L’amicizia fra gli spaventi di dio

L’amicizia fra gli spaventi di dio

ANTOLOGIA VOL. 163

Iannozzi Giuseppe

blonde dream

ESSERE IN SETTE VITE

Del gatto gli occhi son spiriti di ieri
Ti osservano dall’inferno dell’essere
in sette vite e in nessuna in particolare
Ti osservano
Altro non possono
Vengono da lontano, da oltre il Nilo
E l’uomo che t’ama
è appena andato via per le sigarette
In fondo lo sai che presto tornerà,
come sempre, stanco d’aver perso
un’altra volta la sua scommessa
Ti racconterà di come ha provato a bere
da un finto specchio d’acqua in un deserto
E di nuovo in tuo possesso sarà

HO SOGNATO UN MONDO

Tu non sai: ho sognato un mondo d’amore
di tette al vento, di volti gentili aperti al sole
L’erba alta sfogliata dalle carezze degli amanti
in cerca d’un filo d’ombra prima di fare all’amore;
e alberi frondosi, verdi, carichi di fiori
che domani saranno frutti maturi succosi

Tu non sai: ho sognato un mondo
Quelle labbra, oh quelle labbra sì rosse
che a morderle illanguidiscono l’anima;
la tua bocca così dolce, rifugio di baci,
e la mia mano sul tuo nudo volto
a sfiorar con la punta dell’indice
l’incertezza tua sospirata a metà
prima di darti all’ardore della lingua mia,
mentre già scivola la sinistra lungo le gambe
nude in bellezza, dal calore di dio baciate

ALL’OBLIO DESTINATI

destinati ad amare
per due graffi di solitudine sulla schiena
destinati a fare i buffoni
per un sorriso di piorrea e una dentiera
destinati a cauterizzare l’occhio
per non vedere chi vicino a noi muore

destinati ad essere eterni stupidi stupiti,
pallottole lanciate nello spazio
per incontrare della carne la fragilità

…lecchiamoci le ferite
o cominciamo a cadere
come foglie al vento
nella tomba dell’oblio

MAI CREDESTI IN ME

Mai credesti
che fossi nel giusto,
così insinuarono
ch’ero troppo vecchio
per una ragazzina
Mai credesti in me,
neanche quando fecero
del mio occhio destro
un’orbita vuota

E venne il giorno
che venti e onde
dai loro letti si sollevarono;
fu così che fui infine libero
di non tornare da te per giocare
la mia ultima carta

LUPA

Quando mi venisti accanto
addosso avevi l’odore della Lupa,
ma più forte era il profumo
di quei mille vergini fiori
intrecciati sul tuo bianco petto
E negli occhi l’azzurro del cielo

CANDIDA COLOMBA

Il candore
d’una colomba
ferita
Il tuo volto
sul mio
stranito
pallido
Un bacio solamente
che però
brano a brano
l’anima
dal petto
m’ha scavato

CIELO ROSSO

Vivo sotto questo cielo rosso
Ogni giorno trascino i piedi
per portarmi avanti d’un metro
o due, cantando una canzone
un po’ stonata e incantata
quasi uguale a me,
ché la testa ce l’ho
ma sempre fra le nuvole

Vivo sotto questo cielo di albe,
di tramonti che non sanno confini
Non dimentico un fotogramma,
una storia, l’amicizia nascosta
fra gli spaventi di dio
e quelli dell’età mia

COMMOSSA DAL VENTO
(PICCOLA GEISHA)

Piccola Geisha,
ieri hai incontrato
me zingarello
Avrei voluto prenderti
e darti subito un bacio
perché lo sentissi
su la tua lingua rossa
come un’accusa d’amore
– uguale a una puntura
vitale di bene e di male
M’è mancata la terra
sotto i piedi
e sono rimasto a guardarti
stravolto mentre aspettavo
il semaforo e le sue vicende
su le bianche strisce pedonali

Ti ho vista
che stringevi i pugni
nelle tasche della gonna
commossa da un vento
un po’ caldo un po’ freddo
Ti ho vista
diventar rossa rossa
quando una troppo forte carezza
te l’ha alzata
fino a sfiorarti le labbra
aperte in un semplice “Oh!”

