Intervista a Silvia Stucchi: “Lady dal fiocco blu? Cinquant’anni con Oscar” – E due fan art di Silvia Radavelli

Lady dal fiocco blu?

Cinquant’anni con Oscar

Intervista a Silvia Stucchi

Una rilettura, «con gli occhi del cuore», di Lady Oscar

di Giuseppe Iannozzi

Lady dal fiocco blu? - Silvia Stucchi - Graphe.it Edizioni

1. “Lady dal fiocco blu? Cinquant’anni con Oscar – Una rilettura, «con gli occhi del cuore», di Lady Oscar” è il tuo nuovo lavoro, Silvia Stucchi, pubblicato da Graphe.it Edizioni. È un saggio su Lady Oscar, personaggio che in Italia è molto amato nonostante siano passati quaranta anni dalla prima messa in onda dell’anime. A tuo avviso, chi non potrà davvero fare a meno di leggerlo?

Direi, tutti i fan della prima ora della serie animata, quindi chi aveva dai cinque ai quindici anni quando era passata in tv per la prima volta, ma anche chi, anagraficamente più giovane, ha scoperto anime e manga insieme (per noi nati negli anni Settanta passarono anni prima di potere, al di là della versione adattata della Fabbri, avere in mano il manga in versione integrale e fedele all’edizione giapponese): del resto, come dico spesso, si trovano fan di ogni età, perché l’apprezzamento per “Le Rose di Versailles” è una sorta di culto pagano esoterico e trans-generazionale, con adepti di età, formazione, cultura, interessi diversissimi fra loro.

2. Silvia Stucchi, evidenzi, giustamente, che la tua è una rilettura, «con gli occhi del cuore», di Lady Oscar. Quali sono le peculiarità del tuo “Lady dal fiocco blu? Cinquant’anni con Oscar?” Che cosa evidenziano che non fosse già stato analizzato in rete e in altri lavori incentrati sull’anime?

Silvia Stucchi

Dopo una prima parte in cui ricostruisco in breve la storia del mangae dell’anime, mi soffermo, in particolar modo, su alcuni possibili modelli storici che, forse, possono aver ispirato R. Ikeda. Poi, siccome non c’è eroe senza un cattivo di eguale statura a tenergli testa, mi soffermo sui villain della serie. Un corposo capitolo è dedicato all’analisi di alcuni elementi dell’anime, a partire dalla gestualità che caratterizza i personaggi, e dai possibili riferimenti culturali della creatrice della storia e degli autori dell’anime (sul film di Jacques Demy, stendiamo un velo, anzi, un drappo pietoso!); poi, mi soffermo su alcune peculiarità del manga e dell’anime a confronto, oltre che sul doppiaggio italiano e le scelte che lo hanno orientato, spesso banalizzando e normalizzando la storia, eliminando alcune sfumature, forse anche nella consapevolezza che i fruitori italiani del “cartone animato” non sarebbero stati prettamente degli adolescenti, ma, soprattutto, dei bambini; infine, mi soffermo sul finale della vicenda, cercando di motivare le possibili scelte che conducono a quella conclusione tragica.

3. Per creare il personaggio di Lady Oscar, Riyoko Ikeda si è ispirata al lavoro di Stefan Zweig, alla sua biografia su Maria Antonietta. Oscar François de Jarjayes è un personaggio inventato, che in Italia ha spopolato non poco, soprattutto grazie alla messa in onda dell’anime. Manga e anime sono due prodotti complementari e allo stesso tempo diversi?

