Pochi nomi potrebbero essere detti “modernisti”.

Virginia Woolf, James Joyce, Robert Musil, Marcel Proust, Samuel Beckett, Marguerite Yourcenar, Fëdor Michajlovič Dostoevskij, George Eliot, Jane Austen.

Però Dostoevskij non riesco a vederlo come un modernista. E neanche Jane Austen. Sono due autori molto diversi fra di loro, ma piuttosto legati alla tradizione letterario del loro tempo.

Ho scritto infatti che non tutti gli scrittori che ho amato rientrano in questa “categoria”. E ci metto anche Thomas Mann.

D’accordo, adesso è più chiaro. Tornando a “Rinascite”, perché non consiglieresti di leggere il libro Cuore? E l’insonnia può davvero essere positiva per l’artista, per chi scrive?

Perché presenta delle figure umane troppo paradigmatiche delle sue convinzioni e irrealistiche.

Sono d’accordo con te, Lidia Popolano.

L’insonnia mi serviva per trovare un termine di paragone con l’amore… arriva quando non te l’aspetti e devi convivere con lo stravolgimento che ti causa.

E cosa puoi dirmi in merito al tuo idolo?

Diane Fossey rappresenta ciò che intendo per una persona che ha centrato a fatica il suo obiettivo, il senso della sua vita.

Avresti voluto seguire le sue orme?

Non è che avrei voluto seguire le orme di Fossey, ma ho stimato molto la sua perseveranza nella ricerca originale dei suoi talenti.

Scrivere sottrae o non sottrae tempo alla vita?

Il tempo della scrittura per me è tempo di vita.

Capisco, sono un tutt’uno.
Per chi è stato scritto “Rinascite”, per che tipo di lettore?

Credo che potrebbe essere un lettore interessato alla stessa ricerca umana, alla ricerca umana in genere.

Ci sono in “Rinascite” ben 56 racconti, alcuni più o meno lunghi, alcuni brevi o brevissimi. La mia impressione è che siano stati scritti in tempi diversi.

Hai individuato delle fasi oppure lo hai pensato per via del numero?

Per via delle fasi.

Hai un po’ colto… la maggior parte è contemporanea in una fase diciamo dal 2014 al 2016, ma ho messo anche dei racconti scritti più recentemente (meno di dieci) che danno un po’ l’idea dell’evoluzione e si collegano idealmente con quelli che ho scritto successivamente e che scrivo ancora.

Immaginavo che fossero stati scritti in tempi diversi.
Preferisci la dimensione del racconto o quella più lunga del romanzo?

Le sento entrambe mie e le sto portando avanti entrambe.

Perché fra tanti libri che ogni giorno si stampano, il lettore moderno dovrebbe scegliere di leggere il tuo “Rinascite”?

Ovviamente sottintendi che il libro riesca ad arrivare a una platea consistente di lettori… sennò la domanda non avrebbe senso…

Ovviamente.

Penso che molte persone si potrebbero riconoscere, davvero e ne ho la certezza perché le ho condivise in un portale di scrittori di cui non voglio fare pubblicità, ancora nello stadio immaturo, diciamo, e il commento generale era che ci si poteva riconoscere.

Rinascite - Lidia Popolano (Algra Editore)«In ogni racconto l’autrice cattura ciò che le sta intorno coi suoi ricettori di sensibilità, lo traduce in sensazioni e lo trascrive in esperienze, piccole e quotidiane interferenze della vita che risiedono negli oggetti di uso comune («Sorridevano la pentola sul fuoco e il vapore che sfuggiva dal coperchio»), nei mezzi di trasporto, nella cattiveria degli uomini, nelle aspettative riposte nei sogni (l’esempio più alto è forse Arrivederci Roma)». (Dalla Prefazione di Davide Grittani)

Lidia Popolano, studiosa di neuroetica, vive a Roma, dedicandosi all’attività creativa. Ha scritto e diretto i monologhi itineranti Di notte per i vicoli di Roma antica e Il Grande Cinema per le strade di Roma patrocinati da Roma Capitale e Fondazione Cinema per Roma (2007-2013). Ha pubblicato per 96, rue-De-La Fontaine, il romanzo Come l’impronta di un quadro (2017), Menzione Speciale della Presidenza, Premio Wilde 2019, e 2° Premio, Concorso Poeta per caso 2018. Ha vinto il Premio Nabokov 2019 con la silloge poetica inedita Abitare mura diroccate.

