Una zucca a metà e non vuota

Una zucca a metà e non vuota

ANTOLOGIA VOL. 213

Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe

MIA BELLA CIOCIARA

Mia bella ciociara,
più non mi chiedi
se vedo,
se nudo vivo
o in braccio a sorella Morte.
Ma che importa?
…che importa
se la farfalla di mia gioventù
è caduta giù
proprio quando alto il sole
spandeva luce
su quei prati in fiore
che un dì non lontano
mi graffiarono le terga
di ragazzo innamorato.

Core de Roma,
pure tu sei cambiato,
o son solo io
che non ti riconosco più.
Il mio vecchio però ancora
mi racconta di quand’eri
sotto la pressione del fascio,
e le donne eran qualcosa
per cui valeva la pena
di morire
tant’erano belle e schiette.

LUNA

Quel giorno veniva giù
davvero di brutto
C’era confusione
e c’erano pezzi di Cielo
sprofondati
in luttuose pozzanghere
E dal Luna Park un freak
vomitava baci di fuoco,
un altro ingoiava la Sacra Spada:
è proprio vero dunque
che se il Paradiso cade
gli Angeli stringono al seno
il Demone da sempre
in loro nascosto
Quanto, quanto vento
ti ha maltrattato i capelli
mentre tentavi l’abbozzo
d’un sorriso
– d’una malinconia d’amore
vecchia quanto l’argento
sulle tempie mie di poetastro

Vana, vana illusione
credere di poter,
per un giorno almeno,
spazzar via il Male
Inganno la Rosa Rossa
all’Eden strappata:
confitta rimane nel cuore
la spina, più che mai
resistente a ogni battito

Rimaniamo noi
stretti stretti, guatando
il morboso crepuscolo
sulla Ruota Panoramica,
che gira e gira

Ma tu, Luna, donami
l’incanto della Fine:
come al Cine,
sia nei titoli di coda
seppellita
l’estrema carezza

GRANDE VUOTO

Dammi indietro il mio sitar,
i libri degli antichi saggi
e quel giorno di pioggia
che ti mancava una bugia
L’autunno ha preso casa qui
Quando sono venuto
te l’avevo detto che ero
di passaggio;
hai taciuto
invitandomi a radermi il capo
Ci siamo poi seduti
senza parlare:
fuori c’era aria di rivoluzione

Dammi indietro quel giorno,
il suono estatico del sitar
che insegnava all’anima
la ribellione e la comunione
Dammi indietro le mie ciocche dei miei capelli
e il Grande Vuoto dell’Universo
Quando sono venuto non ho mentito,
credevo davvero d’essere una zucca vuota,
uno che solo studiava per non capire un’acca
Ora ho bisogno di suonare,
di tornare sulla strada sotto il sole
Ho conosciuto tante malattie,
alcune mortali, ma sono ancora qui
Ho visto piccoli uomini spaccare teste
e ho visto i loro stupidi becchini
Ho conosciuto un momento di pietà
per fermarmi a lungo in una distrazione
Ho visto monaci scivolare lungo il fiume
con la pancia gonfia d’acqua e il volto ammaccato
L’Universo ha impiegato proprio niente
per cadere nel suo Centro
Così ti chiedo di darmi indietro il sitar
Sono una zucca a metà e non vuota,
me l’hai insegnato tu immersi
nelle luci delle candele
Ma ora devo trovare il Suono Perfetto
che ci sollevi dalla Miseria
Fuori c’è più morte che rivoluzione,
non è tempo buono per la meditazione

I Beatles sono quasi tutti morti
I Rolling Stones sono neri dentro

Oh sì, sono così neri dentro
Tutti noi lo siamo
Dammi indietro il mio sitar,
le parole consumate degli antichi saggi
e quel giorno di pioggia
che ti mancava una bugia
per dirmi “ti amo”

PIOGGIA DI TE

Piovimi addosso
come una pioggia
o una cascata di sole,
e ti raccoglierò
fra le braccia
rubandoti a Dio,
alla sua superbia
di crederti sua

