Vanessa Isoppo. Intervista all’Autrice di “G. W. Vizzardelli. Analisi psico-criminologica di un serial killer adolescente” (Gammarò Edizioni)

Vanessa Isoppo

Intervista all’Autrice di

G. W. Vizzardelli

Analisi psico-criminologica di un serial killer adolescente

di Giuseppe Iannozzi

G. W. Vizzardelli Analisi psico-criminologica di un serial killer adolescente - Vanessa Isoppo - Gammarò Edizioni

L’ultimo lavoro di Vanessa Isoppo è “G. W. Vizzardelli. Analisi psico-criminologica di un serial killer adolescente” (Gammarò Edizioni), un libro destinato alle persone curiose, come dice la stessa Autrice nel corso di questa intervista. Non c’è niente di inventato in questo saggio di Vanessa Isoppo: il caso Vizzardelli continua a far discutere ,psicologi, storici, intellettuali, e non solo.

Tra il 1937 e il 1939 cinque omicidi sconvolgono la tranquillità di una piccola città di provincia. Lo sgomento diventa ancora più grande quando le indagini identificano nel colpevole un ragazzino neanche maggiorenne, poco più che un bambino al momento dei primi due delitti.
Quale la dinamica degli omicidi? Soprattutto, che struttura di personalità ha il giovanissimo assassino?
Passati più di ottanta anni dai fatti, e cento dalla nascita di Vizzardelli, l’autrice rilegge la perizia e le carte processuali interpretando la vicenda in chiave moderna, con un aggiornamento sia dal punto di vista psico-criminologico che legislativo.

Vanessa Isoppo, leggendoti mi sono chiesto perché hai deciso di occuparti del caso Vizzardelli. Non credo solo per il fatto che ricorre il centenario della sua nascita.

Io sono di Sarzana, dove si sono svolti i fatti e da psicoterapeuta mi sono sempre interrogata sulla diagnosi. Pareva non esistesse la perizia psichiatrica e invece è stata fatta e fu molto dettagliata. Le categorie diagnostiche di ottanta anni fa erano molto limitate, mi è piaciuto mettere insieme anamnesi e perizia psichiatrica per leggere in chiave moderna la vicenda. Lo stesso per la sentenza, riletta dal magistrato dott. Maurizio Caporuscio che ha fornito un contributo davvero prezioso.

Vizzardelli era un ammiratore di Al Capone. A soli quattordici anni uccise a colpi di pistola il rettore e durante la fuga il guardiano della scuola che frequentava. Don Umberto Bernardelli e Andrea Bruno caddero sotto i colpi di Vizzardelli. Giorgio voleva fuggire negli Stati Uniti, questo era il suo desiderio più grande. Finì in prigione solo perché, all’epoca dei fatti, era minorenne, altrimenti sarebbe stato condannato a morte. Oggi cosa si può dire di Giorgio William Vizzardelli?

Oggi mi sento di dire che Giorgio è stata senza dubbio la sesta vittima (senza dimenticare la figura di Vincenzo Montepagani, che io definisco “vittima vivente”, che nonostante l’assoluzione ebbe la vita rovinata dalla vicenda). Non voglio con questo sminuire il doveroso rispetto dovuto alle sue vittime e ai parenti, ma onestà intellettuale vuole che si riconosca anche a Giorgio Vizzardelli un difficile percorso di vita che lo ha inevitabilmente segnato.

Il giovane Giorgio W. Vizzardelli ebbe una madre poco accuditiva e un padre particolarmente severo. Il contesto familiare contribuì a fare del giovane un serial killer? Che cosa si inceppò nella mente dell’adolescente Giorgio William?

Giorgio è stato doppiamente sfortunato, sia nel non trovare un contesto familiare facilitante, sia nel non aver avuto, nel corso della sua infanzia, una figura di riferimento positiva che gli “insegnasse” il linguaggio emotivo. Col trasferimento del padre a Sarzana si è trovato senza i fratelli e le sorelle a vivere in una famiglia disfunzionale. In quegli anni (Vizzardelli nacque nel 1922) non era infrequente la violenza paterna, ma questa in genere era mitigata dalla presenza, all’interno di una famiglia in genere numerosa, di una o più figure di riferimento positive. In mancanza di familiari, anche un maestro (figura di enorme importanza nello sviluppo della psiche infantile) avrebbe potuto fare un’enorme differenza. Giorgio non ebbe questa fortuna. Il concetto da te espresso dell’“incepparsi” prevede un inizio positivo bruscamente interrotto da una variabile interveniente che va a ledere la costruzione della personalità del soggetto. Ebbene, Giorgio non ha mai avuto un periodo funzionale al corretto sviluppo psico-affettivo. Prima la depressione materna, poi la violenza del padre, il terremoto che gli provocò un forte disturbo post traumatico da stress, il trasferimento a Sarzana e quindi l’allontanamento dai fratelli, l’abuso di alcol sin dalla prima adolescenza. Anche la scelta del Collegio, noto in città per l’intransigenza dei docenti, fu un errore grave da parte del padre. Giorgio non aveva bisogno di ulteriore severità.

