Il frate, la prostituta e la bambina

Il frate, la prostituta e la bambina

Iannozzi Giuseppe

prostituta - François Boucher

2200 dopo Cristo

Gli strati cobalto del cielo sposavano la sua tristezza: un tramonto tanto bello era raro vederlo sulla colonia di Venere.
Con passo incerto stava attraversando un prato. L’erba gli solleticava le caviglie nude, calzava delle pianelle quasi disfatte dal tempo, piedi che affondavano in perle di fresca guazza: non poteva negare a sé stesso che era piacevole sentire l’umido su quella porzione di pelle che l’esoscheletro non copriva.
Daisy era seduta in mezzo all’erba alta, circondata da alcuni cespugli artificiali di pervinche.
Tiresia si avvicinò alla bambina.
“Ciao”, disse lei con un sospiro, quasi annoiata.
“Ciao”, le rispose Frate Tiresia. Rimase a fissarla per qualche secondo. Era una bambina strana: non poche volte la famiglia aveva manifestato una quasi preoccupazione per la poca socievolezza della bimba, ma lui non era riuscito a fornire risposte spirituali e conforto a nessuno, né al patrigno né alla madre. Tutto quello che poteva fare per Daisy era di starle accanto, tentare di farla uscire dal suo guscio di diffidenza.
“I fiori sono la tua passione, è così, Daisy?”
Daisy fece un cenno con il capo, poi sollevò gli occhi azzurri verso il frate.
“L’esoscheletro è pesante?”
“E’ pensante”, confermò Tiresia, con una punta di imbarazzo. Gli avevano diagnosticato il tumore osseo dieci anni prima; i medici l’avevano dato per spacciato; tuttavia la Fede in Cristo gli aveva concesso di vivere ancora. Lunghe sessioni di chemioterapia avevano consumato il suo corpo già asciutto per natura; infine aveva dovuto scegliere tra il rimanere paralizzato per il resto della vita o portare il peso di un esoscheletro. Frate Tiresia non si era ancora del tutto abituato all’esoscheletro, anzi non lo reggeva proprio il pondo della vita costretta, per un buon settanta per cento, nell’acciaio. Gli anni non gli avevano fatto accettare la sua condizione di invalido: disgusto per il suo corpo violato dall’ingegneria biomedica. Era ancora piuttosto giovane: trentatré anni, gli stessi di Cristo quando morì crocifisso sul Golgota; ciononostante chiunque lo incontrasse per la prima volta non poteva fare a meno di attribuirgliene almeno il doppio.

“Perché non lo butti via?”
“Non posso.”
Una carezza di vento attraversò il prato.
“Perché?”
Prima di rispondere alla bambina, Tiresia inghiottì un bolo amaro di odio represso. “Morirei”, le rispose in tono asciutto.
“Cosa significa morire?”
“Significa non esistere più. L’anima abbandona il corpo e il corpo finisce nelle profondità della terra. E l’anima va incontro alla luce.”
Con calcolata distrazione, Daisy strappò un fiore azzurro da un cespuglio di pervinche, lasciando vagare lo sguardo lungo il perimetro del prato, fino a incontrare la linea del tramonto; l’azzurro del cielo stava cambiando rapidamente in un rosso acceso.
‘Questo tramonto brucia il sangue nelle vene dei sani, ma solo il freddo mortale scorre nelle mie membra malate’, pensò Frate Tiresia. ‘Beata innocenza!’ Ma in realtà, lui, Tiresia, all’innocenza infantile non ci credeva. Per quanto gli era possibile ricordare, lui non era mai stato completamente innocente, neanche da bambino: aveva più volte confessato a sé stesso la sua debolezza spirituale, stando ben attento a non rivelarla negli ambienti ecclesiastici. La Fede che Frate Tiresia nutriva in seno era una coniugazione piuttosto ambigua, strana: credeva in Cristo ma anche nell’Antropologia, l’unica scienza in grado di spiegare, almeno in parte, il mistero della fragilità umana.
“Nella terra fa freddo?”
“Può darsi.”
“Anche in estate?”
“Non lo so.”
Daisy strappò un altro fiore, uno qualsiasi, dal folto dell’erba, affidandolo alle cure del vento che lo trascinò via con sé per lasciarlo cadere a terra, all’improvviso. La bambina era rimasta affascinata dal breve volo del fiore: i suoi occhi brillavano di fanatica eccitazione.
“Non è bello quello che fai”, la rimproverò il frate.
Daisy rimase in silenzio.
Le campane della chiesa suonarono tre volte: si stava celebrando un funerale nel Distretto Civile.
“Perché suonano le campane?”
Il Frate chinò il capo amareggiato: “E’ morto Papa Hemy. Si è suicidato.”
“Ah, lo Scemo del Villaggio!”
Strappò un altro fiore.
Intorno alla piccola Daisy si stava formando un cimitero di vegetazione artificiale: le piaceva tastare con le sue manine la fragilità della vita.
“E’ peccato dire così! Perché dici cose tanto brutte?”, la rimproverò prontamente il Frate.
Lei non rispose. Si alzò in piedi e rimase prigioniera del suo silenzio.
“Ti sei pentita?”
Ancora nessuna risposta.
Mentre il Frate la osservava, Daisy cominciò a svellere l’erba alta tirando forti calci.
“Non ti sei pentita!”, disse infine il Frate sconcertato.
“Sono contenta invece.”
Frate Tiresia impallidì: perle di sudore cominciarono a scivolargli lungo le gote scavate, incontrando le sue labbra aride.
“Sì, sono contenta e penso che anche tu dovresti seguire l’esempio di Papa Hemy.”
Il Frate cercò invano di balbettare qualcosa. Le parole gli morirono in bocca: non era neanche sicuro d’esser riuscito ad articolare uno straccio di pensiero. Con una mano, si asciugò la fronte madida di sudore: l’esoscheletro gracchiò un suono rugginoso.
“Sei ridicolo!”, pigolò.
Daisy sorrideva, non c’era dubbio alcuno.
Tiresia cercò ancora una volta di dire qualcosa e non ne fu capace; alla fine biascicò un suono non troppo dissimile da quello che l’esoscheletro aveva prodotto qualche istante prima.
Entrambi rimasero in silenzio per qualche minuto. Il sole si era nascosto dietro la chiesa e tutto l’intorno cominciava a essere invaso da lunghe spettrali ombre.
“E’ tempo di tornare a casa…”, osservò il frate, quasi vomitando l’ultimo alito di forza che i polmoni gli avevano concesso.
Daisy lo guardò con i suoi occhi azzurri, poi, senza accennare un qualsiasi saluto, prese la sua strada, lasciando il Frate in mezzo all’erba alta corteggiata dalle ombre della notte imminente.

