Intervista a Marco Purita per “Tutti i bambini sono pazzi” edito da 96 Rue de-La Fontaine edizioni

Marco Purita – Tutti i bambini sono pazzi

Intervista all’Autore

di Iannozzi Giuseppe

Marco Purita - Tutti i bambini sono pazzi - 96 rue de-La-Fontaine, Edizioni

1. Marco Purita, “Tutti i bambini sono pazzi” (96 Rue de-La Fontaine edizioni) è il tuo ultimo romanzo, un lavoro che evidenzia una non poco aspra critica nei confronti di un po’ tutte le istituzioni. Leggendo “Tutti i bambini sono pazzi”, non si può fare a meno di pensare che la gioventù di oggi è una nuova e moderna generazione perduta, una generazione che lotta contro il sistema portando dentro di sé la consapevolezza che, in ogni caso, la battaglia per un cambiamento radicale non potrà che avere un esito nullo. A quali ideologie, filosofie e movimenti culturali ti sei ispirato per mettere nero su bianco “Tutti i bambini sono pazzi”?

La storia è ispirata dalla massima del filosofo rivoluzionario J.J. Rousseau: “L’uomo nasce libero e ovunque è in catene”. Al centro della storia c’è un giovane ventenne nella sua fase di crescita, in preda alla solitudine, angosciato dal mal di vivere, ansiosamente turbato dal mondo degli adulti, allo stesso tempo lucido per raccontare la sua malattia e quella dei suoi contemporanei. Il giovane abita in un mondo in cui gli scienziati hanno ucciso dio, la tv fotte il cervello, le vie che restano per non farsi divorare dalla tirannia della massa, impersonale e priva di valore, sono due: il suicidio, o l’ironia (Quando la mattina mi sveglio, mi guardo allo specchio, mi dico quanto sono bello!)
Se i giovani della génération perdue degli anni Venti, avevano denunciato la violenza delle istituzioni sociali e della guerra, e i giovani beat del secondo dopoguerra, si erano ribellati a un sistema già denunciato con l’alcool, la droga, il vagabondaggio e l’esaltazione musicale, il giovane nichilista di oggi, dai pensieri vergini e selvaggi, sceglie di lottare in prima persona contro le istituzioni sociali e politiche (A cominciare dalla famiglia, da cui si allontana).
In gioco c’è la sua vita, sul piatto non c’è nulla da perdere. Non è una lotta per fuggire dalle delusioni della società, in fuga dalle offerte inadeguate degli adulti, bensì una lotta per la ricerca di qualcosa di spiritualmente appagante contro una realtà patologica. È una lotta già persa in partenza: non si può vincere contro la massa drogata dai media, non si può vincere contro chi detiene il monopolio della violenza legittima (Lo Stato). Non importa: ciò che conta è che nella lotta il giovane diventa se stesso. All’inquietudine giovanile e al malessere sociale, il giovane nichilista oppone il crimine. Il valore morale di un’azione non sta in ciò che si fa ma nell’intenzione. Da questo punto di vista, anche il crimine ha un proprio valore morale, direi aristocratico.

2. In “Tutti i bambini sono pazzi” il mondo che descrivi è assai triste, solo ricco di violenza. Nessuno è veramente buono, l’ipocrisia domina in ogni ambiente. Lasci intendere che l’uomo è facilmente corruttibile dall’ambiente, dalla società che lo circonda e che è marcia ab imis, probabilmente da sempre. Come William Golding, perlomeno questa è la mia impressione, sei convinto che l’uomo produce il male come le api il miele. La prigione, poco ma sicuro, mette a nudo l’animo delle persone, lo dici in maniera precisa e non equivocabile. La libertà, quella vera, non è raggiungibile, non è forse così?

