Pagliacci padroni del mondo

Pagliacci padroni del mondo

Iannozzi Giuseppe

Torino, PIazza Statuto, la porta dell'inferno

“C’è una cosa che a me mi piace tanto: che i miei detrattori non possono davvero far a meno di parlare sempre e solo di me, nel bene e nel male. Assomigliano a certi avvinazzati, che senza il rosso nel bicchiere non hanno né voce né spirito. Alfine stanchi, incapaci persino di barcollare, abbracciati a lampioni rotti o riversi dentro a cassonetti tracimanti immonda sporcizia, prendono sonno; è così tanto profondo il sonno loro che par quasi non debbano più vedere il dì appresso”
Distrattamente, con l’indice Riccardo mi indicò Piazza San Carlo già sepolta dentro a un crepuscolo sanguigno.
Riccardo non è giovane, non è vecchio. E’. Consapevole di essere e basta, si trascina lungo le strade di Torino, senza voglia alcuna, più per abitudine che per altro.
“E’ tardi.”
“No. E’ solo che fa buio prima.”
Continuammo a camminare sotto i portici, tenendo un passo lento, fingendo in cuor nostro di seguire le invisibili orme di Cesare Pavese.
“Che ne dici di una birra?”
Non gli diedi risposta. Entrammo in un bar, uno dei tanti, e con manifesta albagia ci accomodammo a un tavolino, aspettando che il cameriere venisse a prendere l’ordinazione. Un pinguino vestito di bianco si fece subito sotto il nostro naso: squadernando il suo sorriso più smagliante, ci chiamò Signori, poi ci chiese se poteva esaudire i nostri desideri. Riccardo si lisciò il pomo d’Adamo con le dita sporche di nicotina, poi con voce leziosa, da dandy strafatto, ordinò per entrambi.

Due birre e un piatto di stuzzichini vennero deposti sotto i nostri occhi. Riccardo, senza batter ciglio, allungò una fin troppa generosa mancia al cameriere e neanche badò a quanto fosse salato il conto. Pagò e basta.
“E’ tutto così banale, oggi!”
“Solo oggi?”
“Sempre.”
“E ti dà fastidio…?”
“Certo che sì. La banalità è una cravatta fuori moda che, ogni santo mattino, tutti insistono ad accarezzare mentre se l’aggiustano al collo. Terribile!”
“Non potresti essere più preciso, Ric?”
Riccardo si lisciò i lunghi capelli, solo leggermente brizzolati sulle tempie, poi con fare affettato, muovendo le mani come farfalle sotto la minaccia d’un incendio, prese a parlare a tutta birra, per esprimere infine l’idea – in verità assai poco originale – che oggidì l’arte manca di motivazioni e che solo si crea per lasciar liberi gas intestinali: “Non ti sei forse accorto che il male più grande sono tutte quelle pance gonfie? Sono tutti obesi, anche i poveri in carne… obesi di gas, dalla vita in giù. Degli esseri stomachevoli. Basterebbe un niente, un pugno o un calcio, per sbatterli a terra e lì lasciarli, inutili a sé stessi.”
“Semplicemente non si può chiudere a un pagliaccio d’esser qualcosa di diverso da quel che è.”
“Quanto hai ragione! Un pagliaccio ha per tutte le occasioni sempre il solito vecchio cerone, poco gli importa che si trovi di fronte a corpi straziati o in chiesa tra baciapile azzimati.”
“E’ la Decadenza.”
“Ahimè, so bene di che parli. Pure io che fino a qualche hanno or sono potevo vantarmi d’essere il più dannunziano degli uomini, oggi sono sol più l’ombra di me stesso. Mi trascino, l’hai visto anche tu. Se tutto d’attorno è preso dalla Decadenza, anche il più duro virgulto alla fine s’ammala.”
“Non essere drammatico, Ric. Tu non sei sottoterra come certuni”, dissi, cercando di risollevargli un poco il morale.
“Mio buon vecchio amico, non sono ancora sottoterra ma mi trascino, questo è il punto. Un giorno me lo dirai chiaro e tondo che sono andato, che sono bell’e fottuto.” E così dicendo buttò nel gargarozzo un ben più che generoso sorso di birra. “Oggi come oggi, gli unici comunisti buoni sono quelli ricchi o che si stanno arricchendo. Radical chic, ecco cosa sono. Né ai radical chic né ai capitalisti interessa l’Arte. E per Arte, amico mio, intendo qualcosa di divino, non un thriller da sbattere in edicola. Ma come ben sappiamo, oggi tutti promuovono lo stesso vile prodotto che non dura manco il tempo d’una stagione. Chiunque oggi osasse creare dell’Arte, della vera Arte, sarebbe prima dileggiato e poi costretto a profondersi in scuse, o finirebbe dritto sul rogo della censura.”
“Adesso stai diventando melodrammatico”, lo rimproverai benevolmente, però condividevo la sua idea, pur non osando di dirglielo in faccia che, sì, non si sbagliava d’una virgola. In ogni caso, il mio volto cinereo diceva più d’un milione di parole, e fissandomi con quei suoi occhi neri, Riccardo non poteva non capire.
“Ascolta Verdi, ascolta le parole di Maria Piave… la donna è mobile…”
Passava proprio Verdi in filodiffusione: la voce, quella di Luciano Pavarotti.
“E’ una bella aria.”
“Sì, lo è. Tu lo sai che i detrattori di Verdi hanno sempre da dire. Non capivano nell’Ottocento e non capiscono oggi.”
“Ric, perché dare tutta questa importanza all’Arte? La gente muore per mille motivi diversi: di fame di guerra, di malattie. E noi qui a cianciare di questo e quello, d’argomenti invero futili di fronte a una vita spezzata. Se oggi l’arte è invalida perché fatta di nulla, domani potrebbe tornare a essere di sostanza. Chi invece oggi muore, domani non risorgerà. E allora perché affannarsi? Oggi c’è il mercato e non c’è più l’Arte, perché così hanno deciso gli uomini del nostro tempo. Ric, perché perder tempo dietro a quei pagliacci che si credono del mondo i padroni?”
“Perché e perché…! Mon Dieu! E’ così ovvio: l’Arte consola.”
“Consola solo chi se la può permettere. Tu e io, ad esempio, non siamo di certo quel barbone che poc’anzi non degnasti nemmeno d’uno sguardo e che eppur esiste e all’addiaccio sta raccolto nel suo cartone. Se solo lo volessi, per vederlo ti basterebbe abbandonare il calduccio di questo cazzo di locale. Dimmi, a lui come può consolarlo l’arte, che cosa gli potrebbe mai dare? Forse un letto e un tetto, per una notte almeno? No. E allora, Ric, non mi parlare di consolazione.”
“Forse hai ragione. Però non mi spiego perché tu che, bene o male, con scribacchini e starlette ci stai gomito a gomito, se di te dicono male te la prendi e non molli l’avversario sin tanto che non l’hai spolpato. Non mi sembra tu sia migliore di me. Anzi!”
Ingoiai a malincuore l’ultima sorso di birra, e con la bocca impastata cercai una spiegazione da dare in pasto a Riccardo, una che non suonasse troppo ipocrita. Schioccai più volte la lingua contro il palato. Alla fine mi arresi, non sapevo che dire; e il silenzio cadde su di noi. Riccardo aveva detto il vero: io non ero meglio di… Di chi, per Dio?