Manga e anime sono due prodotti diversissimi: complementari, ma profondamente differenti fra loro: il manga nasce per prima cosa con l’idea di realizzare una storia romanzata che fosse innanzi tutto una biografia di Maria Antonietta basata sul volume di Zweig, “Maria Antonietta, una vita involontariamente eroica”: la regina è, delle cinque rose cui allude il titolo del manga, la rosa rossa. A fare da raccordo fra lei e le altre tre figure (la rosa gialla, ovvero la contessa di Polignac, la rosa nera, Jeanne Valois, il bocciolo di rosa rosa, Rosalie Lamorlière, storicamente la donna che assisté la Regina negli ultimi tempi della sua prigionia prima della condanna a morte), R. Ikeda inventa il personaggio immaginario di Oscar, la rosa bianca, che prende via via talmente forza da diventare indiscussa protagonista del manga. L’anime nasce invece da subito, ovviamente, come concepito attorno a Oscar, ed è un’opera decisamente più virata verso la tragedia, mentre nel manga, coerentemente con il gusto giapponese, il clima generale è meno tetro e tragico (la sequenza dello strappo è molto meno traumatica), ci sono alcune brevi sequenze comiche – che possono risultare respingenti al gusto di alcuni lettori affezionati all’anime – e, soprattutto, nel manga la protagonista è più spavalda, ironica, meno vittima di conflitti interiori e meno chiusa su se stessa e più capace, forse, di leggere i suoi sentimenti. Alcuni personaggi sono profondamente diversi fra manga e anime: pensiamo ad Alain, che, da giovane soldato, nobile degradato, pieno di rabbia e di senso di rivalsa, viene completamente trasformato nell’anime, diventando davvero un personaggio che non avrebbe sfigurato nella Comédie Humaine (una scelta, come quella di Alain che si ritira in campagna nell’ultimo episodio, che non piacque affatto a R. Ikeda). Nel manga esistono anche episodi che non sono stati trasportati nell’anime (come il rapimento di Rosalie da parte del Cavaliere Nero, l’incontro di Oscar con un giovanissimo Napoleone, lo scontro fra Girodelle e André, che tira in faccia al visconte la cioccolata, la minaccia di violenza a Oscar in caserma per farla desistere dal proposito di restare a capo della Guardia Metropolitana, la reazione di Oscar quando scopre che André è stato apostrofato come “guercio”, il momento in cui lo scopre ad asciugarsi dalla pioggia in caserma), e viceversa (il rifiuto iniziale di Oscar di vestire l’uniforme, il duello con il duca si trovano solo nell’anime). Ma, soprattutto, è diverso il personaggio di André, dato che la sua statura morale nell’anime emerge dalla sua capacità di iniziativa libera e autonoma, almeno in due casi: quando decide di vestire i panni del Cavaliere Nero (mentre nel manga è Oscar a costringerlo, con tanto di siparietto comico a base di lancio di forbici quando egli, inizialmente, si rifiuta di tagliare i capelli); e quando decide di arruolarsi nei soldati della Guardia Metropolitana, cosa che nel manga gli viene chiesta dal Generale, perché possa continuare a proteggere la figlia. E poi, vi sono una serie di differenze significative anche su vari altri passaggi, come per quanto riguarda il prosieguo della notte dopo l’accusa di tradimento e la grazia da parte della Regina, o la morte dei protagonisti. Insomma, sono due opere decisamente diverse e autonome fra loro.

Lady Oscar violinista - Fan art di Silvia Radavelli

(c) Lady Oscar violinista – Fan art di Silvia Radavelli ispirata a Donau
Per gentile concessione dell’artista

4. Lady Oscar è un manga scritto e disegnato da Riyoko Ikeda. In Giappone venne pubblicato sulla rivista Margaret di Shūeisha, dal 21 maggio 1972 al 23 dicembre 1973. In seguito furono realizzati due spin-off e diverse storie aggiuntive. Che cosa ci puoi dire circa il manga?

Si trattava di un manga pensato inizialmente per ragazze dalla preadolescenza alla prima adolescenza, e forse è anche uno dei primi lavori in cui la cornice storica è così precisa e ben determinata, anche se R. Ikeda dirà che inizialmente la casa editrice aveva guardato con sospetto al progetto perché era opinione comune che le ragazzine e la storia viaggiavano su due rette parallele. Qualcosa dell’ispirazione per Oscar venne a R. Ikeda dalla “Principessa Zaffiro”; mentre per gli spin-off, una storia concepita a inizio anni Ottanta, “La contessa dall’abito nero”, è ispirata, per quanto in forma edulcorata e allusiva, all’agghiacciante vicenda della contessa Elizabeth De Bathory, la nobildonna pluriomicida che avrebbe ucciso centinaia di giovani per fare il bagno nel loro sangue, ritenuto un potente elisir di gioventù.