Guardò il Cristo in croce: Tiresia piangeva.
Un gancio, poi un altro e un altro ancora: l’esoscheletro scivolò pesantemente a terra producendo una eco sinistra, che rimbalzò di cella in cella, poi il silenzio della notte rimase unico testimone del dolore di Tiresia e della sua Fede costretta fra le pareti della chiesa.
Un passo, due, tre, e cadde a terra lieve, uguale a una foglia secca, senza produrre alcun rumore percepibile a orecchio umano. Un rivolo di rosso sangue si allungò dolcemente sul freddo pavimento di granito: un taglio profondo si era aperto sulla spaziosa fronte di Tiresia. Un singhiozzo vomitato con dolore e subito ricacciato in petto, poi l’impotenza di grattare con le unghie il freddo granito, cercando indarno di riacquistare la posizione eretta.

L’alba: il sole stava salendo alto nel cielo terso.
“L’alba”, gridò Frate Tiresia, ancora a terra, abbracciato al fucile di ordinanza, arma solitamente usata per scacciare gli Ossessi vaganti delle notti di Venere; era riuscito a strapparlo dal muro dopo lunghe ore a scivolare lungo il pavimento. La canna cacciata in bocca, l’indice tremante sul grilletto, lo sguardo perso nel vuoto dell’Eternità. Presto, molto presto il suo destino si sarebbe compiuto. Frate Tiresia immaginava l’Eternità come una grande luce: erano gli ultimi istanti della sua vita, una vita che non gli era mai completamente appartenuta.
‘Sei ridicolo!’, così gli aveva detto Daisy; riusciva a ricordare bene ogni parola di lei, il tono della voce, ogni sfumatura. Negli ultimi istanti di lucidità non poteva non ammettere che la bambina gli avesse detto la verità. ‘Sono ridicolo, è vero. E tu, Daisy, non sei una bambina innocente. Non lo sei. E questo non è ridicolo’, pensò Tiresia. Ormai doveva premere il grilletto: non poteva più procrastinare l’appuntamento con la morte. La tentazione era forte, davvero troppo forte perché potesse allontanarla… dimenticarla; sembrava che il grilletto possedesse una sua propria volontà. Doveva assolutamente premerlo così come aveva fatto Papa Hemy, lo Scemo del Villaggio, l’Idiota-che-sapeva.
“M’illumino d’immenso!”, gridò con tutto il fiato che gli era rimasto in corpo.
Il colpo partì. sfondò il palato, attraversò il cervello e fu la luce, finalmente.
La materia cerebrale sul pavimento di granito sembrava spugna rocciosa, una cosa tanto naturale quanto disgustosa, quasi inumana.

Le campane rintoccarono forte, tre volte. Il corpo di Frate Tiresia fu sepolto in terra sconsacrata, in un boschetto di ulivi selvatici.
La cerimonia fu breve: solo tre persone assistettero al funerale, una donna quasi ubriaca, una bambina, e il becchino, vecchio amico di Frate Tiresia prima che prendesse gli ordini.
“Perché è morto?”, domandò la bambina alla donna.
“Per i suoi peccati”, le rispose la madre con tono faceto.
‘E’ scandaloso che si permetta a una donna ubriaca di partecipare a un funerale’, pensò il beccamorti, gettando uno sguardo di rimprovero nella direzione della ex moglie del frate.
La donna, con uguale odio, contraccambiò lo sguardo del becchino tutto ossa.
“La morte è la fine di tutto?”
“No, non è la fine di tutto, mia piccola Daisy. Se così fosse, tu, oggi, non avresti un altro papà ad aspettarti a casa.”
Daisy si strinse alle gonne della donna. “Adesso andiamo! Questa sera ci sarà un gran da fare al Lupanare, molti più clienti del solito. Succede sempre così quando muore qualcuno: la gente ha voglia di divertirsi, mi capisci piccola?”
La bambina rimase in silenzio. ‘Ecco, ci risiamo!’, pensò la donna. ‘Un altro attacco di mutismo.’ La madre prese per mano la figlia ed insieme si allontanarono dal boschetto di ulivi, lasciando il becchino da solo a meditare sopra la tomba di Frate Tiresia.
“Quel pezzo di merda del patrigno avrà cura di lei, adesso che te ne sei andato, Tiresia. La farà uguale a quella puttana della tua ex, a quella donna che è stata anche tua moglie per un po’ di tempo”, gracchiò il vecchio. Non c’era più nessuno, e le sue parole si persero nel vento.

Il crepuscolo di un bel rosso acceso scese dolcemente su Venere, sulla corona di pervinche deposta sulla tomba del Frate suicida, peccatore per la Chiesa: i petali azzurri dei fiori subito vennero stuprati dall’ultima luce serale.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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