Una disfatta totale e definitiva

Una disfatta totale e definitiva

ANTOLOGIA VOL. 169

Iannozzi Giuseppe

Marlène Dietrich

IL GIOCO

il gioco
si è fatto pesante
e io solo anelo
a una disfatta
totale e definitiva

quando il maligno vince
puoi solo accettarlo
come uno di famiglia

aveva in mano carte
più forti delle mie
aveva in testa piani
che potevo intuire?
aveva in testa volti
che avrei potuto scorgere?

qualcuno ha visto i gabbiani
sputare il cielo dal culo

HO FATTO IL MIO DOVERE

Ho fatto il mio dovere
frantumando sgrammaticature
e parole cariate vuote di luce
Ho fatto quel che andava fatto
e non ricordo più niente, più niente
Non un ricordo ingombra la memoria,
non uno sgarbo o uno sgorbio sposa
la storia che fra noi mai fu

Ho fatto il mio dovere,
e l’ho fatto per amor mio,
per amore della mia statura

Voi anelate a un’incomprensibile banalità,
io a una professionalità uguale
a quella d’un condannato a morto
Voi cercate ancora la luna in fondo al pozzo,
io no, aggiusto lo sguardo come un cecchino
per una santità a misura d’uomo

Ho fatto il mio dovere
mentre Dio si dava via a una distrazione,
a un capriccio di donne un po’ così e così
Ho fatto il mio dovere
consumando il passato a lume di candela,
aggiustando versi su versi
fino a toccare con mano perfezione da coglioni

Voi anelate a vivere fra nani e mezze verità,
voi amate andare avanti con le gambe corte,
io no, punto a una semplicità sacrificale
che uno a uno sgozzi agnelli bianchi e neri

Ho fatto il mio dovere,
fino in fondo ho fatto
tutto quello che andava fatto
per amore della mia statura,
della mia statura solamente

E ora non ricordo, più niente ricordo
Solo anelo a una professionalità
uguale a quella d’un condannato a morte,
solo aggiusto e aggiusto lo sguardo
come un cecchino per una perfezione da coglioni

AFFERMAZIONE DI DIO

Ciò che un sorriso crea nel Prossimo
Niente che sia di questo mondo
lo spezza – ché affermazione di Dio
sui volti scimmieschi dell’umanità

SOTTO IL PALLORE DELLA LUNA

Lo stiamo facendo ancora
sotto il pallore della Luna
che di gelosia piena piega
un poco appena la sua lama
di luce da noi su altri mondi,
su stelle troppo grandi assai
e lontane perché possano
curarsi d’un satellite sì piccino

GINESTRA

Poesie,
gioie o amori
da recar oggi
al gentile tuo cospetto,
non ne ho, davvero;
ma se guardi
e guardi bene
l’immagine
che lo specchio
in camera ti specchia,
scoprirai
che appassita
non è la Ginestra
che ieri t’arrossiva
quando
dai tetti spioventi
stormi di colombe
in volo si levavano
al suono
del tuo richiamo.

Pesante forse
il fardello di fantasmi
che disegna l’alba
sull’amata tua magione,
più ostinata e sincera però
la forza che alle delusioni
non s’arrende,
quella forza caparbia
nel petto tuo annidata;
così io sospetto
che nulla di serio in te
sia cambiato veramente.
Per questo solamente
come te anch’io aspetto
che alla vita tu dica sì,
che una volta ancora
tenti d’incatenarla a te
la vita,
facendo franare
quelle tue resistenze
che, con malignità,
all’orecchio ti sussurrano
di non osare, di non osare
d’esser libera…

d’esser libera veramente,
d’esser verità.

FIANCO A FIANCO

Fianco a fianco ci muoviamo
verso solitudine fra infinito e eternità,
per una verità
al di là delle possibilità
del cuore e della mente
Sulla cenere delle ère lasciamo
le nostre orme ora leggere, ora pesanti
Per plaghe ricche di frutti
Per deserti edaci dove il sole fa male
e la luna un freddo occhio
trapiantato fra il trono di Dio e la speranza
Per mari – profondi più dei nostri cuori –
di fondali abitati da Leviathan e da più negre creature
Attraverso sogni e incubi disperati
Così tanto, così, sempre fianco a fianco
reggendo la spada e lo scudo in mano,
dimenticando le risate dei bambini
e i rantoli dei vecchi alla loro ultima notte,
e non ancora è finito il cammino
né ci preoccupiamo di quanto rotte le ginocchia

Centinaia di anni insabbiati
e di culture sgretolate, come niente;
e noi non poi troppo diversi da ieri:
soltanto qualche ammaccatura qua e là
Verso solitudine ci muoviamo
Seppelliamo mostri e Crociati allo stesso modo
in una terra che appartiene al limbo estremo
del nostro pensiero
Fianco a fianco camminiamo,
più morti di tutti quei morti
che seppelliti e marcescenti
da un remoto recesso
dentro al nostro pensiero tentano indarno
di lanciarci eco d’avvertimento…

ALZATEVI, IMPUTATO!

