Quant’è forte l’ira di Apollo

Quant’è forte l’ira di Apollo

ANTOLOGIA VOL. 265

Iannozzi Giuseppe

ANGIOLETTA

Alla fine riesci tu sempre a fregarmi
Con te non son capace di tenere il broncio
Sei il sogno, la neve bianca che fresca cade
sulla punta del naso mio ebreo; e sei anche primavera
che l’anima mia caprina scioglie, portando via il gelo
Sei il mio piccolo foglio bianco al vento
che solamente attende una lunga storia,
una favola d’amore con un pizzico di fantasia
Sei la bimba birichina, di tanto in tanto buffa,
bella sempre nella risata fresca adamantina,
nella vocina come pigolio di passerotto
che sugli alberi in fiore svolazza e non vuole
farsi acchiappare dalle dita amanti

Tutte queste cose sei e mai abbastanza sei
Mai abbastanza a me accanto, Angioletta

CROCE BUDDISTA

Per tanti lunghi duri giorni
ho lavorato sullo spirito e sul corpo
Ho lavorato duro
per tessere le mie sete di passione,
per dar luogo a una croce buddista
Con l’affanno l’ansia e il dolore in petto
ho lavorato deragliando dai binari,
scardinando porte chiuse e inibizioni
Ho vinto, e adesso che ho vinto
e sono tornato da te vincitore
l’indice gentile mi punti contro
e dici: “Non ha valore il tuo cazzo,
non ce l’ha mai avuto”
Per questo, per questo che hai sentenziato
in silenzio ho preparato la valigia

Non il pianto mi allaga gli occhi,
sereno guardo all’altezza del Tibet,
e penso ai mille anni di serenità
che mi accoglieranno fra infiniti silenzi
e spiritualità all’estremo

Ho lavorato e ho lavorato duro
suonando le campane,
bruciando incenso, inseguendo
delle aquile il volo in cielo
Ho accettato gl’insegnamenti
e ho posto domande stupide ai saggi
Per mille dì, giorno più giorno meno,
questo è stato il mio lavoro
Così adesso torno fra la gente
per scoprire che più non sono
il tuo mattatore e il passero canterino
Sul tuo davanzale nessuno più stona,
nel mio animo nessuno più s’affaccia

Accarezzo il cranio mio rasato di fresco
Con enorme ritardo so finalmente dare risposta
al dilemma “essere o non essere”

E non provo rabbia e non sento il pianto

Ho imparato la lezione,
riconosco nelle ombre del tramonto
che il lavoro più duro è appena iniziato
Riconosco a muso duro
che il lavoro più complicato m’è stato destinato
da ben prima che l’Universo nascesse

FRA CAPO E COLLO

Si dice
che chi ignora
alla fine
resta ignorato<

Dio! È questo
che t’è capitato
fra capo
e collo

Sforzati,
fatti forza!
Torna
con la mente
a quei tempi
felici e lontani
che t’han visto
protagonista:
cassavi,
censuravi,
mandavi
a quel paese
tacendo
Assiso
sullo scranno
di consulente editoriale
pensavi
che mai una mosca
t’avrebbe guastato
col suo ronzio
i pensieri in testa
E invece,
di punto in bianco,
il posto di giudice
costretto sei stato
a lasciarlo
per occupare
una sedia di paglia

Raccontaci ora
come ci si sente
a scoprirsi
calato
nella parte
dell’imputato

Non ti va?
Non ti capisco
proprio;
e pensare
che ti piaceva
così tanto
raccontarti
sotto questi
cieli italiani

PIÙ DEI SETTE CIELI

Un giorno vorrei mi sorprendessi
con una poesia di spirito e castità
Ma ben so che alla carnalità
sei votata; sol mi resta la possibilità
di farmi il segno della croce
e di frugare a fondo nelle tasche
in cerca d’un avanzo di sigaretta
Poi, d’ogni surrogato piacere stanco,
oramai incapace di pregare
per la salvezza o il giorno del giudizio,
chiuderò le pesanti porte della Chiesa
e da solo rimarrò di fronte a un povero Cristo,
ma pronto ad appendergli al collo io
una corda più resistente dei Sette Cieli

CIARLATANI

Dici tu “ciao”,
rispondo io “addio”:
son le strade di tutti,
un venditore di panacee
a ogni angolo si sgola
perdendo la parrucca,
gli occhi viperini sgranando
di fronte a un pubblico cieco

Dove sono adesso io capitato
non c’è uno che non sia poeta
In quattro spacco il capello,
non serve però a far deragliare
i cavalli di ferro:
brigatisti e fondamentalisti
han già pronta la loro biografia

Quando l’amor mio confessai
al coro delle voci bianche,
gridasti ch’ero io un Pasquino

Dici tu “ciao”,
rispondo io “addio”

IL FREDDO SI SPANDE

Dalla Russia
il freddo si spande
sulle genti,
spezzando schiene,
producendo guai,
brividi e affanni.

A un tavolino
sta però un poeta,
solo e contento,
con quella sua aria
un po’ snob,
fischiettando e fumando
davanti al cameriere stanco
e gelato; la mancia attende
sul palmo del bianco guanto,
sopportando il fumo
che in spire di futuro
sovra il vento si alza.

E non c’è più,
sparito,
volatilizzato,
senza lasciar dietro di sé
una minima eco.
Era forse un fantasma,
e quanto lontano
s’è portato,
nessuno lo saprà mai.

