I numeri della pazzia

I numeri della pazzia

ANTOLOGIA VOL. 166

Iannozzi Giuseppe

VOI CHE TUTTO PRETENDETE

Voi che tutto pretendete
senza una briciola mai dare,
per Giuda, lontano,
lontano dalla vista mia.

Non bussate alla porta
con quelle vostre mani
di chiacchiere colme
buone solamente
su cessi e deretani altrui.

Non insozzate l’uscio mio
con preghiere guaiti ragli:
mostri da bestiario siete,
non altro, non altro, per Dio.

Non nacqui per esser bruto,
schiavo in catene obbediente
bastonato e sottomesso,
considerato meno
d’un mulo da fatica, d’uno
scribacchino di lingua muto.

E sopra tutto
non osate accomodarmi
lungo disteso al vostro livello;
non osate né ora né mai
seppellire il nome mio
col vostro sì sporco.

MIA POESIA

Ma io che mai ho censurato
la misura del sentimento mio,
non lo puoi tu sapere quanto,
quanto a lungo ho sognato
di stringerti (per) la vita,
di coccolarti sull’adulta mia vita

A mani nude
dal collo tuo lo strappai
quel crocefisso tuo d’oro
e ora di nuovo cadente
dentro ai bianchi tuoi seni;
per te lo baciai,
per te lo adorai,
nascondendo
la prima vergine lacrima
allo sguardo tuo sì severo
già perso altrove,
forse per altro amore

E ora non c’è che questa strada
fra silenzi e bassi casamenti,
e all’opposto lato
scheletri di sinistri rami
tesi all’infinito, sì tesi al domai
E non c’è che questo amore
così presto rinnegato, Mia Poesia

BELLI E FOTTUTI

E se ne vanno gli anni
fra la Pasqua e un carnevale;
quei bei tempi
ch’eran di speranze
han messo sbarre
sulla faccia mia;
e poi dire, e poi fare
senza mai saper dove andare.
E il sorriso ormai vinto,
stanco come quello di certi vecchi
con in bocca voce di dentiera
e perenne sapor di tabacco.

Scacco,
ed è matto.

Posto prenotato in manicomio,
e mai più,
mai più le giovani lunghe gambe
delle donne, delle belle
che sol ieri dissero di me poeta
per presto lasciarmi
fra le scartoffie
di cento e mille altri
quasi uguali a me.

Così in fretta perde
un battito il cuore;
inventare un racconto
per pagare il conto,
o solo per difender l’onor mio
che per poco che è ancor c’è.
Dicono “va tutto bene!”,
dicono e subito ridono
l’indice puntando al giovane che ero,
immaginato eroe
sempre disegnato male – bastardo.

E buttar giù l’ennesimo caffè,
la speranza di rimaner sveglio
giusto per il tempo che serve,
prima che sul palco si spenga la luce
e nell’amaro buio ammettere
“sì, son stato schiavo,
nient’altro m’era dovuto”.

Scacco,
ed è matto.

Bei tempi, sì,
belli e fottuti.

NELLA PAZZIA DEL ’72

Tu pazza di gelosia,
non credo!
Ragazza, vieni vicino
Più vicino, per Dio!
Ecco, così quasi ci siamo
Sei pazza, sì, ma non di me
Le tue amiche mi ronzano intorno,
la gente fa la fila per una critica
che sia bene in chiaro
uguale a un autografo;
e io continuo a pensare
che B.B. King è Dio
con Lucille in mano

Fiorisce la primavera
e sfioriscono i miei legami;
eppur un tempo
li avevo legati e straziati
Non potevo farne davvero a meno
Mi accarezzo ora le tempie grigie
e non provo niente,
non un avviso di dolore
né una lacrima
che mi scavi il volto
In verità devo dire
che l’età delle gioie
è sol più per quei giovani
che muoiono intorno ai ventisette;
e io ho smesso d’esser bello
nella pazzia del Settantadue
E sulla coscienza
non un rimpianto
Rimorsi, qualcuno