acquista Rinascite

RinasciteLidia PopolanoAlgra Editore – Collana: Scritti – Genere: Narrativa – Numero pagine: 160 – ISBN: 9788893413268 – Prezzo: 14,00 €

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Leonard Cohen – Happens to the Heart

Leonard Cohen – Happens to the Heart

Ecco il primo singolo ufficiale estratto dal nuovo eccezionale album Thanks For The Dance: “Happens To The Heart”.

Leonard Cohen

Leonard Cohen – Happens to the Heart (Official Video)

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Angeli, olocausti ed epitaffi

Angeli, olocausti ed epitaffi

ANTOLOGIA VOL. 165

Iannozzi Giuseppe

Marc Chagall - Angel with sword

SETTE NOTE PER TE

Sette foto sbiadite riposano sul cuscino
Sette tacche sul muro senza pietà
per ogni settimana passata – senza te
Ho l’anima pesante, e una catena
per compagnia: il cane della mia rabbia
ha fame, ulula alla Luna, e giù al porto
ci hanno fatto capire che il mare
è grande ma tanto tanto povero di pesci
Così credo che resterò ancora qui,
un giorno o anche due a cercare di capire
i miei sbagli e le mie contraddizioni

Amica mia, portami una rosa
e un’armonica a bocca
prima che cominci a sbavare
E’ così tanto che non annaffio rose rosse
E’ passato così tanto tempo dall’ultima volta
che ho baciato una donna di fuoco,
rossa di passione, bella di generosi fianchi

Sette petali, sette note, non tardare
a dirmi la verità, se hai già trovato un altro

DROGATI, EPITAFFI DA SCRIVERE!

Porta gli amici
Ci sarà festa grande stanotte
Le fosse sono ancora tutte da scavare
Porta tutti i nemici sottomano
Non sono ancora risorti i drogati
Porta chiunque, vivo o morto
Non fa differenza
Portali alla festa

Porta anestetici e corde di violino
Porta il Muro di Berlino e la Statua della Libertà
C’è così tanto da fare, così tanto
e i nani non sono buoni per certi lavori
Hanno sodomizzato ogni paglia per tutta la notte
Hanno fatto del loro meglio per anni interi,
ma certe faccende non sono per loro
Ti chiedo solo di portare chiunque sulla tua strada
C’è bisogno di braccia e i drogati non sono risorti
Dopo ci daranno una mano
a mandare all’inferno quelli con la puzza sotto il naso,
gli attori, gli scrittori, le primedonne
Ci sarà festa grande stanotte
Tutti gli epitaffi sono ancora da scrivere

Non ti preoccupare degli orgasmi interrotti
I drogati non si sono ancora sollevati
Non si può mangiare la brioche per sempre
e si muore una volta sola a Parigi in galleria
a trecento all’ora
Non si può andare a Mosca passando da Calcutta,
quindi non ti preoccupare e porta chi vuoi qui
Ci sono tante cose da fare, tante davvero
Il giallista di turno ha trucidato la famiglia
per avere fra le mani una storia originale
e Cristo s’è fatto il segno della croce,
ha poi preso a menare botte da orbi
senza guardare in faccia nessuno
La Sirenetta è morta sul bagnasciuga
E Biancaneve ha sette pene fra le gambe da sfamare,
è così disperata che al primo momento libero tira

Non c’è motivo che ti preoccupi,
gli orgasmi sono come i bicchieri rotti:
al mercato delle pulci ne puoi trovare quanti ne vuoi
Non c’è motivo di mettere su quella faccia buia,
gli orgasmi sono come gli aghi rotti:
al mercato delle pulci te ne infilano quanti ne vuoi