In carcere Vizzardelli studiò con gran passione, ma quando era una persona libera lo studio era per lui una vera e propria sofferenza, fisica anche. Intorno ai ventisei anni di età prese coscienza di aver agito in maniera temeraria e che le sue azioni passate non furono affatto prive di grossolani errori. Il regime carcerario lo fece maturare?

Furono un insieme di fattori a farlo maturare. Era refrattario agli studi, ma amava moltissimo leggere. In carcere, ebbe la possibilità di farlo. La bellezza della letteratura, unita alla grande quantità di tempo libero a disposizione lo hanno gradualmente avvicinato allo studio, arrivando a una padronanza tale della lingua inglese da arrivare a leggere Shakespeare in lingua originale. Non dimentichiamo che gran parte del periodo detentivo lo trascorse a Pianosa, in una situazione non particolarmente stressogena (certo il sovraffollamento carcerario allora non era affatto un problema), e per la sua struttura di personalità, essere “contenuto” all’interno di un carcere era in qualche modo protettivo

Una volta fuori dal carcere, Giorgio Wiliam non riuscì a integrarsi nella società, le sue giornate erano vuote, troppo. Qualcuno ipotizza che maturò la consapevolezza che non sarebbe mai riuscito a tenere a bada i suoi demoni. Ebbe paura di se stesso?

Forse inconsapevolmente hai usato una parola fondamentale per una persona con disturbo di personalità borderline: “vuoto”. Nel colloquio clinico con questi soggetti, i sentimenti di vuoto vengono riferiti molto spesso. Non a caso Giorgio si uccise il giorno in cui divenne completamente libero. Lo hanno spaventato le giornate, appunto, vuote, che si prospettavano davanti a lui? O, come sospetti, era consapevole che quei demoni che citi si sarebbero affacciati nuovamente nella sua vita? Nel corso di un interrogatorio, lo dice chiaramente: “Non avrei mai potuto avere una vita normale: quando mi prende la frenesia…”, intendendo verosimilmente una frenesia omicidaria, propria della personalità borderline che prevede impossibilità/difficoltà nel trattenere gli impulsi.

Vanessa Isoppo

Giorgio si suicidò nel 1973 tagliandosi la gola. Siamo di fronte a un soggetto borderline, poco ma sicuro. La fine che si diede Vizzardelli fu davvero cruenta, credo che su questo non ci piova. È possibile dire che un soggetto bordeline è quasi sempre pericoloso, per se stesso e per la società?

A me non piace generalizzare, soprattutto in psichiatria, dove sono molte le variabili che possono fare la differenza. La formula più corretta da usare in questo caso è che “il disturbo di personalità borderline è tra i disturbi che necessitano di massima competenza e attenzione da parte del professionista che ha in carico il paziente.”

Vanessa Isoppo, nel tuo “G. W. Vizzardelli. Analisi psico-criminologica di un serial killer adolescente” (Gammarò Edizioni) prendi anche in esame alcuni serial killer, che nel corso dei secoli hanno lasciato dietro di sé un numero esorbitante di vittime. Quali sono le ragioni profonde che ieri spinsero determinate persone a diventare degli assassini seriali?

Anche in questo caso purtroppo è impossibile dare una risposta esaustiva e univoca. Ci sono serial killer che hanno ucciso perché affetti da schizofrenia, per esempio, con allucinazioni uditive che ordinavano gli omicidi. Oppure per deliri di persecuzione, o per traumi infantili, omofobia, motivi razziali… molte, troppe sono le motivazioni che possono armare la mano di un serial killer.

Citando il tuo lavoro “G. W. Vizzardelli. Analisi psico-criminologica di un serial killer adolescente”, “quali considerazioni, sotto il profilo penalistico, si possono svolgere, a distanza di quasi cinquant’anni dal suicidio di Vizzardelli?”

Intanto è fondamentale sottolineare che oggi un minorenne non può essere condannato all’ergastolo. Infatti l’ergastolo a un minore è contrastante con la visione del carcere come struttura riabilitativa. Pensiamo alla giovanissima Erika De Nardo, che il carcere ha restituito alla vita come persona completamente diversa dalla giovane assassina che era al momento dell’ingresso al Ferrante Aporti. Inoltre bisognerebbe veramente capire come risolvere l’annoso problema del sovraffollamento che lede sia la dignità del detenuto, sia il suo diritto a essere seguito al meglio da educatori e psicologi, presenti sempre in numero limitato rispetto a quanto necessario.

