Bimba e gli sbruffoni. Favola dark di Iannozzi Giuseppe illustrata da Valeria Chatterly Rosenkreutz

“Le avventure di Bimba”

SBRUFFONI

di Iannozzi Giuseppe

Preparing for Halloween by Chatterly

Preparing for Halloween by Chatterly

Preparing for Halloween by Valeria Chatterly Rosenkreutz

Forse in amore vince la stupidità, così simile alla paura che proviamo quando su di noi il buio.

C’era una volta… No, meglio iniziare diversamente: c’è Bimba che, come suggerisce il nome stesso, è una bimba. Ma Bimba è bimba da sempre e lo sarà per sempre. Una magia, un maleficio, un miracolo, dite pure quel che volete, rimane il fatto che Bimba è eterna e non conosce l’età adulta. Come tutti al mondo, è in cerca delle sue verità, si pone tante domande e a volte crede d’aver trovato la risposta giusta. Poi basta il volo d’un corvo nella notte per far sì che Bimba metta in discussione una risposta che aveva trovato, che aveva creduto inappellabile e che le era costata tanti giorni di affanni.
Bimba porta lunghi capelli biondi, così biondi da far invidia al sole e al grano nei campi, all’oro che giace nascosto sotto le montagne. Le arrivano a toccare il fondoschiena tanto sono lunghi i suoi capelli. Ha poi occhi grandi e innocenti, d’un azzurro limpidissimo come due laghi. La sua bocca è uguale a una tenera fragolina selvatica, rossa e carnosa, e il suo sorriso è bianco come la neve sui cocuzzoli delle montagne.
Bimba ha un solo amico di cui si fida ciecamente, But, un pipistrello che esiste da prima che il mondo nascesse: per lui il giorno e la notte sono una cosa sola e non ha bisogno di dormire, mai. Parla. Parla con Bimba che lo ascolta, a volte in silenzio, altre battendo i piedi con un fare un po’ petulante. Bimba gli pone tante domande a cui But cerca di dare una risposta sensata, ma quasi sempre né l’una né l’altro arrivano a una conclusione che si possa dire definitiva. Il più delle volte si ha l’impressione che sia Bimba a impartire degli insegnamenti al pipistrello che le tiene compagnia.

