Nel tuo tè una rosa d’amore

Nel tuo tè una rosa d’amore

ANTOLOGIA VOL. 168

Iannozzi Giuseppe

candle in the dark

PIANGERMI L’ANIMA

Non dovresti farmi piangere l’anima
Non dovresti scorticarmi la luce

CREPUSCOLO

troppo a lungo ci siamo riposati
su questo sottile rosso crepuscolo

spettri, e mai un silenzio diverso
da quello delle nostre voci;
è dunque vero che siamo morti!

MAESTRO, MIO MAESTRO

All’improvviso
un silenzio di silenzio
sul sogno della perfezione calato
Non era in programma,
non era proprio in programma
dimenticare l’impermeabile blu
in questa casa piena di poesie

Ma nel tuo tè una rosa d’amore
ha lasciato cadere Marianne,
ti sei così addormentato
cullato dal canto dell’Angelo,
dal magico suono della sua voce

Milioni di baci dimenticati,
naufragati e ripescati
dal Mare della Discordia
Ma sull’alba vigila la Colomba
costringendo lo sguardo di Dio
a un esame di coscienza
per una più profonda ispirazione

Non era in programma,
non lo era davvero,
così sul piatto della bilancia aggiusta
la tua domanda, e fallo adesso, adesso
perché è una questione al di là
delle possibilità della realtà,
lo sappiamo bene entrambi
Accorda il violino dell’Ebreo
che, al padre dimenticato
fra le lune delle calende greche,
non chiedeva mai pane né pesci,
e lascialo poi scivolare lontano
Lo sappiamo bene entrambi
che il discorso fra me e te
riposa in sospeso, sappiamo
che nulla mai si perde per sempre
sul pelo dell’acqua

Forse non ti ho mai raccontata
per filo e per segno tutta la verità;
e forse ho sbagliato ad amare
più di quanto fosse giusto
E queste poesie, queste donne
ripetono la mia cifra, ti ripetono
che soltanto per un pelo
non sono riuscito a chiarire il Nome,
Signore

Per questo, per tutto questo
con mani penitenti
fra il poco e il tanto
che al tempo rauco ho donato,
dal cavo della notte la mia voce scava;
e il famoso impermeabile blu
insieme al rasoio lascialo riposare
là dove giusto ieri l’ho dimenticato,
là dove con lo sguardo giusto ieri
l’ho incrociato

MERITIAMO UN ATTIMO DI RISPETTO

Tutto è pronto
Come sempre,
come sempre aspettiamo
che il cielo esploda
per nostro dispetto

Al punto cui siamo
meritiamo un attimo di rispetto,
un finale mozzafiato,
l’Aurora che ci illumini
da qui fino a Nuova York

A questo punto
segnato è il punto
sopra la coccinella nera
e la mano che ne sorregge
il cammino con illuso coraggio

I bicchieri da tempo vuotati,
i volti degli stranieri
senza uno straccio di faccia,
e, e le donne che non immaginano
che come sempre aspettiamo
che dalle porte delle chiese
escano allo scoperto urlando
del Sabbath milioni di tradimenti

STATO

Se quei morti
ai rami degli alberi appesi
ben li distinguete,
sol di tanto in tanto
dal vento accarezzati,
certo è che condividete
il lor triste stato

PER UN RE

Per un Re
nella difficile mia posizione
solo il pesce va bene
a colazione

E per contorno
una sgualdrina
che i peli non sbrogli
sul fallo e sulle uova!

POETA E MATTO

Se vero è che le donne
amano i poeti soprattutto,
alla corte del primo Re
mi faccio il suo fedele Matto

RE LEAR

Cane o batrace?
Forse un matto,
la corona d’un Re

Per ‘na pagliuzza
mi mettono al gabbio
o peggio
mi danno al cappio

Ma giuro
che si muore
ed è una volta;
il resto se c’è
non è storia
che val la pena
ch’io qui racconti

COSTOLE

Devo dunque tener duro,
continuare a dire in giro
che non sono pazzo,
che sono solo un ragazzo.

Per Dio,
D’Annunzio chiama
e già nutro tema
che una costola o due
me le farà fuori.