Piccola Geisha,
ti ho vista in una visione
impossibile
E di te follemente
mi sono innamorato
mentre le auto stiravano via
tutti gli sconci sogni miei

ANGELO D’INFINITO

Si spegne un’altra vita
E il cielo rimane in sé uguale,
pacifico, così pieno di vuoto
all’alba e al tramonto
Rimane in sé, di vuoto in vuoto,
perché lo possano occupare,
di tanto in tanto,
gli angeli del secondo giorno
con le loro efebiche voci;
perché la corda spezzata dell’arpa
sotto l’arroganza dell’eleganza divina
possa simular bene il tuono e l’ira
che l’Inferno dabbasso…

C’è strano viavai di uomini presenti
assenti in uno sbadiglio all’ora di cena;
orecchi non sentono alcunché
e gli occhi sono già d’indifferenza
per il tutto che eppur si consuma
in strada, giusto un poco più in là
di dove lo sguardo resta annegato
nelle pozzanghere
di pioggia del giorno prima

Fra rapidi sguardi
più d’uno ha presto dimenticato
la veloce carezza d’un angelo
perso a piedi dopo un infinito cammino
Quanti e quanti gli uomini incapaci
d’ascoltare amore, ma pronti
ad abbracciare poeti
di lacrime perverse
– di glaciali posizioni

Quante notti bianche e quante in bianco!
Ma il cielo è sempre più blu ripete Rino
Solo si spegne un’altra vita
E il cielo è sempre più in alto lassù
E santi scalzi non scendono quaggiù

E però quando lo sguardo tuo incontro,
torno a vivere nonostante il brutto
che scava fosse in lungo e in largo
per questo mondo tanto tanto stretto
se ci pensi un po’ su a fondo

Tu, Angelo d’Infinito, sei come me
Così ora lo so che pietà non è morta,
non del tutto

CODA DI VOLPE

Coda di Volpe, sono soltanto un piccolo lupo
Sono forte sì, ma ho bisogno di latte e di carezze
Coda di Volpe, portami con te, lasciati seguire
Non darò fastidio, non ti accorgerai di me
Sono forte sì, ma ho bisogno di compagnia

Coda di Volpe, che fai? Mi prendi per il collo
Mi lecchi, perché mai? Però che begli occhi hai
Coda di Volpe, mi stai forse facendo capire
che insieme possiamo restare, lo stesso cammino
l’una accanto all’altro dall’alba al tramonto

Coda di Volpe, sono soltanto un cucciolo di pelo
Ho messo i denti da poco, e non mordo ancora
Ho bisogno di latte e d’amore materno prima di tutto
Ho bisogno di fiutare le orme di chi mi posso fidare
So davvero poco del mondo, di questo strano bosco
Coda di Volpe, mi porti con te, mi porti con te?
Non ti darò fastidio, ma tu già mi lecchi tutto

Coda di Volpe, sono solamente un piccolo lupo
Sono nato in questo intrico di fogliame oscuro
Mi sono guardato intorno, ho fiutato l’aria
e c’era solo l’odore della morte, di mia madre
Coda di Volpe, sono così tanto solo, così tanto
Ho fiutato l’aria in cerca d’un po’ d’amore
Coda di Volpe, ho incontrato te e di te mi fido

Di te mi fido, Coda di Volpe, ti ho vista
Di te mi fido, Coda di Volpe, di te mi fido
Coda di Volpe, lasciami vivere seguendoti

SALOMÈ

Era logico che portassi via l’amore,
che mi lasciassi il freddo del marmo
delle tue cosce lisce, dei tuoi seni duri
Non è stato facile, accettare
che saresti stata presto d’un altro
D’altro canto non hai mai avuto problemi
ad allacciare nuove relazioni pericolose

Hai ancora quel ritratto
che ti vede coi capelli al vento
e la guerra alle spalle?
Hai ancora quel disco graffiato
che mettevamo su per fare all’amore?