Bimba abita in città, in una di quelle città caotiche di alti palazzi e di gente che corre da una parte all’altra senza neanche sapere perché. Bimba li osserva tutti i giorni. Agli occhi degli uomini lei è una bimba come tante altre, molto bellina: non c’è in lei niente che lasci supporre che possa essere una creatura fatata, o un angelo o un piccolo demone. But le sta sempre accanto, solitamente vola agitando le ali rumorosamente, pochi centimetri al di sopra della sua testa, e quando è stanco non disdegna di appollaiarsi su una spalla di Bimba proprio come farebbe un comunissimo pappagallo.
“E’ grande qui.”
”Sì, Bimba.”
“Dove va tutta questa gente? Non potrebbe restare a casa invece di correre così…! Sembrano dei pazzi.”
But si stropiccia le ali con un impeto più forte del suo usuale: “Sono uomini, tutto qui. Uomini. E donne. E bambini.”
“Sì, vero, questo lo sappiamo ormai da un pezzo. E’ l’unica cosa che sappiamo veramente.”
“Siamo di cattivo umore oggi!”
”Affatto. Osservo, cerco di capire.”
“Capisco.”
”Non fare dell’ironia. Ti riesce male, lo sai.”
E But inghiotte. Però lo sa che Bimba dice il vero, che il suo senso dell’umorismo è più insipido d’una manciata di sabbia in bocca a un affamato.
“Che facciamo?”
”Andiamo al Parco.”
Il Parco è un grande spazio verde: ci sono persone che fanno la corsa, altre che si asciugano il sudore dalla fronte, e non di rado si possono vedere uomini che si rincorrono gridando bestemmie e maledizioni, e improperi anche, tutti più o meno coloriti. Quelli che si rincorrono, Bimba li trova particolarmente divertenti: c’è chi viene scippato, chi invece viene stuprato in pieno giorno e chi viene accoltellato. Chi reggendosi le budella, chi le mutande, chi reggendosi il sedere là dove un momento prima teneva il portafogli, tutti corrono dietro a uno o più sconosciuti.
“Tu chi preferisci, quelli che si reggono la pancia o quelli che si sbandierano all’aria le mutande gridando come ossessi?”
“Sono divertenti e patetici. Ma di più sono senza vergogna: credo sia questo il motivo per cui sono così divertenti.”
“E’ quello che penso anch’io, Bimba.”
“Chissà se oggi potremo assistere a uno spettacolo inedito.”
“Che intendi?”
”Qualche cosa che non abbiamo ancora visto.”
”Tipo quello lì che si sta per gettare nelle fredde acque sotto il ponte?”
“Nooo. L’abbiamo visto un sacco di volte uno così. Alla fine muore sempre. E’ di una tale noia.”
“Ah.” But si guarda intorno, sbattendo le ali come un pollo che cerchi di tenere il volo: “E di quei due che si stanno baciando?”
“Dove?”
”Là, dove ci sono tutti quei cespugli verdi.”
“I cespugli sono tutti verdi, But. Li ho visti, stupido pipistrello, non si stanno baciando.”
”E allora perché hanno le bocche incollate?”
”Lo vedi quello pelato e secco che tiene il naso del grassone steso a terra?”
”Sì, sono tutt’e due molto brutti. Un gran brutto spettacolo, un morto di fame e un ciccione.”
“Il morto di fame sta facendo la respirazione bocca a bocca a quello grasso.”
”E perché?”
”Perché non respira più. Gli si è fermato il cuore. Colpa del troppo grasso.”
“Ho capito. Cioè, no, non ho capito. Lo spilungone tutto ossa, per far ripartire il cuore al ciccione, deve per forza baciarlo in quel modo osceno?”
“Gli sta soffiando l’aria nei polmoni, stupido pipistrello. E poi anche questi li abbiamo già visti, tu hai la memoria corta. Alla fine il ciccione si riprende, così sembra. Arriva l’ambulanza e lo portano via, in ospedale. Due giorni e quello muore. Finisce sempre così. Possibile che tu abbia la memoria tanto corta?”
“Scusa Bimba, è che mi entusiasmo facilmente: ho preso lucciole per lanterne. Mi sembrava una cosa nuova.”
“Lucciole per lanterne! But, il tuo senso dell’umorismo è pessimo.”
“Me l’hai già detto, Bimba.”
“E’ bene ricordartelo spesso.”
“E adesso dove andiamo?”
“Al Parco non c’è niente di nuovo. Troviamo un altro posto.”
“C’è quel prete che tocca il pipino di quel bambino: l’hai visto, Bimba?”
”Chi? il prete? Sì. Il pipino del bambino no: dev’essere davvero molto piccolo. Non si vede proprio.”
”Non facciamo niente?”
”No.”
”Perché no?”
“Il prete se lo palpeggia un po’ a quello lì, poi, come al solito, va in chiesa e fa le sue prediche. Il bambino – guardalo com’è felice! – prende soldi e caramelle, e se ne va coi suoi amici. Eccolo che già scappa dagli amici. E’ felice come una pasqua, ha qualche dollaro, si crede il padrone del mondo.”
“Quando capirà…”
“Quando sarà grande, se avrà un trauma c’è sempre il ponte che lo aspetta.”
“Vero. Però questa cosa l’abbiamo vista poche volte.”
“Non è del tutto vero. E’ solo che nel ventunesimo secolo i preti non si nascondono più in sacrestia come una volta.”
“Tu ci sei mai stata… con un prete?”
“Sì. Io però non ce l’ho il pipino.”
“Non sono stato indiscreto, vero?”
“No.”
“E il prete, quando ha visto che non ce l’avevi, che ha fatto?”
”Il prete non ha più visto niente dopo che mi ha portata in sacrestia.”
“Credo di capire che cosa intendi.”
“Bravo pipistrello! Stammi dietro e non fare più domande stupide.”
“Però a me dispiace per il ciccione: lo spilungone si sentirà solo dopo.”
“Può darsi! In ogni caso, non è cosa che ci riguardi. Affari loro, cioè suoi.”
“Bimba, sei crudele.”
”Lo so. Non c’è bisogno che me lo ricordi ogni volta.”
Cammina e cammina e cammina, prima d’uscir dal parco, But avvista un poeta che sta tenendo un reading: ha il volto grassoccio leggermente rubizzo, degli occhialini rotondi tenuti sulla punta del naso – che non nascondono l’ira che gli brucia nelle palle degli occhi -, e una gran zazzera nera, una testa riccioluta impossibile da pettinare. Attorno a quel poeta stanno raccolti alcuni ascoltatori, fra l’annoiato e il divertito. Mentre declina i suoi versi, la voce del poeta è debolmente femminile nell’accento:

Ci volle niente perché desiderio
morisse sotto graffi e sbaffi.