Uscimmo dal bar ch’era già notte fonda: il crepuscolo aveva ceduto il posto alla notte.
Il barbone stava rannicchiato nella sua scatola di cartone, e anche questa volta Ric non si degnò di guardarlo.
Torino era al buio. Anche Piazza Castello. Pareva quasi che ogni anima fosse stata costretta all’Oblio più totale e assoluto e che io e Riccardo fossimo gli unici sopravvissuti. “Manca una qualsivoglia speranza di cambiamento; la sinistra dovrebbe darla, e spesso non la dà; la destra non la dà, ma in compenso vende sogni; soprattutto il sogno di essere amici dei forti e dei potenti…”, sbottò Riccardo, ed era impotente quasi quanto quell’uomo che, a capo chino, quattrocento e rotti anni fa uscì dal tribunale dell’Inquisizione, mormorando ‘eppur si move’.
“Stai forse insinuando qualcosa?”
“Non insinuo proprio niente. Mantieni la calma, vecchio mio”, disse tutto d’un fiato. Non potei far a meno di pensare che le contraddizioni che covavamo nel nostro animo erano evidenti.
“E’ un’idea stantia il sogno di essere amici dei forti e dei potenti…”, dissi, lasciando il discorso in sospeso, perché non sapevo bene neanche io dove volessi andare a parare.
“E lucevan le stelle/ ed olezzava la terra/ stridea l’uscio dell’orto/ e un passo sfiorava la rena./ Entrava ella, fragrante,/ mi cadea fra le braccia./ Oh! dolce baci, o languide carezze,/ mentr’io fremente/ le belle forme disciogliea dai veli!/ Svanì per sempre il sogno mio d’amore/ L’ora e fuggita/ e muoio disperato!/ E non ho amato mai tanto la vita!/ tanto la vita!” (*), cantò Riccardo squarciando l’aria. E subito ch’ebbe finito di cantare, scoppiò in una risata grottesca. “Andiamo, andiamo a casa… siamo dei pagliacci sulle spalle di nani assassini!”
“E questo che vorrebbe significare?”
“Niente, niente! Ho detto tanto per dire, un significato non lo so se ce l’ha. Però a me la Callas lo fa venire duro”. E riprese a ridere, isterico e mezzo soffocato mentre, con passi più rumorosi che svelti, attraversavamo Piazza Castello.

* Cavaradossi, E lucevan le stelle, atto III, Tosca, Giacomo Puccini, libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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