L’anziano, il bastone, il Parkinson

L’anziano, il bastone, il Parkinson

Iannozzi Giuseppe

anziano

Si trovava in quel posto da un po’ di tempo, almeno così gli pareva. Nella sua testa albergava tanta confusione. Gli alberi non gli dicevano niente; più si sforzava di ricordare e più andava nel pallone. Se qualcuno gli avesse chiesto come si chiamava, l’uomo non avrebbe saputo rispondere; probabilmente avrebbe schiuso la bocca, si sarebbe passato la lingua sul labbro inferiore, avrebbe balbettato, e forse avrebbe pianto. Non faceva freddo, ma l’uomo accusava un gran malessere: le ossa gli dolevano, mani e piedi li sentiva ghiacciati, era come se il sangue avesse smesso di scorrergli nelle vene. Si guardava intorno, cercando di levarsi dagli occhi, con una mano incartapecorita, alcune caccole. Molti accadimenti li ricordava alla perfezione, soprattutto quelli che facevano stretto riferimento al suo passato; non ricordava invece molti fatti recenti.
Davanti a sé non c’era anima viva, solo un lungo viale. Un colpo di vento gli schiaffeggiò il volto. Rabbrividì. Pensò d’esser stato abbandonato. Si guardò le mani tremanti per scoprire, senza alcuna reale sorpresa, che erano quelle di una persona non più in salute e oramai avanti con gli anni. Non solo per colpa del Parkinson, cominciò a tremare forte. Aveva paura, di tutto praticamente. Le mani gli tremavano, le gambe pure, e il bastone, che avrebbe dovuto aiutarlo a camminare, gli pesava. Ebbe la tentazione di buttarlo, di lasciarlo cadere a terra, ma non lo fece, perché se lo avesse fatto avrebbe perso la sua unica compagnia. Aiutandosi malamente con il bastone di legno proseguì il cammino. Ogni passo era incerto, breve, pesante.

Si fermò. Era stanco. Ogni dieci passi doveva fermarsi, riprendere fiato. Si passò una mano sulla testa e solo in quel momento si rese conto di avere il cappello. Un sorriso sghembo gli affiorò sulle labbra sottili. Dischiuse leggermente la bocca vuota di denti e disse: “Il cappello… ce l’aveva anche mio padre. Lo teneva sempre in testa. Non l’ho mai visto senza. Non era bello andare a lavorare nei campi. È morto, è morto, come tutti quelli che conoscevo. L’ho visto mentre gli moriva l’ultimo respiro. Sono stato al suo funerale. Solo io piangevo, gli altri chiacchieravano del più e del meno, me lo ricordo bene, Dio santo. È morto tanti anni fa mio padre e mia madre non ha fatto una piega.” Sospirò. Una lacrima gli scese lungo il viso rugoso, scarno. Non c’era nessuno che potesse sentirlo, proprio nessuno. “Che ci faccio qui? Ho una moglie, ho dei figli! Che ci faccio qui? Perché cammino da solo? Non capisco, non capisco.” Prese a scuotere il capo, con ostinazione, come un bambino malato e disperato che tenta di far luce sul motivo per cui una cosa tanto brutta sia capitata proprio a lui. Affranto si nettò ancora una volta gli occhi cisposi. “Che ho fatto, che cosa per meritare questo? Ce l’ho una moglie, devo avere anche dei figli. E dove sono tutti? Mi sono perso o mi hanno abbandonato qui?” Ce la metteva tutta per cercare di comprendere, ma non trovava risposte, né riusciva a ricordare gli eventi degli ultimi giorni. Inutile che camminasse, si stancava solamente e il sangue nelle vene non gli si riscaldava, aumentavano solo i dolori lungo tutto il corpo. A un certo punto il cuore gli fece un salto in petto; gli parve d’aver inteso una voce, e subito cominciò a guardare a destra e a manca. Reggendosi a malapena sulle ginocchia scricchiolanti, appoggiandosi al bastone perlustrò il viale alberato. Per un paio di minuti si guardò intorno, invano. Le orecchie gli fischiavano forte. Adocchiò una panchina e decise di mettersi seduto, di aspettare che qualcuno si ricordasse di lui e venisse a prenderlo per mano. Non chiedeva molto, solo di abbandonare quel posto che non conosceva e che gli faceva paura.
Si lasciò cadere sulla panchina e ben presto prese a singhiozzare.
Le gambe, oramai, non le sentiva più.
“Non è stata colpa mia, mi ha educato male, erano altri tempi. Mi ha insegnato a picchiare, a fare male. Mia madre me le suonava di santa ragione, sempre. Che ne potevo sapere che non si devono usare le mani!!!”, attaccò a farfugliare con tristezza infinita. Gli occhi gli si riempirono di lacrime. Tirò su con il naso, cercando di calmarsi. “Non è stata colpa mia”, ripeté, strofinandosi le mani sulle gambe. “Freddo, fa freddo qui. Faceva freddo anche tanto tempo fa. In inverno la neve copriva tutto di bianco, poi, poi era un casino… e io dovevo lavorare, non c’era il riposo, non c’era niente. Mia madre diceva che ero nato per lavorare, che a scuola non ci sapevo andare. Ho lavorato tanto e ci ho perso la salute. Lavoravo perché sennò venivo picchiato. Non potevo sfuggire alla collera di mia madre. Ho sbagliato, ho sbagliato? Mi sono sposato. Ho fatto una famiglia. Non sono stato bravo? Ho fatto quello che potevo. Non potevo, di più non potevo fare. Ho sbagliato? Dove, quando? Sì, ho sbagliato, ma ho fatto come mia madre ha insegnato a me. Poi sono cambiato, un po’. E adesso sono qui, da solo. Mi hanno abbandonato. Quando è successo che mi hanno portato qui, in questo posto maledetto? Non me lo ricordo mica. Dov’è mia moglie? Muoio. Dove sono i miei figli? Muoio. Aiuto!!!”

