Il cane della mia rabbia ha fame

Il cane della mia rabbia ha fame

ANTOLOGIA VOL. 237

Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe

QUANDO NON RICORDI PIÙ

Quando non ricordi più la voce
Quando non ricordi più il volto
Quando non confondi più
il nome di lei
con quello della luna,
significa soltanto che sei fuori,
fuori dal casino

Fuori, dopo la pioggia,
sotto il sole
sbocciano giovani fiori
e subito muoiono
in sorrisi sghembi

Anche tu, anche tu di me
non ricordi più un bel niente,
perché, giorno e notte, il tempo
fa fuori ogni cosa e non ne sana una
E non ne salva una

Perché, sempre, il silenzio
fa fuori ogni cosa e non ne salva una

LA PESTE

Dalle chiaviche escono
portando nella città
un breve rantolo
ma moltiplicato per mille
e mille ancora,
così che non c’è angolo
che non sia tutto uno squittio
Barcollando sulle zampette,
incerti e spossati,
una lama di luce
gli ferisce gli occhietti maligni;
poi vomitano una macchia rossa
simile a inchiostro pecioso,
e cadono sul dorso,
e immobili rimangono
fino a che un piede straniero
li calcia via o li pesta
per sporco capriccio
A centinaia tirano le cuoia,
non si fa tempo a contarli
che già un’altra carrettata
aspetta d’esser portata
fino all’inceneritore
là dove sono stati cremati
i primi infetti di peste, morti
senza neanche immaginare
quale la loro colpa
per castigo divino sì virulento

GIGLIO DI NEVE

Giglio, Giglio di Neve,
lo so, non stai affatto bene lassù,
del tuo ritaglio di cielo prigioniera
Le canzoni alla radio
le ascoltavamo ieri insieme
Ricordo quando a casa mia venivi
per declamare di Yeats una libertà
nell’esoterismo intinta
Dovevi immaginarlo
che gli Arcangeli hanno nomi indecifrabili
e che i santi pendono dalle labbra di Dio
senza dedicare una parola ai suicidi
costretti a non incontrarsi mai;
avresti dovuto immaginarlo
prima di spiccare il grande salto
dal settimo piano laggiù in periferia

Giglio, Giglio di Neve,
siamo adesso così soli e distanti,
e non sappiamo ancora chi siamo,
se mai siamo stati chiamati
a dar voce a una poesia migliore

SILENZI URLANTI

Mi lasci un po’ del tuo mare
in una risata che sa di risacca,
ma non il tuo amore
o un battito infinito
del tuo piccolo grande cuore,
e nemmeno la tua piccola bocca
Ed è questa la pena grave
che mi tocca di sopportare
già dalle prime luci,
con l’alba accosta alla finestra
che disegna ombre di malinconie,
di malinconie
mal riposte nelle tombe urlanti,
urlanti infiniti silenzi
d’amor perduto

BAMBOLE

Chaplin ti faceva piangere
Ricordi la neve che cadeva?
Non ne volevi che sapere
di tornare alle bambole sfregiate
C’era nei tuoi occhi una luce bella
ma diversa da pupilla a pupilla
Scherzavi e ci credevi
che un giorno saresti arrivata
là dove nessuna è andata mai
Eri una bambina con tante idee
e le unghie lunghe per graffiare

Conservo ancora le bambole
Come allora piangono sangue
e io davvero non le so calmare
Ho idea che ti scriverò una lettera
per sapere di te, se l’hai poi incontrato
quell’uomo favoloso che amavi
Domani però, adesso esco
a spalare la neve davanti casa

LA TUA LAVAGNA

Sei sempre stata la prima
e l’ultima della classe
Ero così innamorato di te
che non capivo mai perché
il gesso sulla lavagna
urlava, quasi impartissi
mortal ferita
Ero così stupido!
I tuoi occhi nocciola,
allegri eppur in procinto
di lasciar libere due lacrime;
quel tuo modo di nascondere
le mani in grembo, pareva pregassi;
e i quaderni, sparsi sul banco,
a righe e a quadretti,
e i ghirigori della tua scrittura
Sei sempre stata in cima
a tutti i pensieri miei di bambino
Sei sempre l’ultima che dimentico
prima di abbandonarmi al sonno
ormai stanco di suonare le note
dei ricordi

Se mi vieni in sogno
ti vedo in punta di piedi
Vesti un sorriso birichino
e una luce strana negli occhi
Se mi vieni a cercare
dentro al mio sonno
sei sempre come allora,
impossibile: eppur t’amo
come non si potrebbe di più

Per questo,
per tutto questo
all’alba mi faccio muto
e sulla lavagna della vita mia
segno una ferita urlante

NEL QUADRO IL SOGNO

Nel quadro il sogno riposava
nell’agitata tormenta disegnata;
d’un tratto poi s’è riversato
in me il procelloso soggetto;
fu così che il disastro in lungo
e in largo sparse le sue acque,
annegandomi casa e anima.

