Ritratto di donna dagli occhi azzurri – racconto completo da “Il male peggiore. Storie di scrittori e di donne” di Iannozzi Giuseppe

Ritratto di donna dagli occhi azzurri

(Quello che conta sono i soldi)

Iannozzi Giuseppe

Modigliani - Ritratto frontale di Jeanne Hébuterne

Amedeo era allora un trentenne, senza né arte né parte. Dovunque avesse esposto, le sue tele non avevano riscosso il benché minimo interesse. Non che fossero le sue tele più brutte rispetto a quelle di tanti altri, molto più semplicemente era il suo un nome sconosciuto, così, alla fine, dimenticò di saper dipingere, abbandonò ogni velleità artistica e si trovò un lavoro in un’officina meccanica. Lavorava tutto il santo giorno: era sempre sporco di grasso, olio e benzina. Non si lamentava: non guadagnava forte, era però libero seppur entro certi limiti. Spesse volte gli capitava di dormire in officina. Una casa vera e propria non ce l’aveva e nemmeno ne sentiva il bisogno. Usciva dall’officina per andare a mangiare in un caffè ed espletare alcuni bisogni fisiologici; qualche volta, quando non c’era lavoro da sbrigare, trascorreva il tempo libero in un parco, seduto su una panchina. Non avendo sfondato come pittore, pensava di fare carriera come meccanico. Con i motori ci sapeva fare e in cuor suo sperava che un giorno avrebbe messo su una autofficina tutta sua.
Poi, un giorno, in officina arrivò lei, bella e triste.
«Buonasera», pigolò con tono di voce spento.
Amedeo la salutò con un cenno del capo, levandosi il berretto.
«Ho un problema», disse indicando un vecchio Maggiolino che doveva aver visto giorni migliori. «È possibile farlo andare avanti ancora per un po’?»
Amedeo non si scompose. Aprì dalla parte del motore: un vero disastro.
«Posso provarci, Signora.»
Le assicurò che avrebbe fatto del suo meglio per dar un po’ di vita al vecchio Maggiolino.
Amedeo lavorò sul motore per una settimana cambiando pezzi su pezzi, cercando i ricambi che gli servivano in lungo e in largo, scavando fra i rottami in officina e nei cimiteri di automobili. Il suo principale, più giovane di lui, non gli consigliò di lasciar perdere, lo guardava però accigliato. Non comprendeva perché si desse tanto da fare per quella macchina.

