Quando per me ti spogli

Quando per me ti spogli

ANTOLOGIA VOL. 216

Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe

QUESTA FACCIA BUFFA

Sarebbe bastata in dono una rosa
ed invece ecco questa faccia buffa
che vedi e che ti fa l’occhiolino
Fra i grassi covoni di fieno maturo
l’estate ha già sparso e perso
semi e sorrisi, risate di ragazze
e ganzi; a occidente la mugnaia
aspetta che il dì si tinga di tramonto,
poi le campane batteranno l’ora
e ognuno farà ritorno alla casa
per stringersi intorno al desco
a mani giunte prima della cena;
e anche il padre
– che ha su il color del diaspro –
abbasserà lo sguardo vergognoso
sul pane spezzato,
fra le briciole della sera

QUANDO PER ME TI SPOGLI

Quando per me ti spogli
e dalla scrivania fai volar via
tutti i miei inutili fogli
Quando allunghi le gambe
e m’inviti a non perder tempo,
sbattendomi in piena faccia
che sono il tuo burattino
Quando mi leghi alla sedia
con le calze a rete nere
e in bocca mi spezzi il respiro
col sapore del tuo erotico lavoro
Quando mi spari la lingua dentro
e come serpente cerchi la mia
Quando chiudi gli occhi
perché di me ti puoi fidare,
ma tieni le unghie sulla mia gola
Quando mi strappi la cravatta
per scivolare giù in fondo
dalle parti di Priapo
Quando senti l’ansimo farmi male
tu non ti fermi,
fino alla fine vai tu avanti
perché non sai tradire tua natura
di Dark Lady

In the End,
vedo sol più il tacco dodici
che t’ha portata a me, Regina;
mi dispongo allora per l’ultimo anelito
sulle tracce d’una goccia di Chanel n.5

MAI PERDERAI LA TENEREZZA

In ogni vita
una piccola luce
Sì splendente, io spero
non perderai mai la tenerezza
che t’ha fatta fiorir donna,
forte più di quanto
oggi tu abbia coraggio
d’ammettere sorpresa…
fra gl’ingorghi della città

Ogni cosa muore,
non la Femminilità
che l’alma coltiva
di nascosto da quei dubbi
che t’invitano
a negarle l’Eternità

FORTEZZA BASTIANI

per Dino Buzzati

Mute risposte,
echi sgrammaticati:
per questo muovo ufficiale
guerra immaginata dall’alba
al tramonto, sull’attenti
come nella Fortezza Bastiani
scrutando dei Tartari il deserto.

QUESTIONE DI FEDE

per Hermann Hesse

Mentre fra risa e rutti
seminavate fedi e scherno,
rimanevo io ben ancorato
a una piccola stella in cielo
con occhio fisso alla Polare.

SULLA SACRA MONTAGNA

Giù in Paese i vecchi mi avevano
messo sull’avviso; ma io sordo
non ho voluto credere fosse vero,
così a mani nude ho scalato l’altezza,
la Sacra Montagna per arrivare a te

Tutti sapevano che non eri bella
Tutti di te sapevano verità e leggenda
Non fui sorpreso una volta di fronte a te,
non eri per me quella creatura da bestiario
che altri avevano disegnato nei miei occhi
Ti fissai più stordito che impaurito,
tentai di parlarti ma il mio balbettare
non fu inteso dal tuo orecchio di elfo
Tentai di sfiorarti con le dita stanche,
e subito ti allontanasti, impaurita
che dopo tanti anni un uomo spogliasse
la tua pelle delle ombre, delle leggende
gelosamente cantate da mille ignoti amanti

Con il cuore gonfio di stanchezza scesi giù
Tornato sulla strada m’incamminai verso il Paese
dove mi aspettavano per brindare e maledirmi
A chi di te curioso mi chiese notizie solo dissi
che creatura più fascinosa un mortale
non avrebbe potuto davvero incontrare
I più esplosero in una cavernosa risata,
alzando i bicchieri colmi di birra, brindando
alla mia salute; il giorno dopo con l’alba
alla finestra mi trovarono morto nel letto,
sul mio petto un unico bianco giglio
quasi diafano, più puro della neve

Ero diventato anch’io uno dei tuoi amanti
senza più un nome, senza più una religione

HO ASPETTATO IN PIEDI
IL TUO AMORE A SEDERE

Ho aspettato laggiù, quasi in fondo all’uscita
Dalle loro stesse battute divorati ridevano i comici
E di loro ridevano sgraziate le donne fumando
sigarette mentolate, lanciando distratti sguardi
a destra e a manca in cerca d’un cavaliere

Ho aspettato laggiù, dove s’accalca la folla
quando lo spettacolo è finito e rimane il fumo:
in sala non c’era più anima viva tranne la tua
Ero nel foyer e sulle lancette contavo la noia
Aspettavo che tu facessi il primo passo
e corressi da me per abbracciarmi
o con un pianto e una risata schiaffeggiarmi

