Oggi come allora mi dai le spalle

Oggi come allora mi dai le spalle

ANTOLOGIA VOL. 250

Iannozzi Giuseppe

SE MAGIA E BUGIA

Se magia e bugia
son per te la stessa faccia,
prima o poi, o l’una o l’altra
sceglierà di star a te accanto
con affilato stiletto
e sulle labbra ti taglierà di netto
la dolorosa sua verità,
senza che tu ne abbia
comprensione

E parole di sangue sputerai
cercando con le mani
di far tampone alla ferita,
scoprendo che non c’è colore,
che non c’è il rosso a tingere
la pelle nonostante il dolore
lacerante

LUNA

Quel giorno veniva giù
davvero di brutto
C’era confusione
e c’erano pezzi di Cielo
sprofondati
in luttuose pozzanghere
E dal Luna Park un freak
vomitava baci di fuoco,
un altro ingoiava la Sacra Spada:
è proprio vero dunque
che se il Paradiso cade
gli Angeli stringono al seno
il Demone da sempre
in loro nascosto
Quanto, quanto vento
ti ha maltrattato i capelli
mentre tentavi l’abbozzo
d’un sorriso
– d’una malinconia d’amore
vecchia quanto l’argento
sulle tempie mie di poetastro

Vana, vana illusione
credere di poter,
per un giorno almeno,
spazzar via il Male
Inganno la Rosa Rossa
all’Eden strappata:
confitta rimane nel cuore
la spina, più che mai
resistente a ogni battito

Rimaniamo noi
stretti stretti, guatando
il morboso crepuscolo
sulla Ruota Panoramica,
che gira e gira

Ma tu, Luna, donami
l’incanto della Fine:
come al Cine,
sia nei titoli di coda
seppellita
l’estrema carezza

NON SANGUINIAMO PIÙ DEL DOVUTO

Puoi lasciare le mie mani adesso
Per un bel pezzo mi sono pianto addosso,
lasciando che i fiumi scorressero sotto i ponti,
sognando di scrivere poesie sul pelo dell’acqua
Una a una mi sono spezzato le ossa dell’anima
E mi sono pure illuso che il motore fosse l’amore
per Pinocchi e Don Chisciotte;
dovevo ancora incontrare il Diavolo all’incrocio
per accettare l’idea che si vive una volta e basta

Le cattedrali, che mai ho visto, franano felici di finire
sotto lo sguardo indifferente di Atlante,
e i minareti, persi chissà dove, fanno uguale fine
Non c’è motivo perché questo rapporto rimanga in piedi
Le orbite dei pianeti si sono allontanate e gli angeli,
che legarono i nostri polsi con manette di spine,
hanno da tempo un loro posto fisso al cimitero

Non sanguiniamo più del dovuto
Tanti prima di noi sono caduti nel tranello celeste,
e con le proprie forze si sono rialzati
o si sono scavati la fossa, senza sciupare lacrime

Puoi lasciare le mie mani adesso,
Dio non avrà il coraggio di trarti in inganno

Non sanguiniamo più del dovuto,
puoi lasciarti andare adesso
Hai una strada di possibilità da seguire
e nemmeno un secondo da perdere
in baci dell’addio
Dio non avrà il coraggio di trarti in inganno

Non sanguiniamo più del dovuto

GLI ANNI NOSTRI

Quante volte ho invocato il nome
perché solo una muta eco infine
si tuffasse dentro al cuore mio,
quasi che nullo spirito in me vivo

Amica, ricordi quei giorni
che trascorrevamo insieme?
Speravamo in giorni migliori,
attendevamo primavere e speranze
Era il cielo gravido di stelle
che i nostri occhi non riuscivano
a contenere; sospiravamo

Era Milano ancor tutta da fare
e anche se il fracasso delle bombe
la nostra innocenza in fiore minava,
ci promettemmo comunque che mai
e poi mai avremmo concesso al nemico
la voglia nostra di cambiare in meglio
Eppur gli anni son trascorsi
e il grigio sulle tempie mie
ha da tempo preso
a calpestare i ricordi,
cosicché ogni dì oggi ci par uguale
a quello appena andato

