Paradossi e altre cazzate

Paradossi e altre cazzate

ANTOLOGIA VOL. 239

Iannozzi Giuseppe

Van Gogh - Oiran (Nach Kesaï Eisen)

PERDONAMI

Perdonami, amore,
non si può scrivere per sempre
Prima o poi tocca a ogni mortale
di rovesciare il calamaio,
di mandar tutto al diavolo

Il disgusto che suscito agli Dèi
non è diminuito né cambiato
in tutti questi anni persi
tra un panino al prosciutto
e la Gerusalemme liberata

PROFUMO DI BIMBA

Non credo sia già l’alba
Ti ho lasciata per un sole
e nel giro d’una luna,
sveglio, ti scopro donna

Donna sei, certo che sì,
ma non credo tu sia pronta
a prender il bello e il poco
che nel mezzo di nostra vita c’è
Nei sogni miei peccaminosi
t’incontro sola soletta
nell’erba alta e verde, distesa,
del tutto indifesa,
una bimba praticamente

Il faccino tuo bello di rosa
m’intenerisce come quando
lo sguardo poso su certe foglie
dal soffio del vento commosse
per chissà quali promesse

Avessi un minimo di pudore,
ogni lacrima dovrei impegnare,
suggerendo a Dio di donarti
quella felicità
che un vecchio come me
mai potrà darti

L’ONDA DEI TUOI CAPELLI
(prima versione)

Oggi come allora mi dai le spalle
Sogno l’onda dei tuoi capelli
che dalle mia dita mai sfiorati
Ma in un sogno ti ho baciata

Eran già morte le candele,
da un pezzo non spandevano luce
nella tua stanza di specchi;
e ti ho baciata, ti ho baciata
e mi sono svegliato poi sudato

Oggi come allora mi dai le spalle,
per questo ogni sera riparo in un bar,
sperando d’incontrare qualcuno
che mi dia la dritta giusta sulla Legge
che regola la Poesia Perfetta

Oggi come allora mi dai le spalle
Ogni sera cerco quel diavolo
o quel santo che m’insegni
come far cadere una donna
nella Poesia dell’Amore

E sempre torno a casa da solo,
traballante, baciato in fronte
da un’alba di nebbie dure a morire

IO E ANNA

Tu ascoltavi i Beatles
Io, per darmi un tono,
gli Stones
Tu eri felice
Io me ne fregavo
Tu raccoglievi fiori
Io leggevo libri importanti,
e fumetti un po’ così e così
Tu andavi con tutti
– le tue gambe petali
da violentare, così dicevi
Io cercavo di telefonare a Cuba
e in tasca non avevo il mondo
Tu abortivi amanti e sangue
Io diventavo un uomo,
un uomo triste e solo,
e la facevo finita per sempre
con Gianni e Pinotto
Tu morivi senza fiato,
senza un bacio
sulle labbra esangui
Io, in perfetto orario,
vestito in nero,
venivo al tuo funerale:
io a piangere a dirotto
in mezzo
ai tuoi amati Figli dei Fiori,
io tale e quale
all’inutile controfigura
di Woody Allen

IL GHIGNO DELLA TEMPESTA

Voi che danno alle donne recate
ai vostri lombi incatenandole
come schiave e pezze da piedi,
in virtù di quale folle illusione
credete che il Nome e il Cognome,
che a fuoco vi marchiano la fronte,
non siano riconoscibili o conosciuti
alla giustizia umana e divina?
Sì sicuri di voi, violenza usate
credendo il silenzio più duro
del diamante; eppur così non è,
lo sanno quanti tutto han lasciato,
affetti e beni materiali mal acquistati,
nel giro d’un batter di ciglia.
Voi ancora a piede libero,
possibile siate sì tanto ciechi
da non capire che, presto o tardi,
tutti alla pecorina in gattabuia
per maniche di pervertiti assassini?
Mai in eterno dura il silenzio;
quando poi della tempesta il ghigno,
finalmente felice distoglie Dio
lo sguardo, ché non conosce
pietà o misericordia la Giustizia.

