Gaetano Capuano. Intervista al Poeta di Agira che nelle sue poesie incide la vita

Gaetano Capuano. Intervista al Poeta di Agira che nelle sue poesie incide la vita: «Per me scrivere significa confessarsi e pregare nel contempo»

Iannozzi Giuseppe di Iannozzi Giuseppe


Gaetano Capuano

Gaetano Capuano, difficile dire se le tue poesie sono più belle in dialetto siciliano o in italiano.
Poeta sei. Ah, lo so, storcerai un poco il naso: oggi dire a qualcuno che è un Poeta può suonare come un sorta di insulto, e tu lo sai bene. Io non ti insulto, non ti derido, ti chiamo Poeta perché lo sei; perché vivi la poesia e vai avanti per Lei (che è tua fedele amante); perché non sei davvero capace di abortire quel che hai dentro all’anima. Poeta lo sei perché non ti dai arie: con sincera umiltà, quando ci sono accetti le lodi, poi stringendo i denti, con la schiena che un po’ di scherzi te li fa, barba e capelli a quanti ne hanno bisogno e nella tua bottega entrano.
Gaetano, sei tu un gran fustigatore, sempre contro le ingiustizie e mai con l’orecchio teso a raccogliere i gossip… Alle chiacchiere piene di stupidità che feriscono e umiliano la dignità dell’uomo, preferisci di gran lunga il semplice e divino canto dei pettirossi. Non è forse così, caro amico mastro Tano? Non è forse così, caro Poeta?

Giuseppe Iannozzi

1. Gaetano Capuano, quale profonda esigenza ti spinge a poetare, a scrivere poesie in dialetto siciliano, quello di Agira (Enna)? Sino a oggi hai pubblicato sei sillogi e non pochi personaggi di spicco hanno parlato di te.

Il motivo trainante è quello di esternare davanti a un immacolato foglio bianco ciò che altrimenti la gente non vuole, o meglio, non ha tempo di ascoltare. Ovviamente, c’è anche il mio sentire più recondito, un momento di illuminazione e di creazione che mi fa calare in una catalessi sublimale. Mi sono cimentato con tutti i dialetti romanzi della lingua minoritaria siciliana. Con il primo libro Rispicchiannu Ricurdanzi (1996, Rispecchiando Ricordanze), ho anche aderito a una sperimentazione linguistica a favore di una sorte di Koinè, poiché quando leggevo i vari autori dialettali dell’isola, raramente trovavo una coerenza linguistica grammaticale; e per un autodidatta fuori dall’isola era già assai difficile scrivere poesia e per giunta in maniera linguisticamente corretta. Non ho mai avuto nessuna preclusione per gli idiomi delle altre aree linguistiche dell’isola e tantomeno per quelle “isole” nell’isola dove si parla il gallo italico. Insomma, qualche volta mi confrontavo con altri autori e sempre ci si chiedeva quale fosse l’idioma più conveniente o giusto. Ho avuto tante disquisizioni con poeti e fini letterati del panorama dialettale siciliano: cercavo una risposta che potesse porre fine alle mie ricerche linguistiche.
Appreso dell’esito positivo di un premio letterario in terra salentina, pubblicano il mio secondo libro Vientu d’Autunnu (1999. Vento d’Autunno), dove adotto un linguaggio di alta dignità letteraria, lo stesso che fu di autori quali Giovanni Meli, Alessio Di Giovanni, Emilio Morina, ecc. Tuttavia, nel corso della correzione della prima bozza ho rivisto tutto, perché non mi riconoscevo in quel linguaggio: decisi di adottare il dialetto vernacolare di Agira, madre inconfutabile del mio parlato sin da bambino e più confacente alla mia identità culturale. Infatti, nel frontespizio delle pubblicazioni ho sempre scritto “Poesie siciliane nel dialetto di Agira”.
Ho partecipato a svariati concorsi poetici, quasi per avere conferma del valore del mio operato. In quelle occasioni che salivo sul carro dei vincitori, ho avuto la fortuna di conoscere personaggi noti e non in tutta Italia. In seguito, con dedizione e gratitudine ho instaurato diversi rapporti epistolari, che mi hanno arricchito sul piano umano e culturale.

Gaetano Capuano - A putìa, Milanisarî,, 'Ncàlia ncàlia

2. Come ti sei avvicinato alla poesia? Quali sono stati i poeti che ti hanno maggiormente ispirato nel corso degli anni e dai quali hai forse imparato qualcosa?

