Ricordi d’estate – Sull’altalena – racconto di Nadia Fagiolo

RICORDI D’ESTATE

Sogni e desideri sull’altalena

di Nadia Fagiolo

Il suo blog: https://lady74na.wordpress.com/

Ricordi d’estate di Nadia Fagiolo è un racconto che può tranquillamente rientrare in quel filone letterario che annovera tanti e tanti romanzi di formazione. Nadia Fagiolo racconta il primo amore e lo fa con rara delicatezza. È questa una storia che fa sognare anche chi da tempo ha smesso di credere nella purezza dell’amore e nella sua bellezza. – Iannozzi Giuseppe

Ricordi d'estate - Sull'altalena - racconto di Nadia Fagiolo

Nel corso della bella stagione ci incontravamo sempre in cortile. Abitavamo nella stessa palazzina: io a pian terreno, lei, invece, occupava l’appartamento sopra il mio. Dondolarsi sull’altalena, che era stata installata nel centro esatto del giardino, era il suo passatempo preferito. Non passava giorno che non si dondolasse sull’altalena, quasi volesse dimostrare a se stessa che il cielo non era poi così lontano e che, con un po’ di buona volontà, prima o poi, sarebbe riuscita a toccarlo. Era una ragazzina non poco testarda che amava sognare, poco ma sicuro. Scendeva giù in cortile e la vedevo avvicinarsi all’altalena, con passo deciso e spedito. Solo una volta l’ho vista abbandonare il cortile: un temporale estivo si era scatenato all’improvviso, costringendola ad alzare gli occhi al cielo quasi volesse rimproverare Dio o chi per esso d’averle fatto quello sgarbo.
Giocava sull’altalena in un modo tutto suo, davvero particolare: poggiava i talloni sull’asse di legno, poi piegava le gambe, le raccoglieva al petto e le abbracciava, dopodiché allacciava le mani ai polsi e cominciava a dondolarsi. Non ci pensava nemmeno di reggersi alle corde dell’altalena. Dopo un po’ che si dondolava, dava spettacolo: lasciava scivolare piano, con dolcezza, la schiena all’indietro, stringeva dunque l’asse di legno in mezzo alla morsa delle cosce e dei polpacci, e lasciava andare giù la testa, senza smettere di dondolarsi. Temevo potesse rompersi l’osso del collo, e più d’una volta, lo ammetto senza alcuna vergogna, con questo suo numero acrobatico mi ha fatto morire il fiato in petto. Osservandola avevo come l’impressione che nel dondolio dell’altalena la sua anima tentasse di raggiungere non solo il cielo, l’immenso, ma anche i suoi sogni.

Nadia Fagiolo - blogLa ragazzina nutriva in seno un desiderio, quello di diventare una grande ginnasta, e nel caso non ci fosse riuscita, bene, si sarebbe accontentata di poter calcare i palchi dei più rinomati teatri del mondo in qualità di ballerina. Il suo essere così spericolata non era capriccio dovuto alla giovane età, era invece un’esigenza tanto del corpo quanto dell’anima osare, usare l’altalena in maniera impropria, certamente pericolosa, un esercizio che, giorno dopo giorno, l’avvicinava un po’ di più al futuro. Di questo lei ne era più che convinta. Lei sarebbe stata una grande ginnasta o una ballerina di danza classica non meno brava di Carla Fracci.
I suoi capelli, biondi e lunghi, si lasciavano accarezzare dai raggi dorati del sole; e nel corso delle sue evoluzioni, ricadevano leggeri verso terra, e pareva quasi che nell’aria disegnassero un’esplosione di polvere d’oro.
Io non osavo disturbarla, ma non nego che amavo spiarla. Non appena sentivo echeggiare i suoi passi leggeri eppur monelli nella tromba delle scale, subito mi affacciavo alla finestra con il preciso intento di non perdermi lo spettacolo che presto avrebbe dato. Attraversava il grande prato, che qua e là mostrava qualche chiazza spoglia di erba, e una volta davanti all’altalena la fissava per un paio di secondi, poi, con un saltello a piè pari, si accomodava sull’asse di legno. E iniziava a dondolarsi. A questo punto, io correvo a infilarmi ai piedi le mie scarpe da ginnastica, e di corsa mi precipitavo giù, in cortile. Quatto quatto, stando ben attento a non far troppo rumore, raggiungevo una siepe, che, per tutta l’estate, era solita offrire dei piccoli frutti verdi, duri e appiccicosi.
Lei puntava sempre lo sguardo verso nord. Credo che amasse osservare le montagne, che da quel lato si stagliavano contro il cielo chiudendo l’orizzonte, perciò passare inosservato non era un’impresa poi così impossibile.
Sono certo che lei mi piacesse già allora, ma non ero ancora in grado di comprendere fino a che punto. Anzi, a essere sincero, mi disturbava l’idea d’aver maturato, seppur in maniera inconscia, quel pensiero bizzarro. Mi tormentai a lungo, cercando di capire il motivo per cui non me ne fossi mai accorto prima, e alla fine dovetti giungere e accettare la più ovvia delle conclusioni: quella monella avrebbe potuto essere la sorella che non avevo mai avuto.

