A una bella donna nuda

A una bella donna nuda

ANTOLOGIA VOL. 188

Iannozzi Giuseppe

Vittorio Matteo Corcos - Sogni

TUTTO SI DISTRUGGE DA SÉ

Miro
a una perfezione
al di là
della mortalità,
per questo ho lasciato
mille poesie incompiute
sul tavolo dei saggi

Affondano gli sbagli,
come pietre toccano
del fiume il letto buio

L’amor mio di ieri
più non sa il mio nome,
e dovrei esserne felice:
tutto si distrugge da sé,
niente
dal nulla si crea mai

Miro
a una delicatezza
che sappia tagliare in due
il diamante,
la sua fredda luce fucilata
da milioni di soli, di lune,
da milioni di storie

Miro
a una perfezione
al di là
delle interpretazioni
lasciatemi in eredità
da Buddha,
Cristo e Abramo

Miro
alla liberazione degli schiavi

HO RUBATO

Ho rubato,
ho dato il poco che ho dato,
ho peccato
e lungo la via mi sono perduto,
e foglie morte
nei palmi delle mani ho raccolto
dicendole monete
perché nel giorno del ritorno
potessi farne dono a te
e non rimanere
nell’Eterno Ritorno incastrato

PROFUMO DI BIMBA

Non credo sia già il giorno
Ti ho lasciata per un sole
e nel giro d’una luna
sveglio ti scopro donna

Non credo tu sia pronta
a prender il bello e il poco
che nel mezzo di nostra vita c’è
Non chiedermi perché
Nei sogni miei peccaminosi
t’incontro sola soletta
nell’erba alta e verde, distesa,
del tutto indifesa

Il faccino tuo bello di rosa
mi commuove come certe foglie
dal soffio del vento commosse
per carezze e promesse
subito scomposte, dal ramo
della vita a forza strappate

Avessi un minimo di pudore,
ogni lacrima dovrei impegnare,
suggerendo a Dio di donarti
quella felicità che io mai potrò
darti

L’ONDA DEI TUOI CAPELLI

Oggi come allora mi dai le spalle
Sogno l’onda dei tuoi capelli,
la commossa biondezza di seta
dalle mie dita mai sfiorata
Ma in un sogno ti ho baciata

Eran già morte le candele,
da un pezzo non spandevano luce
nella tua stanza di specchi;
e ti ho baciata, ti ho baciata
e mi sono svegliato poi sudato

Oggi come allora mi dai le spalle,
per questo ogni sera riparo in un bar
sperando d’incontrare qualcuno
che mi dia la dritta giusta sulla Legge
che regola la Poesia Perfetta

Oggi come allora mi dai le spalle
Ogni sera cerco quel diavolo
o quel santo che m’insegni
come far cadere una donna
nella Poesia dell’Amore

E sempre torno a casa da solo,
traballante, baciato in fronte
da un’alba di nebbie dure a morire

IL GHIGNO DELLA TEMPESTA

Voi che danno alle donne recate
ai vostri lombi incatenandole
come schiave e pezze da piedi,
in virtù di quale folle illusione
credete che il Nome e il Cognome,
che a fuoco vi marchiano la fronte,
non siano riconoscibili o conosciuti
alla giustizia umana e divina?
Sì sicuri di voi, violenza usate
credendo il silenzio più duro
del diamante; eppur così non è,
lo sanno quanti tutto han lasciato,
affetti e beni materiali mal acquistati,
nel giro d’un batter di ciglia.
Voi ancora a piede libero,
possibile siate sì tanto ciechi
da non capire che, presto o tardi,
tutti alla pecorina in gattabuia
per maniche di pervertiti assassini?
Mai in eterno dura il silenzio;
quando poi della tempesta il ghigno,
finalmente felice distoglie Dio
lo sguardo, ché non conosce
pietà o misericordia la Giustizia.

A UNA BELLA DONNA NUDA

A una bella donna nuda, disposta a cacciarsi nel mio letto, preferisco di gran lungo un bel libro nudo e crudo.