GIULIA

Giulia, Giulia, Giulia,
così bella, così tanto
impossibile

Giulia, Giulia, Giulia,
mastico il tuo nome
in bocca
immaginando sia la tua
Illudendomi d’aver catturata
la farfalla più tenera,
la tua piccola lingua di bimba

Poi un freddo refolo
m’accarezza la schiena
e torno sveglio
come mascella abbandonata
scarificata dal tempo e dallo spazio
E rimango uguale alla morte,
unica amante mia e quasi santa
E continuo a incidere poesie
su ogni avello che m’è lontano
o vicino, come sempre

PER SEMPRE

Mi chiedi
che fine ho fatto
Son sempre qui,
tra sogni disfatti
e il freddo
che si fa ghiaccio
dentro agli occhi
Son sempre qui

Perso,
in te perso

Ecco, che fine
ho fatto per sempre

CUORE VAGABONDO

Il cuor mio,
lo sai,
è vagabondo
Lo sai
che se ne va
in giro
troppe volte
senza di me

E lo sai
che ama più di me

Il cuor mio
è più bello e tenero
di me

BACI D’ANGELI

Ragazze, gli angeli vi hanno rapite
coi teneri loro baci posati
sulle vostre troppo tenere labbra?

LA MIA SPORCA VITA

Non lasciare baci
Sono con Giuda
a scolarmi una cantina
Sono pronto a tutto,
a tradire il Diavolo anche

E tu, gentil donzella,
non puoi davvero capir di più
di quello che vuoi oggi capire

Dovresti imparare
ad accettarmi malato
come sono, come sono
Ma se non puoi
– te lo giuro su dio! –
non ti capirò io
né ti perdonerò

Non raccontarmi storie:
ne ho già sentite tante
– quasi tutte sante –
e nessuna vale niente
Non dirmi
che dovrei cercare
di cambiare, perché
sono fuori con Giuda
a impiccarmi l’ombra
a un salice piangente
sotto le carezze dell’autunno

E tu, tu sì santa,
non puoi farci niente

NIENTE BACI

Ti sei di me dimenticata
così presto
che non ho fatto in tempo
a chiuder gli occhi
che già tutto l’intorno
brulicava di nero scuro
così forte
da ferirmi l’anima
bene in fondo
fino al limite estremo
dove ritorno
non è più possibile

Il nostro
il nostro amore sciupato

D’ora in poi
niente baci per noi
né più dolori da sopportare
Solo la noia di sapere
d’esser stati insieme
per un momento appena
perfetti eroi
prigionieri d’un sogno però

D’ora in poi
niente baci per noi
né più lacrime da sprecare
Ti sei dimenticata di me
E io di te
per non dimenticarti
ancora una volta in fondo
all’anima mia oscura

C’ERO ANCH’IO A DIRMI ADDIO!

E’ solo un anno
che simile a tanti altri passa
E’ solo il tempo
che si fa più vecchio di quei buchi
che le suole delle scarpe minano
E’ solo il botto d’un petardo
fra il ragliare forte degli asini
E’ solo il canto d’una sirena
che il suo mare cerca per svanire
E’ solo il popolo degli gnomi
che nell’ira delle stagioni si prende
E’ solo uno spazio vuoto
con un fil di voce raccontato
a chi il sonno non lo sa mai o quasi
cogliere in tempo
E’ solo un amore che va a puttane
senza neanche sputarti in faccia
un’ultima volta
E’ solo calpestata fantasia
e un valzer viennese che cade
nella valanga dei ricordi dell’Ebreo Errante
E’ solo un tiratore scelto
che l’ultimo suo bacio l’ha seppellito
nella canna del fucile per stupido amor
di dire “C’ero anch’io a dirmi Addio!”

Sono le nostre gambe
che per il destino di Garibaldi tremano
E’ una Parigi di gambe rotte e corte,
come le bugie che abbiamo raccontato
allo specchio e al nostro migliore amico

Ma sono in tanti a farti la corte
Ma sono in tanti a divertirsi così
Ma sono in tanti a sognarti amore
Ma sono in tanti a farsi solitudine

Quando tu non vedi, quando tu non vedi
E lo sguardo lo butti in fondo alle tasche
per inseguire una chimera

Quando tu non vedi, quando tu non vedi

POETA

Guarda che l’aperitivo è pronto!
E io credevo di poterlo suggere
direttamente dalle tue labbra
Come poeta mi son condannato
a darti amore
Come uomo mi son condannato
a ricevere poco

CORDELIA

Bisogno d’amore,
come l’eroina
in vena
Bisogno di dolore
fino a che la vita
ti arrenda
Dove,
dove quel Re eroe
– dalla fantasia
inventato –
tra i minuti
che passano uguali
fino a stancare
degli orologi le lancette,
dei cuori i battiti?

