Salinger contro Chaplin– racconto completo da “Il male peggiore. Storie di scrittori e di donne” di Iannozzi Giuseppe

Salinger contro Chaplin

di Iannozzi Giuseppe

Salinger and Chaplin

La notizia era rimbalzata di giornale in giornale, senza che lui, Jerome David, movesse paglia o quasi.
Di anni ne erano passati tanti da quando, nel 1980, aveva annunciato il suo ritiro dalle scene letterarie, ovviamente tenendo la bocca ben chiusa. Ma i lettori non avevano dimenticato il creatore di Holden Caulfield. Le ristampe del suo unico romanzo, in parte autobiografico, e dei suoi racconti non si contavano: non c’era un solo lettore al mondo che non sapesse di lui. Per tutti era lui il grande recluso, uomo impossibile d’avvicinare.
Salinger aveva fatto le cose per bene, come sempre del resto. Se ne era fregato altamente della vita mondana e dei letterati tutti. Quando il caso l’aveva richiesto, si era messo in contatto con il suo agente letterario, usando sempre la parola scritta, e morta lì. E non aveva mai dato chissà quali spiegazioni al suo editore né al suo agente. Interviste non ne rilasciava dal lontano 1974, e a dirla tutta ne aveva rilasciate ben poche. Era quasi sempre riuscito a non farsi fotografare, e questa era cosa buona anche se, di tanto in tanto, una foto sfocata di brutto, con tutta probabilità scattata da qualche buontempone, compariva su un diavolo di giornale.
In più d’una occasione, il suo agente letterario gli aveva scritto che tivù e giornali lo corteggiavano e che sarebbero stati disposti a pagarlo più che bene perché apparisse: lui lo aveva mandato a stendere senza pensarci su. A lui, Jerome David, gliene fregava una benemerita mazza dei lettori che volevano sapere di lui.
La sua vita era stata così, lontano da tutto e da tutti.
Era stato uno scrittore, poi aveva smesso di esserlo pur continuando a interessarsi di libri, di libri di filosofia perlopiù.
Nato da una famiglia ebraica di origine lituana, non gli era mai piaciuto granché parlare, e nemmeno gli era mai interessato di incontrare gente e personaggi più o meno noti. Quello che aveva voluto dir di sé, l’aveva tutto condensato nel suo romanzo, Il prenditore nella segale (The Catcher in the Rye).

Il male peggiore - Iannozzi GIuseppe - Edizioni Il FoglioSepolto in mezzo a profonde rughe e misantropia, Salinger sapeva che i suoi giorni erano agli sgoccioli, ma non lo avrebbe ammesso mai, non in pubblico comunque. Era vecchio oramai, novantuno anni non erano mica pochi, non era però soddisfatto, nemmeno del cancro al pancreas che lo stava conducendo alla tomba, con una lentezza a dir poco noiosa.
Oona O’Neil era morta da tempo, nonostante si fosse legata a Charlie Chaplin, a quel buffone da strapazzo pieno di sé e di dollari. Il fatto di saperla morta e sepolta un poco lo confortava: non avrebbe dovuto lasciarlo per legarsi a un vecchio di cinquanta e passa anni. Lui, Jerome David Salinger, la sua vita, bene o male, l’aveva fatta. Aveva scritto un libro di successo, qualche racconto, e si era poi ritirato dal mondo. Più volte l’avevano dato per morto, ma la verità era una e una soltanto: l’umanità non gli interessava più. Era stato un seguace del buddismo Zen, ma si era presto convinto che l’induismo potesse meglio soddisfare le sue esigenze spirituali.
Un giorno incontrò L. Ron Hubbard. Gli fece una bella impressione e basta: il suo entusiasmo era facile a svanire nel nulla, soprattutto quando si trattava di guardare a nuove discipline spirituali. I dianetici gli piacevano, ma non così tanto da spingerlo ad abbracciarli, tanto più che lui odiava stare a contatto con le persone e con loro condividere dolori, gioie, speranze, stronzate. Provò anche a farsi piacere la teologia della Chiesa Scientista, con un nulla di fatto. Preferì seguire gli insegnamenti di Edgar Cayce stando dietro ai benefici derivanti dall’agopuntura e della macrobiotica. Si provocava il vomito per espellere tutte o quasi le impurità prodotte dal corpo, assumeva ben più che massicce dosi di vitamina C, vedendo nella medicina ortomolecolare chissà cosa; praticò anche l’urinoterapia, e non mancò di procurarsi abbronzature per mezzo d’un sistema di specchi. E non da ultimo seguì i dettami non poco bizzarri della psichiatria reichiana, dedicandosi a fare il pieno di energia grazie all’accumulatore di orgone. Aveva fatto bene, aveva fatto male? Aveva novantuno anni e l’umanità gli stava sul cazzo e mica poco. Ogni giorno si augurava che scoppiasse una Terza Guerra Mondiale, affinché ripulisse il mondo da tutta la gentaglia che lo infestava con malattie e altro ancora. Lo stoicismo di Epitteto, anche quello non lo soddisfaceva più di tanto, in ogni caso non alla sua età: «Tra le cose che esistono, le une dipendono da noi, le altre non dipendono da noi. Dipendono da noi: giudizio di valore, impulso ad agire, desiderio, avversione, e in una parola, tutti quelli che sono propriamente fatti nostri. Non dipendono da noi: il corpo, i nostri possedimenti, le opinioni che gli altri hanno di noi, le cariche pubbliche e, in una parola, tutti quelli che non sono propriamente fatti nostri». Non ci credeva, non più: proairesi e diairesi, a ben vedere, erano stronzate, anche se negli anni Sessanta o giù di lì, dando alle stampe Franny e Zooey, ci aveva creduto.
Novantuno, pensò fingendosi rassegnato.
«Fanculo, novantuno è un numero del cazzo!», esplose.
Pareti di libri, di gente morta che aveva fatto quel che aveva fatto. Tutti avevano scritto e tutti erano morti. Chaplin era morto, e i Fratelli Marx pure: del primo non aveva niente in casa, non un Vhs, dei cinque Fratelli invece sì.

