“Mascarò” dello scrittore argentino “desaparecido” Haroldo Conti – dal 26 nov in libreria – Traduzione di Marino Magliani – Prefazione di Gabriel García Márquez – Exòrma edizioni

HAROLDO CONTI – MASCARÓ

Dopo Sudeste, tradotto in Italia per la prima volta nel 2018 da Exòrma Edizioni,
un altro capolavoro del grande scrittore desaparecido Haroldo Conti.

Prefazione di Gabriel García Márquez
Traduzione di Marino Magliani

Exòrma edizioni

MASCARÓ - Haroldo Conti - Traduzione di Marino Magliani - Prefazione di Gabriel García Márquez - Exòrma edizioni

Pubblicata nel 1975, quest’opera è diventata un romanzo di culto per il suo alto contenuto simbolico e ribelle e vinse il Premio Casa de las Americas (Cuba), il più ambito premio letterario ibero-latinoamericano. L’anno seguente Haroldo Conti fu sequestrato dalle milizie del dittatore Videla e di lui non si seppe più nulla.
Gabriel García Márquez, nella prefazione al libro, racconta le circostanze tragiche che hanno fatto di Haroldo Conti un desaparecido: «Contava allora cinquantun anni: aveva pubblicato sette bellissimi libri (…) Un commando di sei uomini armati arrivò in piena notte e lo portò via bendato coi piedi e le mani legati. Sarebbe scomparso per sempre».

Haroldo Conti narra una storia ambientata sulla costa del nord dell’Uruguay e nella regione argentina de La Rioja; una storia semplice, visionaria e apparentemente innocua, abitata da personaggi dal vago sapore felliniano, “felicemente vagabondi”. In realtà è un libro coraggioso, di un’attualità sorprendente, sulla libertà individuale, sulla diversità, sulla forza sovversiva dell’arte. La scrittura di Haroldo Conti procede a briglia sciolta, abbraccia le voci, il paesaggio, odori e colori: le frasi danzano come in un tango argentino. I suoi personaggi diventano immediatamente indispensabili, come se ci fosse sempre stato nel nostro immaginario un vuoto da colmare.

La trama

Tutto comincia una notte nella locanda di Arenales. L’orchestrina del paese si trascina suonando fino all’alba in attesa che il Mañana, una vecchia nave scalcinata, salpi per condurre Oreste verso un porto che forse non esiste. Insieme a lui si imbarcano lo stravagante Principe Patagón, il misterioso cavaliere Mascaró e altri passeggeri altrettanto fuori dal comune. Il villaggio è uno di quei posti sperduti dove la miseria è vissuta come una condizione naturale e Oreste ha deciso di andare via per sempre. Ma anche tutti gli altri luoghi dove finirà per vagare, condividendo la scelta nomade del Principe Patagón, saranno luoghi poveri, marginali e semiabbandonati, distese rarefatte, villaggi senza tempo. Un’Argentina concreta e allo stesso tempo sospesa nella meraviglia.
Vagabondare, per il Principe Patagón, “mago indovino patentato, algebrista, quasi imperatore”, è una vocazione autentica; l’andare senza meta per lui è inevitabile, una filosofia che Oreste vorrà fare sua. Durante la navigazione Oreste si lascia trascinare dal Principe nell’impresa di fondare un circo e arrivati a Palmares altri personaggi si uniscono a loro dando vita a un carosello di artisti girovaghi, di guitti improvvisati e glorie decadute. Tutti abbandonano consapevolmente ogni legame con l’esistenza antecedente per assumere una nuova identità. È una scelta consapevole per liberarsi da ogni vincolo e cercare la propria vera strada.

Poi il Gran Circo dell’Arca inizia il suo declino e la compagnia si scioglie, ma la visione del circo nei paesi visitati ha cambiato le cose: ha provocato nelle persone un desiderio di riscatto che le Autorità non possono tollerare. Mascaró, alias Joselito Bembè, alias il Cacciatore Americano, viene invano inseguito dalla polizia. La sua figura emblematica appare e scompare, si rivela soprattutto nell’assenza; incarna pienamente il sentimento di libertà che anima tutto il libro.

Nell’ultima parte del romanzo, arresti e torture sembrano echeggiare il clima dell’Argentina degli anni in cui il libro è stato scritto, gli anni della dittatura spietata di Videla, e sembrano prefigurare in modo surreale la terribile sorte di Haroldo Conti.

