La Quinta Runa – racconto completo da “Il male peggiore. Storie di scrittori e di donne” di Iannozzi Giuseppe

La Quinta Runa

Iannozzi Giuseppe

Agnolo Bronzino - Nano Morgante

Cadde dalle scale ubriaca.
Erano anni che il dèmone dell’alcool aveva in parte obnubilato il suo mal di vivere. In via provvisoria però. Il dopo sbornia la riportava alla devastante emorragia della realtà di sempre.
Uno schifo.
A capofitto. Non lo sapeva dire perché; se era inciampata nei suoi stessi piedi; se aveva saltato uno scalino o che altro. Ebbe però come l’impressione che uno spiritello maligno le si fosse gettato addosso di proposito, a mo’ di ariete per farla precipitare, colpendola alla bocca dello stomaco.

Si era in marzo e il cielo della Cornovaglia era d’una bellezza inquietante, mistica quasi. D’un celeste accecante che affondava come vergine lama nelle profondità del mare. Nelle ore del crepuscolo poi si tingeva di vene rosate e violacee, talvolta d’un rosso di brace. A frenare l’impeto dei marosi alte scogliere, muri di pura roccia; ma nell’aere liberi infiniti echi di onde a frangersi sugli scogli, onde di schiuma bianca e rabbiosa. Dopo l’ultimo insanabile dissidio con Lucas, aveva deciso di prendersi una pausa. La casa materna era l’ultimo rifugio che le era rimasto per lei che era la Quinta Runa.

Negli orecchi l’eco infinita d’una risatina diabolica, d’un essere dell’Altro Mondo, d’un nano.
Provò comunque a rimettersi in piedi.
La testa le doleva e non per via dell’alcool.
Aiutata dalla madre riuscì a seppellirsi nella pelle d’una vecchia poltrona. La luce dalle finestre le feriva gli occhi. Non era raro che avesse degli attacchi di fotofobia dopo una bella sbronza. Era tuttavia la prima volta che la luce la costringeva a tenere chiusi gli occhi; se tentava di aprirli, foto e quadri appesi alle pareti prendevano su di sé un’aureola malevola, si ingigantivano per infine precipitarsi dentro alle sue pupille con tutta la violenza dei loro colori. Mai prima aveva sperimentato una sensazione così. Provò a rimettersi in piedi, ma subito ricadde seduta e scomposta, mentre la madre chi lo sa che cosa andava dicendo contro di lei, con le sue chiacchiere urlate e le mani lanciate a percuotere l’aria. Invano tentò di urlarle contro di tacere: fu più forte il vomito che per poco non la soffocò. Quand’ebbe finito di rimettere anche l’anima, la vecchia donna le stava accanto scuotendo la testa più disturbata che preoccupata. Le ci sarebbe voluto un medico. In un sussurro glielo aveva detto di chiamarlo, la madre aveva però replicato qualcosa d’indecifrabile, forse aveva pure bestemmiato, e l’aveva subito abbandonata sulla poltrona, convinta che per un po’ non sarebbe stata in grado di rimettersi in piedi. Diavolo! la vecchia aveva ragione, la figlia non era in grado di muovere un solo passo.
La testa le pulsava di dolore, fitte lancinanti le perforavano le tempie e la nuca. Pensò a una frattura, a una commozione cerebrale. Un dottore… un dottore, pensò per un istante soltanto, poi tenebre rancide di vomito la ghermirono.
La vecchia donna continuava a ripetere che non se ne parlava nemmeno di chiamare un dottore, in casa sua per giunta, così tutti avrebbero saputo che sua figlia era una alcolizzata; no, niente da fare, l’aveva vista tante altre volte ubriaca marcia, non era spettacolo a cui lei non fosse abituata, avrebbe potuto reggerlo anche questa volta. Sandy si sarebbe ripresa, avrebbe ritrovato la lucidità per poche ore e si sarebbe scolata un’altra mezza bottiglia di whisky. Non serviva un dottore per sentirsi dire che Sandy era una maledetta spugna.

Miranda era preoccupata: l’amica continuava a lamentarsi. Non l’aveva mai vista così prostrata e pallida. Sandy le aveva raccontato della caduta dalle scale. Le aveva fatto capire che non erano emicranie normali, perché erano iniziate subito dopo che era ruzzolata giù. Le dolevano il collo e la testa, vomitava non appena tentava di buttar giù qualcosa nello stomaco e soprattutto non riusciva più a sopportare l’idea della luce. Miranda non volle sentir ragioni, Sandy sarebbe andata a farsi controllare da un dottore, le avrebbe preso lei l’appuntamento. E così fece. Tuttavia il medico non avrebbe potuto visitarla prima del 17 aprile: le stava bene? Miranda impallidì ma disse comunque di sì con un cenno appena abbozzato del capo.

Denny lo sapeva bene che il suo sarebbe stato un matrimonio sbagliato; ciò nonostante arrivò all’altare e per un secondo, per uno soltanto, si illuse che Trevor l’avrebbe resa una donna felice.
Non fu così.
Trevor la mette incinta: una bella bambina, Georgia.
Non fu però abbastanza o forse fu davvero troppo da sopportare. Un’altra anima disseppellita dalla pace eterna, dalla vuotezza in cui era seppellita: in cuor suo Sandy sapeva bene che non le sarebbe mai stato perdonato d’esser stata tanto sciocca… Eppure aveva visto con i suoi occhi che nascere è un crimine non sopportabile. E allora perché aveva estratto Georgia dal suo grembo-tomba? Non sapeva darsi una risposta.

