L’ultimo segreto di Nietzsche
(Il ritorno del filosofo a Torino)
Beppe Iannozzi

L’ULTIMO SEGRETO DI NIETZSCHE – BEPPE IANNOZZI – CICORIVOLTA EDIZIONI
in copertina, “Ecce homo”, by Sebastiano Bongi Tomà – (www.sbtphotographer.eu)
L’ultimo segreto di Nietzsche (Il ritorno del filosofo a Torino) – Beppe Iannozzi – Cicorivolta edizioni – collana i quaderni di Cico – ISBN 978-88- 97424-77-2 – pp.181 – €13,00

Nell’Augusta Taurinorum, fra passato e presente, alieni e filosofi, dèmoni e prostitute, il padre della moderna filosofia, Friedrich Willem Nietzsche.
Il filosofo, ormai sulla via di un’eterna pazzia, dopo aver partecipato a una seduta spiritica, s’imbatte in Absu Imaily Swandy. A una prima occhiata l’uomo, che dice di provenire da un altro mondo, sembra innocuo, niente più che uno svitato. Nietzsche lo ignora e lo dimentica. Non può immaginare che Absu lo ha voluto incontrare per rubargli l’anima e portarla a spasso con sé lungo tutto il XX° secolo e oltre.
Intanto, e forse in dipendenza da ciò, ai giorni nostri, un giovane filosofo concentrato sul razionalismo, e che par essere la reincarnazione di Nietzsche, vede accanto a sé il suo doppio, un simulacro che gli parla e lo istruisce.
Un giorno anche lui incontra Absu e come Nietzsche gli tributa poca o nulla importanza. Tuttavia dovrà ricredersi, perché Absu pare abbia un piano per rubare la Sacra Sindone, poiché dice che gli appartiene.
Il tragico epilogo della vicenda si avrà in cima alla Mole Antonelliana, dove verrà messo a nudo l’ultimo segreto di Nietzsche. Un segreto tanto terribile che se rivelato all’umanità…
Qui ulteriori informazioni su “L’ultimo segreto di Nietzsche” di Beppe Iannozzi (Giuseppe Iannozzi).
Segnalato su:
Arteinsieme di Renzo Montagnoli, qui.
Brano tratto da “L’ultimo segreto di Nietzsche”
(…)

Beppe Iannozzi (Iannozzi Giuseppe)
Fu durante gli anni Ottanta, ovvero nel periodo che trascorsi alla Massari – durante le medie inferiori per intenderci –, che la mia indole filosofica si manifestò appieno procurandomi poi in futuro non pochi guai: la scuola, tanto per cambiare, era prefabbricato, per di più dichiarato più volte a rischio, tant’è che l’anno precedente al mio ingresso alla Massari la struttura architettonica fu rinforzata con uno scheletro interno di ferro pittato d’un rosso acceso. Giuseppe Massari fu politico e scrittore, e sostenitore delle idee liberali a Napoli. E fu suo malgrado costretto a scegliere l’esilio parigino; entrò in contatto con Gioberti e diresse a Torino il Mondo Illustrato; ma volle tornare a Napoli e gli riuscì di farsi eleggere deputato al parlamento, incarico che gli durò assai poco perché dovette nuovamente riparare nell’Augusta Taurinorum dove strinse amicizia con Cavour e rinnovò quella con Gioberti. A lui era intitolata la scuola che io frequentai per tre anni; e non un docente che mi disse che Giuseppe Massari nacque a Taranto nel 1821 e che morì a Roma nel 1884; non uno che accennò alle sue idee politiche; non uno che ci fece mai leggere uno stralcio dei suoi tanti scritti sul Risorgimento italiano. Che teste di cazzo ‘sti insegnanti che sudano bibbie di colpevolezza da ogni poro!
Durante i tre anni trascorsi alla Massari il mio temperamento subì non pochi scossoni, quelli che accusano tutti i filosofi che poi, inevitabilmente, vengono tacciati dalla società come imbranati. Tuttavia la cosa non poteva più darmi fastidio: divenni avvezzo a sentirmi apostrofare nei corridoi con epiteti d’ogni sorta e poco ci badavo. Dei molti epiteti vomitati addosso alla mia persona, ne ricordo alcuni, “Chiel-lì a l’ha na testa baravantan-a”, “A l’é ‘n cerighèt aut na branca e a chërd d’esse n’om”; osservazioni di questo genere a iosa, tutti i maledetti giorni.
Poi, un giorno ebbi la sventura d’incappare in una certa Maddalena che manco stava nella mia classe; era una peperina che subito si buttò a capofitto nell’affaire ‘filosofo’ per darmi contro. Cominciò con l’apostrofarmi in vari modi, e alla fine decise che io per lei ero Andreotti, forse a causa delle mie orecchie a sventola. Insomma, più che una peperina era una puttanella, una di quelle che se la fanno con chi c’ha il Potere, qualsiasi forma di Potere purché diabolico.
Si era nel corridoio a fare merenda, quando questa Maddalena decise di portare il suo passo dove io e Gianni parlavamo faccia a faccia del più e del meno facendoci i cazzi nostri.
“Ambelessì as fa sempre baleuria!”, esordì con tono mellifluo mentre sulle labbra le si disegnava velenoso cachinno. Io e Gianni tenemmo il silenzio, io sperando che Maddalena si squagliasse quanto prima.
Noi non le si dava filo. E lei se ne risentì e allora poco ci mancò che mi sputasse in faccia.
“Andreotti, Andreotti, Andreotti!”, gridò. E scoppiò a ridere. “Andreotti, badò!”
“Cola fija a l’é mach na bërnufia”, mi suggerì Gianni in un orecchio, con un tono che non era di certo un sussurro, affinché potesse sentire anche la Maddalena.
E lei piccata: “Ti it disi mach ëd betise.”
E Gianni: “Piantla lì ëd gandiné la gent, përché ‘n dì o l’àutr it troveras queicadun che at buterà a pòst.”
E lei: “Le toe mnasse am fan gnaca ël gatij.”
Poi, rivolgendosi a me con tono ironico, cattivo, da stridine: “A l’è bela la vita dël gargagnan: sold, done e divertiment sensa fé gnente d’àutr che ël fagnan!” Niente di più falso… io figlio di proletari, solo studio e lavoro. Il sangue m’inebriò di cieca rabbia il cervello.
“Ant la vita a venta travone tanti bocon amèr: ëd vòlte am piaserìa avèj na facia ëd tòla come la toa, sòma!”, ribattei stringendo i pugni, tanto che le nocche delle mani mi diventarono subito bianche.
“Date nen tanta sagna, che it ses ‘n pòr diav come mi!”, ribatté lei e se ne andò via tutta allegra continuando a berciare ‘Andreotti, badò’ lungo il corridoio affinché tutti potessero sentire. Da quel giorno, alla Massari per tutti io fui ‘Andreotti’ e basta.
Ne sono passati di anni da quella discussione, che non fu comunque l’unica portata nei corridoi scolastici con vivo astio.
Alla Massari non avevo più nulla da fare: dovevo risolvermi a scegliere il mio indirizzo di studi futuri… un travaglio che è meglio tralasciare: studi irregolari, amicizie spiantate, anni persi e recuperati… lavoretti giusto per tirar su qualche Lira e sempre volgarmente pagati, sicché, alla fine, sempre mi chiedevo se ero io che pagavo per lavorare. In ogni caso furono le mie delle disavventure che devono accadere a chiunque sia stato vomitato in questo Crepuscolo degli Dèi, disavventure che un po’ somigliano all’acqua che scorre e fugge via per recessi persi in un nessun dove
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