Tutto s’è perso così facilmente
Sembra impossibile ma devo accettare
che sei d’un altro di me più perverso

Tutto s’è spento per colpa della bellezza,
della consapevolezza che gli amanti
non ti sarebbero mancati con scorte di ori
E avevo io da offrirti solo la mia testa:
e il cuore, poco in verità, Salomè

LUNA BELLA

Luna bella, ti ho persa
tra un raggio di luce
e uno di buio
Mi sei entrata dentro
in punta di piedi
quando meno me l’aspettavo:
avevo le finestre aperte
E ora che non sei più
a darmi una speranza,
penso a quanto bello
un volo dall’ultimo piano,
leggendo con gli occhi in velocità
tutte quelle mutevoli verità
che per un istante s’affacciano
Un volo giù a capofitto
più stanco dell’urlo
in gola – che strozzata rimane
fino alla fine

UN ANGELO NON MI HA SALVATO

Un angelo non mi ha salvato,
non ha salvato la mia vita
portandosi a me in forma di donna
o di altra divina creatura;
non si è a me presentato
con ali d’oro e spada di luce,
né ha mai manifestato
alcun interesse per la mia sorte
Nessun angelo è mai sorto
dal Nulla per indicarmi
quella pienezza che dicono ci sia
nella vita

Nessuno ha carezzato mai
la mia testa con una piuma
o con uno schiaffo, pesando
la mia morale sulla sua bilancia;
e per quel che vale
non ho barato menando
del diavolo la coda; a chi poi
mi ha detto poeta ho detto la verità,
“lavoro l’ottavo giorno della settimana
e non ho portato a termine niente mai”

Non ho sofferto per storie finite male,
per amori durati un’eternità o un giorno,
o forse tutto ho dimenticato

Un angelo non ha salvato la mia vita,
ancora calco la terra
sfidando ogni dì il limite di velocità

RONDINI UGUALI A TE

E allor ti porto il volo
di tutte le mie rondini
perché questa domenica
sia la più bella Primavera,
quella che non si dimentica
e che muta i sogni in realtà
da carezzare per fuggire
dalle carceri del quotidiano,
di quel vivere sempre uguale
giorno dopo giorno per vederci
tristi rintanati nascosti
nelle nostre egoistiche fobie
e nulla amistade per il prossimo

E allor ti lascio la selvatica mia mano
perché la possa tu nella tua stringere
e renderla un po’ più gentile…
uguale a te

DIO BAMBINO

dio è morto
e questa volta
non risorgerà
tra il silenzio
e le urla
dei tanti piangenti
affannati di rabbia

dio è morto
e questa volta
non guarderà
in faccia l’assassino
che l’ha preso
tradito
soffocato
annientato
a tradimento
nel tempo infimo
d’un batter di ciglia

è morto
se n’è andata via
Innocenza,
tutta l’Eternità
che eppur
anche il mortale aveva

ché quella razza
che non sa difendere
i suoi propri figli
dalla crudeltà di sua natura
destinata è a mangiarsi
le grifagne unghie,
ad artigliarsi i capelli
nella fossa
che da sola s’è scavata

dio è morto negli occhi
che gli erano splendenti,
che al mondo guardavano
per possibilità
ora che possibilità
più non c’è
né fede a cui prestar
un’ombra di verità

dio è morto
e aveva un anno
e qualche mese appena

RONDINI E DISORDINI DI PRIMAVERA

Avanzano i soliti disordini
Ecco il Gatto e il suo amico Volpe
Consigliano pochi zecchini
Dicono che conviene buttarli
in mezzo all’occhio del ciclone
e non pensarci più