La mia amica ride forte
Racconta d’esser stata
quasi scalzata dalla vita,
dice che è giovane
e che questo porco mondo
non avrà il suo bel culo;
prende la mia vecchia mano
e mi fa sentire quanto ce l’ha sodo
Poi tira giù una lacrima isterica

Ragazza, lo senti il mio alito
che puzza d’aglio,
di primavere sepolte
in “un domani sarò un uomo migliore”?
Ecco, di me è sopravvissuto
il poco che senti
Non dire quindi
che di me sei pazza,
che la gelosia ti divora i battiti del cuore
Non dire bugie
nel vano tentativo
di lavar via l’argento
dalle mie tempie stanche
Domani sarò uguale a oggi,
solo con un giorno in più
Tutto questo lo sai bene,
non mi adulare

Adesso lasciami qui,
sotto il pergolato
Ho buona musica
e qualche libro frivolo
Il tempo passerà,
passerà e toccherà la fine
prima o poi
Ho ancora tanto da fare,
così tanto
Lasciami qui
Sei pazza, sì, ma non di me

CROCE

Per te ho dimenticato il cervello
Per te ho curato l’amore d’un bordello
Per te ho lavato la faccia di Dio
Per te ho danzato sotto la pioggia
Per te ho detto addio alla carta d’identità
Per te ho ucciso un fiasco di vino
Per te ho prosciugato i sette mari

Niente ti è mai bastato
Neanche un più semplice mazzo di rose
in mano a un pazzo è stato sufficiente
Volevi tu solo la mia croce

QUESTA FACCIA BUFFA

Sarebbe bastata in dono una rosa
ed invece ecco questa faccia buffa
che vedi e che ti fa l’occhiolino
Fra i grassi covoni di fieno maturo
l’estate ha già sparso e perso
semi e sorrisi, risate di ragazze
e ganzi; a occidente la mugnaia
aspetta che il dì si tinga di tramonto,
poi le campane batteranno l’ora
e ognuno farà ritorno alla casa
per stringersi intorno al desco
a mani giunte prima della cena;
e anche il padre
– che ha su il color del diaspro –
abbasserà lo sguardo vergognoso
sul pane spezzato,
fra le briciole della sera

GIALLO VAN GOGH

Quanto amore c’è
non immagini, oh no;
eppur c’è, nascosto
o alla luce del sole,
ma sempre in un angolo
che non avevi previsto

Di Van Gogh un girasole,
tutto quel giallo, tutto
quell’amore salvato
soltanto quando l’uomo,
ormai di dolore impazzito,
per chissà quale dove andato

SULLA SACRA MONTAGNA

Giù in Paese i vecchi mi avevano
messo sull’avviso; ma io sordo
non ho voluto credere fosse vero,
così a mani nude ho scalato l’altezza,
la Sacra Montagna per arrivare a te

Tutti sapevano che non eri bella
Tutti di te sapevano verità e leggenda
Non fui sorpreso una volta di fronte a te,
non eri per me quella creatura da bestiario
che altri avevano disegnato nei miei occhi
Ti fissai più stordito che impaurito,
tentai di parlarti ma il mio balbettare
non fu inteso dal tuo orecchio di elfo
Tentai di sfiorarti con le dita stanche,
e subito ti allontanasti, impaurita
che dopo tanti anni un uomo spogliasse
la tua pelle delle ombre, delle leggende
gelosamente cantate da mille ignoti amanti

Con il cuore gonfio di stanchezza scesi giù
Tornato sulla strada m’incamminai verso il Paese
dove mi aspettavano per brindare e maledirmi
A chi di te curioso mi chiese notizie solo dissi
che creatura più fascinosa un mortale
non avrebbe potuto davvero incontrare
I più esplosero in una cavernosa risata,
alzando i bicchieri colmi di birra, brindando
alla mia salute; il giorno dopo con l’alba
alla finestra mi trovarono morto nel letto,
sul mio petto un unico bianco giglio
quasi diafano, più puro della neve

Ero diventato anch’io uno dei tuoi amanti
senza più un nome, senza più una religione

OCCHI DI CIELO

1.