C’è bisogno di braccia
e i drogati non sono risorti ancora
C’è da mandare all’inferno
tutti quelli con la puzza sotto il naso,
gli attori, gli scrittori, le primedonne
Porta chiunque ti tagli la strada,
porta amici e nemici, tutti fanno brodo
I drogati non si sono ancora riavuti,
ma dopo ci daranno mani e aghi
Tutte le fosse sono ancora da scavare
Tutti gli epitaffi sono ancora da scrivere

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Il Ragazzo, la donna e il vecchio poeta. Tre racconti inediti dalle Mille e una notte – Aboubakr Chraïbi (a cura di) – Marietti editore

Aboubakr Chraïbi (a cura di)

Il Ragazzo, la donna e il vecchio poeta
Tre racconti inediti dalle Mille e una notte

Marietti editore

Aboubakr Chraïbi (a cura di) Il Ragazzo, la donna e il vecchio poeta Tre racconti inediti dalle Mille e una notte

Descrizione

Un vecchio poeta, un califfo, la favorita del sultano, un bambino dai poteri magici sono gli eroi di questi tre racconti inediti delle Mille e una notte, tratti da un manoscritto del XIX secolo conservato nella Biblioteca dell’Università di Strasburgo. Sconosciuti fino all’inizio del XX secolo, furono redatti nel 1831 per un diplomatico tedesco di stanza al Cairo e costituiscono una testimonianza vivace e ironica della società egiziana del XVIII secolo. Tre storie che vanno ad arricchire il corpus di un testo emblematico della cultura araba e della letteratura universale.

Sommario

Tre racconti inediti, Aboubakr Chraïbi. Tre racconti inediti delle Mille e una notte. 1. Hasan, il ragazzo i cui desideri si avveravano sempre. 2. Yâsamîn, la favorita del sultano e il giustiziere dei sarti. 3. Il vecchio poeta Hasan, l’albero, la tomba e il monastero. 4. Riferimenti bibliografici

Note sull’autore

Aboubakr Chraïbi è uno dei maggiori esperti dei racconti delle Mille e una notte a livello internazionale. Docente e ricercatore all’Institut national des langues et civilisations orientales di Parigi, è responsabile del progetto «Le Mille e una notte: fonti e funzioni nell’islam medievale arabo» dell’Agenzia nazionale della ricerca.

Il Ragazzo, la donna e il vecchio poeta. Tre racconti inediti dalle Mille e una notteAboubakr Chraïbi (a cura di) – altri autori: tradotto da Valeria Riguzzi – pubblicazione: 9 settembre 2019 – pagine: 144 – Marietti editore – collana: 1103 I melograni – ISBN: 9788821110177 – € 12,00

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Note di blues e dolori di whisky

Note di blues e dolori di whisky

ANTOLOGIA VOL. 164

Iannozzi Giuseppe

La Grazia by Chatterly

La Grazia by Valeria Chatterly Rosenkreutz,

TU, VENERE

Al tuo cospetto
eccomi qui
col grigio petto
a te davanti
perché possa tu farne
vanto o eterna agonia
con le tue mani
di farfalle,
con la tua bocca
di rosse fiamme

Qui sono:
nudo,
senza difese
Reco poesia
che è vecchia,
come le età
che al vento m’hanno
malamente raccontato
Però sono qui,
e sono per dispormi a te

La luna in cielo alta,
e ululano e ululano i lupi
e ai corvi tengono compagnia:
forse anche loro
cercano un amore
o un cadavere da sbranare
Io ho soltanto poesia
che è vecchia
e non posso mentirti
Se ancor mi vuoi
mi dovrai accettare così,
a petto nudo
Se ancor mi hai a cuore,
mi dovrai baciare
con denti aguzzi più dei miei
e lanciare poi un urlo più alto
del gracchiare delle mie ossa

Ma qui sono
adesso e per sempre,
per saperti Venere

TI HO CONFESSATO

Da quando t’ho confessato
il mio amore,
sei fuggita in lontananza
presa da un assurdo spavento
che però sapevo da sempre
ti sarebbe venuto a cuore
più del mio battere i denti
per freddo, aspettando
invano l’arrivo del bacio
del disgelo dalle tue labbra
rosse, rosse d’un amore
che non è per me

AH, L’AMORE!