IL NOSTRO DOLORE COSÌ STUPIDO
(versione alternativa)

Il nostro amore così fragile
Il nostro cuore che non sa,
che non sa battere senza cuore
Il nostro dolore così stupido
– che brucia lacrime battesimali
E le nostre labbra ali di farfalla
sulla primavera, su i suoi tanti colori
E i nostri “sì” e i rari “no” sussurrati
per paura di svegliare il sogno
che tormenta il sonno di noi
in un faccia a faccia di maschere

Potremmo mai rinunciare a tutto questo?

Un’idea assurda e felice…
Gli amici ci avevano invitati alla loro festa
perché ci scuoiassimo sul materasso,
ma Selene
dall’alto della buia notte scintillava
dentro ai nostri occhi
A un tratto, con tono di sfida, mi dicesti
che potevo essere un poeta e basta,
che dovevo camminare
e che dovevo camminare a lungo
con le scarpe bucate e le tasche sfondate
se volevo essere vicino a Dio a modo mio

Potremmo mai rinunciare a questa felicità
che insieme a noi ripara in un manicomio?

TI SANTIFICA O TI CONDANNA L’AMORE

Ti santifica o ti condanna l’amore
Come un pugno incontra i sogni,
come una trottola sbanda
e non gliene frega niente

Ti santifica o ti condanna l’amore
Togli a un uomo la donna che ama
e tutto gli avrai tolto; togli a una donna
l’uomo che dice d’amare alla follia
e solo gli avrai tolto un cuscino,
solo l’avrai salvata da una bugia,
da una telenovela di battute ripetute

Non parliamo d’amore,
non così, a cuor leggero:
già lo fanno in troppi
tirando su ospedali di parole,
ospedali quasi belli ma fragili,
di menzogne,
di vanità quasi mai educate
e denudate

Non parliamo d’amore,
non così,
non per un inganno di cipria,
per una composizione barocca
che si consuma in Fa minore

Ti santifica o ti condanna l’amore
Come un pugno incontra i sogni,
come una trottola sbanda e sbanda
e dove va poi a sbattersi,
se in cielo o in un postribolo,
non lo puoi indovinare tu

OGNI CAPO D’ACCUSA

Avrei potuto,
avrei potuto ripetere
dall’inizio alla fine
ogni tuo capo d’accusa;
avrei potuto chiamare
e chiamare a lungo,
sempre a vuoto, il tuo numero;
e sulla pietra della mia rabbia
affilare la lama del mio rasoio…
e con fragore
lasciare poi cadere
nella tromba delle scale
il corpo morto dell’amore

Avrei potuto,
avrei potuto tentare me;
e invece no,
sono rimasto al mio posto
spiegando all’uomo e al poeta
che non esiste il verso perfetto,
che sol c’è un Golem imperfetto

SPAVENTAPASSERI ABBATTUTO

ricordando la strada che fu di Jack Kerouac

Le strade battono rumori
Luci segnano brucianti cicatrici
Il sogno preso sotto di brutto
sulla 54ma – il postino non ce l’ha
una lettera, soltanto due nichel
& una scarpa nuova l’altra aperta
uguale alla speranza in verde di Ma’
I cestelli delle lavanderie a gettoni
Lotterie, l’uomo dei gelati grida
Un altro si sdraia all’incrocio:
sta disteso sulla croce e gli sbadigli
& la gente lo attraversa arresa
– con gli occhi al cielo:
piovono coriandoli di spazzatura
e angeli & volti coperti ignoti
soffocati dal Grande Pollice di Dio

Vecchia verde Ford tra le spighe alte
alte di grano per una carezza
di sole di luna, per un sogno altrove

Giusto uno spaventapasseri abbattuto:
& se la ride senza farlo vedere
& la Falciatrice lo guarda strano
gli gira attorno; & all’angolo si regge
un Bar per neon di mani sudaticce prigioniere
di un delirio di una poesia d’un tremito
Giusto, giusto!, mastica duro il viandante
Giusto, giusto!, ripete col pollice alzato
per andare, per andare si deve andare
altro non si può fare cercando di Te