Un giorno però nell’Oltre risorgeremo,
aprendoci la strada fra vivi e rifiuti;
e chi davanti a noi ancora in piedi,
tosto lo getteremo là dove noi eravamo.

E il dì sarà più vero del nero!

“Bimba, e di quello che mi dici? L’hai sentito pure tu. Senti, senti come si spolmona.”
“But, sta sicuramente declamando una poesia dedicata a una coppia omosessuale che seppellisce l’amore di sé. Come in una tragedia di Sofocle, gli amici per le palle, cioè per la pelle diventano nemici, non lesinano colpi bassi – a volte piacevoli nel ricordo che un tempo sì, certi scherzi sotto le lenzuola… –, fino alla tragica inderogabile fine, semaforo spento, camionista ubriaco che c’ha un malessere… perde il controllo del mezzo e li mette entrambi sotto, con una sola avventata sterzata all’ultimo momento. Stampati sull’asfalto, senza più un filo d’anima, solo un po’ di saliva insanguinata che gli cola dalla bocca: nella morte terribilmente simili a due gemelli siamesi epilettici.”
“Bimba, non ti sapevo così…”
“Così come, But?”
“No, niente. Così e basta.”
“Sarà meglio per te.”
“Ultimamente mi stai diventando troppo violenta, Bimba.”
”Lo sono sempre stata.”
”Vero. Però questo spettacolino del poeta ti è nuovo o no?”
”Uno così non l’avevo ancora visto. Ha la faccia di uno che ti vende porta a porta o l’ennesima copia della Bibbia o una boccetta di Panacea.”
“M’era parso di capire che t’era piaciuta la poesia.”
“But, a volte riesci a essere più maligno di me.”
”Lo prendo come un complimento, Bimba, prima che mi veda assestare un cartone.”
“Bravo, But. Ora andiamo. Abbiamo perso già troppo tempo qui.”
“D’accordo, andiamo. Ai tuoi comandi.”
Cammina e cammina si trovano proprio di fronte al cancello di ferro.
“But, dove stai svolazzando?”
“Vedo qualcosa d’interessante…”
”But, è la solita bambolina che sta facendo un servizietto agli attributi di quello lì.”
“Ed è bello?”
”But, vuoi che ti strappi le ali con le mie manine?”
“Era una domanda, Bimba. Io volevo solo sapere perché ai maschietti piace che le femminucce glielo prendano in bocca. E’ uno spettacolo che vediamo da centinaia d’anni, ma mai sono riuscito a capire…”
“Tu sei solo un pipistrello, se te ne fossi dimenticato.”
“Sono un succhiasangue!”
“But, inutile che fai l’impettito: sono anni che ti conosco e l’unico morso che hai dato l’hai dato a un tacchino.”
”Era un tacchino moooltooo grande però.”
“Sì, grande!!! Non puoi capire.”
”Io capisco che quella gli ha preso il pipino in bocca. Perché?”
”Perché così esce il latte dei maschi. Te l’avrò detto un milione di volte.”
”Ed è buono? come quello delle mucche?”
”Fammi pensare. No. A volte è dolce, altre amaro, altre ancora insipido.”
“E allora perché quella si affannava così tanto per un latte così?”
”But, mi stai facendo saltare i nervi… tu non vuoi che accada, vero?”
”E’ solo che voglio sapere.”
”But, mi hai insegnato tante cose. Ma su tante altre sei un perfetto ignorante.”
“Grazie.”
”Non era un complimento.”
”E cosa allora?”
”But, perché non provi da te! Ecco, là c’è uno che piscia in mezzo alle fratte. Svolazzagli incontro, prendiglielo in bocca e provalo ‘sto latte, così la facciamo finita.”
“Ma…!”
“Niente ma. Quello là non è pericoloso come il tacchino: è ubriaco, un kappaò che cammina, non può farti proprio niente. Non è sveglio come quel tacchino che ti ha beccato. Fidati, Bimba sa quel che dice.”
“Mi fido di Bimba.”
But ha il musetto schifato e Bimba se ne accorge e se la ride.
“Che hai da ridere?”
“Allora, gliel’hai morso? Com’è il latte di maschio?”
“Bleah!”
“Solo uno stupido bleah? Mi deludi, But. Racconta. Se n’è accorto che glielo facevi? E tu che hai provato, ti sei eccitato? e lui?”
”Bimba, sei cattiva.”
”Sì, lo so. Però adesso rispondi.”
“Non avrei mai dovuto darti ascolto.”
“Dimmi com’è stato e poche ciance.”
“Non si è accorto di niente. Troppo sbronzo. Il suo latte sapeva di vino e non solo di quello. Tutto in quell’ometto sapeva di vino, anche le scoregge. E ti assicuro che soffiavano più degli aliti dell’Inferno.”
”Continua.”