Però devo ammettere che lei era davvero carina, nonostante avesse delle gambe fin troppo snelle, oserei dire magre. A ogni modo, quando le agitava in aria, riusciva a regalare a chiunque l’impressione di essere un angelo al di sopra delle umane miserie. La invidiavo un po’ per quella sua innata scioltezza, ma anche per quella sua natura allegra e stramba, quasi selvaggia, e soprattutto la ammiravo per la determinazione e per il coraggio che dimostrava giocando. La mia indole era invece quella di un pavido: non ci tenevo affatto ad andare sull’altalena a testa in giù, in una posizione sì tanto pericolosa e scomoda. Tuttavia non posso negare che ne fossi incuriosito, vedendo le emozioni di piacere che trasparivano sul volto di lei.
Certe volte non si accontentava di restare semplicemente capovolta e immobile, e allora, con una tecnica tutta sua, cominciava a scalciare nell’aria, cercando di far avvolgere le corde attorno alle caviglie, perché se non ci fosse riuscita, lei lo sapeva bene, sarebbe rovinata a terra e non avrebbe potuto esibirsi in una serie di giravolte mozzafiato.

Non era una ragazzina granché fortunata, i suoi genitori litigavano spesso, praticamente tutti i giorni dell’anno, e non si curavano affatto del passare delle stagioni, Le loro discussioni erano oltremodo chiassose, così tanto che riuscivano a penetrare sin dentro al mio appartamento, e presumo anche in quello di molti altri condomini. Nonostante i suoi non fossero dei genitori modello, lei non perdeva mai il sorriso e nemmeno la voglia di giocare. Credo di non averla mai vista con il broncio, neanche quando il suo piccolo mondo fatto di segreti innocenti e di grandi sogni rischiava di franarle addosso. La sua allegria non voleva che saperne di morire e i suoi occhi rilucevano sempre, come stelle. Un giorno mi confessò di non poter frequentare un corso di ginnastica artistica al qual teneva davvero molto. In quell’occasione sul suo volto non scorsi tristezza o rassegnazione: tutta la sua figura era come avvolta in una luce che prometteva a me, e non solo, che un giorno sarebbe riuscita a coronare i suoi sogni. Io, nel mio intimo, forse con un po’ di ingenuità, ero convinto che lei sarebbe stata in grado d’imparare da sé a diventare una artista completa, e che, nel corso della sua vita, sarebbe riuscita a ottenere qualsiasi cosa.
Anno dopo anno, sempre nel mese di agosto, io e la mia famiglia ci recavamo in vacanza al mare, lei, invece, non andava mai da nessuna parte, anche se le sarebbe piaciuto: la sua famiglia non aveva soldi da buttar via in svaghi e divertimenti.

Quando cominciavo ad annoiarmi, amavo stuzzicarla: le sparavo addosso le mie munizioni, che erano poi i frutti verdi e duri della siepe dietro la quale ero solito nascondermi.  I primi colpi andavano quasi sempre a vuoto, gli altri no. Quando la beccavo, lei rideva di gusto, poi mi ammoniva e metteva su un faccino fintamente duro, che a me faceva tenerezza. Diceva: «Smettila, scemo! » Io incassavo un poco la testa nelle spalle, restavo in silenzio un secondo o anche meno, dopodiché la salutavo.
«Buongiorno.»
Al mio saluto lei rispondeva con un sorriso d’innocenza maliziosa, che mi faceva tremare le gambe.
«Tu sei buono solo a stuzzicarmi! »
«Non è vero», ribattevo, con un fil di voce.
«Dovresti provare ad andare sull’altalena come faccio io, invece di fare lo scemo. »
Inghiottivo a vuoto, che di saliva in bocca non ne tenevo manco una lacrima.
«Dài, prova! È divertente. »
Doveva leggermelo negli occhi che non sarei mai e poi mai salito su quell’aggeggio, e così si divertiva a pungolarmi.
Schioccavo allora la lingua nel cavo della bocca e, fingendo d’esser un duro, le spiegavo che a me non piacevano certi giochi per femmine.
«Non è un gioco per femmine. È che tu sei un fifone», diceva, e scoppiava a ridere, lasciandomi da solo con i miei inutili proiettili in mano.

