Solo perché mi chiamavo Giuda. Poesie e racconti brevi

Solo perché mi chiamavo Giuda

ANTOLOGIA VOL. 200

Iannozzi Giuseppe

Giuda - Cimabue

QUELLO CHE HO

Ho quel che ho,
tutto quello
che non ho

Stanco il pugno,
di più però
dei pensieri il topo

Sul tempo
batto il dì,
il tropo che c’è:
così,
il re della foresta
a dormire
lo metto da me

Tu, mille poesie tu,
ma più immense
le mille stelle lassù

Quello che ho
bene non lo so
Questo so,
così qui io sto

IL VENTO SU GIUDA

Così oggi non hai più alcun dubbio
Mi vedi appeso a quell’alberello
sbatacchiato dal vento di tanto in tanto
solo perché mi chiamavo Giuda

Sembro il ritratto d’una scimmia
con il collo tirato come quello d’un gallo
Il Maestro aveva promesso Inferno e Paradiso
Aveva promesso, con troppa leggerezza!
Il corpo mio morto lo accarezza il vento,
il vento con la sua mano pesante di freddo

Non un angelo, non un demone o un agnello
Si sta nell’assenza vuota di sentimento e basta
Questa l’essenza estrema, nera pace mortale
che neanche la puoi spiegare; e il nome che fu tuo
da chi ancora in vita viene proferito o profanato

Così oggi non hai più alcun dubbio
Che tu m’abbia amato o odiato
alla fine conta meno di niente
Resiste solo il nome che fu mio
in bocca a mille genti che fato uguale al mio
presto o tardi avranno, senza la speranza
di poter cambiare una sola virgola

Così oggi mi vedi, giusto una scimmia
Però io mi chiamavo Giuda e tra le scimmie
ancor oggi vengo chiamato in causa
più del Padre, più del Maestro così tanto buono
eppur di me assai meno menzionato

RICORDI?

Ricordi, ricordi com’era la notte,
quando la notte era di buio
e le stelle non si vedevano?
Ricordi, ricordi com’era il giorno,
quando il giorno era di luce
e il diavolo bruciava le colline?
C’era la gloria
che dava da mangiare,
e c’era la cera
che si scioglieva vivendo in eterno,
e i fiumi non avevano inizio né fine

Ricordi, ricordi com’era ridere,
quando le campane si strozzavano
in una risata accompagnata
dalla verginità di mille fanciulle in fiore?
C’era la morte
che veniva e non faceva male,
e c’era la vita
che risorgeva e taceva,
e ogni cosa, ogni cosa si vestiva
di una specie di magia

Ricordi, ricordi com’era il suono,
quant’era bella la chitarra di George
che non sapeva smettere di piangere?
Ricordi, ricordi quando t’invitavo
a slegare dal collo degli agnelli
campanelli d’argento e sogni a non finire?
C’eravamo noi,
avevamo la nostra fantasia
e di altro non avevamo bisogno
C’eravamo noi,
ed eravamo felici anche quando
ci dicevano perdenti

Ricordi, o forse no,
così adesso la notte è solo la notte
e il giorno è sempre più avvitato in sé
Ricordi, o forse no,
così adesso piangiamo e piangiamo forte
e lo sappiamo bene il perché:
fingiamo, fingiamo la vita
e non la inventiamo mai,
e non la inventiamo mai

Non era questo che volevamo,
non era questo che volevamo

TU NON SAI, NON IMMAGINI

Tu non sai, non immagini
perché mai hai immaginato
il Caos dell’Ebreo sul Sinai
a spazzar via le antiche leggi,
le bugie balzate in arcione
ad angeli vuoti di dolore

Tu non sai quanto profonda la noia
quando ogni cosa dall’inizio sbagliata

Tu non sai che più del prossimo,
che dalla fortuna guidato ogni strada taglia,
si ama lo sconosciuto dalla terra vomitato
e Caino il cane che lo accompagna