Mio zio, poeta dialettale anch’esso, già segretario del sodalizio catanese Arte e Folklore di Sicilia, mi ha regalato un’antologia degli anni ottanta. Premetto che ancora non scrivevo e che non mi piaceva la poesia, forse perché gli insegnanti non sono quasi mai in grado di far comprendere il reale valore della cultura. Quando ci regalano un libro, di solito lo riponiamo in libreria e non ci pensiamo più. Solo dopo un lasso di tempo, rimettendo ordine tra i libri, presi quella antologia e mi misi a leggere: ritrovai tanti dettati di vissuti esistenziali e mi innamorai della poesia in dialetto, perché la trovavo molto confacente al mio modo di essere. Oggi,quando voglio conoscere un autore, compro i loro libri. Ho letto i classici siciliani e non, poi la curiosità mi ha spinto a conoscere poeti classici come Charles Baudelaire, Paul Verlaine, Evgenij A. Evtušenko, William Blake, Federico García Lorca, Fernando Pessoa, Pablo Neruda, Rafael Alberti, Giuseppe G. Belli, Carlo Porta, Franco Loi. Ho anche letto la Divina commedia del vate Dante Alighieri, mentre i classici antichi latini e greci li ho studiati pochissimo. Quelli che mi hanno particolarmente colpito sono stati i poeti ermetici, forse perché in questi autori ho assimilato quell’ermetismo di cui sentivo l’esigenza per non dire troppo di me in maniera esplicita. Ricordo ancora come fosse oggi, dopo la pubblicazione di Rispicchiannu Ricurdanzi, sono rimasto per tre mesi quasi in uno stato non felice e di disagio dovuto al fatto di mettere in luce i miei sentimenti puri. Ho pubblicato anche un libro di poesie postume del mio amico Alberto Sardo, nel 2010, insieme a due amici per ricordare questo amico affetto da sclerosi multipla a placche. Lo abbiamo fatto gratuitamente per fare conoscere il disagio che affrontano i parenti nell’accudirli. Il libro si titola Sorridere. Sorridere è uscito con una prima tiratura di cento copie nel 2010, ma nello stesso anno uno sponsor ha patrocinato una tiratura di mille copie. L’intero introito è andato in Africa dove c’è una scuola ed una sala titolata ad Alberto.

3. Nelle tue poesie incidi la tua vita, non temendo di essere giudicato per i tarli che ti passano per la testa. Leggere un tuo libro significa scoprirti e amarti per come sei. Attraverso i tuoi versi scopriamo anche le tue radici, mai rinnegate e sempre amate. In “’Ncàlia ncàlia” c’è una gran bella nota di Pietrangelo Buttafuoco: “Tutto in ‘Ncàlia ncàlia si fa chiave con la quale aprire porte compresse dei suoi compressi testi dialettali e forse non per molto ancora silenti.” Ecco alcuni tuoi versi da “’Ncàlia ncàlia”: “La mia maschera/ fa eclissare chi è accanto/ per questo scontenta tutti.” Gaetano Gapuano, potresti approfondire, spiegare?

'Ncàlia ncàlia - Gaetano CapuanoPer me scrivere significa confessarsi e pregare nel contempo, ovviamente questo comporta mettersi a nudo. Con il tempo, affinando il dettato ho cercato di impormi, di restare e vestire i miei scritti con un protagonismo neutro. Tuttavia questo è avvenuto con il tempo: esercizi di correzione, limature, cancellature. Non sono state poche le volte che ho cestinato il mio lavoro, perché non mi sono mai innamorato dei versi. Quando rileggo certi scritti del passato, non nascondo che mi emoziono e penso: “Ma li ho scritti io?” Accade soprattutto quando scopro (riscopro) dei versi dove osai mettermi troppo a nudo. Citando Pietrangelo Buttafuoco, lui è stato capace di leggere il sottostrato dei miei scritti.
Non ho mai rinnegato le mie radici, anzi ho sempre perorato gli usi e costumi del popolo siciliano, sia nella bellezza, sia nelle contraddizioni.
La maschera? In questi tre versi c’è un mondo e una umanità dentro. La maschera è una copertura che, nel bene e nel male, tutti gli uomini portano. Mi spiego meglio. Sono dovuto crescere in fretta: all’età di sei anni sono stato parcheggiato dai nonni paterni e sono rimasto con loro per cinque anni; ieri si usava così e anche oggi, ma un bambino non sta bene senza i genitori, i fratelli, anche se ci si adopera per dargli tutto l’amore possibile. Poi, a sedici anni sono arrivato a Milano. Ero un “senza famiglia”, un po’ come tanti miei coetanei che hanno lasciato la Sicilia, sicuri che lì non avrebbero avuto un futuro dignitoso. Ho vissuto la seconda parte degli anni settanta milanesi. La politica mi ha permesso di far la conoscenza di tante e tante persone: ho aderito ad Avanguardia Operaia, ho letto il Capitale di Marx, e non ho mancato di pormi tante e tante domande, perché solo così si può essere onesti con se stessi e con il prossimo. Ci sono maschere e maschere. Vedo di spiegarmi meglio: la mia è una di verità che uso per scrivere libri; quando scrivo, in pratica è come se mi confessassi e non riesco a essere ipocrita, un fariseo. Quando mi appresto a dire una verità, succede che in tanti storcono il naso e qualcuno mi allontana. Il fatto è che la mia verità scontenta un po’ tutti. A ogni modo, dietro questi versi ci sono altri significati che non voglio dire.