“Il professor Franchini propose a Vizzardelli di scrivere un memoriale sulle vicende della sua vita, ricevendo però un categorico rifiuto adducendo come motivazione di non avere dimestichezza con la penna. Franchini decise allora di applicare il test reattivo del dettato lento a tema […]”. Da questi test che cosa emerge della personalità di Vizzardelli?

La perizia psichiatrica fu talmente puntuale, precisa e ben condotta da essere citata dal criminologo Agostino Gemelli. Quelle che erano deficitarie, all’epoca, erano le categorie diagnostiche come le conosciamo oggi (e che ancora sono oggetto di perfezionamento). All’epoca ai professori Franchini e Macaggi fu possibile formulare una semplice diagnosi di “ipotonia dello sviluppo relazionale-affettivo”, definizione che vuol dire poco o nulla. Ricordiamo che all’epoca i disturbi mentali venivano inseriti nel mare magnum dell’ “esaurimento nervoso”. Rileggendo oggi la perizia e l’anamnesi sono convinta che Giorgio soffrisse di disturbo borderline di personalità associato a disturbo da uso di sostanze (alcol, nello specifico)

Vanessa Isoppo, come ti sei mossa per dare alle stampe questo tuo lavoro che è non poco articolato? Che io sappia esiste soltanto un altro libro che parla del mostro di Sarzana.

Sono due le biografie su Vizzardelli, scritte entrambe dallo stesso autore, Danilo Soragna: “Delitti di gioventù” e “Frenesia omicida”. Esiste anche un romanzo, ispirato a questa vicenda, “La logica del burattinaio” di Rino Casazza e Daniele Cambiaso. È stata la lettura del romanzo a destare la mia curiosità sulla figura di Giorgio. Devo la nascita del libro a Beppe Mecconi, un eclettico artista e uomo di cultura santerenzino che mi ha proposto di scrivere un breve testo su Vizzardelli per la biblioteca del Lions Club di Sarzana, per devolvere i proventi in beneficenza. Da qui l’idea di un libro vero e proprio, con la lettura in chiave moderna della vicenda, anche perché un’altra biografia sic et sempliciter non avrebbe avuto senso. Le due precedenti di Soragna sono molto ben dettagliate (e infatti mi sono state davvero utili)

Questa è una domanda volutamente un po’ provocatoria, lo sottolineo: potenzialmente ognuno di noi, dall’oggi al domani, potrebbe diventare un assassino? I fatti di cronaca nera riempiono sempre i giornali, e questo è, purtroppo, un triste dato di fatto.

No, per fortuna non è così semplice. Diciamo che ognuno di noi, nessuno escluso, ha in sé quel carico di rabbia che lo potrebbe rendere protagonista del film “Un giorno di ordinaria follia” da un momento all’altro. Quello che ci differenzia da chi passa all’agito è sia il controllo degli impulsi, sia la capacità di gestire le piccole e grandi frustrazioni della vita, sia assenza di stati psicotici che causano scollamento dalla realtà. Se ti riferisci al grande dramma del femminicidio, è un fenomeno davvero complesso che meriterebbe un’intervista a parte.

A chi è destinata la lettura di “G. W. Vizzardelli. Analisi psico-criminologica di un serial killer adolescente”?

Come ogni libro, è destinato alle persone curiose. Nello specifico, è una vicenda davvero singolare, sia per la giovane età dell’omicida, sia per come si è conclusa. Da vorace lettrice quale sono ho scritto il libro che avrei voluto leggere. Sono entrata in possesso di una fotografia molto violenta, quella dell’ultimo cadavere con il particolare dell’accetta conficcata sul cranio in evidenza. Abbiamo deciso di non pubblicarla, sia per rispetto ai parenti della vittima, sia per non alimentare quella pornografia del dolore che tanto sta imperversando attualmente. Certo, siamo consapevoli che la stessa immagine, magari in copertina, avrebbe valso numerose copie in più ma ho preferito non cavalcare l’onda della drammaticità in favore di un richiamo magari subliminale alla sobrietà della diffusione di storie anche violente ma sempre doverose di essere trattate con rispetto.

Vanessa Isoppo, psicologa-psicoterapeuta specializzata in Psicoterapia dell’approccio centrato sulla persona.
Già docente di Psicologia Generale all’Università di Genova, è specializzata inoltre in Problemi e Patologie Alcol-correlate e Scienze Criminologico-Forensi. Nata a Sarzana (SP), vive e lavora a Roma.

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G. W. Vizzardelli. Analisi psico-criminologica di un serial killer adolescenteVanessa IsoppoGammarò Edizioni – Collana: Le bitte – Prima edizione: 08/2022 – Pagine: 228 – ISBN: 9791280649157 – Prezzo di copertina € 21.00

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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