Un caldo insolito si era insediato in quei giorni di febbraio. L’uomo seduto sulla panchina ebbe un sussulto. Sudore freddo cominciò a corrergli lungo la schiena. “Fa freddo qui”, disse con un fil di voce, oramai rassegnato a vedere la sua fine in quel viale alberato di cui non sapeva niente. Più volte il vento accarezzò il volto dell’anziano. Respirava a malapena; davanti a sé scorgeva sol più ombre che gli incutevano paura, ma non aveva più forze in corpo neanche per tentare di rimettersi in piedi.

Lo vide e comprese.
Si avvicinò alla panchina dove l’anziano stava collassando.
Uno schiaffo di vento le fece volare, per un paio di secondi, i capelli sulla faccia.
Si accomodò accanto al morente; dischiuse leggermente le labbra, come per parlare, ma tacque. Fra le mani teneva il bastone. La donna gliele sfiorò: erano gelate. Fra sé e sé pensò: “Chi muore in solitudine non finisce mai di morire.”
Diede un’occhiata al bastone del vecchio e di nuovo dischiuse un poco le labbra; era un oggetto senza alcun valore, un pezzo di legno con il manico curvo.
“Tu… chi…”, disse piano piano il morente.
La donna fece finta di niente.
Si alzò dalla panchina e si allontanò.

La vide, era una luce bianca: troppo bianca, troppo luminosa, troppo grande. Era sinistra.

Tornò indietro dopo pochi minuti, sicura che lo avrebbe trovato morto.
Si passò una mano tra i capelli neri.
Sulle labbra le fiorì un sorriso che avrebbe fatto gelare il sangue anche a Charles Manson.
Il vecchio continuava a stringere il bastone. Gli occhi spalancanti, vuoti di vita, erano bagnati, gonfi di lacrime.
Si chinò verso il morto e gli prese le mani fra le sue.
“Non poteva finire diversamente”, sentenziò.
“Adesso devo prenderlo!” E così dicendo gli sfilò il bastone dalle mani nodose, incartapecorite e fredde. Il legno cadde sollevando un poco di sabbia.
Più precisa e veloce di una gazza ladra, le ci volle un niente per togliere al poveretto l’orologio dal polso, un Casio, un modesto MTP-1302PD-2AVEF.
La ladra diede le spalle al cadavere seduto e se ne andò felice.

Un colpo di vento gli fece volar via il cappello dalla testa, che gli ricadde sul petto come se una mano gli avesse spezzato il collo. Ai piedi dell’anziano riposava il legno che, per poco più di dieci anni, lo aveva aiutato a stare malamente in piedi. Un poco più lontano il cappello si lasciava pizzicare dalle dita dell’aria.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a L’anziano, il bastone, il Parkinson

  1. Lady Nadia ha detto:

    Mamma mia, tristissimo!

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Racconto la condizione umana.

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