Il mondo dell’arte

Il mondo dell’arte

Iannozzi Giuseppe

Statue of David

Ogni riferimento a persone esistenti
o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

Amava viaggiare in aereo perché lo faceva sentire più vicino a Dio.
Viveva di giudizi di valore e di aut aut.
A suo modo era un tiranno aristotelico.
Cattolico convinto, al tempo dello scandalo dei quattro vescovi ordinati da Lefebvre, Luciano fece una smorfia. Non nutriva fede nei principi del nazismo, ma era pronto a perdonare qualsiasi cosa in seno alla Chiesa. Con autentico giubilo, Luciano accolse la notizia che i quattro vescovi negazionisti dell’Olocausto sarebbero stati perdonati dal Papa in carne e ossa.

Luciano era un nano. No, non lo era sul serio. Era molto basso, non raggiungeva il metro e cinquanta. Ad un certo punto aveva smesso di crescere. Gli anni giovanili li aveva vissuti come una condanna: tutti o quasi si facevano beffe di lui. Un giorno Luciano non resse più, tirò fuori un coltellino e lo piantò quasi all’altezza dell’inguine a uno di quelli che lo irridevano. Tanto sangue, ma niente di serio. Luciano era ancora un minorenne senza precedenti penali, così gli fu comminata una pena simbolica: lavorare in un centro di prima accoglienza per drogati e malati. Fu tra quattro mura bianche e sporche, tra puzzo di piscio e urla disperate, che il Luciano vide i primi malati di Aids.

Luciano non aveva mai scopato con una donna. Una sola volta aveva visto di sfuggita delle donne nude, in un giornaletto porno che i suoi compagni avevano portato in classe. Ricordava che le pagine erano più sporche che patinate: era evidente che quella reliquia era passata di mano in mano, così tante volte che per dirne il numero preciso non sarebbero bastati tutti i nomi di Dio.

Gli anni non accordarono alla statura di Luciano un solo centimetro in più: lo ricompensarono però in larghezza. Di gambe corte e pancia grossa, l’ometto sarebbe stato detto da tutti insignificante non fosse stato per il fatto che alla morte del padre intascò una discreta sommetta. Con i soldi dell’eredità, Luciano pensò bene di buttarsi nel mondo dell’arte nonostante non ne capisse un cazzo; alla fine decise che si sarebbe inventato talent scout e mercante di quadri. Acquistò un gran numero di patacche futuriste e aprì una galleria. Fu un successo piccolo ma continuo: la galleria incontrò il favore dei giovani dell’ultradestra e di un po’ tutti quei pittori che non sapendo tenere in mano il pennello, imbrattavano le tele di linee e colori in confusione.
Quasi vicino alla mezza età, aveva cominciato a perdere i capelli in maniera tragicomica: sul cranio, ben rotondo e paffuto, i capelli si erano diradati tanto davanti quanto sul sommo del capo e sulla nuca. I pochi capelli, che resistevano a forza di costosi impacchi vegetali, lozioni falsamente miracolose e fiale rinforzanti, tenevano un che di comico, somigliavano a una parrucca pagliaccesca, vecchia e spennata. Luciano il nano aveva preso il vizio di passarsi più volte al giorno la mano destra sulla rada chioma. Assicuratosi che non era del tutto calvo, accendeva una sigaretta, vizio che aveva preso in giovane età quando gli era stata confermata la diagnosi che non avrebbe mai superato il metro e cinquanta.

Una notte d’estate che aveva fatto tardi al bar e che in giro pareva non ci fosse anima viva, Luciano decise di fare quattro passi a piedi per tornare a casa, pensando che camminare gli avrebbe fatto smaltire un po’ la sbornia che si era preso. Quella notte la vide, una lucciola, alta almeno un metro e ottanta, una stangona che baciava con la schiena un lampione acceso. Era truccata in maniera vistosa, come tutte quelle che fanno il mestiere. Non era bellissima, ma era in vendita. Si passò una mano sulla rada chioma, tirò fuori il suo sorriso migliore e l’avvicinò. Parlarono per un po’, le solite frasi fatte che si dicono in certe occasioni del cazzo, e Luciano ci sarebbe anche andato non fosse stato per via dei piedi. I piedi non lo convincevano: alta era alta, ma, a occhio e croce, calzava un bel quarantacinque. Un piede così grande lo imbarazzava. Si bloccò con lo sguardo fisso sui piedi della lucciola. Più li fissava e più li trovava enormi. Quando quella gli intimò di darsi una mossa tirando fuori un accento nervoso, fu allora che comprese: non era una femmina, era un travestito.
Rimase turbato, il povero Luciano.

Dopo quella notte strana, per il povero nano non ci fu più un solo giorno di pace, oppresso com’era da una voce che lo invitava a mettersi a nudo. Inoltre, sempre si trovava a dover fare i conti con un’inspiegabile erezione. Inspiegabile fino a quando, lasciate cadere le barriere del pregiudizio, ammise d’essere bisessuale. E comprese: se non poteva essere amato da una donna, poteva forse trovare accoglienza tra le braccia di un trans un po’ femminile, di un efebo con un po’ di fortuna. I soldi non gli mancavano, non sarebbe stato difficile convincere un giovinetto ad amarlo. Quanti pittori conosceva che sculettavano da mane a sera? Tanti.
E tutti o quasi erano giovani, molto giovani.
E non mancavano quelli che avevano lineamenti sì tanto delicati da fare invidia a più d’una ragazzina.
Perché non ci aveva pensato prima? Forse per paura di andare contro quel Dio in cui credeva. E perché solo da poco si era reso conto di essere bisex. Meglio tardi che mai, come si usa dire in questi casi. Finalmente mandò al diavolo una costola del cattolicesimo, quella che gli imponeva di rigettare l’omosessualità e il sesso a pagamento, però in pubblico avrebbe continuato a sostenere d’essere il più acceso cattolico fondamentalista. Non avrebbe tollerato mai e poi mai che qualcuno potesse muovergli l’accusa di essere un peccatore, tanto più che lui non aveva affatto rinnegato la fede, aveva invece deciso di disobbedire a una unica regola, forse a due. Per così poco, si disse, non merito il patibolo!

