Raccontami una fiaba

Raccontami una fiaba

ANTOLOGIA VOL. 214

Iannozzi Giuseppe

fiaba - John Bauer

NON SANGUINIAMO PIÙ DEL DOVUTO

Puoi lasciare le mie mani adesso
Per un bel pezzo mi sono pianto addosso,
lasciando che i fiumi scorressero sotto i ponti,
sognando di scrivere poesie sul pelo dell’acqua
Una a una mi sono spezzato le ossa dell’anima
E mi sono pure illuso che il motore fosse l’amore
per Pinocchi e Don Chisciotte;
dovevo ancora incontrare il Diavolo all’incrocio
per accettare l’idea che si vive una volta e basta

Le cattedrali, che mai ho visto, franano felici di finire
sotto lo sguardo indifferente di Atlante,
e i minareti, persi chissà dove, fanno uguale fine
Non c’è motivo perché questo rapporto rimanga in piedi
Le orbite dei pianeti si sono allontanate e gli angeli,
che legarono i nostri polsi con manette di spine,
hanno da tempo un loro posto fisso al cimitero

Non sanguiniamo più del dovuto
Tanti prima di noi sono caduti nel tranello celeste,
e con le proprie forze si sono rialzati
o si sono scavati la fossa, senza sciupare lacrime

Puoi lasciare le mie mani adesso,
Dio non avrà il coraggio di trarti in inganno

Non sanguiniamo più del dovuto,
puoi lasciarti andare adesso
Hai una strada di possibilità da seguire
e nemmeno un secondo da perdere
in baci dell’addio
Dio non avrà il coraggio di trarti in inganno

Non sanguiniamo più del dovuto

NON È IL MIO CUORE

E dove sono io?
dove lo spazio infinito
che m’ebbe in sua gloria?
Ero una stella e in cielo brillavo, alto,
ma solo m’illudevo che così fosse
Ero uno sbadiglio
e dentro al petto soffocavo
Ero una risata
e fra le labbra della notte morivo

Dicesti un giorno: “Basta!”
La tua mano sulla mia bocca posasti
perché finalmente tacesse
e con essa anche l’alma mia disfatta
Delle mie false verità eri stanca;
più non sopportavi che mi dessi via
nelle fauci d’un cielo senza stelle
Per me eri triste
perché troppe volte mi perdevo
Per me eri triste
perché da tempo ero già morto
e non me n’ero accorto io:
sol facevo conto di tornare a brillare
nella luce dei tuoi occhi

Gridasti un giorno:
“Non è il mio cuore!”
E soffocai finalmente io,
infinitamente
perché ero uno sbadiglio malfatto
e solo ero capace di soffocarmi;
perché ero una risata strozzata
e solo fra le labbra della notte
capace ero di morire

E tu dove sei?
dov’è quello spazio infinito
che ti ha in sua eterna gloria?
Speranza non nutro,
ma lì ti vorrei raggiungere,
lì ti vorrei incontrare per ammirare
un’ultima volta la luce dei tuoi occhi belli,
dei tuoi occhi
che son mille stelle di verità
– pensando a te, pensando a te solamente

LA CHIAVE DELLE TUE BUGIE

Ho la chiave delle tue bugie
Ho preso confidenza col tuo amante
Siamo andati a trovarlo Magellano
Gli abbiamo portato arance siciliane
E’ uno di poche parole
Ama pescare dentro a un naufragio
Gli piacciono le onde e le reti gonfie
E’ uno che non spiccica parola

Siamo stati delle ore a dirgli
del più e del meno
quasi ci conoscessimo da sempre
Io e la mia ombra, e lui niente
Ma però la Terra è piatta
ed è una fortuna sfacciata, anche per te
Anche per te che non mi ami più

Hai l’amante, noi le arance rosse
Noi stiamo bene da soli
Verremo a trovarvi a notte fonda
per scoprire com’è che lo fate l’amore
Con la luna piena o con il cielo vuoto di stelle
verremo a trovarvi con una bottiglia scolata
e nessun messaggio di paura o di coraggio

Hai l’amante, noi le arance siciliane
che abbiamo fatto assaggiare a Magellano
Ho la chiave delle tue bugie
e nel videoregistratore un porno di fantasie

Non ti preoccupare per noi
Abbiamo tutto quello che ci serve:
le tue mutandine per pulirci il naso,
e fazzoletti di seta per pulirci il sedere,
e arance succose che ci fanno pisciare
e qualche volta ruttare di gusto
E risate a volontà
sotto i pergolati coi coltelli in mano,
e negli occhi semichiusi luminarie
per la notte che verrà
Ci sarà un gran divertimento da smaltire
Rosso, rosso come il sole di Sicilia
perché oramai ho la chiave delle tue bugie

MOSCHE D’ANGELI

Sei un completo disastro
Mi dici un “ti amo”
come fossi un Gesù in croce,
mi dimentichi poi per il silenzio
Dormi e respiri su nuvole altrui,
su tatuaggi
che non m’appartengono

Sei un completo disastro
Mi dici un “ti amo”
e credi di potermi far fesso
su tutti i fronti dell’amore
– o dell’odio di Dio
Mi resta così poco in mano,
giusto un pugno di mosche bianche
– angeli infetti di gelosia –,
e in bocca un muto addio
per un silenzio spero uguale al tuo

I.

Per un orgasmo
o per un attacco di sarcasmo,
lasciati adesso andare all’estasi
Ti amerò lo stesso:
come un eponimo darò via
il mio nome al tuo sesso

II.