Non immagini l’aspetto supremo
Non la immagini proprio
l’innata e ben rifinita colpa
che la schiena di Dio schiantò;
non sai, niente sai che non sia
compreso compresso e compromesso
nell’insegnamento ricevuto

Mai, mai hai conosciuto il poeta
che in perfetto silenzio
un singolo imperfetto verso scrisse
in diecimila bui anni consumandosi
Mai, mai hai saputo
che nel dolente petto d’una donna
al mondo intero sconosciuta
infine lui lo riversò

E mai, mai hai conosciuto quell’uomo
che con un semplice timido sguardo
l’imperfetta finitezza dell’infinito
in milioni di stelle la tagliò
Mai hai saputo distinguere quel Dio
che con lacrime di diamante
la donna in catene più di sé amò

Così tanta bellezza non l’hai mai vista tu,
così tanta pienezza mai l’hai conosciuta

MAGNIFICI PERDENTI

sulle orme di Leonard Cohen

Seduto a un tavolino francese
su un taccuino giallo le mie poesie;
ti faceva ridere l’idea, vedere
che dal sole al tramonto Io bersagliato
su asfalto e cemento
l’ombra mia ebrea s’allungava

Chissà se hai mai visto l’aurora sfaldarsi,
se sei stata mai sfiorata dal pollice di Dio,
dall’implacabile sua tenerezza!

E dove sei ora, a cosa pensi,
non lo so
E che fai ora, a chi pensi,
non lo so
Forse ancor ridi di qualcuno
che nella Cabala si perde
sognando d’averla vinta sulla vita

Chissà se hai mai saputo di quell’uomo
che dal niente tirò su un faro abbandonato!
Chi sa quante cose, quante ancor non sai

Forse, forse solo ancor ridi di qualcuno
Forse ancor non comprendi il niente
e chi di te ha una disciplina più forte

COME RONDINI SUL FILO DEL RASOIO

Come rondini sul filo del rasoio,
grandi si diventa
senza diventar grandi sul serio mai

In questo cielo dove io sto,
se lo vuoi mi puoi trovare o no;
sempre resisto e mi dico contro
le brutture delle mode del mondo,
e a mio piacimento modello
le nuvole e sogno forte,
e sfido degli dèi l’ira profonda

In lungo e in largo
nei mari delle fantasie ho navigato
la vela contro i tempi spiegandola,
il timone ben saldo reggendolo,
scontrando di Orione le tempeste
per cattiva sorte
addosso a me sputate;
e se disperato
un pianto o un canto
ieri oltre i sette cieli l’ho levato,
nulla davvero
è andato nel Cieco Niente perduto
ché ancora sono qui
come una rondine che non si arrende

Come una rondine sul filo del rasoio
non meno vanto,
ma improvvisando guardo largo…
oltre le consuetudini delle possibilità alari
guardo largo

PARFUM DE FEMME
(Profumo di donna)

2nda versione

Nell’eterno buio
non ti vedo io
Cieco m’ha fatto venir Dio
E più cieco m’hai fatto tu
accendendomi la passione,
cercandomi nella patta
dei pantaloni l’accendino

Che fai?
Troppo giovane, davvero troppo
per consumarti con un vecchio
Che vai cercando,
che vai insinuando?
Non t’amo, lo ruggisco
che non t’amo né mai sarà

Non ti vedo mai,
e sempre, sempre ti sento cercare
ora questo ora quello
Provochi le fantasie d’un vecchio,
che in spregio ha quel Dio
che nel budello
gli ha messo del leone il coraggio
per poi togliergli la vista
illudendosi di togliergli tutto,
la vita intera

Lo sento bene io il tuo profumo
Profumo di femmina
Giovane donna,
odori tu di sesso e di miele

In silenzio
al mio fianco resisti
Credi, ti credi forse
di farmi dispetto,
di lasciarmi a consumare
E c’hai ragione!
Lo sento però
che sei donna oramai,
non più la bambina
che sulle ginocchia carezzavo
Mai più sarai quella creatura
che da un niente spaventata
piangeva per poi nascondersi
tremante fra le mie gambe

Che vai insinuando
restando al mio fianco?
Non t’amo, lo ruggisco
che non t’amo né mai sarà
Non hai forse visto
che a puttane vado?
Dai piedi le riconosco,
dal profumo che emanano
Non sbaglio, per Dio!