Ogni tanto mi scrivevi una carezza,
io, nero su bianco, le solite mie.

Dicevi che era blu il tuo sangue.
Io però solo amavo i tuoi occhi di cielo,
la profondità che catturava la gioia mia.

Mi scrivesti l’ultima volta
che cercavi un cielo blu più profondo di te;
ti risposi io che forse non eri troppo diversa
da altre donne da me conosciute.

Fraintendesti, gridasti un vaffanculo grosso,
perché secondo te ti avrei dato della puttana.

2.

No, non lo capisti allora
che eri una sognatrice.
E neanche ora
che mi squilli: racconti infelice
del tuo amore che non ti capisce
e che, forse, dovresti cambiarlo
con un altro più profondo di te.

Oggi continuo ad ascoltarti,
ad amarti come ieri.
Tanto lo so che non cambierai:
invecchierai da sola,
portando a spasso il guinzaglio
e la museruola del mio amore
per scriverlo in una carezza.

E io dormo il tuo cielo blu,
ma non c’è niente di più
che possa fare per te o per me.

3.

No, non lo capirai mai
che siamo profondi uguali.
E che di meglio non c’è.

SINCERAMENTE

Voi avete amato l’apparenza,
avete vinto Manhattan e l’inferno
Io ho amato il tallone della sostanza,
sono rimasto fermo al mio posto,
continuando a credere in Abramo:
essere ebreo oggi e domani
non significa esser pronto a morire
come un microbo, a fuoco lento,
sulla linea del vostro tramonto

Sinceramente

FERITE

vestirai luna di luce?
o nuda allo specchio
spoglierai lacrima
di triste paradiso?

ti ho vista piangere
e ancor non sapevo
che l’amor così è

tutti ne erano al corrente,
non io però che inciampo
nella pioggia, bevendola
passo dopo passo
come lupo ferito fiero
delle ferite mai cicatrizzate

QUANDO PER ME TI SPOGLI

Quando per me ti spogli
e dalla scrivania fai volar via
tutti i miei inutili fogli
Quando allunghi le gambe
e m’inviti a non perder tempo
sbattendomi in piena faccia
che sono il tuo burattino
Quando mi leghi alla sedia
con le calze a rete nere
e in bocca mi spezzi il respiro
col sapore del tuo erotico lavoro
Quando mi spari la lingua dentro
e come serpente cerchi la mia
Quando chiudi gli occhi
perché di me ti puoi fidare,
ma tieni le unghie sulla mia gola
Quando mi strappi la cravatta
per scivolare giù in fondo
dalle parti di Priapo
Quando senti l’ansimo farmi male
tu non ti fermi,
fino alla fine vai tu avanti
perché non sai tradire tua natura
di Dark Lady

In the End,
vedo sol più il tacco dodici
che t’ha portata a me, Regina;
mi dispongo allora per l’ultimo anelito
sulle tracce d’una goccia di Chanel n.5

RACCONTO A TE DI ME

Con l’alito che puzza
e la testa alla pazzia,
a te, bella ragazza
che vivi piena
la tua ingorda giovinezza,
vengo per un sorso di gioia
Non mi cacciare indietro
anche se ho il naso aquilino:
a lungo ho camminato per strade
di solitudini con accanto soltanto
l’ombra lunga della fame,
inseguendo spettri d’impossibile felicità
sotto la luna pallida e uggiolante

Bella ragazza, bella giovinezza,
non scacciare questo bastardo,
più morto che vivo, alla tua porta
Fra le tue braccia
concedimi riparo
e in silenzio uccidimi,
nel sonno, se non ti piaccio,
non lasciarmi però all’addiaccio
vittima dei sogni miei mai terminati

Bella ragazza, un sorso appena chiedo,
uno appena del tuo liquore migliore,
dopo non avrà più importanza il destino
né in un senso né nell’altro
perché sarò per sempre fra le tue braccia