5. Le rose di Versailles e le donne (“Versailles no bara to onnatachi”) è il titolo originale dell’anime. I primi episodi furono diretti da Tadao Nagahama, in seguito, dal 18º episodio la regia fu affidata a Osamu Dezaki, che aveva già diretto il 5 º episodio. In Giappone, la serie andò in onda tra il 1979 e il 1980, e fu un fiasco totale. Nel 1986 venne riproposta, e gli ascolti furono discreti. In Italia, invece, la serie continua a essere riproposta e non manca mai di affascinare i telespettatori. Silvia Stucchi, perché in Italia Lady Oscar è così tanto popolare?

Perché si è trattato del primo cartone animato (anime era parola sconosciuta negli anni Ottanta, e tale sarebbe rimasta ancora a lungo in Italia) che presentava una vicenda adulta, diciamo così, in un contesto storico ben preciso, con una proprietà lessicale incredibile e una grande cura dei dialoghi – e del doppiaggio, diciamolo, perché le voci italiane sono splendide, Massimo Rossi e Cinzia De Carolis in primis, ma non dimentichiamo che hanno lavorato alla versione italiana della serie anche mostri sacri come Isa Barzizza e Riccardo Garrone. E oltre alla cura per la caratterizzazione dei personaggi, dai dettagli fisici alla postura, non va dimenticata la bellezza intrinseca dei disegni, e delle sequenze paesaggistiche (albe e tramonti, ma anche le infinite piogge, con questi paesaggi che riflettono lo stato d’animo dei protagonisti). In più, la storia che viene proposta dall’anime è un condensato di tragedia, raggiunto, soprattutto nella seconda parte della serie, per “arte del levare”, condensando e lavorando di sintesi.  E poi, la serie rovescia tutti gli stereotipi, i luoghi comuni, ed è la dimostrazione che, quando pensiamo di avere capito tutto con chiarezza alla prima occhiata, forse è meglio che ne diamo una seconda e poi una terza, perché la realtà è immensamente più ricca e meno banale di quanto non possiamo pensare.

6. Oscar François de Jarjayes è una delle rose di Versailles, è la rosa bianca. Al colore bianco potremmo attribuire diversi significati: purezza d’animo, libertà, chiarezza mentale, verginità. Oscar è un personaggio al quale non è possibile attribuire delle etichette?

Il bello del personaggio, e la sua forza, nasce proprio dal fatto che respinge ogni etichetta, anche quelle che, oggi, sembrerebbero più d’attualità, come quella di gender fluid, che, non si capisce come mai, ogni tanto si trova appioppata al personaggio. In realtà un personaggio, e una storia, di questo tipo, sono geniali perché stravolgono cliché e luoghi comuni, e li rovesciano, anzi. La rosa bianca è segno proprio di integrità, perché quello che conquista del personaggio di Oscar è la sua dirittura morale, il suo senso della cavalleria intesa nell’accezione migliore del termine, la sua correttezza e integrità: insomma, lei è il vero “cavaliere senza macchia e senza paura”, con tanto di cavallo bianco.

7. L’adattamento italiano censura molti sentimenti provati da Oscar e André. I dialoghi, in molti punti, sono piatti, banalizzati, e non di rado inventati di sana pianta. Lady Oscar non è l’unico anime che è stato pesantemente censurato, per renderlo adatto a un pubblico prevalentemente di bambini. In Giappone, gli anime si rivolgono soprattutto a un pubblico di adolescenti.