Di donna profumi
No, aspetta: di femmina
Mi vuoi far forse fesso?
Son vecchio, mica coglione
Lo sento quel che sei,
Dio cane!

Mai più sarai la bambina
che accarezzavo:
con te innocente tornavo, lo sai
Bastava che negli occhi
ti guardassi per credere
che il domani sarebbe stato
se non migliore non peggiore
Bastava,
mi bastava guardarti piangere
e poi sorridere, quasi quieta
e odorosa di languide lacrime

Non t’amo, lo ruggisco
che non t’amo né mai sarà

Levati dal mio fianco!
No, no che non piango
Non dirlo, non avvicinarti
Non un altro passo
Lontana, stammi lontana

…non baciarmi così,
non baciare un vecchio

Non riportarmi
a essere l’uomo
che ricordo…
che non ricordo
d’esser ieri stato

Per Dio,
non ridarmi
quel che credevo
per sempre perso

L’UOMO CHE SAPEVA TUTTO

L’uomo che sapeva tutto aveva passato l’intera sua vita a consumare occhi e cervello su libri e polverosi incunaboli da tutti dimenticati.
Alla fine dei suoi giorni poteva dire di vantare una cultura a dir poco mostruosa, quasi sicuramente come nessun altro al mondo!
Dolente nelle ossa e nelle membra tutte si alzò dalla sedia, scoprendo però che le gambe a stento lo reggevano in piedi. Se avesse potuto guardarsi allo specchio avrebbe visto la ridicolaggine dell’immagine che di sé offriva, un’immagine quasi uguale a quella d’una vecchia scimmia più di là che di qua.
Con grande impegno e forza di volontà, stringendo forte i denti, mosse un passo e poi un altro e un altro ancora, sempre lentamente, ma il corpo gli obbediva e non gli obbediva quasi per niente. Ronzii negli orecchi, vertigini miste a una nausea indicibile, chissà perché e percome, non riuscirono comunque a farlo rovinare a terra. Per caso o per destino, riuscì infine a raggiungere la finestra che dava sulla strada. E con fare maldestro riuscì anche ad aprirla. Ma portata la testa fuori dalla finestra per gridare al mondo dabbasso che lui sapeva ogni cosa, vita morte e miracoli di questo e quello, la vista subito gli si appannò per spegnersi ancor più velocemente in un buio più nero della pece. Un terrore oscuro, che mai avrebbe immaginato, lo ghermì stringendogli i polmoni e il cuore in una morsa d’acciaio.
L’uomo che sapeva tutto non sapeva che pensare.
Con enorme fatica, cieco e dolorante, affannato oltre ogni limite, si scostò dalla finestra per lasciarsi cadere a terra, sul pavimento stipato di libri e di carte; si raccolse dunque in posizione fetale e cominciò a pensare, a pensare a quale potesse esser mai la causa del terrore che non gli aveva permesso né di gridare né di portare una minima sbirciatina a quella umanità che per più di ottanta anni aveva bellamente disertato.

LIBERTÀ OBBLIGATORIA

– Oggi non ho voglia di fare niente.
– Come mai?
– Per nessun motivo in particolare.
– Bene, non fare niente, nessuno ti obbliga.
– Torno a dormire in branda.
– Come vuoi. Ti devo svegliare per “l’ora di libertà obbligatoria”?
– Girare in tondo in quel diavolo di cortile non fa più per me, le mie chiappe non reggono più come ai bei tempi!
– Un vero peccato.
– Già, un peccato grande grande. Anche un condannato a morte invecchia mentre aspetta la sedia elettrica che gli brucerà culo e cervello.