Ah, l’amore!
Fa più morti
di quel dio
tremendo
che dicono
si faccia
chiamar
Marte…

Ah, Eros!
Monello
senza cervello:
tutto cuore
non lo sa
quanto può
far male
al cuore di noi
che siamo
qui in terra
mortali

Come cristalli
ci spezziamo
in due
al minimo
cambiamento
d’umore

DIMENTICHERAI

Dimenticherai, di me
ogni segno e gesto
Dimenticherai, di me
il sasso scagliato
e l’allegria triste
che m’illuminava il viso
Sì, mi dimenticherai
e ti porterai sul cuore
un uomo migliore di me
E farai l’amore per amore
fra grida d’angeli
e risate dal mare
di vergine bianca spuma
sulla non mai
troppo calda sabbia
Mi dimenticherai, e sì,
non sarà peccato
all’alba scoprire
che sei viva più che mai

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L’amicizia fra gli spaventi di dio

L’amicizia fra gli spaventi di dio

ANTOLOGIA VOL. 163

Iannozzi Giuseppe

blonde dream

ESSERE IN SETTE VITE

Del gatto gli occhi son spiriti di ieri
Ti osservano dall’inferno dell’essere
in sette vite e in nessuna in particolare
Ti osservano
Altro non possono
Vengono da lontano, da oltre il Nilo
E l’uomo che t’ama
è appena andato via per le sigarette
In fondo lo sai che presto tornerà,
come sempre, stanco d’aver perso
un’altra volta la sua scommessa
Ti racconterà di come ha provato a bere
da un finto specchio d’acqua in un deserto
E di nuovo in tuo possesso sarà

HO SOGNATO UN MONDO

Tu non sai: ho sognato un mondo d’amore
di tette al vento, di volti gentili aperti al sole
L’erba alta sfogliata dalle carezze degli amanti
in cerca d’un filo d’ombra prima di fare all’amore;
e alberi frondosi, verdi, carichi di fiori
che domani saranno frutti maturi succosi

Tu non sai: ho sognato un mondo
Quelle labbra, oh quelle labbra sì rosse
che a morderle illanguidiscono l’anima;
la tua bocca così dolce, rifugio di baci,
e la mia mano sul tuo nudo volto
a sfiorar con la punta dell’indice
l’incertezza tua sospirata a metà
prima di darti all’ardore della lingua mia,
mentre già scivola la sinistra lungo le gambe
nude in bellezza, dal calore di dio baciate

ALL’OBLIO DESTINATI

destinati ad amare
per due graffi di solitudine sulla schiena
destinati a fare i buffoni
per un sorriso di piorrea e una dentiera
destinati a cauterizzare l’occhio
per non vedere chi vicino a noi muore

destinati ad essere eterni stupidi stupiti,
pallottole lanciate nello spazio
per incontrare della carne la fragilità

…lecchiamoci le ferite
o cominciamo a cadere
come foglie al vento
nella tomba dell’oblio

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The Cramberries – Dolores O’Riordan

The Cramberries – Dolores O’Riordan

Dolores O'Riordan

Dolores O'Riordan

Dolores O'Riordan

Dolores O'Riordan

The Cranberries

Promises (Official Music Video)

Ode To My Family (Official Music Video)

Ridiculous Thoughts (Official Music Video)

Dreams (Official Music Video)

I Can’t Be With You (Official Music Video)

Analyse (Official Music Video)

You and Me (Official Video)

When You’re Gone (Official Music Video)

All Over Now (Official Video)

The Cranberries

The Cranberries TV

Dolores O’Riordan – voce, chitarra, tastiera (1990 – 2003, 2009 – 2018)
Noel Hogan – chitarra, cori (1989-2003, 2009-2019)
Mike Hogan – basso (1989-2003, 2009-2019)
Fergal Lawler – batteria, percussioni (1989-2003, 2009-2019)

https://www.youtube.com/user/TheCranberriesTV

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Ricordi d’estate – Sull’altalena – racconto di Nadia Fagiolo