Un giorno, apparentemente uguale a tutti gli altri, mi parve d’aver sentito i suoi passi lungo le scale. Sporgendomi dalla finestra, notai che l’altalena era immobile, al suo posto, e che in giardino non c’era anima viva. Tuttavia rimasi in attesa per qualche minuto, sperando di scorgere la ragazzina. Niente, di lei neanche l’ombra. E però non ero ancora convinto, ragion per cui decisi di verificare più da vicino che non ci fosse davvero nessuno. La verità è che mi stavo annoiando a morte e di stare ancora sul letto, a pancia all’aria con il walkman attaccato alle orecchie, non tenevo nessuna voglia. Avevo già ascoltato The Final Countdown, il mio album preferito, per ben due volte consecutive, e adesso non ce la facevo più a stare fermo e solo. Avevo una voglia matta d’incontrarla per giocare insieme a lei.
Dopo aver guardato in ogni direzione, mi rassegnai e mi convinsi d’essermi sbagliato. Ma, proprio in quell’istante, l’altalena fu travolta da una carezza di vento ed emise un cigolio ben strano. E sentii l’invito che essa mi rivolgeva: «Dài, sali anche tu!»
Senza comprendere bene come e perché, dopo essermi assicurato per l’ennesima volta che tutt’intorno non ci fosse nessuno, scoprii d’aver le chiappe praticamente incollate al seggiolino di legno. Se fu io a scegliere di salirci sopra o no, non so dire, fatto sta che non potevo più fuggire, potevo solo tirare fuori dal petto tutto il mio coraggio. Serrai con quanto più forza possibile le corde dell’altalena e prima che potessi rendermene conto mi stavo dondolando. Ancor oggi non so spiegare come accadde, ma all’improvviso le mie mani non reggevano più alcuna corda. Come guidato da una forza arcana, imitai la ragazzina, ogni gesto che avevo visto farle, per portarmi a testa in giù e ci riuscii. Le mie gambe stringevano nella loro morsa l’asse e io dondolavo, e il mondo era tutto sottosopra. Roba da matti!
A un certo punto accusai un terribile capogiro, come se fossi ubriaco. Capivo soltanto che ero più che mai confuso. Ebbi come una visione: il cielo mi apparve uguale al mare, nel quale sguazzavano pesci bizzarri e impossibili; le nuvole diventarono onde spumose e altissime che cercavano di sommergere un sole ballerino e inquieto. Per contro quella che doveva essere la terra rassomigliava a una sorta di lingua abitata da insetti alieni straordinariamente grandi.
Seppur immerso in un brodo di gioia e confusione, riuscii a realizzare d’esser entrato in contatto con un mondo parallelo, magico e fantastico. Due crampi, uno dietro l’altro, al polpaccio destro mi riportarono alla realtà e non mi piacque affatto, tanto più che mi bastò mezzo secondo per realizzare che il mio corpo era tutto un dolore. E caddi nel panico più totale. Cominciai a mulinare le braccia, allentai la presa delle gambe legate al seggiolino, e in un men che non si dica mi ritrovai lungo disteso a terra, dentro a una pozza di fango, dato che quella notte era piovuto. E non ero caduto da solo, perché sulla mia faccia sentivo qualcosa, che per poco non inghiottii. Lo pinzai fra le dita e non faticai a realizzare che si trattava di un piccolo frutto verde. E subito udii una risata argentina, e la vidi di fronte a me, dolce e birichina, bella e impossibile.
«Ehi, scemo, ti sei fatto male? L’altalena è roba da femmina, vero?”»
Con le gote infiammate, rincorsi la ragazzina per tutto il giardino, e quando mi riuscì di afferrarla, la atterrai con un sgambetto delicato e subito la strinsi a me, forte, così tanto forte da farle mancare il fiato.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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