Svevo fuma e fuma, Joyce scrive e scrive
Da qualche parte arriveranno tutt’e due
Però noi che siamo terra terra
non capiamo niente dei loro giochi
di testa, a volte di ombelico

I grilli fanno festa quando la notte
Non lasciano dormire neanche dio
e Goethe c’ha un diavolo per capello
Foscolo ha invece una brutta cera
da quando ha preso su di sé la croce
dei cimiteri e della poesia
E i grilli rompono già al crepuscolo
e i postriboli son sempre pieni di seme,
d’un sapor dolciastro che si diffonde
nell’aria tra echi e odor di lavandaie,
di saponi, di acqua colata nei tombini

E tu, sognante ragazza mia, che farai?
Lascerai che quel poveraccio si spari
o gli consiglierai forse
d’andar prima a confessarsi
da quell’arrotino
che non dimentica mai i suoi coltelli?

Son disordini
che arrivano con le rondini
E’ la primavera che ci sveglia
e che ci addormenta di brutto
Son briciole
che lasciamo in eredità
a chi dopo di noi
E poi niente più, niente più

BIONDE RISATE IN RIVA AL FIUME

Era tutto così bello
Il sole che picchiava forte
e l’erba alta verde e soffice
Fiori dappertutto,
nell’aria profumo di fragilità

Così coccolato,
fra le dita una ciocca bionda raccolsi
e scoppiasti tu subito a ridere
insieme al piccolo fiume
da noi così poco distante

Era d’oro quella ciocca
E il tuo volto felice
era estasi in un bianco sorriso;
fui così tentato,
così tentato di credere al divino

Arrossendo lievemente,
ti alzasti nascondendo le gambe
sotto la corta gonna
Fra le scomposte chiome degli alberi
prendesti a correre,
come braccata da una feroce felicità
Fino alla riva del fiumiciattolo ti portasti
In esso i nudi piedi calasti,
rabbrividendo un poco appena

Ti ero dietro
Affannato ammirai te
muover sicura i passi
Ridevi alzando spruzzi al cielo,
un calcio e poi un altro
– una bambina che vuol giocare

Rimasi, non so
per quanto tempo,
con quella immagine di te
nel cuore piantata
Poi fui costretto a esalare
l’ultimo respiro

MI GUARDAVI STRANO

Tu mi guardavi strano
Avevo io appena scoperto l’amore
Ti sembravo, buffo ti sembravo
a riempirmi la bocca di baci

Hai fatto tu la doccia
Ho aspettato io indeciso,
innamorato dell’odore di te sulla pelle
Poi il telefono ha dato uno squillo
Tutta bagnata sei corsa a rispondere
come se da quella telefonata l’avvenire

Non ti ho più sentita da allora
Ti ho cercata sotto l’Angelo di Marmo
Di te ho chiesto ai dannati di Pigalle
e nelle case di Genova mi sono nascosto
sempre invocando il tuo nome

E ti ritrovo oggi qui uguale a ieri
né invecchiata né innamorata,
mentre affilo coltelli in strada
per portare a sera pochi danari
a malapena utili
a non lasciar morire la bocca

CREPUSCOLO

troppo a lungo ci siamo riposati
su questo sottile rosso crepuscolo

spettri, e mai un silenzio diverso
da quello delle nostre voci;
è dunque vero che siamo morti!

CANTO LA VITA CHE FUGGE

Canto la vita che fugge,
che più non avrà beltà
o verità da dire
al cielo di nuvole gonfio
e di sole a sprazzi
Canto quel che i pazzi
non osano dir chiaro e tondo,
che il tempo è poi sempre
un momento:
non s’ha mai forza di condurlo
alla bocca che già è passato
lasciando ogni viro scontento

Canto, e canto ‘sto sentimento
M’accontento
come il povero che la mano allunga
senza mai sapere se una moneta
o un colpo di pistola in dono

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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