Alzatevi, imputato! Non avete
gli occhi azzurri, non un cielo blu,
non un cortile che stilli delle troie il miele
Imputato, non è questa questione
di dir qui oggi se siete voi colpevole
o no; più facilmente questa corte
vi ha giudicato e giudicato bene,
per mille e mille anni in esilio lassù
dove mai si muove una foglia una,
dove finiscono i sogni prima
d’un abbaiare che non è giusto,
che è sbagliato
fin dall’inizio il gioco bruto

Che dire, Vostro onore?! Sul mio onore
mai ho fatto del male a un eroe in copertina
o al povero operaio che mai lo sa
dove e come gli andrà domani
a finire la mano; e di tutto questo si,
sono colpevole fra i colpevoli
ché poesie e illusioni ne ho cantate assai
per un momento o due di felicità

Per questo, per tutto questo, Vostro onore,
m’è dolce la condanna qui emessa
al lume della stupidità; e per buona misura
siano in sovrappiù sulla gobba mia beduina
altri mille anni per l’offesa
con dispettoso gusto
alla corte tutta qui oggi arrecata

VIA PER SEMPRE

Penso, io penso debba esserci anche per noi un posto
che non sia la solita abitudine di fare le valigie
e partire via per sempre – per sempre dimenticati
e assassinati nel buio di un angolo e di un silenzio

NON FIDARTI MAI

Non mi fido
Di nessun fiuto mi fido,
nemmeno del mio
Non rimetto fede nella mia ombra,
capace d’accoltellarmi alle spalle
e mettermi in ombra proprio quando
meno me lo aspetto
Ne ho conosciuta di gente
Farabutti e ficcanaso, vigliacchi e perdenti:
e tutti in pubblico si sono detti eroi per caso

Prova un po’ a darmi torto
se oggi non ho fiducia
Più d’uno avrebbe potuto trovare la scusa per lasciarmi
e più d’uno non aveva un serio motivo per tradirmi
Nessuno mi ha lasciato, ma quasi tutti mi hanno tradito
E’ proprio vero che non ci si può fidare degli amici
Dei nemici almeno sai che la faccia è quella;
e se poi si smentiscono con una buona azione
che proprio non t’aspettavi, tutto di guadagnato
Prova un po’ a darmi torto

I bus non si fermano mai alle fermate
e quando sì, all’ora sbagliata
Siamo tutti donne e amanti
Siamo tutti degli ignoranti

Prova un po’ a darmi torto
Siamo tutti donne e amanti
Tutti nel letto sbagliato al momento sbagliato:
erba gramigna che più la strappi e più cresce
Siamo tutti così, santi e peccatori

Siamo tutti nelle Pompe Funebri Nazionali
a strappare i denti d’oro ai morti
Siamo tutti pieni di cambiali e d’impegni
e di mutui da saldare, sempre non sapendo
come diavolo fare
Siamo tutti alla finestra a guardare l’erba
del vicino, per poi dirci al verde
a chiunque bussi alla nostra porta
Siamo tutti ladri e assassini, ruffiani e buffoni
Siamo la coda del maiale e quella dell’asino
Siamo l’errore più perfetto di quel tipo lì
che chiamiamo Dio

Prova un po’ a darmi torto
Ti avviso, oggi mi gira storto!

CROCIFISSO A TE

Non ti voglio più
Non ti voglio più bene
Non te ne ho mai voluto
in verità
E non ho idea
di cosa tu abbia pensato
quando in ginocchio
chiedevo pane
e tu rispondevi con il tuo corpo
spacciandolo per vergine

Ho visto con i miei occhi
i disperati che hai amato
e ognuno di essi aveva
un buon motivo per ammazzare
il suo compagno di bevute

Quel giorno veniva giù
come Dio comanda, solo un raggio
di sole lavorava per un preciso taglio cesareo
E Lei baciava i piedi del suo uomo crocifisso
Tutti sapevano che era la fine del mondo

Tutti sapevano, tacevano o urlavano
E’ per questo che il telefono dà occupato

Non ti voglio, non ti voglio più bene
Adesso vivo giorno per giorno,
mi rado il cranio di buon mattino
In verità tutto ha poco senso,
ma ho visto i disperati che hai amato
Che hai tradito su due piedi
promettendo loro un lucido pensiero

Non muoio più in tuo nome
E’ per questo, è per questo
che il telefono dà sempre occupato

OCCHI NERI

La prima volta che ti ho incontrata,
l’ho capito dal tuo sguardo
che eri una strega: tacchi alti
e occhi neri e nudi, lucenti sì,
ma d’una luce nera presa dall’Inferno

La prima volta che ti ho regalato una rosa,
non hai battuto ciglio, l’hai presa in mano
e mi hai guardato strano; in quel momento
ho capito, ero fregato per sempre e di più

La prima volta che ho tentato di baciarti,
con uno schiaffo mi hai fatto volare lontano
dal tuo bel seno: cinque petali di fuoco
riposano ancora sulla mia guancia
Però le mie labbra ardenti non hanno perso
né il vizio né il desiderio d’incontrare
almeno per una sola volta la tua lingua