È COSÌ CHE SI CADE IN GINOCCHIO

Se ti guardo così a lungo
prendo su me quel tanto che basta
per farmi capire dove la carne,
lo spirito e l’amore
Così poco per cadere in ginocchio
Eppure è già miracolo

Poeta non lo son mai stato
Ma tu mi hai amato lo stesso,
nemmeno fossi nel dì dell’Apocalisse
o nel D-Day, perso a cercare una speranza
per tornare indietro senza più la paura
E’ così che si cade in ginocchio
E’ così che si cade in ginocchio

A volte, a volte basta un sorriso per capire
che c’è ancora posto per un miracolo,
un uomo e una donna mano nella mano
A volte è abbastanza
per dar ricovero alla speranza

Se ti guardo così a lungo,
della tua santa nudità
prendo su me quel tanto che basta
per gridare tutto l’amore che c’è in noi
e mettere a tacere la paura
Per urlare che l’amore sei tu in me

I MIEI ANNI CHE NON TORNERANNO PIÙ

Quand’ero giovane tutti mi dicevano “non toccarti”
Quand’ero un piccolo uomo sognavo la grandezza
Con la testa fra le nuvole, votavo Alessandro Magno
E tutto d’un colpo non fu più bello fra rossi e preti

E venisti tu, vestita d’un bel niente
Mi gettai a capofitto in questa avventura
Ti dissi principessa e tu mi accarezzasti
Avevo la testa cinta d’alloro grazie a te

Quand’ero giovane mi dicevano “farai una brutta fine”
Quasi tutti c’avevano preso, quasi tutti
Con le mani a pugno dispensavo carezze, e poi la galera
E tutto d’un colpo non fu più bello fra carcerati e tutù

E venisti tu, con su il sorriso d’una Maddalena
E ti chiamai puttana per questa tutta mia nova vita
Ti portai non in palmo di mano, diciamo quasi, o giù di lì
Per Dio, se scopavi bene, ero una testa di cazzo allora

Quand’ero giovane mi dicevano “va’ a prendertelo in culo”
Quand’ero un piccolo uomo mi toccavo più del dovuto
Con la testa piena di poesia a una zingara chiedevo i tarocchi
E tutto d’un colpo furono Croci Celtiche e Aristotele sui muri

Tutto d’un colpo fu che mi presi male per l’umanità
E allora, a muso duro lo dissi a tutti che il gioco era fallato
Lo gridai, con tutto il fiato nei polmoni, fino a schiantarmi
Mi ritirarono dalla strada con ventisette buchi nella schiena,
come i miei anni che non torneranno mai più

DISCHI E WHISKY

Di me non dimenticarti,
non adesso che il cuore
m’è pesante sasso
dentro al petto
Ho poi solo questa,
questa sporca vita
al guinzaglio

Non adesso
Non è tempo,
ancora non ho cominciato
Il divertimento
ha ancor tutto da venire

Se dimentichi chi sono,
delle modeste mie brame
manco più la cenere

Non adesso,
il divertimento
non ha ancora
a me dato
il giusto tempo

Lascia
che ascolti
Bill Evans,
Miles Davis,
Chet Baker

Lasciami al whisky,
ai jazz di ieri,
ai dischi rigati
che sono miei

Lasciami alla notte,
a larghe spirali di fumo
che lo spazio che c’è
lo annegano

Lasciami annegare
nel mare dei ricordi,
tra amori persi
e vuote amare bottiglie;
e di me non dimenticarti

SORRISO SPENTO

Eri bionda, eri sola
Io come te, solo

Mi hai acceso la sigaretta
Mi hai regalato un sorriso,
un sorriso spento

Troppo soli per stare insieme

DONNE MATTE

Donne, donne strane,
bionde, matte

Donne, donne dolci,
brune, sempre matte

Donne, dolci e strane,
matte, completamente

Un bacio e un altro,
poi andate via
in un sogno migliore,
e la carezza mia di sabbia
abbandonate

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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