CHE HAI DA TEMERE?

Non sono poeta
Brevemente
te lo posso dimostrare;
le scarpe non mi so
allacciare; non so suonare
né mettere una rima
a posto con le stringhe,
e nemmeno vado d’accordo
con l’abbecedario e Omero
Sono quel che sono,
una storia venuta male,
un trucco e una maledizione,
uno senza né arte né morale,
una zucca vuota
che va per frizzi e lazzi,
or menando l’orco
or dicendo d’aver palle d’orso

E allora, che hai da temere?

A ogni nuovo sole, da solo,
bello bello, un altro niente sforno
a sol favore di questo vasto Creato

E allora, che hai da temere?

Non la mia cecità, non la mia cecità

GLI UBRIACHI

Sotto
la sferza
dell’autunno
ho atteso
che tornassi
affacciata
alle finestre
che t’han vista
bambina

Cadute son
le foglie,
e bianchi
non son più
i gigli, ma ancora
non si stempera
lungo le valli
l’eco della canzone
che ti cantavo;
nelle osterie
vanno
come sempre
gli ubriachi;
e sul triste muretto
di questa città
di straniere solitudini
sbiaditi resistono
due cuori disegnati,
e una freccia

E una freccia tradita

Qui dove
ora io sto,
barcollante un po’,
in compagnia
d’una bottiglia di rosso
e di risate alle spalle,
l’ubriaca certezza è
che dovunque oggi tu sia
uguale sei
a come per anni
ho amato disegnarti
per poi in sogno spogliarti

NON POSSO AMARTI

Non ti amo,
non so cosa sia la poesia,
non so cosa sia questa mania
di baciarsi davanti alle vetrine
Non ti amo,
non so cosa sia il vizio
di prendersi per mano
per farsi notare un po’ in giro

Non ti amo,
non posso amarti
soltanto perché sei donna
e citi due poeti famosi un po’

Non ti amo,
non importa se con gli occhi
punti il cielo
e immagini di volarci dentro
insieme all’immagine
che di me ti sei fatta
Porta male la fantasia,
parla male la poesia

Non ti amo oggi,
non ti amerò domani
Non ti dirò mai frasi un po’ belle,
né ti indicherò quella luce
che in cielo rilasciano le stelle
quando la notte diventa proprio la notte
Ma ti farò capire che siamo qui,
qui come due perfetti estranei

ERI LA PREFERITA

Eri la preferita
Sei presto sparita
Troppo bella
perché restassi
a me accanto
Eri l’harem
la gioia e il dolore
la purezza del diamante
e la sua fragile durezza

Vivevo
per mirar la vita
con gli occhi tuoi
Tutto il resto
non esisteva

E ora che sei
dove neanche dio
osa un fiato,
in un posto
a tutti sconosciuto
muoio io
come vecchio delfino
su la spiaggia arenato

senza una bava di rabbia
o un sole al tramonto
a scoprirmi cadavere

SEMPRE CALIGOLA

Sempre silenzio c’è
attorno a me;
dicono sia io
il Poeta del Sangue
che non uno o una
risparmia
sotto l’impeto
della penna

Che ne sai tu
del silenzio
che confonde
e circonda Caligola?

Senatore il mio cavallo,
non ti dirò però
se zoppo o no

Troppa calce,
questo schifo ogni dì
devo cavalcare,
stando ben attento
a non cadere
o danno mi sarebbe
di morder presto
la polvere
al pari degl’inetti
che fan loro
il pensiero mio

Da vanesi invaso
rido e penso,
penso alla morte,
a quando lei verrà,
ma prima mi diano
gli Dèi il tempo
di far rotolar
un po’ di teste vuote

SETTE NOTE PER TE

Sette foto sbiadite riposano sul cuscino
Sette tacche sulla rozzezza del muro
per ogni settimana passata – senza te
Ho l’anima pesante, e un orologio rotto
per compagnia: il cane della mia rabbia
ha fame, ulula alla Luna, e giù al porto
ci hanno fatto capire che il mare
è grande ma tanto tanto povero di pesci
Così credo che resterò ancora qui,
un giorno o anche due a cercare di capire
i miei sbagli e le mie contraddizioni

Amica mia, portami una rosa
e un’armonica a bocca
prima che cominci a sbavare
E’ così tanto che non annaffio rose rosse
E’ passato così tanto tempo dall’ultima volta
che ho baciato una donna di fuoco,
rossa di passione, bella di generosi fianchi

Sette petali, sette note, non tardare
a dirmi la verità, se hai già trovato un altro

I.

