Ragazza, eri Dio che puniva

Ragazza, eri Dio che puniva

ANTOLOGIA VOL. 160

Iannozzi Giuseppe

John William Waterhouse - Boreas

ERI DIO CHE PUNIVA

Ti perdevi
e non ti perdevi
nel ticchettio
d’un orologio.
E il cappio
al mio collo reggevi
per baciarmi
in un soffocamento,
con il buonumore
d’una bocca di fragole.
Allentavi poi la presa
e mi davi il sorriso
d’un’inquisizione:
i tuoi occhi
trepidavano
nelle fiamme
d’una passione
di capelli rossi
rovesciati nella seta
d’una tormenta
sul mio volto
sbiancato,
soffocato.

Eri Dio,
che puniva.

MI PRENDEVA IL BATTICUORE

Mi prendeva
il batticuore
perché
eri
un gran tocco
di femmina.

Volavi via,
farfalla carnosa,
spargendo
il tuo profumo di figa
nei corridoi,
fra i libri
morti e sepolti
in biblioteca.

Gli occhi blu
ti facevano
bellezza triste.
Ma il sorriso
rimaneva
la tua vittoria.

Accendevi
una sigaretta,
e ce la passavi:
a te rimaneva
l’ultima nota.

Così impossibile,
eri
un gran tocco
di femmina.

Ti cercavo
in biblioteca,
nel cesso,
nei corridoi:
seguivo
la pista
che lasciavi,
il sesso
dell’ultima nota.

Non te l’ho detto
mai
che
impazzivo
per la tua bocca,
per la tua carne,
per i tuoi occhi.

No,
non te l’ho detto
mai
che
eri
femmina,
puttana di Babilonia,
farfalla carnosa,
fuggita
dal mondo,
rifugiata
nel mondo,
per dannarmi
gli occhi
imbranati.

Eri
un gran pezzo!

INNOCENTE

Non disperato
Accusato
d’esser un poeta

Ne uscirò innocente
nonostante lo spavento
che a ogni verso
mi prende

LE ROSE DI UN RE
(versione alternativa)

Elena bella, non v’è più quasi una virgola di lume
in queste cispose mie orbite nel teschio scavate;
ciò non ostante ho da dirvi cose, non troppe,
non dubitate della parola d’onore d’un morente.

Gli anni m’hanno insegnato a temere
il ferro amico più di quello battuto dal Diavolo;
è il tempo maestro inesorabile – inviso ai più –,
che non conosce né pietà né ritardi,
ogni cosa consuma, sia essa bella o no;
nel broglio di nostra esistenza ci tocca
di far di conto e più spesso d’armar la mano.
Niuno che sia un minimo saggio dirà il contrario.
Fui Re, e ai miei piedi cortigiane e dongiovanni
chinarono il capo, obbedienti come docili somari;
neppure io ricordo quanti feci metter alla berlina
con un pretesto, per mio solo divertimento,
per far del male gratuito a chi me inviso.
Ero un Re e ogni cosa m’era concessa.
A più d’uno col mio spadone ho levato il fiato.
Né per sesso né per ori ho risparmiato un supplice uno,
e con uguale accanimento templi e regni ho dato al foco;
di questo vado fiero, perché mai ho obbedito
a quella bruttura che certi filosofi nomano umana pietas;
il mio regal capriccio ho seguito, talvolta con nequizia,
e nemmeno ho disdegnato di corromper gli orecchi
di giovinetti e rosee vergini con indecorosi versi.
Non ho preteso che venissi detto io poeta,
ma in gran segreto condannavo il disgraziato
che male m’apostrofava sicuro di non esser udito;
più d’una testa è rotolata presto ai miei piedi,
più d’un coglione è finito nel mio giardino
a far da concime alle allegre spine dei miei roseti.
Tutto questo ho fatto e pentimento non nutro.

Elena bella, a voi tante sconvenienze ho dedicato!
Non pretendo ora che mi perdoniate, né sopporterei
che pietade la vostra bellezza mi dimostrasse.
Però un favore ho da chiedervelo,
certo che non mancherete: raccogliete il capo mio
e sotterratelo in gran segreto in quel fazzoletto di terra
che colla primavera vi regala le più belle rose del reame.
Elena bella, fate questo in memoria di me
e colla nuova stagione sarò per voi un fiore,
un fiore del Male che non potrete non amare.