4. Sempre da “’Ncàlia ncàlia”: “Comprendo ciò che è la depressione/ perché l’ho avuta anch’io./ Comprendo ciò che è la solitudine/ perché anche io ora sono solo./ Comprendo ciò che è la confusione/ perché anche io ce l’ho in testa. […]” Gaetano, fuor di dubbio sei un poeta tormentato, al pari di tutti i grandi. E’ più crudele vivere in e la solitudine o morire ogni giorno accanto a qualcuno che non ti apprezza?

Secondo me è più crudele morire vivendo accanto a qualcuno che non ti apprezza. La solitudine è oggettiva e soggettiva, positiva o negativa. Dipende. Io, ad esempio pur essendo una persona brillante quando mi trovo in compagnia, ci sono volte che agogno starmene un po’ con me. Tutti siamo d’accordo che l’essere umano deve poter aver relazioni con i propri simili. L’uomo non può accettare una condizione che limiti la sua libertà, una condizione quasi dittatoriale come quella degli ultimi mesi che ci è stata imposta per via del Covid19.

5. “La poesia è piacevole d’assaporare/ ma quando un poeta racconta alla gente/ ciò che prova e sente dentro/ la malia delle metafore/ eccetera eccetera/ tranne qualcuno/ tutti fuggono con le ali alle gambe.” (da “Milanisarî”) Oggi i poeti vengono guardati con sospetto, in alcuni casi con odio; ieri, nei secoli passati, i poeti erano invece portati in palmo di mano. Come te lo spieghi?

Milanisarî - Gaetano CapuanoNei tempi passati i poeti erano una sorta di oracoli viventi. Anche oggi, per alcun versi sono considerati degli apostoli che seguono una dottrina unitaria, e aggiungo ed oserei dire elitaria. La differenza tra questi e altri poeti che io definisco profeti è che quest’ultimi possiedono un’aurea che li fa divenire lungimiranti. Ci sono ottimi poeti che rimangono tali per sempre, e ci sono poeti che pur essendo considerati dalla critica mediocri, possiedono il dono di andare oltre, quell’oltre che non è di tutti, perché non hanno intrapreso un percorso spirituale e si sono tenuti lontani dalla religione, dalla natura e da un po’ tutto ciò che ci circonda. Questo atteggiamento potrebbe sembrare paradossale e in una certa misura forse lo è, ma sono convinto che a questo mondo ogni poeta segue la sua propria strada, e io ho scelto la mia.

6. “Il cranio rimbomba/ bolle e come ago/ trivella camole/ trasformate da miele a fiele.// Lascia e prende. / Prende e lascia.// […]” (da “Milanisarî”) Questi tuoi versi ci spingono a riflettere sulla confusione, in particolare su quella sperimentata dall’artista. E’ essa un male di cui vorresti liberarti?

Non è un male avere dei dubbi. C’è chi non ne ha e chi non si interroga… beati loro! Io, ad esempio, sono ancora in una fase di ricerca spirituale. E’ vero che le avversità mettono a dura prova la quotidianità, allora uno cerca di affrontarle come meglio può, ma fanno presto i dubbi ad affacciarsi alla mia mente, ed è così che vado incontro a uno stato mentale di confusione, ma resto sempre attento ai disagi personali e a quelli dell’umanità. La liberazione da questo male può avvenire semplicemente vivendo. C’è la concreta possibilità che la confusione sia una componente del mio carattere, per cui la bisogna è che impari a comprenderla un po’ alla volta, giorno dopo giorno. Imparando a conoscermi meglio, riuscirò a capire i miei simili e quindi a esser maggiormente sereno.

7. In “A putìa” ripercorri le tappe principali della tua vita, ed è così che scopriamo Agira, tuo paese natale, e Varese dove oggi risiedi. E’ questa una raccolta poetica molto personale, forse più delle altre da te pubblicate.

Stavo lavorando a un libro che doveva essere diviso in quattro sezioni, tra cui ‘A Putìa e le tre rimanenti che poi sono approdate in Milanisarȋ. Non avevo mai scritto un libro monotematico, e oserei dire, per il corpo contenente, quasi un vissuto ridanciano. Decisi di estrapolare questa sezione in cui narravo del mio lavoro quotidiano, quello che mi dà da mangiare. Un lavoro che io amo quanto la poesia, la quale però non mi riempie di certo la pancia. E mentre lavoravo, quasi tutti i giorni, i miei clienti mi offrivano degli spunti per fermare gli accadimenti meritevoli di essere raccontati. Ovviamente, era il mio campo dove attingere. Oggi, avrei potuto fare un secondo, un terzo e un quarto libro sulla bottega. Non amo ripetermi, Non amo ripetermi, sono molto peculiare e sono pronto a scommettere che il lettore non riuscirà a trovare versi uguali o ripetuti nel mio corpus poetico.