Qualcosa di stupido
ha salvato il mondo
dal mondo

Prima delle religioni
il muto Comandamento
non aveva nome, era amore

“Sia su te il bene più che a me”

Qualcosa di stupido
ha salvato l’uomo
dall’uomo:
possibile,
abbiamo dimenticato?

II.

Come riconosciute bellezze
ma mai amate
in ginocchio non cadono
i guastatori del paradiso

D’amore si faceva pazzo
il vecchio Chet
quando la tromba d’oro
sulle sue labbra di miele

III.

E che importa se inizia adesso la storia,
o se dalla sua metà? Non ce l’ha un significato,
non ce l’ha avuto mai, ma ti è piaciuta
Che importa se si stava in pari sul nido del cuculo,
se a piedi scalzi le ballerine ballavano Čajkovskij?

“Prendi, prendi questo ballo, è tutto ciò che ci resta”,
disse il poeta riempiendo di lacrime la fontana
“Raccogli la sua mano nella tua, raccoglila adesso
prima che sia troppo tardi”, le consigliò il vento

Vuoi incenso e petali di mille rose a inebriare le stanze,
o un altro programma di pubblicità?

Era d’innocenza il sesso, il sorriso, il whisky distillato
Non ricordi come schiaffeggiava i volti la pioggia,
come sotto l’impeto del vento implorava l’ombrello?

Che importa, che importa se non c’è proprio verso
di dar senso al verso? Non ce l’ha un significato
Ma sempre di Venere si spinge oltre il piè leggero

IV.

Di buio si accendono fuochi, ciechi e vermi
Non sono sicuri gli enfi ventri della notte,
poeti e assassini tengono la luna storta
e giù al porto di Amsterdam
ha spalancato Jacques il petto al tumore

Di buio si accendono fuochi, ciechi e vermi
Non sono sicuri gli enfi ventri della notte,
poeti e assassini tengono la luna storta
e giù al porto di Amsterdam
ha spalancato Jacques il petto al tumore

Dovresti provare ad aprire gli occhi
Osceni si muovono i Sette Cieli:
il Dio Cane ha decretato la disfatta,
ed ora tutti cercano un’ancora di salvezza,
quel dongiovanni che pani e pesci
da dentro il nudo utero sapeva pescare
senza sosta, benedicendo gli ultimi e i primi

Dovresti meditare, dovresti accettare il buio,
la sua accusa, e la gioia vuota di pentimento,
quella gioia che ieri ti fece sentire viva

Dovresti imparare, dovresti imparare
a scagliar lontano il vizio di giudicare
la Storia

V.

Essere alto,
in lungo e in largo cercando
di Omero le cieche orbite;
essere alto, perdere
le contraddizioni
che la lira di Apollo
la ridussero
in schegge di silenzio.

Per un foco nuovo,
per l’artifizio
che in ginocchio
costrinse Berlino,
esplodere fantasie di realtà;
mai più argentee nebbie,
mai più un vano peregrinare
fra deragliate disgrazie…
futili da raccontare.

VI.

Ed io e il mio io,
che insieme contiamo sì,
ma quanto il due di picche,
facciamo quel che possiamo,
non bene non male;
poi a tarda sera confidiamo
in una bottiglia di vino
che se non ci dà allegria
almeno almeno in un sonno di piombo
ci sprofonda;
e se sarà per sempre o no
chi se ne fotte.

OSCENO L’AMOR NOSTRO
(da “Fiore di Passione”)

Uno sguardo tuo soltanto,
e ai tuoi piedi subito caduto
Osceno, miracoloso l’amore
in cui m’hai tu gettato

Sogno? Non svegliatemi
I rosei teneri tuoi malleoli
l’avida mia bocca divora…
arrivar al collo dei tuoi piedi
e piano piano
la vittoria su di te conseguire,
prendendo nella mia bocca
la Porta tua Proibita
fra le lunghe gambe nascosta

Osceno, così osceno
Così vero, così pieno
l’amor nostro, mio e tuo

VERTIGINE D’AMORE
(da “Fiore di Passione”)

Chi ieri io fossi
dir non so
Non ero
Prigioniero ero,
sol questo so

In ogni dove
scopro oggi
l’infinita gioia
che tu, mia Dea,
m’hai donato;
a ogni bacio
ti sento più mia,
vertigine
senza fine

Vertigine
senza fine
l’amor nostro
nel Creato
qui ora
consumato,
consumato
e ricreato

Il tuo nome
invoco io
e uguale è
a quello di Dio

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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