PASSEROTTO

Sei tu leggera leggera,
un passerotto
che un soffio di vento
potrebbe abbattere
in meno d’un niente;
al sole punti lo sguardo
anche quando tenta d’accecar
gli occhi tuoi innocenti,
ma in alto resisti testarda
le ali sbattendo forte,
forte e sempre più forte
ché il desiderio tuo è uno
e uno soltanto, d’arrivar
lassù, oltre le stelle tutte,
e guardar in faccia Dio
e porgergli così
la piumata tua carezza
per infine tornar giù
pian pianino, atterrando
su fragile ramo di fiori
già tutti in boccio.

LA TUA VELA E LA MIA POESIA

Ti devo far vivere la poesia
perché l’amore sia
più d’una frase da antologia

Metto la penna a riposo
ben dentro al calamaio;
gli occhi sul vergine foglio
puntati
a navigare fra il bianco
cercando un appiglio,
l’ispirazione
che in un sospiro
ancora non nato
possa eternarsi
in un che di vero

Dolente la fronte
pel troppo ponzare,
ecco che il sole declina
e malvagie ombre getta
sul bianco
che par preso
da dantesca maledizione:
più la vista
non mi porta aita,
e la mano sempre ferma
ora trema
di paura, con ebrietà
uguale a quella
che i marinai provano
quando la bonaccia li minaccia
e all’orizzonte non il segno
d’una terra
o d’un’altra sventura
di remi, di uomini per mare

E notte è venuta
Rimango però
con la testa vuota,
di silenzio piena,
pronto ad affrontare
il destino
che nel buio s’annida

0.

Per un esercizio di stile si muore senza un dio, senza una donna o una dama di carità, senza carie da sputare.

I.

Come incubo goduto a metà
si leva da folle occaso il sole

Come sogno abortito a metà
nella fontanella cranica
si dimentica il bambino

E niente più bonsai poi

II.

Sol dicea
“Quel che ho,
poco o niente,
nell’anima mia…
ma di più quel che
non scorgete”

Sol dicea
la povera sua verità
che i Signori li seppelliva
in un indiscusso silenzio

III.

Un origami la donna
ma sfinge anche,
di sé e dei diversi
mai contenta

Di Nemesi figlia,
di uomini e di cavalli
le nude spoglie ama

IV.

Versi su versi
gettati giù,
uguali all’uguale
senza mai capire
che nutre il sole
tentazioni e stagioni

Ridicoli i poeti,
ridicoli tutti
sempre a sudare,
rapidi sì
ma mai abbastanza,
nel tentativo vano
di catturare
fra le bacchette di bambù
delle mosche il volo

V.

Più non dici
di Nerone,
delle liste di proscrizione:
che amici,
che nemici siamo stati!
Tartarughe rovesciate
nell’instabile
non improbabile stato
di perifrasi spezzate

Più non dici,
più non dici quel che dici!
Ma assorda
il non vuoto silenzio
l’orecchio d’un sordo,
che al rallentatore ridendo
ardito indaga l’intorno,
buffo uguale a un matto perso
che a un certo punto
lo sguardo lo punta dritto
per chissà quale affondo;
e proprio sul più bello poi,
sul ponte di suo già vecchio,
l’occhiolino scatta e fa cilecca

Abbiam parlato,
sai tu di cosa
E abbiam dimenticato
che non inghiotte la diaria
il diario delle confessioni
per benino imburrate,
nel latte cagliato scagliate
per un viaggio di andata
e una scoreggia di coraggio
del visto cieca

Ma che ci resta
dei pesci non pescati,
dei pani non spezzati,
d’un mai a noi ritorno?
La foto d’una festa,
un tamponamento non voluto
eppur accaduto

INDECIFRABILE PORNOGRAFIA

Nelle dimissioni di un Burattinaio di Parole,
all’ombra del suo lungo naso, ho messo
in piedi una stampella di legno: mai la vanità
saprà spezzare o scovare l’oscura verità.