Quel cielo di stelle, tanto amato,
non è per niente cambiato
Però noi sì, solamente a stento
ci riconosciamo, con moto
di disgusto

Che resta di noi, di quel ch’eravamo?
Non una foglia, non un fiore
fra le ingiallite pagine d’un libro amato
sin quasi alla follia, non un poeta
il cui nome al mattino ci svegli dal torpore;
avanti si va come stupidi animali,
scavando con l’indice nelle cateratte,
sconosciuti ci sono i volti conosciuti,
gli amici morti, seppelliti; di essi
memoria noi non serbiamo
per tema che gli scomparsi sorrisi
ci ricordino che presto anche noi
li seguiremo per uguale destino,
così come sempre è stato
sin dalla notte dei tempi, Amica mia

LA CHIAVE DELLE TUE BUGIE

Ho la chiave delle tue bugie
Ho preso confidenza col tuo amante
Siamo andati a trovarlo Magellano
Gli abbiamo portato arance siciliane
E’ uno di poche parole
Ama pescare dentro a un naufragio
Gli piacciono le onde e le reti gonfie
E’ uno che non spiccica parola

Siamo stati delle ore a dirgli
del più e del meno
quasi ci conoscessimo da sempre
Io e la mia ombra, e lui niente
Ma però la Terra è piatta
ed è una fortuna sfacciata, anche per te
Anche per te che non mi ami più

Hai l’amante, noi le arance rosse
Noi stiamo bene da soli
Verremo a trovarvi a notte fonda
per scoprire com’è che lo fate l’amore
Con la luna piena o con il cielo vuoto di stelle
verremo a trovarvi con una bottiglia scolata
e nessun messaggio di paura o di coraggio

Hai l’amante, noi le arance siciliane
che abbiamo fatto assaggiare a Magellano
Ho la chiave delle tue bugie
e nel videoregistratore un porno di fantasie

Non ti preoccupare per noi
Abbiamo tutto quello che ci serve:
le tue mutandine per pulirci il naso,
e fazzoletti di seta per pulirci il sedere,
e arance succose che ci fanno pisciare
e qualche volta ruttare di gusto
E risate a volontà
sotto i pergolati coi coltelli in mano,
e negli occhi semichiusi luminarie
per la notte che verrà
Ci sarà un gran divertimento da smaltire
Rosso, rosso come il sole di Sicilia
perché oramai ho la chiave delle tue bugie

TUTTO SI DISTRUGGE DA SÉ

Miro
a una perfezione
al di là
della mortalità,
per questo ho lasciato
mille poesie incompiute
sul tavolo dei saggi

Affondano gli sbagli,
come pietre toccano
del fiume il letto buio

L’amor mio di ieri
più non sa il mio nome,
e dovrei esserne felice:
tutto si distrugge da sé,
niente
dal nulla si crea mai

Miro
a una delicatezza
che sappia tagliare in due
il diamante,
la sua fredda luce fucilata
da milioni di soli, di lune,
da milioni di storie

Miro
a una perfezione
al di là
delle interpretazioni
lasciatemi in eredità
da Buddha,
Cristo e Abramo

Miro
alla liberazione degli schiavi

L’ONDA DEI TUOI CAPELLI

Oggi come allora mi dai le spalle
Sogno l’onda dei tuoi capelli,
la commossa biondezza di seta
dalle mie dita mai sfiorata
Ma in un sogno ti ho baciata

Eran già morte le candele,
da un pezzo non spandevano luce
nella tua stanza di specchi;
e ti ho baciata, ti ho baciata
e mi sono svegliato poi sudato

Oggi come allora mi dai le spalle,
per questo ogni sera riparo in un bar
sperando d’incontrare qualcuno
che mi dia la dritta giusta sulla Legge
che regola la Poesia Perfetta

Oggi come allora mi dai le spalle
Ogni sera cerco quel diavolo
o quel santo che m’insegni
come far cadere una donna
nella Poesia dell’Amore

E sempre torno a casa da solo,
traballante, baciato in fronte
da un’alba di nebbie dure a morire

IL NOSTRO DOLORE COSÌ STUPIDO

Il nostro amore così fragile
Il nostro cuore che non sa,
che non sa battere senza cuore
Il nostro dolore così stupido
– che dona lacrime alle lacrime
E le nostre labbra ali di farfalla
sulla primavera, su i suoi tanti colori
E i nostri “sì” e i rari “no” sussurrati
per paura di svegliare il sogno,
che ci tormenta
in un faccia a faccia di immagini

Potremmo mai rinunciare a tutto questo?