Ho aspettato una vita, sempre, pur sapendo
che s’era perso il nostro amore
fra le fila dei posti a sedere

Ho aspettato una vita per una tirata infinita
che potesse risorgere dall’ombra l’amore
Tutto fu invano; non è bastato affatto
che m’improvvisassi infantile comico
dentro alle scarpe troppo grandi di Chaplin

Ho aspettato perché avevo tempo e sapevo
che il tuo stringeva e fra le paillettes ti soffocava
Ti sapevo lì, a spettacolo finito, in sala
Mai ho avuto il coraggio d’arrivare
fino in fondo al tuo sguardo; temevo di trovarmi
di fronte al tuo pianto, e questa è la realtà – la verità –
anche se adesso rido al pari d’una scimmia,
lasciandomi prendere in giro da comici e donne

Ho aspettato tutta la vita, sempre, pur sapendo
che s’era perso fra le fila dei posti a sedere l’amore,
perché io solo riuscivo a stare in piedi
nell’ubriacatura coatta di mille chiacchiere a vuoto

In piedi ho aspettato il tuo amore a sedere
Troppo a lungo ho aspettato di pizzicare
un’ultima volta la rotonda bellezza del tuo sedere

In piedi ho aspettato il tuo amore a sedere
Il nostro tempo l’ho sprecato e tu sei ancora lì,
invecchiata e con mille sogni ridotti a pezzi

INNOCENZA NON C’È

innocenza un nome
allo stesso modo tutti colpevoli
la gogna meritano tutti
e una manica di scudisciate

nel riflesso dei lunghi coltelli
stanno gli occhi dell’assassino
nella posa del caffè
stanno i cadaveri di mille morti di fame

SANTO E TIRANNO

Come il più santo dei tiranni
negro sangue ho pianto
dall’orecchio sinistro;
colla sola forza della mutezza
ho strappata la catena d’oro
che al marmo mi teneva legato

Mi guardo adesso d’attorno,
scruto questo oscuro mondo
senza provar sorpresa o amore
per le pazze creature di dio
– per le affilate loro lingue
fragili di diabolica mortalità

[senza titolo]

Sempre veniamo uccisi
dentro al nostro respiro
dal nostro vuoto sguardo
nel nulla perso;
o veniamo condannati
a cent’anni di solitudine
per esserci detti diversi,
disubbidienti,
contro le regole

[senza titolo]

“All’Urbe”
dissero loro,
“su Roma puntate”:
nell’Urbe è
il ghetto. E
ci maledissero

Ma dalla neve
e dalla cenere
un bacio
m’ha salvato:
era il tuo cuore
che faceva battere il mio
sepolto
sotto a un centinaio
di battiti arrestati

UNA LACRIMA, UNA BARA

Ti lascio una sola lacrima
addormentata in una bara,
quel piccolo Gesù
che m’albergava nel cuore
quando eri tu a scomporre
le trame delle gioie mie
per farle tue

Sol ti lascio questo Addio
d’infinito silenzio
perché Vergine Libertà
possa tu desiderare al di là
del mio sporco ricordo
– che mai più ti tormenterà
l’anima o le labbra

CHAMPAGNE!

Della gioia, della gioia
in un calice di champagne
Berremo alla gioia con gioia
Poi il vetro lo daremo al fuoco
per riscaldarci maggiormente

FACCIAMO I NOMI E I COGNOMI

E che c’avrai mai stamattina
Lo so, lo so che tutto scorre
Lo so, ti lascia sulla via in malattia
a dar retta alla faccia d’un criminale

E che c’avrai mai stamattina
La faccia t’assomiglia a un sorriso
da orecchio a orecchio,
non è però un portafortuna
Parli e resti muta e ti conti le dita,
i giorni che t’hanno tradita
per questa vita, per questa amnesia
che è tua ed è sale sulla ferita
Sulla ferita così simile alla mia

E che c’avrai mai, che c’avrai lo so
Facciamo i nomi e i cognomi
E piangono tutti per te, per me
E che c’hai lo sai: è tua la mano
che dal deserto spreme lacrime
E che c’hai lo sai: è tua l’anima
che trattiene quel sorriso così aperto
che fa male

Che c’avrai!
C’è il sole e picchia forte
Mi ricordi che era pure per me
E lo so, la conosco bene la colpa
e la storia del signore che prese la croce
per giocare in cielo un faccia a faccia,
per mettere una croce sulla croce
E che c’hai lo sai: la luce prende ombra
E che c’ho lo sai, e che c’ho lo sai

E’ che è così, testa o croce
E’ che è, e non basta il via in un amen
E’ così, anche se non l’hai accettato mai
E’ che è così
E che vuoi che sia!
Ma mai sia quel che sia

OCCHI SPAGNOLI

Occhi spagnoli, Occhi spagnoli,
tu che sulle labbra mie addormentate
ora piangi, sai forse dirmi quanti eoni,
quanti ancora dovranno darsi la fine,
quanti baci dovranno ancora morire
perché possa in petto la vita tornare
a pulsare?