L’ultima intervista l’aveva rilasciata nel 1974 a un giornale bene in vista, «The New York Times».
E adesso aveva novantuno anni e la cosa non gli piaceva affatto, perché non era pensabile che un uomo come lui tirasse le cuoia, proprio lui che si era autoproclamato il Messia degli Ebrei, titolo questo che nessuno del suo popolo si era mai accollato.
Dentro di sé andava ripetendo: Essere o non essere Salinger, questo è il problema!
Fu un pensiero quasi fugace, ma l’ebbe: Forse ho scritto un po’ poco. Sarò ricordato per i secoli a venire?
Suo malgrado pensò anche che la sua non era stata una esistenza felice, nonostante i successi. Aveva scritto Il prenditore nella segale per dimostrare a Oona O’Neil che lui, Jerome David, non era secondo a nessuno. Il suo unico romanzo, dato alle stampe nel 1951, era subito diventato un bestseller. Non c’era generazione che non se ne fosse innamorato. E però era l’unico suo romanzo. Aveva poi scritto diversi racconti, alcuni brevi, altri più o meno lunghi. In realtà niente di complicato; e ammetterlo gli costava non poca fatica, perché, in fondo, lui era il Messia degli Ebrei.
Forse era ancora in tempo, avrebbe potuto scrivere qualcosa, un nuovo romanzo: non aveva idee.
Sullo scrittoio stava una pila di fogli bianchi, suppergiù un migliaio.
Era stanco e infelice. Soprattutto si credeva non felice: non ricordava giorni del tutto lieti, tranne quei pochi passati insieme a Oona O’Neil. Si era sposato, aveva avuto due figli, Matt e Margaret. Entrambi erano diventati attori affermati. E poi? E poi c’era lui, Jerome David che aveva scritto un solo romanzo. Uno solo.
Con animosità fissò la pila di fogli bianchi che mai avrebbe usato per scrivere.
Oona O’Neil aveva dato a Chaplin ben otto figli. Era morta nel 1991: tumore al pancreas.
Sarebbe morto dello stesso male di Oona; e lui, Jerome David Salinger, non desiderava la morte, non la desiderava affatto.
Da tempo aveva fatto testamento, mettendo nero su bianco la ferma volontà affinché i suoi lavori inediti venissero pubblicati non prima di cinquant’anni dalla sua dipartita.
No, non aveva scritto un solo romanzo, anche se, con tutta probabilità, sarebbe stato ricordato per Holden e non per gli altri personaggi da lui creati. Se non ricordava male, aveva scritto almeno cinque storie incentrate sulla famiglia Glass, ma anche un romanzo autobiografico basato sul suo rapporto con Sylvia, la sua prima moglie; e poi un altro romanzo, un diario sul controspionaggio nella Seconda Guerra Mondiale. E sì, era tornato a parlare di Holden Caulfield in alcuni nuovi racconti. Tutto questo sarebbe bastato per assicurargli l’eternità?
Sarebbero passati cinquanta anni prima che i suoi inediti venissero stampati. Era cosa da folli, lo sapeva.
Non stava per niente bene.
«Li ho scritti davvero questi libri?», gridò.
Non ne era sicuro. Forse aveva solo immaginato di averli scritti.
Fissò ancora la pila di fogli bianchi sullo scrittoio.
Forse era ancora in tempo a scrivere un ultimo romanzo.
No, impossibile. Il suo tempo era finito, anche se il cancro se lo stava portando via con una lentezza esasperante. E poi, e poi lui non voleva morire a novantuno anni.
Si portò dietro allo scrittoio, si accomodò in poltrona e abbandonò il capo sulla risma di fogli, facendola presto franare.
Farfugliò qualcosa, a voce alta, con tono piuttosto disperato, tanto non c’era nessuno accanto a lui: «È questo il mio capolavoro, l’ultimo.»
Sudava freddo.
«È questo il Capolavoro», ripeté.
Chiuse gli occhi.
«Non è giusto, non lo è. Novantuno è un numero che non mi piace.»
Si addormentò per pochi minuti, sudando come un Cristo in croce.
Al risveglio trovò l’immagine sudaticcia del suo volto sui fogli bianchi.
Guardò la sua faccia di sudore sulla carta bianca e sorrise felice, del tutto soddisfatto: aveva vinto, aveva vinto lui. Aveva vinto sempre, anche quando, nei rari momenti di debolezza, aveva pensato di no. E aveva scritto in una misura qualitativamente giusta. Il novantuno però continuava a non piacergli neanche un po’.

IL MALE PEGGIORE (Storie di scrittori e di donne) – Iannozzi Giuseppe –Edizioni Il Foglio – Collana: Narrativa – Pagine 330 – ISBN 9788876067167 – Prezzo: 16,00 €

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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