DOVE GLI AMICI MIEI

per Jack Kerouac,
maestro dell’eternità dorata

dovrei essere meno duro con me stesso
(per come resisto malmesso come sono);
la mia puttana morta con un cuscino in faccia
& io che giorno e notte mi faccio la barba
per la crudele carezza d’una fredda lama

c’è fuori un luna park di luci venuto da lontano;
& due cristalli sognanti e una dose di marmellata
da una vita riposano nella mia buia tasca bucata

ho fatto a cazzotti – ho preso un occhio nero
ho fatto all’amore – ho preso un sospetto di scolo
& per l’affitto ho fatto via gli ultimi dieci dollari
& non ho più niente che mi trattenga in città
dovrei cambiare posto e capire che è finita

dovrei mettere la testa a posto, sorridere
ma la strada un serpente in un cimitero:
io che disegno la via per l’eternità dorata

dovrei darti un bacio adesso che sei morta
& poi fuggire dove ci sono gli amici miei,
arrendendomi all’idea che ti amo ancora

… arrendendomi alla celestiale idea
che dove ci sono gli amici miei ci sono
folli e ciechi che scambiano e scambiano
il tappo d’una bottiglia per un diamante

LA TUA VELA E LA MIA POESIA

Ti devo far vivere la poesia
perché l’amore sia
più d’una frase da antologia

Metto la penna a riposo
ben dentro al calamaio;
gli occhi sul vergine foglio
puntati
a navigare fra il bianco
cercando un appiglio,
l’ispirazione
che in un sospiro
ancora non nato
possa eternarsi
in un che di vero

Dolente la fronte
pel troppo ponzare,
ecco che il sole declina
e malvagie ombre getta
sul bianco
che par preso
da dantesca maledizione:
più la vista
non mi porta aita,
e la mano sempre ferma
ora trema
di paura, con ebrietà
uguale a quella
che i marinai provano
quando la bonaccia li minaccia
e all’orizzonte non il segno
d’una terra
o d’un’altra sventura
di remi, di uomini per mare

E notte è venuta
Rimango però
con la testa vuota,
di silenzio piena,
pronto ad affrontare
il destino
che nel buio s’annida

TI PERDO E DI RABBIA T’AMO
(prima versione)

Ti perdo e mi scordo d’essere qui nudo
brutto e divino, coglione in amore
Tu non torni, non chiedi perdono
E la luna e il sole girano nell’assurdo
vuoto del tuo sorriso, di quel tuo viso
che sol più ricordo di lacrime bagnato

Ogni giorno ti perdo fino al rimpianto
E ogni giorno spegne la luce del giorno
E ritrovo per terra le mie orme scalze,
e nello specchio occhi pieni di sonno
E voglia di gridare “puttana”, e t’amo
e non c’è altro che questo sogno
che è appena di ieri, il dolore e l’amore
Ti perdo… mi scordo di vivere, t’amo

T’amo e ti perdo, non sai nemmeno quanto
Ti perdo e t’amo, come un uomo piango
Ti perdo e t’amo, t’amo e rimpiango, ti perdo…
piantando su un casino, urlando il tuo nome
Ti perdo, ti perdo… nei pugni stretti a sangue
soltanto vento cenere e rabbia, perché ti perdo
a ogni momento un po’ di più ricordando
la tua carezza, lo schiaffo sul mio viso
di cera, bianco

Quanto t’amo, quanto ti perdo, era solo ieri
Ti perdo e inciampo, un completo disastro
Ma tu non torni, non chiedi perdono
E la luna e il sole girano nell’assurdo…

Quanto t’amo! E ogni giorno ti perdo e t’amo
E mi scordo di vivere: è che t’amo, è che t’amo
anche se è sol più un sogno di sudore al mattino

Ti perdo e mi scordo d’essere qui nudo
Tu non torni, resto nudo, ti chiedo perdono
Tu non torni, tu no, tu no, non torni al dolore

TI PERDO E DI RABBIA T’AMO
(seconda versione)

Ti perdo e mi scordo d’essere qui nudo,
brutto e divino, un coglione in amore
Ti perdo, tiro giù i santi e sputo veleni
Ma tu non torni, né chiedi perdono a dio
Tu hai sempre avuta una e una sola parola
E la luna e il sole girano nell’assurdo vuoto
del tuo sorriso d’angelo sbiadito
E io ti ricordo ancor bagnata di lacrime
che respingevi il mio abbraccio… il bacio