Eh, sì, i bambini degli anni Ottanta potevano, a quanto pare, assistere impassibili a tutto: assassinii di bimbi (due, che nella serie vengono uccisi con una pallottola nella schiena, il piccolo Pierre dal duca di Germaine che ha derubato per fame, e Michel poco dopo lo scoppio dei tumulti rivoluzionari); potenti ceffoni che il Generale dà a sua figlia, pestandola come una cotoletta e facendola cadere dallo scalone del palazzo; una marchiatura a fuoco di una ladra; il suicidio di una undicenne destinata dalla madre a sposare un duca ultraquarantenne decisamente losco; un pestaggio che riduce quasi in punto di morte il protagonista; donne uccise perché travolte dalle ruote della carrozza di una nobildonna insensibile e crudele, un padre che vuole uccidere la figlia e poi darsi la morte per lavare l’onta della famiglia; una giovane che fa fustigare ferocemente la sorella; una giovane donna che si accomoda sulle ginocchia di un prelato per estorcergli favori e protezione e che poi, in carrozza, si pulisce, molto eloquentemente, la bocca con un fazzoletto (io avevo cinque anni e ne fui sconvolta);  ma, ovviamente, quello che avrebbe davvero e destabilizzato le nostre giovani menti era la parola “amore”. Ecco un minimo esempio: nel finale dell’ep. 13 dell’anime, Oscar è sconvolta e adirata con se stessa, per avere ignorato tanto a lungo le reali condizioni di vita dei contadini, e sprona il cavallo sino a sfiancarlo: ad André che le chiede che cosa non va, risponde di essere “adirata con se stessa, per essere stata così inconsapevole/ all’oscuro di tutto” (I’m upset with myself, for being so ignorant), e di avere ignorato che i suoi fittavoli vivessero in miseria. E fin qui, il doppiaggio italiano si allinea ai sottotitoli inglesi Yamato: ma poi arriva la sorpresa. Quando, infatti, Oscar viene disarcionata, e André le si avvicina per sincerarsi delle sue condizioni, la vede sconvolta e turbata.

Nella versione italiana, i pensieri di André sono di questo tenore: “Oscar, aver saputo che c’è qualcuno che non ama la tua Regina ti ha fatto molto male; è una ferita che non si chiuderà tanto presto: ma io cercherò di aiutarti”. Insomma, in sostanza André, soccorrevole, vuole lenire il turbamento che Oscar prova, colpita com’è nella sua devozione alla causa della Corona e alla Regina Maria Antonietta: molto nobile e composto. Peccato che nella versione inglese le parole siano ben diverse, come lascia, del resto, indovinare l’espressione del personaggio di André, così tenera ed emotivamente partecipe che chiunque capisce che non sta assolutamente pensando a una delusione politica: “Oscar, you seem to be cold as ice, but your heart is burning like a flame. And I love this part of you” (“Oscar, tu sembri essere fredda come ghiaccio, ma il tuo cuore brucia come una fiamma. E io amo questa parte di te”). Ma la parola “amore” e il verbo “amare” erano, evidentemente, tabù, tanto che, a che quando Oscar si dichiara, nella versione italiana dice: “TI VOGLIO BENE, André”. Un “ti stimo moltissimo” no?

8. Gli anime presentano sempre personaggi con occhi grandi, a volte in maniera esagerata. I giapponesi non amano granché il taglio dei loro occhi, e molti ricorrono alla chirurgia estetica. Anche i Lady Oscar i personaggi hanno occhi particolarmente ‘generosi’. Peccato!

Eh, sì! Anche se c’è da dire che gli occhi “a finestra” si riducono via via nelle loro dimensioni man mano che i protagonisti crescono e diventano adulti, come nel caso di Oscar stessa e della Regina Maria Antonietta, che davvero nelle prime puntate ha occhi talmente grandi e “luccicosi”, con tutte le stelline e i luccichii che tanto piacevano al primo regista della serie, Nagahama, da fare una certa impressione. Poi, anche la Regina si affila, e diventa, anche, una sorta di maggiorata. C’è da dire che si tratta del solo personaggio non negativo che abbia questa caratteristica, spesso associata alle antagoniste e alle femme fatale, o alle dark lady, come la Du Barry (lei, davvero, storicamente famosa per “un seno che sfidava il mondo intero”, come scrisse un suo biografo) o Jeanne, la “rosa nera”.

Lady Oscar - Fan art di Silvia Radavelli

(c) Lady Oscar – Fan art di Silvia Radavelli ispirata a Donau
Per gentile concessione dell’artista

9. Lady Oscar, la rosa bianca di Versailles, nell’anime ha un portamento particolarmente rigido, che ricorda molto quello dei Samurai del Giappone feudale. Anche le divise che Oscar indossa sono pesanti, sfarzose. Oscar, proprio come un samurai, è fedele alla Regina, non c’è niente che non farebbe per Maria Antonietta. Solo alla fine, Oscar e Maria Antonietta si allontanano. Oscar, oramai donna matura, sceglie di rinnegare la propria famiglia e la Regina, per schierarsi con il popolo e abbracciare la rivoluzione francese. Silvia Stucchi, nel tuo pregevole saggio non fai alcun accenno ai Samurai e al loro codice di onore. Perché?