TUTTI INNAMORATI

Tutti innamorati, oggi
Ma manca la malinconia
Non una goccia di pioggia
Sembra la gente abbia
dimenticato
il grigio delle nuvole
Tutti così innamorati
Tutti ammaccati,
ma fra rose e violini
Tutti, tutti abbracciati
E noi che siamo al di sopra
dei Setti Cieli decidiamo,
ma è buffo, non lo sappiamo
manco noi che cosa

SINCERAMENTE

Voi avete amato l’apparenza,
avete vinto Manhattan e l’inferno
Io ho amato il tallone della sostanza,
sono rimasto fermo al mio posto,
continuando a credere in Abramo:
essere ebreo oggi e domani
non significa esser pronto a morire
come un microbo, a fuoco lento,
sulla linea del vostro tramonto

Sinceramente

DI SINGHIOZZI E LACRIME

Non ti regalerò più niente
D’ora in poi sarò felice di sapere
che sei sol più singhiozzi e lacrime
Non ti regalerò mai più una briciola
del pane che m’avanza nella màdia
Perché sono più scimmia che uomo
Perché sono un altro Humphrey Bogart
prestato a storie un po’ così e così
Il nostro tempo è finito
sull’orizzonte delle mie labbra

Non ti regalerò mai più un sentimento
né un pentimento
perché tu possa farne il tuo pendente
da abbandonare in mezzo ai seni

Non ti darò più le mie labbra
Non prenderò più le tue tra le mie

Però sarai ancora in mezzo alle mie impronte,
come un apocalittico appunto,
giusto un segno rosso a matita sul calendario
Piangerai ancora in mezzo ai miei giorni,
a quelli di lutto e a quelli che mi scappa un rutto

Di brutto te lo dico,
non pregherò più il tuo Gesù,
sol ti dedicherò il pensiero
della Scimmia che Ghigna
Perché sono un altro Humphrey Bogart
prestato a storie un po’ così e così,
un altro Humphrey Bogart
prestato a storie un po’ così e così

LA PROMESSA

Promettesti l’amore,
tutto l’amore possibile;
e stringo ora io le mani a pugno
fra silenzi e rumori a combattersi
senza riguardo alcuno
dentro all’anima mia,
come se tutto,
come se tutto non avesse più senso
né direzione

L’ovale del tuo volto,
gentile nel riflesso dello specchio,
più vivo di quanto desideri lo ricordo
Eri tu che perdevi una lacrima
mentre ti raccontavo io
di quell’angelo che l’anima la perse
spiegando le ali al volo,
senza sapere
quanto forte l’ira d’Apollo

E tu, dove hai tu perso
la  promessa, il patto di sangue
che con un frammento soltanto
di specchio rotto
per sempre i nostri polsi li incise?

DISCHI E WHISKY

Di me, di me
non dimenticarti,
non adesso
che il cuore
m’è pesante sasso
dentro al petto
Ho poi solo questa,
questa sporca vita
al guinzaglio

Se dimentichi chi sono,
delle modeste mie brame
manco più la cenere

Lascia
che ascolti
Bill Evans,
Miles Davis,
Chet Baker

Lasciami al whisky,
ai jazz di ieri,
ai dischi rigati
che sono miei
E di me, di me
non dimenticarti

Lasciami alla notte,
a larghe spirali di fumo
che lo spazio che c’è
lo annegano
E di me, di me
non dimenticarti

Lasciami annegare
nel mare dei ricordi,
tra amori persi
e vuote amare bottiglie;
e di me non dimenticarti

UN RE

Levata dalla testa
la corona di ferro
disse adesso basta,
basta alla testa
che gira, all’ebrietà
che fa il passo incerto
E nel silenzio cadde

Non tacque però la Corte
di saggi e giullari raccolti
intorno al vecchio stanco 

BUIO AMARE

Di questo cieco gioco
– al buio
in mezzo
a serpenti scorpioni lucertole –
sol ci rimane
un brucior di stomaco

VEDERMI STANCO

E vedermi stanco
E vederti stanca
Aver sol voglia
d’esser tradotto
là dove riposano
libri svogliati,
sfogliati e spogliati
Aver questa voglia
e null’altro da donare

NON PARLATE D’AMORE

Non parlate,
non d’amore almeno
Ha Caino chiesto
e gli è stato dato
il possibile e di più

Le croci lassù,
sulle calve colline,
non le vedete
ma le immaginate,
le immaginate bene,
anche se il male
che in petto nutrite
non lo sapete
a parole spiegare

Parlano le mani,
le mani insanguinate
milioni di volte
sulle natiche strofinate

GIORNI DI PESTE

L’uno accanto all’altro gli avelli,
del pallore lunare si vestono
senza pudore alcuno; nomi e cognomi
per sempre dimenticati in un niente
e che però un dì, forte, furono battuti
dalle campane della solitaria Chiesa
dal camposanto non lontana

Colla vanga in mano il nero becchino
non si stanca di scavare fosse profonde,
rinvenendo di tanto in tanto oscure radici
appartenenti a chissà quale vegetale mostro;
ma più spesso vengono fuori
omeri e tibie, lucidi teschi, mani anche,
e mezzi scheletri sorridenti tutti denti

Una bestemmia dalla rauca gola
tosto si perpetua in eco per l’intorno:
il vecchio becchino il lavoro solito riprende
indifferente allo stormire degli alberi,
ai petali dei fiori dal vento strappati
e sulle sue invisibili ali portati
fra cenere e miseria, su cataste di appestati
morti e alla meno peggio
l’uno sull’altro bruciati

[ senza titolo – 1 ]

Tutti abbiamo avuto la nostra età felice
E oggi ne soffriamo

[ senza titolo – 2]

Se siam suicidi
domani peggio

[ senza titolo – 3 ]

Per un bravo scrittore
una penna da due lire
equivale alla naturale
estensione del suo pene

[ senza titolo – 4 ]

Come cannibali
ci lecchiamo le dita
di sangue,
che è per noi
il miele più speciale

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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