Anteprima

Il Principe entrò nella pensione dei signori López ed Esteve preceduto dal mastino eccentrico che dimenava la coda e annusava la zoccolatura di un lungo corridoio, riconoscendo le vestigia di antiche orine sovrapposte. Oreste e il Nuño seguirono il Principe, Bocca Storta rimase sul baroccio.
Per un po’, in una sala dai muri imbiancati a calce, attesero che i rumori provenienti da dietro un tramezzo si trasformassero nella persona incaricata di riceverli. Il pavimento di legno scricchiolava e quasi si incurvava a ogni passo. Una sporca lampadina da 25 watt pendeva da un soffitto di mattoni a vista poggiato su rozze travi di quebracho.
Nella sala c’erano tavolini con tovaglie di plastica, un banco, un vaso di fiori con calle e peonie di carta crepée, un orologio a pendolo, una sputacchiera, uno scaffale con qualche bottiglia e altri vasetti portafiori; sul tramezzo era appeso un diploma di appartenenza perpetua all’Opera Pia di Terrasanta, a nome di Maruca López Esteve, con a fianco la foto, vecchia assai, di un semicancellato signore con grossi baffi, un cappello schiacciato fin sulle sopracciglia, e occhi ritoccati a matita tanto da sembrare che gli uscissero dalla testa e, per poco che uno li guardava, davano il mal di mare. Ebbero tutto il tempo di osservare queste meschinerie da camera da letto esposte con semplicità, che per di più emanavano un forte odore di insetticida, e intanto continuavano i rumori dietro il tramezzo.
Attraverso l’unica finestra, nella parte più lontana della sala, Oreste guarda la lanterna del faro di Palmares, sospesa in alto nell’oscurità, come una navicella con luci tranquille e minuziose, uno sciame di bagliori che si agitano come piccoli ingranaggi arroventati.
Finalmente nel tramezzo si apre una porticina e invece dei signori López ed Esteve, o almeno uno dei due, entra scivolando di traverso un’imponente signora dall’aspetto maestoso che, nonostante ciò, sembra fluttuare nell’aria.
Il Principe spalanca gli occhi come per accogliere in un solo sguardo l’intera pienezza di quella donna fuori dal comune, confuso e sbigottito, si sente colpito al cuore. In quella signora c’è una graziosa incongruenza. Il suo corpo è una vera e propria mole, le membra olivastre sono disposte bene, aggraziate ma vigorose. Le gambe e le braccia, di netta rotondità, sono strade ondeggianti verso il segreto tumulto del ventre. I seni sono due angeli bene in carne che si agitano in sogno e segnano a dito proprio il Principe. Tutta questa abbondanza è fasciata da una semplice veste di cotone stampato con un colletto di pizzo. La dama ha un volto un po’ da bambina e una pelle burrosa con due fossette nelle gote, occhietti brillanti, capelli neri e lucidi, divisi al centro e raccolti sulla nuca in uno chignon.
La signora sorride e le fossette si accentuano.
– Benvenuti, signori – trilla.
I suoi occhi trascorrono sui presenti e vanno a soffermarsi sul Principe. Questi, con l’aria di riscuotersi da un incantesimo, si toglie il cappello, si batte il petto, prende la mano della dama, che si arrende come se fosse fatta di cotone, e la bacia con un certo impeto. La mano odora di sapone da bucato.
La signora ride, e pare un suono di campanelle.
Il Principe presenta i signori Oreste e Nuño, rispettivamente trasformista e attore tragico-lirico. Poi, abbassando lo sguardo, senza ridondanza ma anche senza falsa modestia, presenta sé stesso, il vero Principe Patagón:
– Recitatore, mago, indovino, scrittore e veggente… – decanta Oreste. Ma il Principe lo fa tacere con un gesto.
La signora congiunge allegramente le mani. In tutta la vita non ha mai visto un artista così da vicino. In genere, i pochi che vengono a Palmares, come Chucho Morales, alloggiano al Central Palace.
Il Principe fa presente che solo per motivi professionali frequenta quei luoghi, perché la sua natura è più incline ad altri, senza orpelli e senza chiasso. Per la stessa ragione prega la signora di non rendere nota la sua presenza in città: possibilmente, vorrebbe poi andarsene in modo anonimo. La prega inoltre di trasmettere i suoi saluti e queste stesse avvertenze ai signori López ed Esteve, dei quali ha avuto ottime referenze.
Il viso della signora diventa triste.
Il signor López, suo fratello, è morto cinque anni fa a causa di un “brutto granello”, a sua volta derivato dall’aggravarsi del “mal di freccia” che aveva contratto per l’abitudine di riposare steso all’ombra di un fico.
– Ma non ha messo una torta di cenere ai piedi dell’albero?
– L’avevo fatta io con le mie mani.
– Eh no, così non serve. Deve farla lui, il malato, e in più deve legare al tronco un filo rosso.
– E mio marito, il signor Esteve, – la donna rivolge un lacrimoso sguardo al barbuto di una fotografia che, di lassù, storce gli occhi – morì l’anno dopo di “acque bloccate”.
Il Principe scuote la testa rattristato, non soltanto per cortesia, ma perché si sente contorcere il pisello: le malattie di questo tipo lo impressionano.
– Eppure è morto senza soffrire – dice la signora. E lancia un’altra occhiata al barbuto.
Oreste osserva di sguincio la luce del faro fuori dalla finestra. Quando è diretta verso di loro, cioè verso la casa, se ne diramano anelli di fuoco, ma il centro è una fredda foglia dorata.

Haroldo ContiHaroldo Conti (1925-1976), scrittore e giornalista argentino, nel 1962 vince il premio Fabril per il suo primo romanzo Sudeste (Exòrma, 2018) con cui diventa una delle figure di riferimento della cosiddetta «Generación de Contorno» (nello stesso anno pubblicano autori come Sábato, Mujica Lainez, Cortázar, Marta Lynch). Pubblica inoltre i romanzi Alrededor de la jaula (Premio Universidad de Veracruz, Messico) – poi trasposto per il cinema da Sergio Renán con il titolo Crecer de golpe – e En vida (Premio Barral, Spagna, della cui giuria facevano parte Mario Vargas Llosa e Gabriel García Márquez).
Nel 1975 pubblica il romanzo Mascaró, el cazador americano, che vince il Premio Casa de las Américas (Cuba).

Il 5 maggio 1976, a seguito del golpe militare in Argentina, Haroldo Conti viene sequestrato. Il suo nome figura fra quelli dei desaparecidos. Molti anni più tardi il Generale Videla fu costretto ad ammettere il suo omicidio; probabilmente Conti è stato gettato in mare come molti suoi connazionali.

ACQUISTA DALL’EDITORE

Mascarò – Haroldo Conti

MascaròHaroldo ContiExòrma edizioni – Collana “quisiscrivemale” – Traduzione: Marino Magliani – Prefazione di Gabriel García Márquez – ISBN 9788831461184 – Pagine: 360 – Prezzo: Euro 16,50

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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