Ci sono state tante prime volte con te
Io ho sempre perso qualcosa, un dente
il cuore, l’anima, e mai la vita
nonostante tu ci abbia provato
a portarmela via con tutta la tua malizia,
vestendoti di nudità, di magia, di ambiguità
Ci sono state tante prime volte con te
E sin dall’inizio l’ho saputo ch’ero fregato

Strega, sei una strega: non sei cambiata
d’una virgola da quando ti ho conosciuta
Sei sempre bella uguale, sempre perfida
Lo stesso sguardo nero più del nero,
che viene dritto dall’Inferno e che sfida
degli uomini la saggezza e la stupidità

Sei una strega, con te ogni partita è persa
sin dall’inizio: avevo messo in conto,
pure questo; non smetterò però mai
di portarti di mia mano ogni dì una rosa,
una rossa rosa

COME ERODE PIANGI

Tu piangi, piangi consapevole
che le lacrime d’una donna
mi costringono in ginocchio,
che io lo voglia o no

Come condannato a morte
ingoio a vuoto,
ripenso alla bellezza perduta,
a tutto il tempo andato,
marcito, putrefatto,
appeso
a un gancio in macelleria;
con la mente torno
sul luogo del delitto
dove agnelli belanti
e piangenti,
simili a bambini strappati
al seno materno,
persero più di me
senza che potessi io gridare
anche un solo no
– incaprettato,
rasato di fresco,
nudo
e lingua mozzata
Nei miei occhi insanguinati
l’immonda scena, Erode
che ordina l’uccisione
di tutti i bambini di Betlemme;
poi Ponzio Pilato e la condanna
dal popolo votata,
urlata a gran voce
perché libero fosse Barabba

Di rosso vestita
a Natale a Pasqua a Capodanno,
fra le sbarre
lasci a me il tuo profumo

Dove sono le anime
di quegli angeli innocenti
caduti
nel nome dell’assassino?
Hanno avuto sepoltura,
o son forse risorti?
Tu di rosso vestita
non sai
Piangi soltanto
Con le lacrime mi costringi
in ginocchio;
ma più non ho bocca
per baciar i tuoi piedi,
né lingua per lavar via
i tuoi passi

BLUES DEL RITORNO

Alla mia bimba un campanellino
Se dovessi perderla non so cosa farei
Ho girato in lungo e in largo
con una foglia sulla bocca per armonica
inseguendo sulle ali del vento il blues

Alla mia bimba un campanellino
che squilli forte se ride o piange
Non ho altro da darle, solo questo
e le storie che il tempo ha segnato
lungo i solchi delle rughe

COLOMBA DI PACE

Scende piano la sera
sui volti accigliati
di vecchi e bambini
Non capiscono
quale sia il miracolo
che han di fronte,
un uomo in croce
sofferente e silente
cui unica colpa fu
d’invitar alla fratellanza
Non gli va la saliva giù,
il pomo d’Adamo
in gola gli si strozza:
la navata di bruti rumori
invadono
Poi annoiati, chi più
chi meno, telano via
inconsapevoli ciechi
colla chiesa alle spalle
immersa in una stilla
di rosso rubino piovuta
sulla linea del tramonto

Bianca una colomba
solitaria sfida le ombre
fra i Getsemani:
invisibile a tutti nel mezzo
dei fitti rami si tuffa
Con un rametto in bocca
e un’ala ferita un poco appena
senza tema il volo riprende
accompagnata dal suono
delle campane a festa
Le sorride il Signore,
e nel suo Cielo l’accoglie

UCCELLINO IN PRIMAVERA

Sei tu l’azzurro uccellino
che in primavera spunta
e nella boccuccia fermo tiene
un fiorellino, uno in dono
agli uomini alle donne ai bimbi
a giocare sull’arcobaleno
della Libertà

PREGA PER ME

Ho pregato a lungo
alla deriva con il mio legno
e nessuna croce in mano
Ho pregato
perché Moby Dick
mi abbattesse prima
che il mio arpione
gli imponesse
la mia ferrea ragione

Ho bestemmiato
per dar sfogo alla lingua
– per troppo tempo costretta
a leccare del mare il sale

E alla fine son tornato
al molo che mi salutò
con uno schiaffo di paura
Della mia donna però
nessun segno, solo camalli
e streghe sbronze
E un chierichetto più di là
che di qua

PICCOLA GEISHA

Vuoi esser la mia piccola geisha
Come una bambola a comando
mi fai capire che il mondo mi appartiene,
che il tuo cuore è nelle mie mani,
che non ho nulla da temere
dalle tue carezze, dai tuoi sorrisi

Dici tante cose senza aprir bocca
Mi passi le dita sul volto contratto
in una smorfia di dolore,
mi inviti alla calma,
a entrar nella santità del tuo corpo
per dar vita a un peccato d’amore
Perché le tue carezze non sono
per l’illusione

Mi costringi alla dolcezza
di non aver paura
mentre ti accarezzo i seni

Mi ami,
come una bambola a comando mi ami,
e il mondo si fa tutto nei tuoi occhi

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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