Negli amori consumati dai fiati della fretta
ho messo in salvo un segreto di Pulcinella:
si farà incorrotto giudizio per i sordi.

Nei camposanti
ho disegnato il confine fra cielo e terra,
lasciando l’anima libera
di farsi ombra d’un divenire
fra probabili occasioni e imbrogli…
indecifrabili orizzonti di albe e tramonti.

Nei silenzi dei saggi
ho seppellito un rifugio per una geisha
oggi in posa nel teatro d’una pornografia.

Chi dirà questi tesori in un dove,
chi saprà decifrarli?

TI SANTIFICA O TI CONDANNA L’AMORE

Ti santifica o ti condanna l’amore
Come un pugno incontra i sogni,
come una trottola sbanda
e non gliene frega niente

Ti santifica o ti condanna l’amore
Togli a un uomo la donna che ama
e tutto gli avrai tolto; togli a una donna
l’uomo che dice d’amare alla follia
e solo gli avrai tolto un cuscino,
solo l’avrai salvata da una bugia,
da una telenovela di battute ripetute

Non parliamo d’amore,
non così, a cuor leggero:
già lo fanno in troppi
tirando su ospedali di parole,
ospedali quasi belli ma fragili,
ospedali
di menzogne grandi e piccine,
di vanità quasi mai educate

Non parliamo d’amore,
non così,
non per l’eccitazione
d’una sbronza,
d’una stupida poesia

Non parliamo d’amore,
non così,
non per un inganno di cipria,
per una composizione barocca
che si consuma in Fa minore

Ti santifica o ti condanna l’amore
Come un pugno incontra i sogni,
come una trottola sbanda e sbanda
e dove va poi a sbattersi,
se in in cielo o in un postribolo,
non lo puoi indovinare tu

DA BAMBINO

Da bambino nutrivo sogni
più grandi di me;
vivevo per un diamante,
per una bambina bionda,
per un giorno di sole
Vivevo per andare al di là
dell’orizzonte della fantasia

Da bambino mi cacciavo in guai
sempre più grandi di me
e sempre ne uscivo a testa alta;
non conoscevo il nome della paura,
stavo sempre dietro alle farfalle
per rubar loro i colori più belli

Da bambino ero bello,
un eroe di tutto punto,
un agnello armato di belati,
di risate a gola spiegata

Da bambino facevo il bello
e il cattivo tempo
Da bambino ero grande,
baciavo in fronte Dio

PERDENTE

Ed ora lasciatemi
Ho bevuto il vino
e fatto fuori i bicchieri
uno a uno in un camino di fantasie,
e il mio cammino non è ancora finito

Ho guardato le carte
perdendo la posta in gioco;
ho perso le lacrime al tavolo verde
per continuare a giocare,
e quel che me n’è venuto
è una sera buia più del buio

Se nasci sotto la stella nera
non pensare di poter cambiare
Tutti hanno un motivo per ammazzare
e tutti possono sputarti in faccia
se nasci in una notte di buio assoluto
com’è accaduto a me e agli amici miei

Ora lasciatemi, devo far fuori
i demoni che vedo davanti a me
Devo farmi fuori, ballare nel loro cerchio,
dare il meglio di me perché tutto è finito
e sono stato io a volerlo credendo all’amore,
cedendo all’amore

LO SPARO

Non ricordo dove e quando
Il sole che nasce, che muore

Caduto è un uomo
senza un lamento;
gli ha fatto da cuscino
il sogno ch’era suo

Non ricordo come e perché
Ma questa rosa di sangue
Ma questa medaglia sul petto
non più sveglio al desiderio

E sugli spalti a teatro
s’applaudiva la vanità;
perdeva lacrime una donna
nella tragedia ingessata

Non ricordo niente
Più niente m’è il ricordo
Fa però qui tanto freddo
Questo quel che sento

FIOR DI LOTO

Fior di Loto, a chi,
a chi ora dirai che,
che l’ombelico
ha un suo centro
ma non la perfezione?

