La setta di Azrael

La setta di Azrael

Iannozzi Giuseppe

Azrael - Evelyn De Morgan

Mi svegliai.
“Fanculo!”, gridai nel buco della profonda notte, e ululai alla Luna nascosta dietro a una debole cortina di nuvole. Ululai come una fiera nata dall’incrocio fra una scimmia e un lupo, fino a farmi dolere la gola. Poi ripresi il mio cammino. Non avevo assolutamente idea di dove fossi diretto: era una strada, una come tante altre. E se tutte conducono a Roma, per me, una valeva l’altra.

Ho pensato che non poteva essere vero, non completamente, anzi non doveva essere reale proprio per niente.
E’ cominciato tutto all’improvviso.
No, ad essere sincero neanche poi tanto all’improvviso.
Strani sogni li avevo sognati già altre volte. Cose che non avrei mai dovuto sapere attraverso i sogni erano entrate dentro la mia testa. Io non ci avevo fatto caso, non più di tanto comunque, e queste cose le ho dimenticate appena sveglio, o non gli ho attribuito una reale importanza.
Nel corso della mia vita randagia, da quando ho deciso di entrare a far parte del mondo di fuori e di abbandonare la comunità anarchica della mia fanciullezza, la vita per me è sempre stata un’avventura e come tale l’ho vissuta. Non ho fatto altro che rimettermi al giudizio della strada che è poi parte integrante della mia legge, quella che mi ha tenuto in vita sino a oggi. La strada mi ha insegnato che l’unica irrealtà possibile è quella che gli uomini creano con la loro pazzia che, alla fine, poi qualcuno identifica con la fantasia. Io dai pazzi ho molto imparato. E dei pazzi non ho mai nutrito tema alcuna perché la loro irrealtà è sempre stata per me qualcosa di reale: un pazzo o uno che si dice tale è reale quanto me, solo che dice e vede cose che non esistono, e se queste cose non esistono e sono solo nella sua cazzo di testa, allora non possono essere pericolose.

Ma poi i sogni hanno smesso di essere dei semplici sogni. Ho cominciato ad avere delle allucinazioni, non saprei definirle altrimenti. Allucinazioni a occhi aperti. Sprazzi d’un mondo sconosciuto si sono rivelati a me, come se qualcuno me li avesse cacciati a forza dentro il cervello. Non mi sono potuto opporre. Ho sospettato d’esser malato. Per un po’ di tempo ho creduto davvero che il mio cervello fosse andato in pappa: uno squilibrio fisiologico avrebbe spiegato molte cose incredibili. In ogni caso non mi volevo dire pazzo. E anche oggi non mi sento di dire che c’è stato un periodo della mia vita in cui anch’io ho perso la bussola. Posso invece dire che forse il mio cervello è stato vittima d’una febbre cerebrale. Ma la pazzia, no, la pazzia non è cosa per me. Preferisco pensare che sia stato tutto un problema fisiologico, punto e basta. Comunque, per un periodo di tempo, ho avuto delle allucinazioni, delle vere e proprie iniezioni di irrealtà nel mio cervello che mi hanno fatto vedere l’irrealtà, cioè qualcosa di possibile. Sì, qualcosa di possibile ma non per questo reale. Ho combattuto contro le iniezioni di irrealtà nella realtà che mi sforzavo di vivere facendo finta di nulla. O quasi. Comunque voglio che sia chiaro che è stato solo un periodo: purtroppo sono di carne anch’io che non ho un’identità, per cui le malattie organiche sono una cosa con cui devo fare i conti, volente o nolente.
Adesso mi sembra che sia abbastanza chiara la mia posizione, posso dunque ora raccontare le mie allucinazioni senza temere che mi si fraintenda.

Avevo lasciato Torino alzando al cielo il mio saluto, un bello e sonoro vaffanculo ed ero più che mai deciso a portare via le chiappe dal Piemonte per trovare momentaneo rifugio in un’altra parte d’Italia. Con me avevo circa tre milioni di Lire, forse la somma più grande che mi sia passata fra le mani, non potevo però ritenermi né soddisfatto né felice. Erano soldi sporchi e insanguinati, che potevano esser per me fonte inesauribile di guai. Insomma avevo quasi accoppato un uomo per tre stupidi milioni; e se l’ex azraeliano aveva detto il vero sulla setta di Azrael, allora dovevo star ben attento e guardarmi le spalle perché la setta poteva benissimo pensare di mettersi sulle mie tracce per recuperare il suo. I soldi sono il diavolo, non c’è dubbio alcuno su questo, e tutti gli uomini sono diavoli quando ne hanno nelle tasche, e anche quando non ne hanno; e sono diavoli indiavolati quando i soldi gli vengono sottratti. La mia non era una posizione granché felice. La strada davanti a me era lunga e non ne intravedevo la fine, ma questo non mi preoccupava più di tanto. Le strade sono state fatte per essere percorse, appartengono quindi alla realtà che meglio conosco e che riconosco. Tuttavia, ad un certo punto, la strada si è interrotta…