CRISTINA. MORTO NEL SUO ADDIO

Ero giovane e arrogante, sicuro di me stesso. Lei era bella e non mi fu difficile amarla per la sua bellezza; poi la sua pazzia rapì la mia – la mia pazzia –, e in lei essa diventò necessità di tenerezza. Ero in trappola, troppo innamorato e tenero perché potessi rendermene conto. I giorni trascorrevano veloci, e ogni dì era una primavera anche se fuori era la tempesta a imperversare.
Fra gli alti pioppi c’incontravamo, fra quelle fronde ci nascondevamo al mondo e mentre lo stormire del vento cantava per noi fra le foglie una melodia di magia, noi consumavamo ogni nostro ardore e lo mischiavamo subito all’eco delle foglie a tremolare sui rami. Si stava bene insieme ed erano tutti invidiosi di noi, proprio tutti, anche chi non ci conosceva e nulla sapeva di noi.
E poi tutto finì. Venne il giorno di Pasqua e lei mi lasciò: solo come un cane rimasi a sedere sui gradini della Chiesa, e bestemmiavo, e piangevo, e ridevo. Ero il più disgraziato degli uomini, almeno così mi pensavo a quel tempo. Ero giovane e l’abbandono non l’avevo proprio contemplato. Mi abbandonò e basta, senza una vera ragione, lo ammise lei stessa quando mi diede l’ultimo bacio. Solamente mi disse che ero un ragazzo dolcissimo, e addio; poi, quasi pentita di avermi detto così poco, in un sussurro specificò che non mi avrebbe dimenticato mai e che ero stato il suo amore, quello più grande. I fatti, non molto più tardi, tradirono quelle poche parole che lei mi lasciò, con un addio, come sua sola eredità, perché la vidi abbracciata a un altro e nel giro di tre mesi sposata con l’abito bianco. La mia Cristina non era più mia, neanche nel sogno, nella fantasia, o nella tortura dei miei pensieri di pensarla ancora mia, ancora mia nonostante tutto. Mi lasciò a me e cadeva proprio il giorno di Pasqua: osservai uomini e donne felici uscire dalla chiesa passandomi accanto, senza degnarmi d’un solo sguardo. Le mie lacrime non commuovevano proprio nessuno, e neppure le mie bestemmie: era come se a tutti fossi invisibile, per tutti non avevo neanche la consistenza di un’ombra. Rimasi seduto sui gradini della Chiesa. Poi scese il crepuscolo, e a quel punto ogni mia residua – vana – speranza si era del tutto dissanguata; non avevo neanche più la forza di piangere o bestemmiare contro la crudeltà di Dio, che per me aveva preparato un così triste giorno.

Per distrarmi da me stesso, mi gettai in politica: fui anarchico, socialista, comunista, nazionalista, e, poi, fui di nuovo anarchico e comunista, e con ogni partito ebbi a menar le mani. Fece presto il mio furore politico a stemperarsi, e, alla fine, la mia bandiera fu la più totale indifferenza per ogni pubblicità che mi invitava a schierarmi con la destra o con la sinistra, con i moderati o con gli anarchici. Tornai a guardarmi intorno per un nuovo amore. E lo trovai e lo modellai su Cristina: la mia nuova compagna era forse la più bella del Paese, però io sempre avevo in testa lei e solo lei, Cristina. La trattai coi guanti bianchi Maddalena, e dopo un anno che restammo insieme, Maddalena mi allungò un ceffone con le lacrime agli occhi. Ci lasciammo, ma non provai alcun dolore. Ero tremendamente felice d’averla fatta soffrire. Seguirono molte altre ragazze nel mio letto, e una divenne mia moglie: due anni insieme e divenne la mia ex. E anche questa volta non provai alcun dolore. Mi risposai subito, con un bionda mozzafiato: la incontrai e l’amai per la sua bellezza e solo per quella la volli tutta per me. Mi amò profondamente, visceralmente, mentre tentava d’imparare l’italiano, una lingua assurda per lei che era norvegese. Quando mi accorsi che di me non poteva più fare a meno, così, su due piedi, con premeditata crudeltà, le dissi che non l’amavo più. E lei capì. Si tagliò le vene. Andai al suo funerale e nei miei occhi neanche l’accenno d’una lacrima.