E nell’erotica posizione
che sapevi perfetta,
sempre un po’
si viene
per morire,
e solo di rado
per rinascere.

Fior di Loto, quanto,
quanto ancora
resta di noi?
Un volere
Tutto e Niente,
o la polvere
di Babilonia.

I.

… talvolta la frenesia
di non voler più nulla scrivere
ché il bello e il brutto
persino dal vento commentati,
in maniera conveniente o no;
prende talvolta la noia
come dentro a un obitorio
tra cadaveri e ossa da segare.

II.

Eran ieri i libri la rivoluzione,
forse solo l’illusione d’un buffone
che domani il domani
sarebbe finalmente stato.

Giorni perduti,
riavuti indietro mai,
così ancor oggi dalla bocca mia,
veloce o piano,
si diparte il raglio,
quello che ben sai,
quello che in eredità lascio.

III.

Tiranno l’amore, inganno per ciechi e gechi
in un cielo di troppo freddo sole seppelliti.

IV.

Si ama la poesia come si suona il jazz,
ubriacandosi di lacrime e whisky,
scoprendo al mattino, non troppo presto,
che fa capolino in mezzo alla fronte
un dolore di ghiaccio.

MORIRE ACCANTO A TE

Non rimproverare noi
perché senza l’ombra d’un pallido coraggio;
più valenti uomini d’ogni etade caddero in ginocchio
di fronte all’orrido mistero allineato in fredde croci

Morire accanto a te
Prima o poi tutti si va incontro alla fine
con uguali probabilità di lasciar invisibile traccia
a chi dopo di noi; finire accanto a te
sarebbe conforto dolceamaro,
non inattuale, sarebbe necessario
come la carta ingiallita
sotto la pressione di parole
che niuno saprà più recitare
a memoria

Non rimproverare noi
che oggi cediamo all’autunno,
alla sua spaventevole carezza che gli avelli tutti spazza
e tosto ricopre di nuove foglie agli alberi strappate;
dona a noi una preghiera di vento
che abbia il suo respiro e la sua foga
e restaci accanto, perché seppur vecchi e inutili
con soddisfazioni e rimorsi alle spalle,
l’Ignoto ancor lo temiamo
E un fiore soltanto, rosso, lascia alla mercé
della fanghiglia immobile ai piedi degli algidi marmi
l’uno all’altro stretti, senza quasi un breve spazio
che sia per loro

TI HO AMATO PERCHÉ LA MORTE È LUNGA

Ti ho amato perché la morte è lunga
Nessuno crede che smetteranno di piovere
le foglie dell’autunno
E da qualche parte si spogliano
di nascosto le donne per un amante
E i vecchi amano rifugiarsi
in belle chiese bene in vista;
hanno ancora denti per pregare,
e forse Dio li sta ad ascoltare

Ero libero
come chiunque
prima d’inciampare nelle catene

La ruggine sul portone è di cent’anni
E non uno ricorda quale fosse il colore
che aveva a Carnevale
Ho riconosciuto la tua faccia
in mezzo alla confusione

Ero libero, ero libero
prima d’inciampare nelle catene

Esce la bara tirata a lucido, portata a spalla
qualcuno in silenzio piange,
e tutti avrebbero da confessare un torto,
e nessuno avrebbe da confessare un torto
Pochi minuti da sopportare insieme fin laggiù;
e una voce ripete: “Andate avanti e acqua in bocca”

La ragazza compie gli anni proprio oggi
Cinguetta con le amiche
sorpresa di non provare sorpresa,
è una donna oramai,
ha segreti che non può più raccontare

UNA GOCCIA DI PROFUMO

Mi dirai che,
che sono stato un angelo
e un diavolo incarnato
fra le tue gambe delicate.

Mi dirai che,
che sei stata fredda
perché di me sapevi
ogni virtù e sventura.

Ti dirò che,
che t’ho amata per toccare
ancora una volta
la fragilità della carne.

Ti dirò che,
che sono stato su di te e in te
come una goccia di Chanel N.5

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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