”Sapeva di vino andato a male, d’aceto. Lui non si è eccitato. E io non vedo perché mi sarei dovuto eccitare: stavo solo cercando di fare un pasto decente, e invece adesso mi ritrovo con lo stomaco sottosopra e una gran voglia di vomitare.”
”Sei un pipistrello, non credo che lo stomaco sottosopra ti possa portare troppo fastidio.”
”Spiritosa. Io sono un pipistrello domestico.”
”Un pipistrello addomesticato, vorrai dire.”
”Bimba cattiva.”
“Grazie. Ora andiamo al Cimitero, quello bello.”
“Intendi quello con le cappelle private e gli angeli di marmo?”
“Esatto.”
“Ci sono solo i morti nel Cimitero, Bimba. Non mi piace.”
”Sei un pipistrello, i cimiteri dovrebbero essere la tua casa. E poi, oramai, dovresti averci fatto il callo.”
”A certe cose non ci si fa mai l’abitudine. E poi non ci voglio andare: morti, morti e ancora morti. E tombe, una distesa infinita di tombe: quel tizio che si faceva chiamare Cristo deve aver pensato all’Eternità come a un infinito numero di tombe, di epitaffi, di date, di nomi. Tutta roba già vista.”
“In parte sarà pure come dici tu, But, ricordati però che tutti gli uomini, prima o poi, finiscono al Cimitero, siano essi stati buoni o cattivi in vita. Basta aver pazienza e mettersi comodi: nel frattempo si può giocare per ingannare il tempo, una partita a scacchi ad esempio, e quando finalmente uno scacco matto, ti guardi intorno e scopri, senza troppa sorpresa, che mezzo mondo è sepolto accanto a te.”
“Bimba, ha dei pensieri così… lugubri.”
“But, non lamentarti e stammi dietro.”
But e Bimba non impiegano molto a raggiungere il Cimitero. E’ sempre lo stesso, grigio e polveroso, preso sotto un cielo bigio, quasi quella terra per i morti fosse tutta in un’altra dimensione: le foglie secche rotolano nell’aria, si fanno prendere da mulinelli di vento, assumono sembianze vagamente umane e si disfano per cadere in terra. Le croci si susseguono uguali, le lapidi pure, qualche angelo di marmo: fiori secchi un po’ dappertutto, il più delle volte marci, fiori che rendono il Cimitero davvero deprimente. A Bimba tutto questo non fa alcuno effetto: da sempre sa che la vita può condurre solo a una mèta, la morte.
“E’ brutto qui.”
”Non dire sciocchezze.”
“Gli esseri umani sono davvero strani.”
“Perché seppelliscono i loro morti? In effetti è un comportamento stupido: basterebbe che li buttassero da qualche parte, tanto poi ci pensa la natura a riciclarli nella terra.”
”Ecco, è quello che intendevo.”
“Tuttavia sono davvero in troppi perché si possa pensare a una cosa del genere. Ti immagini pile e pile di cadaveri a ogni angolo del mondo? Una cosa del genere sarebbe un po’ troppo anche per il necrofilo più incallito.”
“Sì, ma il Cimitero è così brutto.”
”Gli esseri umani sono capaci di grandi atti d’amore. E di grandi atti di dolore anche: il Cimitero è uno di questi.”
“Un dolore.”
“Non per Bimba, But…” Però la voce le trema debolmente.
“Già, di questo me ne sono accorto. Qui non ci viene mai nessuno.”
“Nessun vivo? Quando c’è un funerale c’è sempre tanta gente che piange. Non è un posto noioso.”
“E’ un’eternità che lo vediamo questo spettacolo.”
“A onor del vero è il solo spettacolo che merita d’esser preso in considerazione: durante il funerale la gente si mette a nudo, tira fuori i suoi sentimenti più veri, sia quelli buoni che quelli cattivi. Tira fuori tutta la sua ipocrisia soprattutto: c’è chi si finge addolorato, chi invece lo è veramente e chi fa presenza perché aveva qualche interesse con il defunto.”
“Sarà! Intanto ecco un altro funerale. Sarai felice!”
“Mi piace osservare.”
“Pensi che quello dentro il feretro, prima di spirare, abbia rivolto un pensiero a Dio?”
”Lo fanno tutti, anche gli atei più incalliti.”
“Sono proprio stupidi questi umani.”
”Sono deboli: alla fine cercano una speranza, per minima che possa essere.”
“Sono deboli perché non sono come te, Bimba.”
“Già.”
Sul volto di Bimba cade una maschera di tristezza.
“Ti sei fatta pallida. Troppo.”
“Stavo solo pensando.”
“A che cosa? Non ti piace più tanto questo posto alla luce delle nostre ultime riflessioni”
”A niente che ti riguardi… pipistrello impiccione.”
