Una brutta storia

Una brutta storia

Iannozzi Giuseppe

rastrellamento ghetto di Varsavia

Erano giorni massacrati dall’odio: in città si respirava piombo e si moriva in silenzio, ingoiando i lamenti, badando bene di restare accucciati in un angolo buio, perché la morte potesse essere almeno l’ultima severa intimità non presa d’assalto dallo scherno fascista.

“Che farai adesso?”
Vittorio fissò la donna, con sguardo fintamente spento, per un solo istante: “Niente.”
Agnese si pronunciò in una smorfia di consapevolezza; sapeva che il niente di Vittorio significava molto.

Accese l’ennesima sigaretta. L’appuntamento era saltato: non era sorpreso. O i compagni l’avevano abbandonato o erano stati catturati. Avrebbe fatto da solo, senza l’aiuto di nessuno.
La fontana era d’un bianco tendente al grigio, solo morto freddo marmo: un tempo zampillava fresca acqua, ora, invece, era tutto diverso. Gettò un rapido sguardo attorno: era tutto così, senza vita, coperto da una cortina di fuliggine. Non c’erano lacrime che valessero: da tempo gli occhi di tutti si erano inariditi, consumati nel dolore. Anche i suoi erano quelli di un uomo stanco. Però non poteva arrendersi. Aveva uno scopo per continuare a vivere ancora un po’: solo Dio forse, domani, l’avrebbe detto un giusto o un disgraziato.

La notte era calata. Il bronzo della campana si accompagnava al silenzio: non un fiato, solo il vento e quella maledetta bronzea stonatura nell’aria. Non sarebbe tornato più da Agnese. Entrò in un vicolo: lì dove prima c’era la vita, adesso c’era il buio appena intaccato da uno spicchio di luna, e c’era un vecchio ebreo sdentato a cui era stata tagliata la lingua. Vittorio l’avvicinò: “Sono qui!”
Il vecchio aprì il cappottaccio che nascondeva tre pistole.
“Gli altri non ci sono”, disse Vittorio.
Il vecchio ebreo fece un lieve cenno di assenso con il capo, e, con mani tremanti, gli porse una pistola.
Vittorio nascose il ferro sotto il cappotto e portò via le chiappe da quel vicolo prima che qualcuno potesse insospettirsi. Anche i muri hanno orecchie e occhi, lo sapeva bene. E Vittorio aveva imparato a diffidare di tutto e di tutti.

“Credere. Obbedire. Combattere.” Vittorio non credeva. Non obbediva. E non combatteva per il Fascio. Combatteva il nemico, il Fascio, perché avessero un senso quei respiri che, con ostinazione, buttava dentro ai polmoni.
Scivolò lungo le strade invase dal buio, solo di rado graffiate da un’unghia di luna.
La casa era davanti a lui, colpita da un pallido raggio lunare. Era lì che abitava l’assassino.

I colpi esplosero. Poi cadde in ginocchio: il fascista gli aveva sparato a sua volta. Adesso erano entrambi a terra, non morti ma quasi.
“Bastardo!”
“Tu, bastardo”, ribatté Vittorio, mentre cercava di tamponare, malamente, con una mano il copioso sangue che zampillava dal petto. “Questo è… per mia figlia… per nostra figlia.”
Il fascista, strisciando a terra in una pozza di sangue, cercò di farsi vicino all’uomo che gli aveva sparato.
“Io ti conosco!”, biascicò soffocato dal sangue che gli impastava la bocca: sapore dolciastro, quello della morte.
“Ora non ha più… importanza,”
“Me la sono goduta!”, sputò, cercando indarno di far prigioniero un po’ d’ossigeno nei polmoni. La vista si appannava troppo in fretta. Riuscì solo ad aggiungere, con un filo di voce, la sua ultima crudeltà: “Antonella… quella puttanella!”
Spirò dilatando la bocca in un ghigno infernale.
Vittorio perse i sensi.

Quando rinvenne, non sapeva quanto tempo fosse trascorso. Forse tanto, forse poco. Non era importante sapere. Agnese doveva essersi già data la morte. Non l’aveva voluta con sé, al suo fianco. Però lo sapeva che si sarebbe tolta la vita prima che i fascisti abusassero di lei per poi fucilarla al muro.
Si sorprese che riuscisse a stare ancora in piedi, malamente. Rotolò lungo le scale, si rialzò, uscì e raggiunse la strada. La notte era più nera che mai: della luna non v’era più alcuna traccia, forse ingoiata da qualche nuvola o cancellata da Dio. Avrebbe tirato le cuoia di lì a poco, lo sapeva, ma i fascisti non avrebbero avuto il piacere di vederlo morire dissanguato. Restando addossato ai muri dei casamenti, si tirò avanti a fatica. Imbucò il primo vicolo, e si lasciò morire in silenzio, senza regalare al buio un solo gemito.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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