Ti perdo ogni dì fino a tagliarmi le vene
E ogni giorno piange luce che non è luce
da un cielo di sole nuvole, da un cielo cieco cieco
E, e ritrovo per terra le mie orme scalze,
nello specchio occhi pieni di sorte e morte
E in corpo tanta, tanta voglia di gridare
E nell’anima tanta voglia di dirti “puttana”,
ma t’amo e non c’è altro che questo sogno
che è appena di ieri – il dolore e l’amore
Ti perdo… mi scordo di vivere, e sì, t’amo

T’amo e ti perdo, non sai nemmeno quanto
Ti perdo e t’amo, come un uomo piango
Ti perdo e t’amo, t’amo e rimpiango, ti perdo…
piantando casino, urlando il tuo nome
Ti perdo, ti perdo… e nei pugni stretti a sangue
soltanto vento cenere e rabbia, perché ti perdo
a ogni momento un po’ di più ricordando
la tua carezza e lo schiaffo sul mio viso di cera,
bianco

Quanto t’amo, quanto ti perdo, era solo ieri
Ti perdo e inciampo, un completo disastro
E tu non torni, né chiedi perdono a me o a dio
E la luna e il sole girano nell’assurdo, e io nudo

Quanto t’amo! E ti perdo e t’amo ogni giorno
Mi scordo però di vivere: è che t’amo, è che t’amo
anche se è sol più un sogno di sudore al mattino

Ti perdo e mi scordo d’essere qui nudo nudo
E tu non torni, resto nudo, ti chiedo perdono
Tu non torni, tu no, tu no, non torni al dolore…

COME UNO SCHIAVO

Non bussare
alla porta
del mio cuore:
non ci sono
Sono altrove,
perso nell’Aldilà
a strappare
da mani e piedi
le unghie a Dio

Non mi cercare
Sono via lontano
in un posto
che tu non puoi
sapere
E se te lo dicessi
non mi crederesti,
perché
ancora una volta
ho fatto a cazzotti
e ne sono uscito
più salvo di prima
Perché
Gesù salva Tutti
recitando preghiere
con bocca di carie
al Padre
che l’ha tradito

Ma tu lasciami
dove sono
E non avrai guai

MEDIOCRITÀ

Mediocre d’intelletto,
in ogni angolo
abbondante d’oppio e alcol
filosofeggiava d’amor di letto,
contando sulla punta delle dita
le conquiste, le violenze…
le sconfitte
perché fossero materiale
per un libro di refusi

PIRATA

Il mondo d’attorno
l’ho guardato,
con un occhio solo
sempre cercando
fra travestiti e marinai
chi fosse il più nero,
chi il più maledetto

Dormendo
a ogni rumore attento,
spazzando via
dalla burrasca
mille e più maledizioni,
sa la notte
per quanti mari
ho navigato
affrontando fantasmi
e ciclopi dimenticati

Han le sirene spalancato
l’occhio mio buono
su livide albe,
su cieli divisi in due
e spiagge di cadaveri lastricate
Non è però mai tornata
Lei, l’amata mia guerriera,
né la conta degli sconosciuti
Sol le onde han bagnato
dei morti in battaglia i piedi
cancellando loro il nome,
portandogli via l’anima
o quel poco che ne restava

NON DIRE CHE…

Non dire che
il mio amore
svanito
Non dire che
per te…

Non dire che
è stato
ed è stato vano
sol perché
in ginocchio
son caduto
e non mi sono
più rialzato

Non dire che
al di sotto
d’un uomo,
d’un ostaggio
senza coraggio…
che solo questo
sono stato

I momenti felici,
in mezzo alla cenere
in punta di piedi,
ieri raccolti,
non possono essere
oggi tutti finiti

Ma nemmeno
sai tu dire
un bell’inganno
per una speranza,
un bell’inganno
per una nuova giostra

Oddio, dall’alto
in basso adesso
non mi guardare
per farmi capire
che mai più,
che mai più
la tua mano
la mia sfiorerà

Non dire che
uomo non sono
perché
in lacrime
la mia anima
per te

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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