Uomini senza donne

Uomini senza donne

Racconti brevi che non aiutano nessuno

di Iannozzi Giuseppe

Gustave Courbet - Uomo disperatoSplende il sole
tra chiese e baracche,
ma gli occhi
non vogliono veder luce:
l’anima già da tempo sa
che l’amore non tornerà

IL GRANDE DUMAS

Alexandre era un bambino piuttosto paffutello che amava sognare a occhi aperti. Per un quarto era di ascendenza africana: suo padre, un mulatto che la Francia ricordava come Général Dumas, nacque infatti dall’unione di un marchese e di una schiava africana di Haiti, Marie Cessette, detta la femme du mas.
Alexandre Dumas ricordava poco o nulla del padre, sapeva che era morto per colpa di un cancro allo stomaco e che non aveva mai potuto soffrire l’imperialismo napoleonico.
In casa Dumas c’erano pochi soldi. Alla madre del futuro scrittore de I tre moschettieri, Marie-Louise Elisabeth Labouret, non era sfuggito il fatto che il figlio, a ogni giorno che passava, dimostrava d’avere un carattere incline a sognare. Il suo bambino amava la letteratura oltre ogni dire, e questo a Marie-Louise Elisabeth non era sfuggito, però lei non poteva assicurargli degli studi molto approfonditi: i soldi che arrivavano in casa era perché lei si spezzava la schiena in un piccolo spaccio di tabacchi.

Finito che ebbe di scrivere la storia che gli era stata commissionata, il ghostwriter si concesse una pausa. Aveva scritto più di settecento pagine e il suo cliente gli aveva promesso qualcosa come mille euro. Aveva scritto un romanzo storico per uno che non sapeva neanche l’abc. Peccato che il suo cliente avesse soldi da buttare via, oltre a tanti agganci politici ed editoriali, mentre lui no e in qualche modo doveva pur sbarcare il lunario. Anche questa volta veniva pagato una miseria per un lavoro che al suo cliente, un arpagone come pochi, avrebbe fruttato fama, notorietà e diritti d’autore mica da ridere, perché, poco ma sicuro, il libro avrebbe venduto migliaia di copie, sarebbe poi stato tradotto in una ventina di lingue… e, ovviamente, la storia sarebbe diventata il soggetto per un film di successo.
Grimaud aveva romanzato la vita di Alexandre Dumas per ricevere in cambio delle ben magre briciole e l’anonimato assicurato per il resto della sua vita.

IL PICCOLO GATSBY

Con del buon jazz in sottofondo, il piccolo Gatsby, ben accomodato su un divano mignon, si trastullava ora leggendo qualche pagina da Diecimila seghe sotto i mari, ora qualche gossip dalla sua rivista preferita, I promessi conviventi. Il piccolo Gatsby, all’improvviso, accusò un terribile mal di pancia e subito si spaventò. Prese dunque a massaggiarsi il pancino con la pargoletta mano, ma senza ottenere risultati apprezzabili. Il piccolo Gatsby non poté far a meno di pensare: “Mi sa che a forza di leggere corbellerie il mio fisico, invero molto delicato, deve averne risentito e non poco.” Cercò di alzarsi dal divano, e in un baleno cadde a terra insieme al libro e alla rivista. Cercò di tirarsi in piedi prima che la pupù gli imbrattasse il pantaloncino, ma, come i nostri piccoli lettori avranno già bene immaginato, non ci riuscì. A dispetto della gran puzza di pupù, la tromba di un Miles Davis più che perfetto continuò a vomitare note nell’aria.