Il giovane termina gli studi e si affaccia nel mondo del lavoro: è un mondo di gerarchie, fatto di compromessi, di sottomissioni e di leccaggi di culo. Il ventenne non lo accetta e comincia la sua lotta personale, la sua escalation criminale (Nella malavita monzese della seconda metà degli anni Novanta): passa dai furti alle rapine, dagli omicidi alla prigione.
Il giovane frequenta persone simili a lui, prede e predatori come tutti gli altri (Senza la consapevolezza di esserlo). Conosce mafiosi, preti e politici, che il giovane rigetta in toto: nella sua visione del mondo, mafia, chiesa e Stato, sono organizzazioni gerarchiche fondate sulla violenza e sulla paura, in modo da determinare l’agire personale contro la propria volontà. Leggendo la storia emerge un rovesciamento del tutto particolare: col passare del tempo non si parla più di un giovane alla ricerca del lavoro che lo renderà libero. È un giovane che offre lavoro a tutto un apparato importantissimo per la società borghese, quello poliziesco e giudiziario. Come il filosofo produce idee e il poeta versi, Marx diceva che il criminale non solo produce crimini ma dà lavoro a tutti coloro che da un fatto criminale traggono un beneficio materiale: ai giuristi e ai giurati, ai criminologi e ai penalisti, agli avvocati e ai poliziotti, alle guardie del carcere e all’équipe “risocializzante”, al fabbricante di serrature e, oggi, ha tutto ciò che ruota intorno alla sicurezza informatica (Elogio del Crimine del 1882, aggiunto alla teoria del plusvalore nel II Libro del Capitale). Non è nuova l’idea del crimine come elemento di progresso sociale: un secolo prima il filosofo Bernard de Mandeville sosteneva la stessa tesi, nel suo celebre scritto La favola delle api. E sia Mandeville sia Marx erano d’accordo: il criminale produce arte, bella letteratura e perfino romanzi. Basta avere il coraggio per aprire le porte ad un mondo che turba e che dà fastidio, ma che di certo batte come un cuore, represso dentro a ciascuno di noi. Se ci pensi bene – lo dice anche Orson Welles – dopo il medioevo, cioè dopo secoli di guerre e di sangue, l’Italia ha partorito il Rinascimento. Mentre in Svizzera, dopo secoli di tranquillità e di pace medioevale, è venuto fuori l’orologio a cucù.

3. “Tutti i bambini sono pazzi” è scritto in prima persona, e qualcuno potrebbe sospettare che il tuo raccontare sia uno sfogo rabbioso e/o liberatorio, una storia pienamente autobiografica. A mio avviso, siamo di fronte a un romanzo ricco di sostanza e senza sbavature stilistiche, che facendo leva sulla finzione – che tu sai gestire in maniera più che eccellente – dà corpo a situazioni molto realistiche, però vorrei che tu, Marco Purita, mi spiegassi meglio.

Non è una storia autobiografica, anche se condivido in pieno l’istinto anarchizzante ed egualitario del protagonista. Scrivendo e, soprattutto, rileggendo il libro, ho rivissuto le emozioni che il protagonista ha provato nei vent’anni di storia raccontata in prima persona.
Posso confessarti senza vergogna che ho commesso anch’io gran parte dei crimini che il protagonista racconta, anche l’omicidio e la prigione. Sull’omicidio non ne voglio parlare: ero un ventitreenne angosciato, ribelle, ma anche impotente e immaturo. Si sbaglia sempre quando si toglie la vita a un’altra persona, per qualsiasi ragione (A parte la legittima difesa, contro chiunque metta in pericolo la propria dignità di essere umano).
Parliamo della prigione. Il carcere moderno è un prodotto della rivoluzione industriale dell’Ottocento, della violenza della legge borghese. Ancora oggi, la reclusione è parte fondante di questa violenza. Ai giorni nostri è in atto un’importante dematerializzazione del carcere sul territorio, con il progressivo potenziarsi della tecnologia e dei social network, ma questa è un’altra storia. Per come l’ho vissuto io, posso dire che la prigione non serve a nulla per gran parte dei detenuti: è una scuola del crimine e… punto. Com’è stato per il giovane di questa storia (E per pochissimi altri), sono stato l’eccezione che conferma la regola. Ho ripreso in mano gli studi universitari, ho buttato fuori dalla cella la tv, e ho passato anni a studiare. Ho avuto i miei ottimi risultati, ma ti confesso che dopo anni di isolamento totale, di mutilazione dal tessuto sociale, di privazione della libertà e di interdizione dai rapporti sessuali, a fine pena ho risentito psicologicamente il peso della violenza subita, e mi sono ammalato. Oggi, nonostante la mia “normale” pazzia di fondo, sono “guarito”. Quello che mi è rimasto dentro del carcere è l’odio contro le prepotenze e gli abusi di potere. Non voglio pensare alle condizioni invivibili del carcere al tempo del Covid-19. Le rivolte dell’anno scorso, e soprattutto i 13 morti a Modena su cui è stata decisa l’archiviazione del caso, sono una testimonianza visibile a tutti. Si è detto che i 13 detenuti hanno assalito le infermerie e sono morti per overdose di metadone. Tutti e 13? Forse 2, 3, al massimo 4 detenuti messi male (Che hanno approfittato delle circostanze), non di più.