Gli amici ci avevano invitati alla loro festa
perché ci scuoiassimo sul materasso,
ma Selene
dall’alto della buia notte scintillava
dentro ai nostri occhi
A un tratto, con tono di sfida, mi dicesti
che potevo essere un poeta e basta,
che dovevo camminare
e che dovevo camminare a lungo
con le scarpe bucate e le tasche sfondate
se volevo essere vicino a Dio a modo mio

Potremmo mai rinunciare a questa felicità
che insieme a noi ripara in un manicomio?

COME CATULLO – I

Ben sappiamo
che ami star nudo
in camerino
Non ti verremo
dunque a cercare
né ti ameremo
Ma un Catullo
te lo daremo;
non s’abbia a dir
che neanche quello!

COME CATULLO – II

Se mi chiedi
perché t’amo,
in sincerità
ti dirò parole
belle e brutte

COME CATULLO – III

Un tango
di peccati,
di sospiri,
un ballo
che il sangue
te lo riscaldi,
lo vuoi ballar
insieme a me?
Sentirai
quant’è duro
passo dopo
passo,
e cadrai, sì…
presto in fallo!

COME CATULLO – IV

Imene, Imene,
mi tocca di darti
un dolore forte assai,
eppur sì necessario
al rapporto
che da anni
e anni ci lega:
non sono quel
che tu credi,
non sono
amorevole maestro,
bensì un viro
– e grosso
m’è il pacco,
e non è da tutti

Ogni volta,
tenendoti
fra le braccia pelose,
tosto mi prende vertigine,
desio furioso
di strapparti
dal culo tondo
le bianche mutande
e metter così
presto a tacere
l’ingenuità tua,
e poter così sentir
le urla di dolore,
di godimento
dalla tua bocca
che ancora
non ha accolto
alcun membro

COME CATULLO – V

Parliamo di Dio
come se esistesse
e gli interessasse
del sesso
che facciamo
più di rado
che spesso,
in un cesso
o con un cesso
a tarda notte
nascosti,
a volte all’alba
messi a fuoco
dal mattino

COME CATULLO – VI

Amante mia,
m’hai dato
la fica, il culo
e la bocca
Ma rimango
insoddisfatto
ogni volta
che a letto
t’infilo per bene
Vecchia ormai!
Non più buona
per un pompino
né per scaldar
i piedi

COME CATULLO – VII

Diciamo amore
sì tante volte
che non ci resta
altro che odiare
la debolezza
che c’invade
le membra
ogniqualvolta
a quella di turno
diciamo parole
uguali, ripetute
da una vita,
come puttane
che la vergogna
la disegnano
sulla bocca
degli Dèi eterni

COME CATULLO – VIII

Più del cuore
ho grossa
la minchia,
difatti si sa
che gioia
dalle vergogne
viene
e mai dall’alma
prepotente
che nel petto
scalpita

COME CATULLO – IX

Vecchio nemico
che l’occhio
ce l’hai guercio,
che la vista
t’arriva
non lontano,
t’assicuro
che il sesso
te lo prendo
in bocca
allo stesso modo
di ieri se mi dai
l’occasione

COME CATULLO – X

Più del nullo
contenuto
d’un libro,
m’affascina
il mafioso
improvvisato
scrittore del cazzo
che l’ha vergato
e dato alle stampe

COME CATULLO – XI

Caccia fuori
la faccia,
o fammi vedere
quel tuo sedere,
che usi poco poco;
lo sappiamo bene,
ti piace un mondo
spiare dal buco
della serratura,
sempre sei a caccia
d’uno scandalo
che ti faccia
venir la pelle d’oca,
cazzo d’un bigotto
– la mano, sempre la destra
per il segno della croce
e per il saluto al partito,
poi, a occhi chiusi,
la abusi sul pisello