UNTRICE
(Figlia di un figlio di puttana)

La prima volta l’aveva smollata a un compagno di classe perché le facesse copiare il compito di matematica. Aveva fatto in fretta a capire che la figa è la sola cosa che interessa agli uomini. Per una scopata erano pronti a sacrificare potere chiesa e famiglia. Si era prostituita che aveva tredici anni. Adesso ne aveva quasi venticinque e aveva perso il conto di quanti uomini aveva stretto fra le gambe per cinque minuti o meno, perché i più duravano al massimo due minuti, giusto il tempo di sborrare nella sua passerina e giurarle su Cristo in croce che era lei e soltanto lei la più bella e la più amata. Poi, tutti pagavano e andavano via, lasciandole un bacio, una ben misera mancia. Erano tutti degli stronzi. Lo aveva sempre saputo. Quel gran figlio di puttana di suo padre lo ricordava bene, mentre prendeva la mamma a calci e pugni, poi la faceva inginocchiare sul pavimento e glielo metteva dentro. Non si curava che ci fosse sua figlia a guardarlo. La madre aveva smesso di prenderle dal marito quando finalmente si era arresa. Se lui era su di giri, lei si calava le mutande e gli mostrava le sue grazie perché la prendesse come desiderava, sempre più spesso nel culo. Ma molto meglio quello che una gragnola di cazzotti.
Prima che fosse lui a chiederglielo fu lei a farsi sbattere da quel gran balordo che aveva contribuito a metterla al mondo con una schizzatina di sperma. Si era cacciata nel talamo nuziale e gliel’aveva preso in bocca. Dapprima l’uomo aveva sorriso, era poi scoppiato in una risata sguaiata per abbandonarsi a nauseabondi rantoli di piacere. Lei l’aveva cavalcato proprio a dovere, dandogli culo e figa. E finalmente gli prese un infarto secco dopo averle riempito bene a fondo l’ano con il suo sporco seme per la seconda e ultima volta.

Gli anni dell’adolescenza fecero in fretta a volare via, ma le accordarono una bellezza non comune. La ragazza, piuttosto che studiare per finire a fare la commessa in un dozzinale supermarket, si era messa a battere: la madre lo sapeva, certo che lo sapeva, e non disse nulla. Mai una volta. Prendeva i soldi che la figlia le passava in silenzio e basta. Un giorno decise che aveva diritto alla sua indipendenza: che la madre se la cavasse da sola d’ora in poi.
Si mise in proprio, niente magnaccia o giri di prostituzione organizzata. Lei faceva tutto in casa, solo su appuntamento e con signori distinti, cioè pieni di grana da buttare via.
Farlo senza preservativo costava, molto di più. Aveva tre figli di puttana che se la scopavano senza precauzioni. Pagavano molto molto bene: cinque minuti con uno di loro significava mettersi a posto per una settimana intera. Il danaro lo buttavano via e basta. Se gli avesse chiesto il doppio, non avrebbero battuto ciglio.
L’ometto era uscito tutto soddisfatto. Non raggiungeva il metro e sessanta di altezza. Per sembrare più alto si metteva delle ridicole scarpe con il tacco, come un frocio. Pelato, cercava di nascondere la calvizie con un riportino oltremodo vistoso, spalmato sul cranio con una generosa dose di gel extrastrong. Uscì dall’appartamento felice come una pasqua, dopo che gliel’aveva sbattuto nell’ano. Lui ancora non sospettava, ma ce l’aveva anche lui l’Aids. Era stata lei a fargliene dono. Anche gli altri dovevano essere sieropositivi già da un po’.
Venticinque anni. Quasi.
Tossì. Era diventata una creatura fragile da quando l’Aids le era entrato nel sangue. Se fosse stata attenta, molto attenta, se avesse seguito i consigli dei medici forse avrebbe tirato a campare ancora un anno o due. Non le interessava. La sua vita era stata breve. Intensa. Felice no. Non aveva mai conosciuto la felicità. Non sapeva cosa fosse e non l’avrebbe saputo mai, non c’era dunque motivo di piangere.
Tossì un paio di volte. A minuti il prossimo cliente avrebbe bussato alla porta.
Lei era pronta a riceverlo, come sempre, con un largo sorriso sulle labbra.

SEI SODDISFATTA?