Qualche elemento al codice d’onore dei Samurai c’è sicuramente (penso anche alla reazione del padre di Oscar dopo l’accusa di tradimento), ma c’è molto anche della cultura e del codice di comportamento cavalleresco, ancora molto vivo nell’Ancien Régime (e lo sarebbe stato ancora a lungo), che non era meno cogente, né meno rigido. Quanto alle posture di Oscar, in molti casi (quando è affacciata alla balaustra di una terrazza di Versailles con una mano sul fianco, quando tiene una gamba appoggiata al bordo della fontana, etc.) sono esattamente quelle dei gentiluomini immortalati dai pittori settecenteschi, come Reynolds e Gainsborough (mentre la Du Barry ha nelle pose, soprattutto quando è mollemente adagiata sul canapè, qualcosa delle odalische delle pitture di gusto orientaleggiante)

10. Lady Oscar muore a trentatré anni. Questo particolare è ben evidenziato nel tuo lavoro, Silvia Stucchi. Dobbiamo forse pensare che Oscar è anche una sorta di messia?

Ci sono vari riferimenti alla religione cattolica nel manga e nella storia di Oscar, anche se a volte un poco maldestri (pensiamo al Delfino Louis-Joseph che, malato e ormai moribondo, abbraccia Oscar dicendo che “quando rinascerà”(!!!) sarà robusto e forte, non si ammalerà mai e potrà sposarla. Ma sicuramente in Oscar c’è qualche elemento cristologico (è anche nata il 25 dicembre) e, probabilmente, R. Ikeda aveva in mente anche Giovanna D’Arco, la Pulzella in armi per eccellenza: anche il quadro per cui posa negli ultimi giorni di vita, e che la raffigura a cavallo nelle vesti di Marte, a me, invece, evoca, soprattutto nell’anime, l’Ascensione, o Giovanna d’Arco che si prepara alla battaglia.

11. André Grandier ama Oscar, ma lui è di umili origini, non può dunque aspirare a sposare una aristocratica. La madre di Ikeda discendeva da una antica famiglia di samurai, mentre il padre apparteneva al ceto medio. Sfidando le rispettive famiglie e la tradizione nipponica, i genitori di Riyoko Ikeda si sposarono. Ikeda non ha mai nascosto che il rapporto fra Oscar François de Jarjayes e André Grandier è stato costruito guardando alle tante traversie che i suoi genitori dovettero affrontare.

In effetti, suona strano per noi leggere che, in origine, l’autrice pensasse a Girodelle come compagno ideale per Oscar, ma poi, di fronte al crescente apprezzamento del pubblico delle lettrici per il personaggio di André, il racconto prese un’altra piega: almeno, così dichiarò R. Ikeda, anche se penso che questa consapevolezza che solo André potesse essere il giusto compagno per Oscar sia arrivata molto presto. Alla fine, persino il padre di Oscar si deve arrendere all’evidenza, e nell’ep. 37, poco prima che i due lascino Palazzo Jarjayes, la sera del 12 luglio 1789, salutando André gli dà una sorta di benedizione, o meglio, quello che di più vicino a una benedizione possa uscire dalla bocca di un personaggio come il Generale.

12. Nella versione originale giapponese, la colonna sonora fu affidata a Kōji Makaino. La sigla di apertura Le rose sfioriscono in modo splendido (“Bara wa utsukushiku chiru”) e quella di chiusura Luce e ombra dell’amore (“Ai no hikari to kage”) furono interpretate da da Hiroko Suzuki. In Italia, nel 1982 la sigla di apertura fu cantata da I Cavalieri del Re; nel 1990 fu sostituita da una nuova sigla cantata da Gli amici di Oscar, e nel 1991 la stessa sigla fu interpretata da Cristina D’Avena. Silvia Stucchi, perché questi cambiamenti?