“Allora posso pure andare a farmi un giretto altrove.”
“Non ti ho lasciato libero.”
“Bimba, sei cattiva.”
“Inutile che continui a ripetermelo. Lo so. Io non sarò mai come loro.”
“Che intendi?”
”Un essere umano.”
“E te ne dispiaci? Non dovresti proprio. Tu non conosci la morte, non te ne devi preoccupare. Non hai nessun problema.”
“Non conosco la morte? Forse sono già morta e per questo non la conosco.”
”Non ti seguo…”
”Non mi capisco nemmeno io in questo momento. Dimentica quello che ti ho detto. Però non conosco la vita.”
“Bimba, tu sei viva.”
“Sono viva sì, ma che tipo di vita è la mia? Sarà vero che sono viva poi! Però non sarò mai come gli umani.”
“Gli umani sono fragili, tu non lo sei. Non devi desiderare la fragilità.”
”Forse hai ragione. A volte provo invidia: amano, odiano, si riproducono, muoiono.”
But rimane in silenzio a fissare il feretro che sta per essere calato nella fossa: la gente, al solito, è prodiga di lacrime. Niente di nuovo, spettacolo già visto: “Quasi quasi sarebbe stato meglio se fossimo rimasti a gironzolare nel parco per un altro po’ ancora.”
“C’è un tempo per tutto, ma non per me.”
“Bimba…”
Bimba ha preso a camminare da sola per allontanarsi dalla vista della sepoltura. S’inoltra nel Cimitero per arrivare al suo cuore. But, in religioso silenzio, la segue in volo senza né fiatare né far rumore. Non capisce bene che cosa le abbia preso a Bimba, ma una cosa la sa: Bimba sta provando un sentimento nuovo. E lui, But non sa esserle d’aiuto: può solo starle vicino.
Bimba legge, un epitaffio, di un tizio che è morto tanto ma tanto tempo fa, quand’era ormai più che centenario: “Qui ci vogliono i puntini di sospensione, anche se so che non li puoi soffrire. E poi, anche quando non ci vogliono, io amo usarli perché per me sono come l’aquilone alla fine del filo. Sono come il cielo alla fine dell’aquilone. Sono come l’infinito dopo il cielo. Se chiudi un occhio, non li vedi e puoi leggere sempre con l’altro, non ti pare?” (*)
“Hai letto anche tu, But?”
“Sì.”
“E’ questo che intendo.”
“Non ti seguo.”
“Non importa, But. Non mi capisco neanche io. Comunque è durato poco. E’ passato, qualsiasi cosa fosse.”
“Ne sei sicura, Bimba?”
Bimba lo ignora, punta lo sguardo altrove: c’è un’altra sepoltura: “Stanno seppellendo. Un giovane, un ragazzo vittima d’un incidente stradale. Andiamo. Veloce. Non possiamo perderci lo spettacolo… non capita troppo spesso di lasciar al mondo un bel cadavere. Avanti! Non farti pregare.”

(*) Questa frase così bella e poetica l’ho rubata a Isabella Difronzo, non è dunque farina del mio sacco.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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8 risposte a Bimba e gli sbruffoni. Favola dark di Iannozzi Giuseppe illustrata da Valeria Chatterly Rosenkreutz

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  2. isabella difronzo ha detto:

    Già…non capita troppo spesso.

    p.s. ho notato che manca un “non” in questo passaggio: “anche se so che NON li puoi soffrire”.

    Grazie King

    is@
    :*

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    No, direi proprio di no. Accade di rado. 😉

    E’ vero, manca un “non”, questo accade quando si fa un copia&incolla brutale di peso. ^__^”’ Ho corretto. Grazie infinite per avermi segnalato l’errore, cara Is@ ♥ ♥ ♥

    bacetto

    beppe

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  5. isabella difronzo ha detto:

    Commento poco, ma ti leggo con attenzione. Da sempre.
    😉

    baci

    is@

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  6. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Lo so che commenti poco ma leggi, cara Is@. Sei sempre stata un po’ timida. ^__^

    Bacioni

    beppe

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  7. isabella difronzo ha detto:

    🙂

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  8. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Kisses, Is@

    beppe

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