8. Nei tuoi libri di poesia hai dedicato diverse liriche a personaggi famosi e non, che sono passati a miglior vita. Per molti filosofi e letterati la morte non è da temere ma da desiderare. Qual è la tua opinione in merito?

A putìa - Gaetano CapuanoHo conosciuto diversi poeti, letterati e critici di indubbia fama: Tonino Guerra, Luciano Erba, Milo De Angelis, Corrado Calabrò, Tiziano Rossi, Giovanni Tesio, Franco Loi, Nicola Gardini, Guido Oldani, Renato Pennisi. E ho avuto il piacere di fare la conoscenza di autori più strettamente legati al panorama letterario siciliano: Salvatore Di Marco, Giuseppe Cavarra, Lina Riccobene, Pietrangelo Buttafuoco, eccetera.
La morte? Il mio pensiero è rivolto alla sezione Spinapulici (pungitopo, la contrada che dona titolo al Camposanto di Agira). Nel corso della presentazione di Milanisarȋ mi è stata chiesto cosa ne pensassi della morte. Insomma, pur nella sua drammaticità dolorosa è un evento naturale, per cui mi sono fatto persino il mio epitaffio. Scrivere di chi non è più su questa terra mi tiene vigile e mi spinge a dire che è una cosa che riguarda tutti. La morte riguarda tutti ed è ovvio che quando sarà il mio momento l’accetterò. E’ molto più difficile accettare  la morte quando questa coglie i giovani. Mi spiego: non è normale che i genitori debbano tumulare i propri figli, e trovo che non sia corretto l’accanimento terapeutico nei confronti, ad esempio, di un malato terminale.
Ho paura di morire, ma sono consapevole che prima o poi andrò anch’io incontro al trapasso. Meglio dopo.

9. Oggi come oggi, di sola poesia non si vive, poco ma sicuro: quali altri interessi nutri, “mastro Tanu”?

Faccio il segretario di una associazione denominata “Famiglia agirina di Milano”, e sono uno dei fondatori di un concorso letterario da ventisette anni, il quale fa capo alla medesima associazione. Inoltre ho curato sul periodico informativo culturale Il Castello, sempre della stessa associazione, una rubrica di Poesia dialettale e poeti contemporanei. Mi piace rimarcare “poeti contemporanei”, poiché ritengo sia troppo facile parlare di autori dove si è già detto tutto. E mi piace disegnare, suonare la chitarra, occuparmi di modellistica, curare il mio orto; e mi piacciono i fiori, le piante e soprattutto mi piace discutere di poesia con i giovani, quando loro sentono l’esigenza di discuterne con me.

10. Gaetano Capuano, sospetto tu sia ancora in cerca del tuo centro di gravità permanente. Progetti per il futuro?

Per certi versi sono nel centro di gravità permanente, per altri invece sono ancora alla ricerca di qualcosa di ideale. A dirla tutta, penso non esista, perché l’uomo, anzi la natura dell’uomo è contraddittoria.
I progetti futuri da realizzare sono altre tre sillogi a cui sto lavorando, ma non ho fretta e poi non voglio inflazionarmi.

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Intervista condotta facendo riferimento ai seguenti libri:

“A putìa” (“La bottega” – Rosaliaeditions, 2010 – Prefazione di Giuseppe Cavarra)
“Milanisarî” (“Milaneserie” – Rosaliaeditions, 2016  – Prefazione di Nicola Gardini, Nota di Erika Reginato )
“’Ncàlia ncàlia” (Dormiveglia  – Associazione Famiglia Agirina, 2017 – Prefazione di Lina Riccobene, Nota di Pietrangelo Buttafuoco)

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Gaetano Capuano. Intervista al Poeta di Agira che nelle sue poesie incide la vita

  1. romanticavany ha detto:

    Nelle tue poesie incidi la tua vita, non temendo di essere giudicato per i tarli che ti passano per la testa. Leggere un tuo libro significa scoprirti e amarti per come sei. Attraverso i tuoi versi scopriamo anche le tue radici, mai rinnegate e sempre amate.
    Questo pezzo dice tutto.

    @gossipstyle-2
    Ciao King 1 bacetto

    Piace a 1 persona

  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    E’ la domanda che ho posto a Gaetano Capuano. Be’, le domande, è vero, bisogna anche saperle fare.

    Grazie di averci letto, dolce Vany. ❤
    Un bacione a te.

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