Quando mi sono svegliato ero in una stanza, cacciato in un letto, senza possibilità alcuna di muovermi: la vista annebbiata e le idee più che mai confuse. Ero in un ambiente estraneo che non riconoscevo e che poco aveva l’aspetto d’una camera d’ospedale. Piombai di nuovo in un avvolgente buio, ma non prima d’aver scorto con la coda dell’occhio un’ombra.
Quando rinvenni ero sempre lì: una flebo con il suo ago mi riempiva le vene d’una sostanza che non saprei dire.
L’ombra si avvicinò ai miei occhi appannati: non ne posso essere sicuro, ma poteva essere Azrael. Quando parlò compresi d’esser stato drogato, perché la voce dell’ombra non era umana, e se lo era a me il suo suono arrivava ovattato e metallico.
“Non hai nulla da temere”, mi disse l’ombra. “Non s’intende farti del male.”
Provai a ribattere qualcosa: la lingua sembrava incollata al palato.
“E’ l’effetto della medicina. Ne hai bisogno. Sei molto malato. Presto tutto questo passerà”, cercò di rassicurarmi l’ombra.
Trassi un profondo sospiro di rabbia. “Cosa mi stai… facendo?”, biascicai.
“Solo delle cure.”
“Non sono… non… sono… in ospedale.”
“No”, mi confermò l’ombra.
”Che malattia?”
“Una che si cura.”
“La droga…  perché?”
“Non è una droga. Serve a rimetterti in sesto. Un ricostituente che ti aprirà le Porte della Realtà.”
“Ho… le… allucinazioni.”
“Lo so. Le sto registrando. Io non le chiamerei allucinazioni. Sono la Realtà.”
“No.”
“E’ la Realtà”, ripeté l’ombra con tono imperativo. “E ci serve.”
Parlare mi costava uno sforzo non indifferente. Però capivo che ero tenuto prigioniero, forse da un singolo, forse da una manica di pazzi che pretendevano di registrare le mie allucinazioni. E di curarmi. Era tutto molto assurdo. La prima cosa che mi passò per la testa fu che gli azraeliani erano riusciti a catturarmi e che…
“I soldi… quelli volete?”
“No.”
“Azraeliani?”
“No.” Ma io ero certo che…
“Chi?”
“Non sono autorizzato a dirtelo. Rassicurati: dei tuoi soldi non saprei che farmene.”
“Allora…”
“Te l’ho già detto: registrazioni della realtà che tu percepisci.”
“Perché… io?”
“Succede così. Sei stato scelto.”
“Da te? Da… voi? Quanti… siete?”
“Ti stai innervosendo. E’ bene riposare.”
Caddi di nuovo nel buio. E poi, di nuovo, allucinazioni ad occhi aperti appena sveglio. Qualcuno mi aveva applicato degli elettrodi, o qualcosa del genere, sulla testa. Un monitor, forse, registrava la mia attività cerebrale.

Mi era stata negata la libertà e non potevo sopportalo. E soprattutto non potevo fare niente per ribellarmi: che fossi malato, forse malato perché qualcuno o qualcosa lo voleva, difficile a dirsi… e non m’interessava poi più di tanto, anche se… A me premeva solo di mettermi in piedi e andarmene da quel luogo di prigionia. Se solo fossi stato libero, malato o meno, tumore o meningite o febbre celebrale, la strada sarebbe stata la mia tomba ideale.

Le visite dell’ombra non furono molto frequenti ma comunque regolari. Ogni volta che avevo un’allucinazione a occhi aperti, lei, l’ombra era accanto a me. Non riuscivo proprio a immaginare cosa volesse da me e ancor oggi non so dire.
Nei brevi momenti di lucidità cercavo invano di strapparmi da quel letto di laboratorio, ma mi è stato praticamente impossibile: notai che doveva esserci una piccola finestra che lasciava filtrare la luce del sole e qualche volta un flebile pallore lunare.
Dopo la prima chiacchierata, l’ombra disse sol più poco o nulla, quasi temesse che potessi riconoscere la sua vera identità. Io avevo l’impressione che si trattasse di Azrael, ma rimase sempre un sospetto. Comunque, pur ammettendo che fosse proprio lui, non mi riusciva proprio di capire perché fosse tanto interessato alle mie allucinazioni che si ostinava a chiamare ‘Realtà’. Per me quelle erano solo irrealtà allo stato puro.
Ora ci si può domandare come un uomo nelle mie condizioni fosse in grado di riconoscere la realtà dall’irrealtà. Bene, non cercate risposte razionali o irrazionali. Io sapevo distinguere fra le due cose e questo vi deve bastare così come è bastato a me.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a La setta di Azrael

  1. Lady Nadia ha detto:

    Pauraaa, che racconto surreale! Bah, quale sia la verità, io non saprei dire, ma sia l’una che l’altra non mi piacciono per niente.
    Bellissimo anche questo. Bravissimo!

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Questo è un delirio. ^_^ E se lo dico io che l’ho scritto è tutto detto. 🙂
    Mah, non credo affatto di essere bravo. E’ solo narrativa spicciola, roba che possono scrivere tutti.
    Grazie.

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