I.

Laddove voi credete
ci sia ignoranza
c’è la saggezza dei monti,
quella di tanti partigiani
che tengon viva la Memoria,
facendo attenzione
a non calpestare
mille e più stelle alpine.

Con i nostri canti
un giorno la Nebbia
si scioglierà,
questo accadrà.

II.

Si spenge la lampadina
nel costo economico
d’una vita costretta
dentro a un miraggio
spiato
incastrato nella cornice
d’una finestra.

Si fanno le luci
della sera:
dabbasso trema
un vespertino solitario
raggio – ultimo sole!
Si accendono poi
tutti i lampioni
e un’altra vita
che io dormirò.

III.

D’umor nero
si vive a lungo o no.

D’umor nero
ci si nutre:
odor di putrefazione,
negre nuvole,
disteso sudario
in cielo
come in noi.

Senza senso
il corpo,
ingoiata ostia
e nel domani
sputata:
un rinviare
il giorno del Giudizio,
la morte d’un Socrate.

IV.

Fu disperato coraggio
cadere
fra le barbe del grano
ancor poco maturo,
troppo poco biondo.

Era all’inizio la vita,
ma tu già la finivi
senza né un canto
né una malinconia
che t’indicasse la via
del paradiso o anche solo
la ragione non ragionevole
dell’esistere tuo schiantato
nei polmoni di niente gonfi.

Fu tenero inutile
cadere
quando la barba
ancor non metteva
radici o ombre
sul giovane tuo
esangue viso.

E’ qui del cielo il pianto,
grigio Maggio d’una madre
che sol più culla
il grembo che t’ospitò.

V.

Giorni pavidi
in questo mondo creato
negli avanzi
di chi ci ha condannato
comandato
morto fiato
in petto.

VI.

Oh, Amore Bello,
non così bello,
solo s’ama
il m’ama non m’ama
come in un bordello
mentre la terra
in guerra!

VII.

Giovani
sol prima
che la baionetta
nel ventre fratello
affondata.

VIII.

In un fango
di sangue
sono caduto
prima del peso
dell’affanno
nel petto costretto.

IX.

Al poeta
non domandare
se la poesia poesia,
quale il significato.

Al poeta
non chiedere
chi è.

X.

La strada solita
devastata,
il ponte in due
piegato,
le case tutte
abbattute:
macerie s’ergono
al posto degli uomini.

XI.

Fra le vergini pagine
d’un Libro Sacro
sincerità
per un libero amore
in ribellione

Fra le bianche nuvole
la più pura essenza
di noi libere anime
in caduta libera

Quasi uguali noi
ad angeli,
o forse no,-
nella mortalità
e nella libertà
sprofondati

SACRIFICIO

Eri un fazzoletto,
una stella caduta
dal pianto delle stelle.

Eri la verginità,
una ferita aperta
nel sogno d’una fata.

Eri un sorriso,
una gioia spremuta
tra i seni della vita.

Eri un bacio,
una brezza rubata
ai campi di grano.

Eri troppo tua
perché non potessi
darti ad altri doni.

VOCI FRA I DENTI, FRA I VENTI
(versione alternativa)

M’hanno raccontato
che vivi oggi da sola
lontana
in una landa desolata
dove soltanto il sole
ogni tanto
con timidezza s’affaccia

Una volta al mese viene
a trovarti un corriere:
sempre ha con sé una pistola
di tartaro giallo
e una paura legata al collo
che non l’abbandona mai

M’hanno raccontato così
Non so se sia vero,
se sia giusto credere alle voci
che il vento sussurra all’orecchio
mentre sorrido allo specchio
il vuoto d’una bocca sdentata

COLTELLO A TRADIMENTO

E le tue labbra così belle…
Le tue fantasie così intense
preferirono all’alba chiara morire
Perché ogni gesto solo un bordello
Perché ogni vuoto di parole
tremendo gelo da sopportare
Così diedero il passo avanti
come chi sa che ritorno c’è e non c’è
E la bellezza un coltello a tradimento
che si fa uguale a quel mostro
che ognuno di noi cova dentro,
in segreto, nell’anima dicendola
eterna e sentimento d’agnello

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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