RICORDI D’ESTATE

Sogni e desideri sull’altalena

di Nadia Fagiolo

Il suo blog: https://lady74na.wordpress.com/

Ricordi d’estate di Nadia Fagiolo è un racconto che può tranquillamente rientrare in quel filone letterario che annovera tanti e tanti romanzi di formazione. Nadia Fagiolo racconta il primo amore e lo fa con rara delicatezza. È questa una storia che fa sognare anche chi da tempo ha smesso di credere nella purezza dell’amore e nella sua bellezza. – Iannozzi Giuseppe

Ricordi d'estate - Sull'altalena - racconto di Nadia Fagiolo

Nel corso della bella stagione ci incontravamo sempre in cortile. Abitavamo nella stessa palazzina: io a pian terreno, lei, invece, occupava l’appartamento sopra il mio. Dondolarsi sull’altalena, che era stata installata nel centro esatto del giardino, era il suo passatempo preferito. Non passava giorno che non si dondolasse sull’altalena, quasi volesse dimostrare a se stessa che il cielo non era poi così lontano e che, con un po’ di buona volontà, prima o poi, sarebbe riuscita a toccarlo. Era una ragazzina non poco testarda che amava sognare, poco ma sicuro. Scendeva giù in cortile e la vedevo avvicinarsi all’altalena, con passo deciso e spedito. Solo una volta l’ho vista abbandonare il cortile: un temporale estivo si era scatenato all’improvviso, costringendola ad alzare gli occhi al cielo quasi volesse rimproverare Dio o chi per esso d’averle fatto quello sgarbo.
Giocava sull’altalena in un modo tutto suo, davvero particolare: poggiava i talloni sull’asse di legno, poi piegava le gambe, le raccoglieva al petto e le abbracciava, dopodiché allacciava le mani ai polsi e cominciava a dondolarsi. Non ci pensava nemmeno di reggersi alle corde dell’altalena. Dopo un po’ che si dondolava, dava spettacolo: lasciava scivolare piano, con dolcezza, la schiena all’indietro, stringeva dunque l’asse di legno in mezzo alla morsa delle cosce e dei polpacci, e lasciava andare giù la testa, senza smettere di dondolarsi. Temevo potesse rompersi l’osso del collo, e più d’una volta, lo ammetto senza alcuna vergogna, con questo suo numero acrobatico mi ha fatto morire il fiato in petto. Osservandola avevo come l’impressione che nel dondolio dell’altalena la sua anima tentasse di raggiungere non solo il cielo, l’immenso, ma anche i suoi sogni.

Nadia Fagiolo - blogLa ragazzina nutriva in seno un desiderio, quello di diventare una grande ginnasta, e nel caso non ci fosse riuscita, bene, si sarebbe accontentata di poter calcare i palchi dei più rinomati teatri del mondo in qualità di ballerina. Il suo essere così spericolata non era capriccio dovuto alla giovane età, era invece un’esigenza tanto del corpo quanto dell’anima osare, usare l’altalena in maniera impropria, certamente pericolosa, un esercizio che, giorno dopo giorno, l’avvicinava un po’ di più al futuro. Di questo lei ne era più che convinta. Lei sarebbe stata una grande ginnasta o una ballerina di danza classica non meno brava di Carla Fracci.
I suoi capelli, biondi e lunghi, si lasciavano accarezzare dai raggi dorati del sole; e nel corso delle sue evoluzioni, ricadevano leggeri verso terra, e pareva quasi che nell’aria disegnassero un’esplosione di polvere d’oro.
Io non osavo disturbarla, ma non nego che amavo spiarla. Non appena sentivo echeggiare i suoi passi leggeri eppur monelli nella tromba delle scale, subito mi affacciavo alla finestra con il preciso intento di non perdermi lo spettacolo che presto avrebbe dato. Attraversava il grande prato, che qua e là mostrava qualche chiazza spoglia di erba, e una volta davanti all’altalena la fissava per un paio di secondi, poi, con un saltello a piè pari, si accomodava sull’asse di legno. E iniziava a dondolarsi. A questo punto, io correvo a infilarmi ai piedi le mie scarpe da ginnastica, e di corsa mi precipitavo giù, in cortile. Quatto quatto, stando ben attento a non far troppo rumore, raggiungevo una siepe, che, per tutta l’estate, era solita offrire dei piccoli frutti verdi, duri e appiccicosi.
Lei puntava sempre lo sguardo verso nord. Credo che amasse osservare le montagne, che da quel lato si stagliavano contro il cielo chiudendo l’orizzonte, perciò passare inosservato non era un’impresa poi così impossibile.
Sono certo che lei mi piacesse già allora, ma non ero ancora in grado di comprendere fino a che punto. Anzi, a essere sincero, mi disturbava l’idea d’aver maturato, seppur in maniera inconscia, quel pensiero bizzarro. Mi tormentai a lungo, cercando di capire il motivo per cui non me ne fossi mai accorto prima, e alla fine dovetti giungere e accettare la più ovvia delle conclusioni: quella monella avrebbe potuto essere la sorella che non avevo mai avuto.