In un tormento
d’eco vuoto
cader lo vidi,
in gola rattenendo
lo spasmo doloroso
d’un dolore
al di là del dolore

Senza sgomento
lo vidi poi rialzarsi
lo sguardo puntando
là dove
non è ancor di casa
il tramonto;
muto l’osservai andar via,
già mezzo sepolto
in un impossibile ventaglio
di nebbie e fantasmi

Non era Dio,
di certo però l’abbracciò

III.

L’ombra del tuo sorriso
sul cuore mio fermo
arrestato
fra un tombino e un semaforo;
davanti a me la strada
di uomini-topi,
di macchine veloci,
e la notte loro complice
Lampioni e neon,
non c’è però luce
che non muoia,
e non c’è ombra che dia gioia
Prima o poi
prenderò sotto la tua ombra
o ridendo di pazzia
sparerò alla mia

V.

L’ho fatto fuori bene
il tempo destinato a me,
fuori dal tempo
fra romanticismi
e fumose note di jazz

Guardano le donne
in modo un po’ strano
le dolorose poesie
nel fascino di Coltrane
versate

Non capiscono perché,
non immaginano Garibaldi
fra mille barbuti soldati
per l’amata sua Anita,
come un uomo, piangere

È che non capiscono il jazz,
il fascino d’una notte stellata
che nell’animo del pianista,
per ubriaca eternità, collassa

Per le loro gonne,
lunghe o corte,
si preoccupano le donne :
non amano il jazz,
loro solo bevono il tè

Non amano me,
non intendono te

CAPINERA

Capinera, perché più non voli,
perché più non becchi le mie mani?
Forse perché han foggia di vanni?
Ma anche se negli occhi sta la luce
dell’aguglia, in petto batte il core
misero di chi disperato vagola
pei Setti Cieli, plorando che strale
presto lo fulmini e ponga così fine
a un’esistenza che ogni gioia
ha perso!

Ma tu, tu piangi e ridi…

Dunque tu m’ami e non per pietà!
Tu m’ami d’un amor puro,
per amplesso e gaudio dell’alma
O quale desio nutro dì dopo dì,
Capinera mia bella, tu non sai
né oso dirne qui, ora: chiunque
potrebbe pensarmi impudente,
e indemoniato; eppur come,
come resister al dolce richiamo
di quelle tue labbra sì lievi,
che delle fragole più rosse
e vergini han su il sapore?

Tu m’ami dunque! Tu m’ami
da sempre! Niuna ombra di dileggio
nel tuo sospirar, guatando l’alba
appena nata e sì presto rappresa
sul limine dei sogni a occhi aperti
Così anch’io t’amo e t’amo,
con quel fiato che i poeti soffrono
quando scorgono che la Poesia loro,
a ogni verso sulla carta vergato,
abbandona il pudore per farsi carnale

NON DICIAMOLO, NON AD ALTA VOCE

di Viola Corallo e Iannozzi Giuseppe

Non diciamolo,
non ad alta voce,
oppure sì: fatto sta
che in una pozza di stupidità
– di assenze su assenze –
si annega il domani;
e il nostro tempo,
giorno dopo giorno,
ce lo mangiamo,
lasciandoci alle spalle
il bello e il brutto,
simulando felicità,
sorrisi che non sentiamo.

Diciamolo,
diciamolo pure, a bruciapelo:
questa vita non la capiamo,
appieno non la capiamo
mai veramente,
nonostante lo sforzo
di darci uno scopo
che nel domani
rimanga ben impresso
a favore di chi
dopo di noi verrà.

Si sgrana presto il momento,
quello che – per chissà
quale distrazione del Fato o di Dio –
ieri, subito, lo dicemmo buono;
in mano poi,
a noi, poco o nulla ci resta,
forse solo una manciata di sale
che non abbiamo saputo
amministrare né somministrare
a quanti nel nostro cuore o no.

Eccoli i giorni,
sempre uguali,
sempre persi
in indecifrabili rotte.

Così noi si sta
fra un sonno e un altro,
fra un amore e uno
che non ricordiamo più,
fra una notte e un’alba;
ed è un po’ come morire.

ALLA FINE

non c’è una ragione
né un perché
o un sorriso che valga
o al limite un pianto
a sé appeso

a volte ci si dimentica
di tutti, della vita anche

e si va avanti
senza dolore quasi
per il resto dei giorni

sol questo fa male
alla fine quando la Fine

RACCONTAMI UNA FIABA

Raccontami una fiaba,
una che non abbia
né capo né coda,
e nemmeno un finale
Raccontami una fiaba così
e fallo durare per sempre
l’inganno bello e tremendo
della tua voce

TUTTO SI DISTRUGGE DA SÉ

Miro
a una perfezione
al di là
della mortalità,
per questo ho lasciato
mille poesie incompiute
sul tavolo dei saggi

Affondano gli sbagli,
come pietre toccano
del fiume il letto buio

L’amor mio di ieri
più non sa il mio nome,
e dovrei esserne felice:
tutto si distrugge da sé,
niente
dal nulla si crea mai

Miro
a una delicatezza
che sappia tagliare in due
il diamante,
la sua fredda luce fucilata
da milioni di soli, di lune,
da milioni di storie

Miro
a una perfezione
al di là
delle interpretazioni
lasciatemi in eredità
da Buddha,
Cristo e Abramo

Miro
alla liberazione degli schiavi

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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