E’ che non c’è
E tutto se ne va
via
dai polsi pallidi
tagliati
abbandonati a te,
alla tua notte,
Cordelia

Cordelia che ami
e il silenzio tieni

D’ORO
(la luna e il sole)

Sei l’unica che ho,
l’unica bella che amo
Se mi dici di no
prima guardami in faccia,
e mortificala poi
con uno schiaffo
perché di te possa rimanere
indelebile
nell’anima mia il segno
che non ti ho mentito

Se ti guardi d’attorno
troverai che il sole
ha i suoi alti e bassi
ma sempre ad altezza
di cielo

Così è, ha i suoi alti
e bassi, e insegue noi
donandoci compagnia
di ombre che s’allungano
al crepuscolo

Sei la sola,
la sola ad essere
sopravvissuta
alla crudeltà
della verità

Quando la notte
e le sue lunghe dita
sulla tua bellezza,
riconoscerai
che sono nel vero

Così è, la luna
che ami:
un sole spento,
un teschio di cera,
un pendaglio
fra i tuoi bianchi seni

Riconoscerai che…
la comprenderai, sì
…comprenderai
a fondo che la luce
non sa mentire

Perché sei l’unica che ho,
l’unica condizione che adoro
da mane a sera

CROCE BUDDISTA

Per lunghi duri giorni
sconosciuti al buio e alla luce
ho lavorato sullo spirito e sul corpo
Ho lavorato duro
per tessere le mie Sete d’Amore,
per dar luogo alla Croce buddista
Con l’affanno l’ansia e il dolore in petto
ho lavorato deragliando su i binari,
scardinando porte chiuse e inibizioni
Ho vinto, e adesso che ho vinto
e sono tornato da te vincitore
l’indice gentile mi punti contro
e dici: “Non ha valore il tuo cazzo,
non ce l’ha mai avuto”
Per questo, per questo che hai sentenziato
in silenzio ho preparato la valigia

Non il pianto mi allaga gli occhi,
sereno guardo all’altezza del Tibet,
e penso ai mille anni di serenità
che mi accoglieranno fra infiniti silenzi
e spiritualità all’estremo

Ho lavorato e ho lavorato duro
suonando a ogni ora le campane,
bruciando incenso, inseguendo
delle aquile il volo in cielo
Ho accettato gl’insegnamenti
e ho posto domande stupide ai saggi
Per mille anni, giorno più giorno meno,
questo è stato il mio lavoro
Così adesso torno fra la gente
per scoprire che più non sono
il Fiore di Loto e il passero canterino
Sul tuo davanzale nessuno più stona,
nel mio animo nessuno più s’affaccia

Di cenere nuova il cranio rasato cospargo
Con enorme ritardo so finalmente dare risposta
al dilemma “essere o non essere”

E non provo rabbia e non sento il pianto

Ho imparato la lezione,
e anche se non c’è più nessuno
riconosco nelle ombre del tramonto
che il lavoro più duro è appena iniziato
Riconosco a muso duro
che il lavoro più duro m’è stato destinato
da ben prima che le stelle esplodessero

PERSO NEL TUO NOME

Mi son perso
fra gli ombrelli
che cadevano nel vento
Mi son ricordato
del tuo volto,
e ho pianto tanto
sempre cadendo
insieme alla pioggia,
dentro a ogni pozzanghera
che su i Campi Elisi

Con amore infinito
mi son domandato di te
Come un poeta fallito
ho capito
che l’unico poeta buono
quello preso nell’inganno
dell’eternità sottoterra

Ma quanti qui cantano
uscendo dai bar a mezzanotte
E io nemmeno un franco
per sedurre il peccato
che nella notte scivola
dentro ai tombini
tracimanti il rosso e il nero
di questa piccola vita

E lo ammetto,
con dolorosa facilità,
che da quando m’hai lasciato
non c’è stata più luce alcuna
a incontrare il buio,
a marcire nei miei occhi…
in quegli occhi bambini
che conobbero l’accesa bellezza
delle tue lunghe bianche gambe

E lo ammetto,
con affannosa peccaminosità,
che ho perso il respiro nel tuo
da quando m’hai lasciato a me
Perché sì,
in quella bocca mia smaniosa
– che moriva
lungo la linea della tua schiena
liscia e seducente –
sempre e solo il tuo nome

VUOTO D’ORBITA

Giusto ieri
ti ho dichiarato il mio amore
Giusto ieri
mi hai per sempre tradito

Mi hai messo
in ginocchio di fronte a te,
e tosto hai preso
a ridere del mio occhio
vuoto nella sua orbita

E una lagrima è nata per te,
una soltanto perdutamente,
per te lontana dalla mia vista

…fra gambe nemiche
a godere della mia pazzia

FINE

Come incubo goduto a metà
si leva da folle occaso il sole

Come sogno abortito a metà
nella fontanella cranica
si dimentica il bambino

E niente più bonsai poi

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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