Come vedi dormo:
vento e ricordo sono,
un passato mai passato

Occhi spagnoli,
fa sempre freddo qui
Quanti e quanti i giorni
che mai ho vissuto
fino in fondo,
come un assassino

E i passi tuoi leggeri
l’Eterno fendono,
la causa del saggio Ebreo piangono

IL CORAGGIO DI UN RE

Perdere,
perdere l’appoggio
d’un Re, del suo coraggio

Perdere
le briglie sciolte
del regal cavallo pazzo

Perdere
il senno e il sonno
per orgoglio,
per smania di protagonismo

Grave,
sì grave
perdere l’ignuda spada,
il pugno duro d’un Re
sulla Tavola Rotonda

Per quanto invaso dalla pazzia
il nobil sangue mai
si piegherà al ferro oppressore

Perdere,
perdere il favore del Re
Meglio per voi sarebbe stato
se aveste persa la vita
in campo aperto
faccia a faccia
Che mai ve ne farete ora
di tutto quel vil fiato
nelle budella conchiuso?

Chi perde
del Re il favore
tutto perde,
in un sol colpo:
la stima e l’amistà

GLI SPAZI DELL’AMORE

I cieli più belli
nessuno li ha ancor visti
Son dentro agli occhi tuoi
gli spazi dell’amore
– infiniti tramonti
di malinconie
di violini d’umana voce

SOTTO IL PALLORE DELLA LUNA

Lo stiamo facendo ancora
sotto il pallore della Luna
che di gelosia piena piega
un poco appena la sua lama
di luce da noi su altri mondi,
su stelle troppo grandi assai
e lontane perché possano
curarsi d’un satellite sì piccino

AFFERMAZIONE DI DIO

Ciò che un sorriso crea nel Prossimo
Niente che sia di questo mondo
lo spezza – ché affermazione di Dio
sui volti scimmieschi dell’umanità

RACCONTO A TE DI ME

Con l’alito che puzza
e la testa alla pazzia,
a te, bella ragazza
che vivi piena
la tua ingorda giovinezza,
vengo per un sorso di gioia
Non mi cacciare indietro
anche se ho il naso aquilino:
a lungo ho camminato per strade
di solitudini con accanto soltanto
l’ombra lunga della fame,
inseguendo spettri d’impossibile felicità
sotto la luna pallida e uggiolante

Bella ragazza, bella giovinezza,
non scacciare questo bastardo,
più morto che vivo, alla tua porta
Fra le tue braccia
concedimi riparo
e in silenzio uccidimi,
nel sonno, se non ti piaccio,
non lasciarmi però all’addiaccio
vittima dei sogni miei mai terminati

Bella ragazza, un sorso appena chiedo,
uno appena del tuo liquore migliore,
dopo non avrà più importanza il destino
né in un senso né nell’altro
perché sarò per sempre fra le tue braccia

NELLA PAZZIA DEL ’72

Tu pazza di gelosia,
non credo!
Ragazza, vieni vicino
Più vicino, per Dio!
Ecco, così quasi ci siamo
Sei pazza, sì, ma non di me
Le tue amiche mi ronzano intorno,
la gente fa la fila per una critica
che sia bene in chiaro
uguale a un autografo;
e io continuo a pensare
che B.B. King è Dio
con Lucille in mano

Fiorisce la primavera
e sfioriscono i miei legami;
eppur un tempo
li avevo legati e straziati
Non potevo farne davvero a meno
Mi accarezzo ora le tempie grigie
e non provo niente,
non un avviso di dolore
né una lacrima
che mi scavi il volto
In verità devo dire
che l’età delle gioie
è solo per quei giovani
che muoiono intorno ai ventisette;
e io ho smesso d’esser bello
nella pazzia del Settantadue
E sulla coscienza
non un rimpianto
Rimorsi, qualcuno

La mia amica ride forte
Racconta d’esser stata
quasi scalzata dalla vita,
dice che è giovane
e che questo porco mondo
non avrà il suo bel culo;
prende la mia vecchia mano
e mi fa sentire quanto ce l’ha sodo
Poi tira giù una lacrima isterica

Ragazza, lo senti il mio alito
che puzza d’aglio,
di primavere sepolte
in “un domani sarò un uomo migliore”?
Ecco, di me è sopravvissuto
il poco che senti
Non dire quindi
che di me sei pazza,
che la gelosia ti divora i battiti del cuore
Non dire bugie
nel vano tentativo
di lavar via l’argento
dalle mie tempie stanche
Domani sarò uguale a oggi,
solo con un giorno in più
Tutto questo lo sai bene,
non mi adulare

Adesso lasciami qui,
sotto il pergolato
Ho buona musica
e qualche libro frivolo
Il tempo passerà,
passerà e toccherà la fine
prima o poi
Ho ancora tanto da fare,
così tanto
Lasciami qui
Sei pazza, sì, ma non di me

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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