La solita Morte truccata da scimmia

La solita Morte truccata da scimmia

ANTOLOGIA VOL. 212

Iannozzi Giuseppe

William Holbrook Beard -Power of Death

IO TI AMO

Il Gesù di quaggiù ha su un sorriso a lutto
Non c’è pace fra gli ulivi, e aspetta Giuda
Ma chi tra i due sia il più spaventato,
per la cronaca, davvero non saprei dire

Sì fredda della morte la mano! Non il Padre
né altro dio la può arrestare per un giorno
o anche solo per un momento, quello esatto
di sussurrare a fior di labbra, “Sì, io ti amo”

IL VENTO SU GIUDA

Così oggi non hai più alcun dubbio
Mi vedi appeso a quell’alberello
sbatacchiato dal vento di tanto in tanto
solo perché mi chiamavo Giuda

Sembro il ritratto d’una scimmia
con il collo tirato come quello d’un gallo
Il Maestro aveva promesso Inferno e Paradiso
Aveva promesso, con troppa leggerezza!
Il corpo mio morto lo accarezza il vento,
il vento con la sua mano pesante di freddo

Non un angelo, non un demone o un agnello
Si sta nell’assenza vuota di sentimento e basta
Questa l’essenza estrema, nera pace mortale
che neanche la puoi spiegare; e il nome che fu tuo
da chi ancora in vita viene proferito o profanato

Così oggi non hai più alcun dubbio
Che tu m’abbia amato o odiato
alla fine conta meno di niente
Resiste solo il nome che fu mio
in bocca a mille genti che fato uguale al mio
presto o tardi avranno, senza la speranza
di poter cambiare una sola virgola

Così oggi mi vedi, giusto una scimmia
Però io mi chiamavo Giuda e tra le scimmie
ancor oggi vengo chiamato in causa
più del Padre, più del Maestro così tanto buono
eppur di me assai meno menzionato

IL MIO PIANTO

Piango delle stelle la luce
Il sangue mio l’hai già bevuto
Altro non ho da offrirti

SIGFRIDO

Se mi ami,
di tutti i pensieri
spogliati
La sottoveste
lascia scivolare
fin sotto alle caviglie,
e mostrami
com’è bella
una donna
che ama e ama me,
un Sigfrido destinato
a morire prima
d’aver consumato
tutto l’amore

STORIA DEL DIAVOLO!

E’ presto corsa
la voce di bocca in bocca
sin giù in Paese, di casa in casa
Non c’è più niuno che non sappia
Dondolano le campane nei campanili
Di tetra eco inondano la valle accanto
riempiendola fino al limite,
promettendo veloce inondazione
E tremano le montagne,
anche le più grosse e vecchie
come prese d’assalto da giganti spergiuri
figli d’un coito non previsto
fra mortali e angeli caduti

Lanciano le donne urla al cielo,
cadono poi in deliquio
con la fronte madida di freddo sudore
mentre cade la pioggia senza posa
Ne approfittano i maniaci sessuali
per uno spuntino,
gli assassini per far casino
Del vento la grifagna mano li aiuta:
veloce le gonne solleva,
lasciando proprio nulla all’immaginazione

Dondolano nei campanili le campane
Tristi: cadaveri impiccati paiono,
costretti all’eterna agonia di menarsi

Belzebù se la ride della grossa
Coccola Gesù Bambino tirando fuori
il suo cachinno più angelicato
Sulla neve pestata degli umani
lascia impronte un poco caprine
perché sia grande la confusione
sebbene poco o nulla originale

SOGNI AL MATTINO

Niente hanno di umano
quei sogni che al mattino
ci svegliano
con le loro gelide dita
sulla fronte sudata

Quanto più conveniente
sarebbe aprire gli occhi
e incontrare una puttana
invece della solita Morte
truccata da scimmia

PERSONE SOLE

Persone sole, più tristi
d’una condanna a morte,
e altre ancora
che nella confusione
dei giorni passati
dimenticarono
il nome e la faccia
dentro allo specchio
infranto,
gridando innocenza
nonostante il Torto
dal teschio gli occhi
glieli avesse cavati

Ho conosciute persone così,
non le ho capite bene mai

NOTTE

E allora perché non dormire
invece di questo morire
con un pozzo in gola?