MOSCHE D’ANGELI

Sei un completo disastro
Mi dici un “ti amo”,
mi dimentichi poi per il silenzio,
torni a dormire su nuvole altrui,
su tatuaggi
che non m’appartengono

Sei un completo disastro
Mi dici veloce un “ti amo”
e ti vesti poi di assenza
Mi resta così poco in mano,
giusto un pugno di mosche bianche
– angeli infetti di gelosia –,
e in bocca un muto addio
per un silenzio spero uguale al tuo

RACCONTAMI UNA FIABA

Raccontami una fiaba,
una che non abbia
né capo né coda,
e nemmeno un finale
Raccontami una fiaba così
e fallo durare per sempre
l’inganno bello e tremendo
della tua voce

OMBRE E FUMO

Sognare
d’essere stati
come Prometeo
incatenati,
e sognare, sognare
poesia invalida
più del fumo
d’una sigaretta
rimasta accesa,
dimenticata
sul bordo consumato
del posacenere

Restino ombre
le ombre che sui muri
il flebile lume dipinge;
non siano altro
che questo poco
finché ce la fanno
a resistere

SILENZIO

Allor taccio
uguale al silenzio
che quaggiù
di valle in valle
dell’Universo
sfida le stelle
e l’infinita eco

UNA FOGLIA

Di tanto in tanto
cade una foglia
di triste gioia
nell’autunno dell’età,
quasi a ricordarci
quanta e quanta
la stupidità
che ci ha detti
qui et ora

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Oggi come allora mi dai le spalle

  1. romanticavany ha detto:

    Quel Catullo le spara grosse; eppure questo è l’ anno in cui ricordiamo il padre della nostra lingua: Dante, bisognerebbe aver la scrupolosità di O. Wilde:” Sono stato tutta la mattina per aggiungere una virgola, e nel pomeriggio la ho tolta”. 🙂 Comunque la tua presenza è sempre consolante anche per l’abilità nella conoscenza delle parole. Uffy non so che cavolo di commento ti ho scritto, ho avuto il coraggio di leggerle tutte, alcune sono non leggibili perché sono volgari, le altre del tuo stile a volte istrionico a volte aggressivo, a volte boh leggo una ponderosa e una tensione costante sempre presente nei tuoi scritti.. Oggi è un giorno caldissimo, se penso che é solo il 1 luglio, e so bene che a te fa male il caldo, non so cosa verrà fuori prima di mmmmmmhhhhhh settembre. Scusa se non mi sono espressa mielosamente oggi, però ti mando un abbraccio , 1 bacio e ti ricordi una lekkatina . Ciao a presto 🙂

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Non conosci Gaio Valerio Catullo? A ogni modo, io non ho il suo talento, per cui le mie poesie sono quel che sono. ^_^ Amo molto Dante, ma ci sono tanti altri poeti, e Catullo è il mio poeta latino, quello che preferisco. E non ho neanche il talento di Oscar Wilde, poco ma sicuro. Sono solo uno che scrive parole, un parolaio.
    Ma come? Ancora arrossisci per delle poesie? Non sei proprio cambiata. Non esiste la volgarità, è una nostra invenzione.
    I poeti – non parlo di me ché poeta non lo sono e non lo sono mai stato – sono dominati da una certa tensione, diversamente non saprebbero che cosa scrivere, insomma, devono essere un po’ tormentati, infelici.
    Ah, ecco, ti ricordi, io non amo il caldo, io sono per il freddo, per quello polare. Ma se procediamo di questo passo, anche i due poli si scioglieranno: persino in Canada ci sono 50 gradi. 😦
    Non c’è bisogno che tu ti esprima mielosamente. E’ bello parlare con spontaneità.
    Un bacio a te, carissima Violetta. E un abbraccio. ❤

    P.S.: Certo che mi ricordo, le lekkatine non si dimenticano mai. ^_^ ❤

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