La colonna sonora giapponese è molto raffinata (musiche di Haendel, di Bach – uno dei suoi Concerti Brandeburghesi usato per un ballo a corte, oltre a musiche composte per l’anime), e anche le sigle sono assai poetiche nel loro testo. Tuttavia, per gli italiani della mia generazione, la sola vera sigla è quella dei Cavalieri del Re, accompagnata da quelle immagini molto evocative e simboliche (prima fra tutti, Oscar con la spada in mano e circondata dai rovi). Tuttavia, erano i primi anni Ottanta: a fine decennio, ormai, si imponeva un adeguamento della sigla stessa al mutato gusto e al cambiamento dell’estetica, senza contare che l’anime aveva già subito almeno tre o quattro repliche nei contenitori per bambini, per cui venne elaborata una sigla che fosse un collage di sequenze e inquadrature direttamente prese dall’anime, le quali, bene o male, raccontavano – orientando lo spettatore – chi fosse la protagonista e quale la sua storia. Venne anche modificato il titolo, che divenne “Una spada per Lady Oscar” (che sembra il titolo di un romanzone di cappa e spada), e come tale l’anime è sempre passato, dal 1990, in tv, anche se per tutti è sempre e solo “Lady Oscar”; infine la sigla dei Cavalieri del Re venne archiviata e la nuova venne cantata da Enzo Draghi – che era anche la voce delle canzoni di Mirko in “Kiss me Licia”, e, poco dopo, da Cristina D’Avena, che era diventata l’indiscussa regina delle sigle dei cartoni animati: non sarebbe stata una serie “à la page” senza la sua sigla!

13. Silvia Stucchi, Lady Oscar è essenzialmente una storia d’amore inserita in un contesto storico? In “Lady dal fiocco blu? Cinquant’anni con Oscar” lasci intendere che siamo di fronte a qualcosa di più.

Sì, siamo sicuramente di fronte a qualcosa di più, ma la sostanza è quella di una storia che è una tragedia, in cui amore e morte sono inscindibilmente intrecciati: pensiamo, per esempio, alla conclusione del primo episodio, quando la giovanissima Oscar si avvia verso Versailles con André, dopo aver accettato di diventare capitano delle Guardie Reali (e dopo che, all’inizio dell’episodio, a proposito della Reggia, aveva decretato, “Non metto piede in un posto simile”), la voce narrante dice: “E così Oscar decise di diventare un uomo (sic) e a soli quattordici anni affrontò il mondo, senza sapere quale sarebbe stato il suo destino, di amore o di morte”. L’adattamento italiano, come vedremo, ancorché fortemente drammatico, in realtà sta banalizzando terribilmente il senso dell’originale, che, potremmo tradurre in questo modo: “Quel giorno Oscar disse addio alla sua femminilità e compì il suo primo passo nel difficile e per lei nuovo mondo dell’età adulta. Senza immaginare minimamente che un destino d’amore era in serbo per lei, un destino fatale che stava montando come un’onda che arriva da lontano, un destino che la stava già aspettando. In quella primavera, Oscar aveva quattordici anni”. Nella versione inglese, la parola fate,“destino fatale”, indica  proprio che a quel destino d’amore la protagonista non si potrà sottrarre, perché è già scritto, per Oscar come per André, fatalmente destinati l’uno all’altra, complementari come Luce e Ombra, Yin e Yang.

La versione inglese, fedele all’originale giapponese, ce lo dice subito, immediatamente, che, al di là delle avventure a base di duelli e complotti, quella di Oscar è essenzialmente, una storia d’amore, dal finale tragico: del resto, a più di uno spettatore sensibile, la sequenza della cavalcata, nell’ep. 31, nel campo fiorito (finita anche nella sigla nella versione cantata da Cristina D’Avena), ha evocato subito l’immagine del prato di asfodeli e dei Campi Elisi…

Silvia Stucchi, bergamasca, laureata in Letteratura Latina, insegna latino nei licei e presso l’Università Cattolica di Milano. Autrice di monografie e saggi scientifici su Petronio, Seneca tragico, Ovidio, Cassio Emina e la cucina dell’antica Roma, collabora con riviste e testate giornalistiche, e nel tempo libero coltiva l’interesse per la letteratura poliziesca, la storia e la letteratura francese, i fumetti, e, naturalmente, per «Le Rose di Versailles».

Lady dal fiocco blu? Cinquant’anni con OscarSilvia StucchiGraphe.it Edizioni – Collana Parva [saggistica breve], 29 – Prima edizione: maggio 2022 – Pagine: 156 – ISBN 9788893721660 – Prezzo di copertina:  13,50 €

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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