Voi che scavate camposanti
riposate
ora che il gufo tace
e il corvo è la notte

SETTE GIORNI

Non è più il tempo dei giochi,
degli amori impossibili
Tutto è finito, tutto, amica mia

Le strade vuote di vita
E tu dici che dopo la mattanza
ci corrono ombre di angeli e demoni
Io so soltanto
che la canna della 45 fuma
Te ne sarai resa conto,
ho la bocca impastata di morte
Non è bastata la tua saliva a sciogliermi
quel nodo in gola che preme

Non è più il tempo di ridere
Non è più il tempo di piangere
Abbiamo visto molti corpi al tramonto
E siamo rimasti indifferenti,
legandoci le mani
quasi sperassimo ancora di salvarci

Le strade spazzate dal vento e basta
Abbiamo sparato a ogni bersaglio,
a ogni uomo o donna, e a ogni bambino anche
Nessuno è rimasto in piedi, nessuno
I corpi ammucchiati l’uno sull’altro,
oscenamente nudi fanno quasi tenerezza
Abbiamo visto il tramonto,
lo abbiamo visto tingersi di insanguinate oscenità
E dopo tante pallottole non è nato un amore

Le strade vuote di vita
Dici di vedere ombre di angeli e demoni

Amica mia, non è più il tempo di…
Hai delle gran belle gambe, sì
Non lo nego,
abbiamo fatto del nostro meglio,
ma non potevamo cambiare
il delirio scritto da Dio, da Io

Amica mia, è il tempo di darmi la tempia
Amica mia, è il tempo di scrivere la Fine
Sarò di nuovo completamente solo
come all’inizio di tutto, come all’inizio di tutto

Sarò di nuovo completamente solo
come all’inizio di tutto, come all’inizio di tutto
Sei giorni per creare ogni cosa e uno per morire

E uno per morire di cecità

SCRIVO POESIE

Scrivo poesie
perché non ho una buona mira
con la pistola, né ho pallottole
e cervello abbastanza
per prendere il coraggio d’andar fuori,
completamente fuori di testa
e mettere a soqquadro questa sporca città
di ruffiani trampolieri e mangiatori di fuoco

Scrivo con il nero dell’inchiostro

Scrivo poesie
perché vengono facili,
più dell’orgasmo d’una donna pagata a ore
e costano un bel niente a me e a chi le riceve
Scrive poesie
perché ho una mira che fa schifo
Adesso però mi tocca d’andare a pisciare,
altrimenti me la faccio addosso
e un paio di mutande buone di ricambio
io, che sono povero in canna, non ce l’ho

FRA DONNE

Fra donne la gelosia
è degli inverni conosciuti
il più lungo e impietoso
Chi nel mezzo
di sì trista procella
impossibile che ne esca
se non in orizzontale,

e sol quando l’Orizzonte
da lunga pezza spento ha
i suoi Soli, pallidi o rossi
che all’inizio fossero

SPIRITO LIBERO

A Capodanno mi darò la fine
Era una vita che aspettavo
di chiedere la tua mano
alla vecchia maniera
Era una vita che tremavo
all’idea d’esser davanti ai tuoi
Ma solo ricco di lune storte
non mi hai mai portato
in palmo di mano, e in ginocchio
son caduto

A Capodanno sarà libero
il mio spirito dalla prigione
che l’ha in consegna
Potrò così anch’io volare alto
al di là dell’amore, ed amare…
amare veramente senza la paura
di dover vuotare le tasche
per dimostrare che valgo più
d’un povero cristo in croce

A Capodanno siederò
con un bicchiere di rosso
in una mano e il coltello pronto
allargato in un sorriso in quella
che è libera

VORREI VEDERE

Vorrei tanto vedere
per una volta almeno
con gli occhi tuoi
tutta la bellezza
che mi dici c’è!
e che però non vedo

Vorrei tanto un nudo
di te che ti specchi
nelle limpide acque
della Fonte della Vita

Vorrei strapparti
di dosso la seta
e affogare la vista
nel biancore latteo
della tua pelle
di bimba in fiore

Vorrei rimanere così
nascosto in te
come un bambino
bisognoso d’amore,
d’amor materno

Vorrei scoprirti
arrossire lieve
E poi baciarti
a lungo
sino a lasciarti
senza fiato

Vorrei portarti
dentro al mio sogno
più scabroso
per sentire la paura
del tuo cuore sul mio

Vorrei poterti dipingere
a mio piacimento,
senza che tu mai un dì
possa urlare Tradimento!

PORTAMI VIA

Portami a casa
Toglimi da questo manicomio
di bianche regine
Se sei venuta fin qui
ci sarà ben un motivo
Portami via, portami in un bacio
Non lasciarmi ancora qui
dove ogni parete è chiusa
e un raggio di sole non arriva mai

Se sei riuscita a trovarmi,
non lasciarmi adesso che sai
Se un po’ conosci i labirinti
della mia mente portami lontano
Non la reggo più la pesante eternità
che si respira qui
– che spacca i polmoni
Portami via con una scusa
Dì loro che sono morto
e nascondimi in te,
dì loro che sono andato,
che il respiro mi si è arrestato in corpo
Ti prego, non lasciare le mie mani
anche se le vedi così tanto pallide
da non sembrare quelle d’un uomo

Portami via, portami in un bacio
Disegna una rosa di sangue
con l’indice dove mi batte il cuore
Portami via così, portami via da qui