PER UNA FARFALLA

Mi lasciò al mattino d’un giorno qualunque
Giù in paese sorridevano, già sapevano
Il parroco m’invitò a confessarmi, il barista
invece, più accorto, mi offrì un bicchiere forte
Sbronzo ma non allegro passai di fronte
alla bottega della sartina che mi segnò col dito:
“Ti disperi? Quella è stata con chiunque
tranne che con te… tranne che con te…”
Aveva ragione, ma la rabbia in me montava,
il veleno nelle viscere s’accumulava minuto
dopo minuto; fu così che presi la decisione
di darle una lezione come si conviene…
Ma prima che potessi trascinarla per i capelli
in piazza, una farfalla mi volò davanti agli occhi:
bastò perché il piede mettessi in fallo
su una merda fresca di cane, sbattendo forte
il capo sul nero catrame, colorandolo per sempre
con l’inutilità del rosso mio sangue

ORIENTALE

Il Piccolo Monaco ha sorriso
al fiume impetuoso
La Donna ha alzato gli occhi
a mandorla
da terra
e ha tenuto il silenzio
come le hanno insegnato
quand’era una bambina al Tempio

HAI PERSO IL SENNO

Hai perso il senno
Sulla Luna credevi
di poterlo raccogliere
insieme a quello
d’un uomo
ch’era piuttosto famoso
in un dì ormai lontano
– da tutti dimenticato;
e invece solo
hai scoperto
che pazzia chiama
pazzia, piena pazzia
che i mari fa incollerire
e gli amori morire
nel mezzo di procelle
senza nome

Povera Fanciulla
E’ verme strisciante
quel luccichio negli occhi
che ogni mattina
allo specchio ritrovi
insieme all’imago tua

Povera, povera Anima
che le notti tutte vivi
a lume di candela
plorando per la Croce
– danzante stella –
fra gli acerbi seni
non ancora sfiorati
da mani innamorate

GABBIANO

Non oso davvero
dire se un gabbiano
sia come un uomo
felice o meno,
se la pace la trova
fra le alte nuvole
o a pelo dell’acqua
in cerca di cibo,
d’un piccolo pesce
affogato al sole
Né oso dire
se tra sole e venti
le ali gli siano
solido appoggio;
eppur quando
un uccello così
profumato di salsedine
e non stanco
del lungo viaggio
si trova davanti
al mio sguardo,
in quel momento
capisco
che chiamato
al mondo
non posso rifiutare
di vivere
per quel che sono

MAESTRINA DI PAESE

Conoscevo un tempo
una maestrina
Di buon mattino si svegliava,
un bacio subito gittava
all’uccellino
sull’eterno suo ramo di ciliegio;
poi davanti allo speglio
spogliava fantasie
petalo dopo petalo
con lo sguardo perso
– fisso – quasi cercasse
sulla lucida superficie
l’imago d’una grandezza
nel Profondo nascosta

Forte le batteva il core in petto
per un niente o un verso di poesia
Amava i rossi velluti di Valencia
e il grezzo saio di San Francesco
Sempre stupiva
– arrossiva, scoperta
a immaginare il Nudo Peccato
In lei, gli alunni scoprivano tracce…
sul volto d’acqua e sapone,
e ne ridevano di nascosto
più per celia che per malizia,
non conoscendo ancora
della carne la forza

Conoscevo una maestrina
che ogni dì faceva la solita strada,
incontrando lungo il cammino
un piccolo prete di campagna
giovane e anche un po’ bello:
forte pedalava in piano e in salita,
ma quando la incontrava
le gambe gli cedevano
e poco mancava che rovinasse
fra ortiche e rampicanti al limite
della strada

OLTRE LA BELLEZZA

Hai ragione
Tu sei bella
Io invece no
Hai ragione
Tu metti le scarpe,
quelle con il tacco;
io vado scalzo
e l’eskimo non l’inchino
né alle signore all’Opera
né ai loro buffi partner

Hai ragione
Procedo io deragliato
sotto questo cielo bigio,
senza mai pensare
di farmi una doccia,
e dormo in stazione
quando butta bene;
tu invece riposi
fra lenzuola di seta
e origlieri imbottiti
di piume d’oca

Hai ragione, hai ragione,
tu sei bella, tu sei bella
Io sono solo quel che sono

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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