“Quand’è che hai smesso d’amarmi?”
Lui si grattò la punta del naso con l’indice della mano destra. Non aveva voglia di rispondere. Ma lei continuava a ripetergli quella domanda, ogni santo giorno che stavano insieme, quando lui avrebbe solo voluto starsene in pace nel suo mutismo.
Alla fine, stremato, quel giorno, dopo che lei gli aveva ripetuta la domanda per la centesima volta, si decise a risponderle ma profondamente seccato: “Probabilmente da quando hai iniziato a pormi ‘sta domanda. E da quando ho iniziato a non rispondere. Sei soddisfatta, ora?”
Lei gli sorrise, allegra quasi: “In pratica non m’hai mai amata.”
Lui si strinse nelle spalle. E muto come un morto. E allora lei aggiunse: “Sì, sono soddisfatta. Non ce la facevo proprio più a chiederti ‘quando’ da un’eternità, anche per te!”

CULETTO A CUORE

Il sole era alto. Io avevo un gran sonno: per tutta la notte non ero riuscito a chiudere occhio. Pensieri, come serpenti nella testa. La luce mi dava fastidio agli occhi, tanto che fui costretto a mascherarli con un paio di occhiali da sole molto scuri.
La incontrai. Io non la riconobbi. Era passato tanto di quel tempo. Dio! Non sapevo neanche quanto. Fu lei a riconoscermi. Teneva per mano due bambini, entrambi taciturni, con il broncio, quasi fossero in collera con la madre.
“Tu sei Marco. Non sei cambiato.”
“Non mi ricordo di te…”, ammisi senza vergogna.
“Cristina.”
“Non mi dice nulla questo nome. Mi spiace. Forse ha sbagliato persona.”
“Non sei Marco A.?”
“Sì, sono io.” Mi sforzai di pensare. Ma niente. “Non mi ricordo di te.”
“Sono quella che ti prendeva per i fondelli.”
Una fitta lancinante alla tempia destra: “Scusa, di te non mi ricordo. Poi questa notte non ho dormito e ho una emicrania della madonna. Perdonami.”
La lasciai così, di sasso: una donna con due bambini e un mondo di solitudine dentro.
Non era più la Cristina che avevo odiato, era sol più una cicciona, i fianchi sformati, e trenta chili di troppo come minimo. Non ce l’aveva più il culetto a cuore, quel fondoschiena per cui un tempo tutti i maschi le morivano dietro. Era una donna con due figli, e divorziata: ce l’aveva scritto in fronte.
Tornato a casa buttai giù un’aspirina. Mi appoggiai sul letto e dormii come un bambino.
Alla sera era fresco e riposato. Tirai su la cornetta del telefono, aprii la rubrica, cercai il numero d’una sciacquetta mozzafiato che avevo conosciuto una settimana prima a teatro.

IN PULLMAN

Sul pullman è sempre un gran pigia pigia, non si sa mai dove mettere piede; uno sta in piedi col terrore di calpestare la coda o d’un cane lupo o il quarantasei d’un piantagrane. Sul pullman bisogna stare sempre con gli occhi ben aperti; se qualcuno con mano di velluto ti accarezza il sedere non è per una proposta indecente, ma solo per sfilarti il portafogli di tasca. I taccheggiatori sono la norma nelle ore di punta e no, e coglierli in fallo è più difficile che camminare sulle acque a piedi nudi. Bisogna poi stare attenti alle nonne, che pur avendo tutt’e due i piedi nella fossa affollano i mezzi pubblici per farti dispetto o per andare a trovare il marito al cimitero. Fragili e inacidite dalla vita, non risparmiano mai di azzannare alla giugulare il primo malcapitato. Inutile sottolineare che una volta azzannati da una nonnina con la dentiera è d’obbligo chiamare il 118, sperando che facciano in tempo ad arrivare con l’antirabbica in siringa. Il più delle volte l’ambulanza non arriva in tempo, e il poveraccio che è stato morso dalla vecchina può solo pregare che la morte sopravvenga veloce e senza troppo dolore. La verità è che per viaggiare in pullman ci vuole non meno coraggio di Sandokan. Il povero Salgari, morto suicida oppresso dai dediti, non avrebbe mai potuto immaginare una cosa tanto abnorme come la giungla cittadina, di questo sono sicuro.

IL MACELLAIO DI VENEZIA

Venezia, 1899 d.C.
Un anno ancora e il Novecento sarebbe stato salutato con gran sfogo sodomitico, le donne si sarebbero date al primo venuto e gli uomini si sarebbero ubriacati di vino, sogni a perdere e petardi.