BIONDA

Per i tuoi baci strazianti
taccio io per sempre

Bionda si fa la notte,
ma sì presto bacia
la nebbia la luna

DOLORI D’UN WERTHER QUALUNQUE

Tu non m’ami più
Senza te nel traffico delle strade
il mattino i suoi occhi chiude su me
Non servono i semafori a fermare
la frana dell’anima mia

Sta un poeta a un tavolo
seduto a mirar il cielo
quasi fra le nuvole potesse scorger
della Creazione il mistero:
s’inebria per ogni pecorella
che il vento commuove,
lo prende poi in fronte
un debole raggio di sole,
abbassa allora lo sguardo
sul caffè ormai freddo,
sospira, e sotto i baffi se la ride

E pensare a tutti quei versi
E pensare a tutte quelle gioie
sì piccole, eppur in un tempo
neanche poi troppo lontano
importanti
E adesso,
che è rimasto di tutto questo?
L’alito freddo del verno
che le giunture dell’alma scardina
mentre tutto le gira attorno
– folletti di vetro fanno a gara
per la risata più alta e stonata
che al muro costringa l’infelice

Sull’acceleratore il piede
Il resto del corpo da tempo è via
Non si cura lo sguardo di sapere
che cosa c’è al di là
del parabrezza, della nebbia
che le lacrime han donato agli occhi

Muore un uomo cadendo
nella tromba delle scale,
si diffonde l’eco dell’inumano urlo
insieme all’ululato dell’ambulanza
Si taglia il pittore l’orecchio,
nel sangue intinge il pennello
per iscrivere il nome suo
nel registro degli indagati

Legge il Werther la fanciulla
davanti alle lingue d’un fuoco;
un po’ ride, un po’ s’annoia
Fuori però è il regno del freddo,
così resiste con lo sguardo posato
sugli scarafaggi delle parole
infilzate l’una dopo l’altra
Lei non sa che Napoleone amò
e amò Goethe sino a Sant’Elena

Tu non m’ami più
Sol questo conta e il piede paralizzato,
congelato sulla folle velocità
cui unica verità è in fondo…

è in fondo null’altro
che l’ultimo atto di disperato coraggio,
di strapparsi gli occhi dalle orbite
e non pensarci più all’amor donato
e a quello creduto,
per un momento soltanto domato

VORREI MI POTESSI DIRE

Vorrei mi potessi dire
sebbene non sia io
l’uomo che hai immaginato
– non un ribelle per libertà
in grandezza a Spartaco uguale –
che nel bene e nel male
son stato capace
di lasciarti libera
d’incendiare o meno
le mie labbra

SOLDATI

Così partimmo,
lasciandoci alle spalle
asini e uomini
sicuri che domani,
quando la guerra
al di là delle porte,
saremmo tornati
a bagnarci nel fiume,
a baciare le donne
al pianto abbandonate.

Partimmo
e molti di noi
presto sparirono
dalla morte inghiottiti
ben pria che un singulto
dalla gola si dipartisse.
In tanti non un fiore
o una veloce preghiera,
ché se nostro desio
un presto ritorno
necessità ci spronava
ad andar avanti,
a rimandare a dopo
delitti non seppelliti
e maledetti rimpianti.

Quando infine
in pochi tornammo,
il nulla bell’e consumato:
là dov’erano
le nostre radici
nemmeno la cenere,
la consumata impronta
di quei figli,
che amammo
abbandonandoli
perché l’avida morte
non li pretendesse.

Traditore il Fato,
ma di più l’aria
nei polmoni ingoiata
e nel terrore soffocata!
Così, nella notte
che mai muore,
ci culla il rumore
del fiume dabbasso,
letto di cadaveri
trascinati chissà dove.

LA TUA VOCE

La tua voce
al volo
la vorrei afferrare,
ma persa
sempre è
nei precordi
di aliene architetture
che non oso
immaginare.

L’amarezza
di questa impotenza
nel core mio stagna;
non sentirti
è supplizio
che non merito
di soffrire.

Di te rimembro
sopra tutto
il sorriso belluino
eppur gentile;
quel tuo particolare
modo di parlare
sotto la commozione
delle fronde boschive
leggermente frustate
da un vento sbarazzino.

Impossibile non ricordare
l’estate al sole,
il profumo dei limoni
che sino all’ultima goccia
amavi spremere
per l’amor
delle avide mie labbra
assetate di baci
un po’ dolci un po’ acerbi.

PER UNA LACRIMA DI DONNA

Donna triste, son le tue lacrime
ad alto contenuto alcolico;
Dio, vedendo la pena sul tuo viso,
con una carezza il dolore ti nettò,
e un secondo dopo la mano si leccò
per cadere in ferale delirio tremens,
trapassando coll’enorme corpo morto
tutt’e sette i cieli e le nuvole
fino a toccare del centro la Terra,
sorprendendo persino quel diavolo
annoiato che, a dispetto di tutto,
ancor si chiama Belzebù.
Per un gesto di pietà su una donna
è morto Dio come chiunque muore:
per sempre dannato dall’Amore,
alla corruzione del tempo esposto.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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