Gli anni Sessanta furono assai turbolenti ed ebbi donne o profondamente ricche o squattrinate, ma per una notte o due, non una di più.
Durante gli anni Settanta incontrai Cristina: era più vecchia di quando mi disse addio, ma io vedevo in lei sempre la mia Cristina. Per me era bellissima e di più. Non mi accorsi che sul suo volto c’era già l’ombra della grande falciatrice. A metà degli anni Settanta, un amico mi comunicò, non senza un certo imbarazzo, che Cristina era morta, lasciando al mondo due figlie e un marito disperato. Non piansi. Ringraziai l’amico, gli strinsi la mano, e tornai ai miei affari: raccolsi da terra una cartella con delle carte e in quel preciso momento compresi che ero morto, che io ero morto, completamente, più di Cristina che ormai giaceva in decomposizione nel ventre della fredda terra. E piansi cadendo in ginocchio. Piansi fino a consumarmi. Fu terribile. Lasciai morire ogni mio affare, e per mesi e mesi non uscii di casa. Tornai poi a vivere, però non ero più io. E tornai anche a incontrare donne e ad andarci a letto. Mi sposai un’altra volta: due giorni dopo le nozze eravamo già ai ferri corti. Passata che fu una settimana, ecco il divorzio.

E la incontro. Camminavo ed eccola di fronte a me. Era lei. Non avevo alcun dubbio in merito. Era Cristina, la mia Cristina! Ed era giovane, giovane proprio come in quel lontano giorno che mi disse addio. Il cuore, tanta fu l’emozione, mi si fermò in petto per almeno due battiti. L’avvicinai. Non c’era dubbio alcuno che fosse Cristina, doveva essere lei, e chi altri sennò! Le sorrisi levandomi il cappello, lasciando libera la folta brizzolata zazzera di spettinarsi al vento. E lei scoppiò a ridermi in faccia. Rideva di me. Non ebbi il coraggio di dirle niente: rimasi semplicemente imbambolato davanti a lei che rideva e rideva. Ero felice: la sua risata, anche se in segno di profondo scherno, mi fece comunque felice, folle, folle come quand’ero giovane. Poi si allontanò e io rimasi a guardarla in lontananza.
Mi informai sul suo conto e scoprii che era la figlia, la prima e la più grande, della mia Cristina. E pure lei si chiamava Cristina. La volevo. Avrei dannato l’anima all’inferno pur di averla. Cominciai a frequentare tutti quei posti dove lei amava recarsi, e dopo due anni di inutile corteggiamento, finalmente si accorse di me e mi rivolse la parola: “Io so chi è Lei. So tutto di Lei. Se ne vada via per sempre, per sempre dalla mia vita. Addio.”
Morii un’altra volta.

Oggi sono qui: Cristina, la figlia della mia Cristina, ha una sua famiglia, è felice e in buona salute. E io sono vecchio e solo. La domestica mi disprezza, ma non può fare a meno dei miei soldi; non avendo né istruzione né intelligenza dalla sua, non può permettersi un lavoro diverso.
Oggi è Pasqua. Aspetto la morte, e sono consapevole che non aggiusterà niente. Non credo nell’Aldilà, ma nell’improbabile caso che finisca in Paradiso, anche lì non troverò mai e poi mai la pace, poco ma sicuro. Finirò sotto due metri di terra e basta? Sarò senza più né un’anima, né un cuore in petto, né un cervello pensante? Bene, io non avrò pace, non ce l’avrò mai, perché sono già morto… sono morto nel suo addio. Questo lo potete capire anche voi, adesso. Sono il più disgraziato degli uomini, così mi penso ancor oggi; e almeno in questo sono stato onesto con me stesso.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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