“La cattiva strada”. Romanzo di Giuseppe Iannozzi (2014 – Cicorivolta)


La cattiva strada

romanzo di Giuseppe Iannozzi

La cattiva strada - Giuseppe Iannozzi - Cicorivolta

La cattiva strada – Giuseppe Iannozzi – Cicorivolta

La cattiva strada – Giuseppe IannozziCicorivolta edizioni – collana i quaderni di Cico – pp.116 – © 2014 – ISBN 978-88-99021-28-3 – prezzo: €12,00

La cattiva strada è, al tempo stesso, un romanzo di formazione e un thriller. Matteo, il protagonista, è un anarchico non troppo anarchico.  E’ soprattutto un ribelle e uno scavezzacollo. Le origini di Matteo sono incerte: vive insieme a degli zingari, che adorano il fuoco al pari d’un dio, e quello che dice d’esser suo zio è un vecchio coriaceo in odor di marxismo. Matteo non ama granché l’ideologia marxista, preferisce di gran lunga leggere la Bibbia che interpreta a modo suo. Sempre seguendo la sua cattiva strada, Matteo viene iniziato al sesso da una ragazza che dice d’esser sua cugina. Dopo averlo fatto ed esser stati per un po’ assieme, lei scompare nel nulla. Matteo decide che è giunto il tempo di lasciare gli zingari che l’hanno tirato su. Da questo momento in poi, sarà perlopiù solo, un uomo senza amici, capace però di farsi non pochi nemici durante il suo pellegrinaggio in lungo e in largo, in una Italia violenta e fascista. Ben presto Matteo si renderà conto d’aver sulle spalle una grave tara, quella d’esser d’una bruttezza particolare: il suo spirito ricusa qualsiasi legge ideologia e fede, non è neanche buono per essere un anarchico, perché lui è al di là dell’anarchia. E’ più animale che uomo e, in ogni cosa della vita e della morte, solo segue il suo proprio istinto.

Cicorivolta edizioni

Nel corso del suo pellegrinaggio sulla strada, Matteo si troverà a contatto con pazzi svitati, marxisti di fede stalinista, fascisti, maniaci sessuali, drogati, assassini, preti e assassini. Toccherà Genova per calarsi nel suo cuore più nero, quello dei travestiti e dei criminali incalliti, e proprio in questa città, tanto cara a Fabrizio De André, Matteo comprenderà che se non vuol finire crocifisso deve presto cambiar aria. Tuttavia non sarà sufficiente lasciarsi alle spalle Via Prè e la sua non poco variegata umanità  Nonostante cerchi di non cacciarsi nei guai, la sua natura lo porterà a scontrarsi con la peggior genia di farabutti e imbroglioni. Decisivo sarà per Matteo incappare nel Movimento Raeliano. Da questo momento in poi, per il protagonista non ci sarà un solo minuto di pace. Ucciderà per danaro e, nella confusione in cui si trova invischiato, si convincerà d’aver ucciso il Cristo risorto, o perlomeno un tizio che dice d’esser il Figlio di Dio. Sarà costretto a fuggire per non finir male, davvero molto male; e nel frattempo dovrà cercare di capire chi lo ha incastrato e perché mettendolo in una posizione a dir poco pericolosa e, per certi versi, blasfema.
La cattiva strada è un romanzo che riecheggia di spirito rabelaisiano, che sempre sconvolge le carte in tavola, dove la realtà è sempre incerta, dove il protagonista combatte con tutte le sue forze per allontanarsi dalla solitudine e raggiungere, finalmente, lo status di quelle anime salve tanto care a Faber.

Un brano del libro

La cattiva strada - Giuseppe Iannozzi - Cicorivolta

La cattiva strada – Giuseppe Iannozzi – Cicorivolta

[…]

“Resta, resta figliolo! Non è tardi, non per te. Per me, forse sì. Dio è un pagliaccio con delle idee bizzarre, ma…”.
“Non mi chiami figliolo”, lo zittisco mentre esce dal confessionale.
E’ più vecchio di quanto immaginassi. Di sicuro ha superato l’ottantina e non ha affatto l’aria di uno che se la passi bene. Le rughe sul suo volto dicono più di mille parole.
“Non credi in Dio. Bene, non ci credere”, fa lui sereno trascinandosi fino all’altare, come uno al quale abbiano legato sulle spalle una croce di piombo.
Si mette assiso davanti all’altare, su un gradino di freddo marmo e trae un profondo respiro.
Lo raggiungo, seppur poco convinto che questo ometto possa essermi utile. E’ già un miracolo che si regga ancora in piedi. Sembra una vecchia scimmia. A ogni modo mi metto comodo pure io accanto a lui.
“Padre, lei si è mai chiesto chi ha creato Dio?”
“Dio esiste da sempre. E’ eterno.”
“Padre, questa è una stupidità e lei lo sa meglio di me.”
“Anche se lo fosse, be’, è la verità che noi conosciamo.”
“C’è un’altra verità ed io ho ucciso… forse ho ucciso qualcuno per conoscerla questa verità.”
“Sei un tipo difficile tu. Non riesco a seguirti, ma forse è colpa della vecchiaia.”
“Vuole ascoltarmi o no?”, sputo secco.
“Mi sono messo comodo apposta. Parla, parla pure. Sono abbastanza in là con gli anni per non dovermi preoccupare di quel che dirai.”
“Quand’è così! Non è una bella storia e non c’è il lieto fine. Nessuna storia che valga due soldi finisce come vorremmo.”
Lui sbuffa, un po’ divertito, un po’ rassegnato.
Non ho idea se ascolterà sul serio la mia storia, con il cuore e con l’anima, né oso immaginare quello che poi penserà al riguardo. Ho però bisogno di raccontare quella che è stata la mia vita. Il perché non lo so bene nemmeno io. Non mi pesa sulla coscienza niente di tutto quello che ho fatto. Per dirla in maniera spicciola, talvolta il bisogno è di parlare e basta, soprattutto quando la mente ha viaggiato più del corpo che la ospita.
Mi schiarisco la gola, dando due colpi di tosse che subito si fanno eco spandendosi al di là delle povere arcate della chiesa.
“Padre, questa non è una confessione”, ribadisco al prete che, adesso, mi guarda dritto negli occhi, più interessato di quanto non lo fosse all’inizio. “Come le ho accennato – forse, e lo sottolineo ben forte questo dannato forse – ho ucciso”. Faccio una breve pausa. Devo essere sicuro che lui non si limiti ad ascoltarmi con le orecchie soltanto, perché, innanzitutto, ho bisogno che ascolti con quell’anima in cui lui crede ed io invece no. Cado in contraddizione aspettandomi che questo pretino faccia della sua anima un vaso atto a raccogliere la cronaca, minuto per minuto, della mia vita? Non lo so, e, in tutta sincerità, me ne frega meno di niente.
Il prete mi invita a continuare, a sputare il rospo come si usa dire.
“D’accordo, hai ucciso, forse che sì forse che no. Ed è peccato, il più grande che un uomo possa commettere, indipendentemente dal fatto che esso nutra una sincera fede nei confronti di Dio o viceversa”, sentenzia, con un tono di voce ammaccato, quasi volesse lasciare a intendere che uccidere non è il più grave dei peccati.
E allora glielo dico secco: “Non un semplice uomo.”
Lui non capisce.
“Potrei esser stato io l’assassino di Cristo.”
Lui sorride, mentre sulla fronte di rughe gli si formano alcune gocce di sudore.
“E non parlo in senso figurato”, sottolineo.

[…]


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