Depose la penna convinto d’aver scritto una opera mirabile che per i secoli dei secoli sarebbe rimasta nella memoria dell’Umanità tutta.
Si passò la mano sulla testa calva, una due tre volte. Sudato, affannato per l’eccitazione, perse il seme nelle mutande. Un orgasmo che con una donna viva, in carne e ossa, non avrebbe mai raggiunto.
Traballante sulle gambe, ubriaco di gioia, con il respiro corto, aveva quasi voglia di scoppiare in lacrime: più ripensava alla storia che aveva messo nero su bianco, più si sentiva vicino a Dio, e con non poca superbia immaginava di usurparne lo scranno.
Selene doveva essere già alta, piena del suo millenario pallore, riflessa nelle placide acque della Serenissima. I gondolieri, solo di tanto in tanto, li si sentiva azzardare un mezzo stornello. Pensare che il padre avrebbe voluto per lui un destino uguale, da mane a sera sulla gondola col remo in mano anziché la penna. Quando gli aveva detto che lui avrebbe fatto lo scrittore, il vecchio gli era scoppiato a ridere in faccia e dategli le spalle, continuando a cachinnare, s’era portato via, senza neppur tentare di fargli cambiare idea.
Felice come una pasqua, prese a fischiettare un motivetto di Vivaldi nonostante l’ora tarda, col rischio di svegliare l’intero palazzo, che d’orecchio fino non mancava. Al colmo dell’eccitazione, decise che non poteva attendere il mattino per presentare all’editore l’ultima sua fatica, così, in fretta e furia, si calcò sulla testa calva un cappellaccio di paglia e aggiustatosi addosso una chiassosa giacca, uscì con il malloppo sotto braccio.
Quasi arrivato nei pressi dell’editore, un gruppetto di bravacci gli si parò davanti. Lo scrittore strinse a sé il plico di fogli, con un amore che aveva del ridicolo, manco tenesse al seno un figlio. Quelli ridevano e basta. Lo fissavano e ridevano di lui. Chissà che gli passava per la testa. Forse che non avevano mai visto uno che il pane se lo guadagna con le lettere? Presero a spintonarlo, più per gioco che per fargli del male. Il corpo mollaccioso passava da un bravo all’altro, non opponeva resistenza, non tentava di frenare la girandola in cui era stato coinvolto. Ad un certo punto la testa cominciò a girargli di brutto, la paglietta dalla testa gli volò via, e l’ometto allentò per un istante soltanto la presa sul plico, che teneva stretto al petto ma tanto bastò perché s’involasse e cadesse nell’acqua. I fogli nel canale si dispersero subito, sotto il moto delle onde eccitate dai gondolieri. Tempo un minuto e l’acqua tornò ad essere sol più bagnata dallo sguardo argenteo di Selene.
Com’erano venuti, i bravacci scomparvero, inghiottiti dalle calli della Serenissima. All’ometto disperato non rimase nulla. Non rammentava una sola frase delle tante, che aveva scritto. Niente, il vuoto assoluto. E il peggio era che non riusciva a piangere.
Come un ebete si portò sul limite del canale e rimase a guardare l’acqua, incantato dalla Luna riflessa e dal fischiettio stonato d’un gondoliere che andava per Vivaldi! Di punto in bianco decise che sarebbe andato a disturbare un vergine agnellino, un’orfanella. Soldi ne aveva ancora, l’avrebbe sodomizzata con un bìgolo (*), bene a fondo, fino a farle vomitare l’anima; sul corpo inane della vergine sacrificata avrebbe poi dato sfogo alla sua libidine animale, ché solo sulla carne appena consegnata alla morte e sui fogli vergati dalla sua minuta calligrafia riusciva a venire. Le suore, poco ma sicuro, si sarebbero poi date da fare per occultare il cadavere, niente di più semplice. Prese a sudare forte. Sul volto grassoccio presto affiorarono violente chiazze violacee, mentre le labbra sottili, quasi prive di polpa, s’aprirono in una smorfia belluina sotto il pallore complice della luna, quella dei poeti mancati e dei malandrini.

(*) bigolo: bastone veneziano ricurvo

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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