Però devo ammettere che lei era davvero carina, nonostante avesse delle gambe fin troppo snelle, oserei dire magre. A ogni modo, quando le agitava in aria, riusciva a regalare a chiunque l’impressione di essere un angelo al di sopra delle umane miserie. La invidiavo un po’ per quella sua innata scioltezza, ma anche per quella sua natura allegra e stramba, quasi selvaggia, e soprattutto la ammiravo per la determinazione e per il coraggio che dimostrava giocando. La mia indole era invece quella di un pavido: non ci tenevo affatto ad andare sull’altalena a testa in giù, in una posizione sì tanto pericolosa e scomoda. Tuttavia non posso negare che ne fossi incuriosito, vedendo le emozioni di piacere che trasparivano sul volto di lei.
Certe volte non si accontentava di restare semplicemente capovolta e immobile, e allora, con una tecnica tutta sua, cominciava a scalciare nell’aria, cercando di far avvolgere le corde attorno alle caviglie, perché se non ci fosse riuscita, lei lo sapeva bene, sarebbe rovinata a terra e non avrebbe potuto esibirsi in una serie di giravolte mozzafiato.

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Distinguere la luna dal sole

Distinguere la luna dal sole

ANTOLOGIA VOL. 162

Iannozzi Giuseppe

Marc Chagall - Bride with Fan

PIANO DI JAZZ

pagina dopo pagina
ti leggo un brano
tu ascolti in silenzio
il mio silenzio fra le righe
allunghi una mano
per una carezza soltanto
rimango deluso un po’
non te lo faccio capire
riprendo a leggere
la voce tu la senti che
brano dopo brano trema
i tuoi occhi su me mi sbranano
– come su un piano di jazz
così noi

mi cade il libro
tu dici con gli occhi
non lo raccolgo
prendo la tua mano nella mia
tu abbassi gli occhi sul libro aperto
che sul freddo pavimento riposa
un filo di vento entra
sconvolge le pagine e le apre tutte
tu liberi un sospiro in aria
continuo io a tenerti la mano
mi uccidi: “che uomo sei?”
mi ascolti
ascolti in silenzio il mio silenzio
uguale a enigmatico bacio

– come su un piano di jazz
siamo diavoli tra tasti neri neri
e bianchi bianchi; e la pioggia
che picchietta forte sul tetto –

cadiamo cadiamo cadiamo
nelle pagine

CANTANO GLI UOMINI LE DONNE

Cantano gli uomini le donne,
un po’ teneri un po’ bastardi,
crudeli con passione
ogni volta che la luna storta
gli fa danno

Cantano gli uomini le solitudini
quando cala piano la luna
nel grembo della sera:
nel pagliaio disfatto smaniosi cercano
una femmina, che un poco li consoli,
recando a lei in dono fiori e dolori

Cantano, a squarciagola cantano
quanto son crudeli,
e quanto le donne belle,
fatali per il più navigato dei poeti

Cantano per gelosia,
talvolta per nostalgia
d’una casa e d’un focolare
dove la notte riparare

E cantano, cantano,
ubriachi o no

Cantano, di tutto stanchi cantano
per i passi fatti e subito perduti

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