Il male peggiore - Iannozzi GIuseppe - Edizioni Il FoglioLa signora bella e triste, come d’accordo, si presentò in officina una settimana dopo. Il Maggiolino, con tanto olio di gomito e amore, era tornato nuovo. Quando lei fece girare la chiave, sgranò gli occhi azzurri. Amedeo comprese d’essersi innamorato di lei a prima vista.
Gli raccontò che quella era stata l’auto di suo marito, poliziotto morto diversi anni addietro nel tentativo di acciuffare dei criminali intenti a mettere a segno una rapina in un supermarket. Si erano sposati ancora molto giovani e insieme erano rimasti davvero poco; dopo la tragedia, lei non si era più rifatta una vita, aveva invece preferito restar da sola, in compagnia di vecchie foto ingiallite dal tempo e dai suoi ricordi. Si chiamava Catia, aveva quaranta anni, ma non li dimostrava affatto.
Dopo avergli raccontato queste cose, il volto le andò letteralmente in fiamme: «Mi scusi, non avrei dovuto».
Amedeo la rassicurò dicendole che di tanto in tanto fa bene sfogarsi, con uno sconosciuto anche. Catia non parve troppo convinta e subito replicò che lui era soltanto un ragazzo e che non poteva capire. Avrebbe dovuto capirlo nel momento in cui lei gli aveva detto, senza possibilità di equivocare, che era soltanto un ragazzo. Avrebbe dovuto capirlo!
Catia pagò in contanti, ma prima che potesse scomparire dall’officina, balbettando, con un’arditezza che non credeva di possedere, le chiese se un giorno avrebbero potuto bere un caffè insieme. Forse per non sembrare scortese, lei gli disse di sì e gli lasciò il suo biglietto da visita dove era indicato anche il numero di fax. Lui non trovò mai il coraggio di telefonarle, ogni settimana però le inviava una lettera via fax. Continuò a scriverle lettere d’amore per tre mesi buoni, sicuro che prima o poi Catia gli avrebbe risposto. Alla fine gli rispose venendo in officina, scendendo veloce dal Maggiolino. Amedeo rimase ben più che sorpreso: i suoi occhi ardevano di rabbia repressa.
«Che si è messo in testa?»
«Niente», balbettò Amedeo.
«E tutti questi fax come li spiega?», sbottò sventolandoglieli in faccia, lasciandoli poi cadere in mezzo al grasso e all’olio dei motori.
Amedeo balbettò: «Sono lettere, non dei semplici fax…».
Catia era furibonda: «Lei non mi conosce ed è solo un ragazzo, per questo la perdono».
Invano cercò di trovare le parole giuste da dire. Non le trovò, rimase muto, impietrito, dimenticando persino di respirare.
«Lei, ragazzo, non capisce il male che mi fa. Ma la perdono, la perdono, non sono una persona che porta rancore. Non voglio ricevere più niente da lei, questo me lo deve promettere.»
Glielo promise ingoiando il cuore che gli strozzava il fiato in gola.
Catia sembrò soddisfatta, gli elargì persino un sorriso: «Bene così. Mi dispiace, lei è troppo giovane, è solo un ragazzo… un giorno forse troverà una adatta a lei!». E così dicendo, lanciando uno sguardo divertito al titolare dell’officina che se la rideva sotto i baffi, montò a bordo del Maggiolino e senza salutare sgommò via.
Giovanni, il titolare dell’officina, non disse niente o quasi. Gli diede una pacca sulle spalle e in un orecchio gli confidò: «Se è per questo, io sono più giovane di te. Amedeo, dimenticala».
Ci provò a dimenticarla. Non ne fu capace. Pensava a lei, ai suoi occhi azzurri, alla sua dolorosa bellezza.
I giorni non passavano mai. La tentazione di scriverle era forte, tuttavia mantenne la promessa e non le inviò più lettere d’amore. Per distrarsi lavorava con sempre più lena sui motori: spesso saltava il pranzo e la cena, dormiva poco o nulla e con la tuta da lavoro addosso. Non riusciva davvero a capire perché il suo amore era stato stralciato in maniera sì tanto feroce. Cominciò a temere d’averla in qualche modo offesa, ma non poteva neanche presentarle le sue scuse: le aveva fatto una promessa e doveva mantenerla a tutti i costi.
Lavorare fino allo sfinimento totale divenne ben presto l’unico scopo della sua vita. Dormiva e espletava i suoi bisogni in officina, mangiava quel capitava, beveva poco o niente, e di tanto in tanto fumava una sigaretta. Poi, una sera, dopo una lunga e dura giornata di lavoro, stremato nel fisico e nell’animo, si addormentò sotto una vecchia Mercedes. Fu svegliato da due voci allegre: a parlare erano Catia e Giovanni. Amedeo non fece niente, immobile e muto rimase sotto la macchina. Giovanni non doveva essersi accorto che Amedeo era ancora in officina, più morto che vivo, sepolto sotto quel catorcio che non ne voleva che sapere di rimettersi in moto. Amedeo finalmente comprese: Giovanni e Catia stavano insieme, si erano messi insieme subito dopo che lei aveva portato il Maggiolino in officina affinché lui lo riparasse. Fu orribile scoprire la verità, ma più orribile fu sentire dalla viva voce di Catia che lei lo aveva capito subito che lui, Amedeo, si era preso bene di lei, che le era piaciuto giocare con lui facendogli fare la figura del fesso, del ragazzo. Il cuore prese a martellargli in petto. Il colpo finale, per sua somma fortuna, non tardò ad arrivare: «Il tuo lavorante, Giovanni, pensava di poter avere una donna come me. Che sciocco!».
«Uno stupido patentato», rincarò la dose Giovanni.
Poi il silenzio: solo dei gemiti.
Amedeo non pianse. Nel suo cuore affranto, la debolezza e l’amarezza erano piombo. Stremato cadde in un sonno profondo simile alla morte. Quando al mattino si risvegliò, a stento si reggeva in piedi.
Giovanni era in officina.
Lo rimproverò: «Lo sai che ore sono? Le tre del pomeriggio e con quella Mercedes non hai combinato ancora niente».
A testa bassa, Amedeo lo avvicinò e con un filo di voce gli spiegò che non era un bravo meccanico: «Senti, non ce la faccio, credo sia meglio per me che torni a dipingere».
Giovanni non fece una piega. Gli cacciò in mano quel che gli doveva, poche lire e senza fiatare lo lasciò andar via. Amedeo era sicuro di avergli fatto un favore, ma non gli interessava.
Ebbe modo di capire, con il senno di poi, che non era la vedovanza a farla soffrire: era Catia una di quelle persone che mal sopportavano chi come lui, uno che era povero in canna o quasi, per questo aveva giocato con lui rimanendo insensibile alle sue tante lettere.
Tornò dunque a dipingere così come si era ripromesso e incontrò persino un certo favore di pubblico. Dipingeva sempre un uomo e una donna mentre si baciavano accanto a un vecchio Maggiolino giallo. Ad attirare il pubblico era l’ambiguità dei suoi dipinti: lei sembrava infatti essere più matura di lui. Ritraeva sempre Catia e Giovanni e in ogni tela variava soltanto qualche particolare. Ben presto, lungo le strade, Amedeo si fece la fama d’essere il ritrattista degli amori strani. Non replicò, incassò e basta, tanto più che la sua fama, ben lo sapeva, era destinata a rimanere circoscritta per essere infine dimenticata. Non gli pesava riconoscere d’essere un uomo privo di talento. A fargli male era un’altra cosa, la consapevolezza che nessuna donna lo avrebbe mai amato.

Il male peggiore - Giuseppe Iannozzi - Edizioni Il Foglio

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Il male peggiore – Iannozzi Giuseppe

IL MALE PEGGIORE (Storie di scrittori e di donne) – Iannozzi Giuseppe –Edizioni Il Foglio – Collana: Narrativa – Pagine 330 – ISBN 9788876067167 – Prezzo: 16,00 €

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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