La luce nei suoi occhi si spense di colpo. Finalmente l’odiosa luce si era fatta di buio. Non sentiva più dolore, il corpo lo avvertiva leggero come non mai. Si sentiva bene, tornata in quel grembo-tomba che tanti anni addietro l’aveva vomitata per darla in pasto alle mandibole del pentagramma.

Un nano. Era proprio un nano. Imitava la posa del Pensatore di Rodin e stava seduto su una collinetta di buio. Nella sua insignificanza c’era qualcosa di viscido: con il pugno sotto il mento, le braccia corte e le gambe ancor più corte, quel mezzo uomo in posa teatrale trasudava malignità. Immobile in mezzo a tutto quel buio altrimenti perfetto, era un tumore maligno. Non una piega sul volto dalle guance cadenti e il naso a patata. Nella sua immobilità giudicava e condannava, e lei Sandy non poteva nulla contro quello scherzo della natura nudo, eletto ambasciatore da chissà quale folle Demiurgo. Sandy lo avvicinò sicura che da quell’aborto non avrebbe ottenuto alcuna risposta, non che fosse importante in ogni caso, tanto lei non aveva domande. Quando gli fu vicina le sembrò che il nano avesse dischiuso un poco le labbra per liberare un cachinno. Non poteva giurarlo, ma l’ometto era di fronte a lei immobile e sarebbe rimasto in quel buio per i secoli a venire e anche dopo la fine di Tutto. Del Tempo. Dello Spazio. Dell’Universo.

Il male peggiore - Iannozzi GIuseppe - Edizioni Il FoglioJohn Cole entrò in casa. Sandy non rispondeva al telefono e Miranda si era tanto raccomandata con lui perché la tenesse sott’occhio. La vide subito ai piedi delle scale senza coscienza. Mezz’ora dopo Sandy era al Queen’s Mary Hospital di Roehampton, in coma. Emorragia cerebrale. Doveva essere operata subito, anche se nessuno nutriva serie speranze per lei: Denny era più di là che di qua.
Si spense all’Atkinson Morley Hospital dov’era stata trasportata in tutta fretta perché le aprissero la scatola cranica. Il neurochirurgo tentò di salvarla dal buio eterno. Tentò! Di più non gli fu possibile di fare: l’emorragia era troppo diffusa perché il suo misero bisturi potesse operare un miracolo.
Nel suo letto Sandy non sentiva più nulla. Se qualcuno avesse potuto entrare da una impossibile porta nel suo coma l’avrebbe vista ritta in piedi, una statua di sale di fronte a uno sconcio nano nudo, seduto su un cocuzzolo di buio, nella posa di Rodin.

Nel cimitero di Putney Vale la gente finì di scivolare via, con studiata lentezza: molti avrebbero voluto restare ancora un po’ accanto ad Alexandra Elene, a Denny che era oramai sol più un corpo donato alla putrefazione, cacciato dentro a una bara sotto due metri di terreno. Le lacrime scivolavano leggere sui volti e subito, con compostezza, venivano asciugate da piccoli fazzoletti bianchi. Un nano che nessuno aveva visto mai biasciava dalle labbra sottili «Pigiama di legno, pigiama di legno, pigiamo di legno».[1] Andava ripetendolo a tutti gli astanti, sottovoce: pareva quasi non la aprisse la bocca. Nessuno sapeva alcunché di quello strano tipo; però tutti pensarono che doveva esser stato un conoscente di Sandy, forse un operaio, uno dei tanti che avevano allestito i concerti della Quinta Runa.
D’improvviso prese a piovere fitto e mulinelli di foglie si alzarono al cielo come lingue d’ira. Non era un dramma sconosciuto nei cimiteri londinesi. Nuvole color petrolio, in pochi attimi, oscurarono la vena di sole che quel giorno di aprile aveva aperto nel cielo fumoso. I pochi che si erano ostinati a rimanere nei pressi del camposanto fumando e parlando, armati solo di pochi ombrelli, accortisi che le sigarette ci mettevano un secondo o meno a spengersi sotto l’acqua piovana, si portarono via spintonandosi, bestemmiando anche, già dimentichi d’aver appena partecipato al funerale di Sandy Denny.

[1] Pigiama di legno è un racconto che descrive l’infelice e travagliata adolescenza di Joe Lennox, personaggio principale di un romanzo di Jonathan Caroll, edito in Italia da Fazi editore con il titolo La voce della nostra ombra.

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Il male peggiore – Iannozzi Giuseppe

IL MALE PEGGIORE (Storie di scrittori e di donne) – Iannozzi Giuseppe –Edizioni Il Foglio – Collana: Narrativa – Pagine 330 – ISBN 9788876067167 – Prezzo: 16,00 €

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a La Quinta Runa – racconto completo da “Il male peggiore. Storie di scrittori e di donne” di Iannozzi Giuseppe

  1. luisa zambrotta ha detto:

    Che pezzo fantastico!

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Un pezzo che ho scritto pensando a Sandy Denny, che credo tu conosca bene. 😉

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