4. Perché hai scelto di dare al tuo romanzo il titolo che gli hai dato? Potrei sbagliarmi, ma tutti i bambini sono pazzi è un verso di una canzone dei Doors. Jim Morrison era un ribelle, un cantante e un poeta. Io credo che il protagonista del tuo lavoro, per certi versi, assomigli un po’ al profeta della libertà Re Lucertola.

“Tutti i bambini sono pazzi” è un verso della canzone The End, dei Doors: All children are insane… waiting for the summer rain… Ricordo che in quegli anni ascoltavo spesso Jim Morrison, anche in prigione, soprattutto dopo un periodo in cui mi è stato proibito. Hai capito bene: nel carcere di Monza, nei primi anni del 2000, le guardie mi avevano vietato di ascoltare i Doors perché nelle loro canzoni dicevano cose trasgressive e illegali. Sarà che il proibito mi eccita di brutto. Questo verso mi è rimasto in mente in modo ossessivo, sai quando canticchi per le strade o sotto la doccia e roba così? Ma ho attribuito un significato ulteriore al verso di Morrison. Il giovane di questo romanzo, per quante ne ha combinate, è rimasto innocente, come un bambino, al di là di ogni senso di colpa. Innocente nel senso di puro. Semplice: eroico. Al di là di ogni risentimento. Perduto. Pazzo. Come lui, Tutti i bambini sono pazzi.

5. Marco Purita, quali sono i libri e gli autori che segui e leggi? Oggi che sei un uomo maturo e dalle idee ben chiare, con che spirito ti poni di fronte ai fogli bianchi? Di che cosa hai bisogno per dar vita a una trama capace di ammaliare il lettore?

Dopo trent’anni di letture, oggi non leggo più nulla, a parte la mia vita. Prendo un aneddoto che funziona (Ogni istante ce n’è uno), lo elaboro con l’immaginazione e ne faccio un intreccio, in cui gran parte dei lettori si riconoscono. Annodo un altro aneddoto, per un altro intreccio, fino all’estremo. È vero che oggi pochissimi leggono, e per di più leggono spazzatura, roba firmata dalle grandi case editrici a pagamento. Le persone preferiscono non sforzarsi, restare passivi davanti alle immagini e alla musica (Che vanno di moda). Ma la lettura di un libro offre l’intimità con te stesso, che nessun altro mezzo mediatico è capace, quell’intimità che ripaga lo sforzo iniziale. Nessuno scrive un libro per fare i soldi. E nessuno può leggere un libro di valore senza il coraggio di dissociarsi dalla tirannia della massa, ed entrare in rapporto con se stessi.

Marco Purita è dottore di ricerca (XXIV) presso l’università degli studi di Torino. Ha vinto numerosi riconoscimenti per le sue tesi su Nietzsche. Ha pubblicato diversi articoli su riviste specializzate del pensiero politico, ha scritto saggi, romanzi, racconti.
Con “96, Rue de-La-Fontaine” ha pubblicato le opere: Ossa nere (2020) e Le voci dell’autorità (2019)

ACQUISTA DALL’EDITORE 

Tutti i bambini sono pazzi – Marco Purita

Tutti i bambini sono pazzi – Marco Purita – 96 rue de-La-Fontaine, Edizioni – Collana: Il lato inesplorato – prima edizione: 2021 – ISBN: 9788893990288 – pp. 328 – € 15,00

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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