Un certo Candido, appena diciassettenne, se lo trovò praticamente attaccato alle chiappe.
Luciano capì subito che il ragazzo era uno di quelli che lo davano via.
Candido era un giovinetto davvero a modo, non volgare: lineamenti effeminati ma non troppo accentuati, capelli biondi lunghi fin su le spalle, glabro se non per pochi pelucchi sotto il mento, occhi blu, slanciato, alto intorno a un metro e settanta. Era l’amante che Luciano sognava. Peccato fosse ancora minorenne. Dopo qualche tentennamento si decise, e così passò sopra questo particolare: Candido avrebbe raggiunto la maggiore età entro pochi mesi, non c’era motivo di dannarsi l’anima.
Candido era uno dei tanti artisti a zonzo e senza talento, era però disposto a tutto pur di emergere, e quando Luciano gli aveva sorriso in una maniera davvero particolare, Candido non ci aveva pensato su due volte: un paio di occhiate languide, qualche mossetta effeminata, e il nano fu ai suoi piedi. C’è da dire che Candido, a dispetto del nome, era tutt’altro che un verginello. Era sicuro di riuscire a far fare a Luciano qualsiasi cosa; nel giro di due mesi il nanerottolo, da potenziale seduttore infoiato, divenne la vittima di un minorenne che non esitò a ricattarlo con le armi dell’amore. Anzi, del sesso. Nonostante Luciano offrisse a Candido dei soldi, questi li rifiutava e gli si negava. Ogni tentativo di comprare l’amore del ragazzo andò a vuoto. Poi, un giorno, il ragazzo gli fece vedere tutte ma proprio tutte le sue tele, delle autentiche croste. Luciano si menò uno schiaffo sulla fronte. Ecco perché; non era affamato di soldi ma di fama. In fretta e furia Luciano il nano allestì per il giovinetto una personale nel centro della capitale meneghina. Una volta che le tele furono cacciate dentro a cornici superlussuose, a forza di guardarle Luciano si convinse che quelle croste non potevano che essere delle opere d’arte. Per festeggiare l’evento Candido perse la verginità, per l’ennesima volta ovviamente.
La mostra fu un disastro.
Il primo giorno si fecero vedere un paio di cinesi imbarazzati e un giornalista mezzo ubriaco con le pezze al culo.
Il secondo giorno non andò meglio: un rappresentante di medicinali, qualche clochard in cerca di un riparo, e delle massaie sguaiate e grasse. Nessun altro. Alla fine, il povero nano, esasperato cacciò tutti fuori a calci in culo. O perlomeno ci provò: i suoi calci riuscirono a smuovere solo le terga del vento e nemmeno quelle.
Il terzo giorno fu un successo. Una fiumana di gente si riversò nella galleria. E non solo: giornalisti, critici d’arte, e tanti personaggi in vista della Milano da bere. Il nanerottolo non aveva badato a spese: aveva pagato chiunque gli potesse dare una mano a portare in cima all’Olimpo il suo pupillo. Non si accorse affatto dei sorrisi finti degl’invitati, solo pensò che tutto stava andando per il meglio. Felice, a Luciano gli si gonfiò il petto e dabbasso qualcos’altro.
Quella notte Candido seppe ringraziare il suo benefattore. Le loro urla estatiche si sentirono per un bel pezzo nel cuore della notte. Ma se la notte fu di felicità estrema, il risveglio fu una secchiata d’acqua gelata in piena faccia.
Le pagine culturali dei giornali, tutte, più o meno sintetizzavano così la personale di Candido: “Candide sconcezze senza talento. Il noto gallerista meneghino Luciano ha improvvisato un incontro che nelle sue intenzioni doveva essere l’avvenimento dell’ano… Il giovane Candido, artista lanciato dal Nano, è l’ennesimo imbrattatele sponsorizzato… Il diciassettenne lanciato come il nuovo De Chirico è soltanto un pennello di setole di cinghiale…”.
Quando Candido lesse i giornali sbiancò, così tanto che il nano temette che gli prendesse un collasso. Poi l’ira gli avvolse di fiamme le guance. Non disse nulla, si trincerò in un ostinato silenzio. Le preoccupazioni di Luciano vennero cortesemente allontanate con un gesto della mano o con un’occhiata carica di risentimento; per tutto il giorno non gli riuscì di avvicinarsi al suo pupillo, e durante la notte fu costretto a dormire sul divano, proprio come un marito che abbia litigato con la moglie. Al mattino Candido non c’era più. Lo cercò pur sapendo che se n’era andato, forse per sempre; ed allora accusò di nuovo la pesantezza nel cuore che ben conosceva, quella della solitudine.
Cadde in ginocchio, triste come non mai, privo d’ogni forza.
E sarebbe rimasto così per una lunga pezza, non fosse stato per l’insistente squillo del citofono.
Aprì e basta. E quando la polizia gli mise ai polsi un bel paio di manette di freddo acciaio il nanerottolo non batté ciglio: l’accusa era di pedofilia, i genitori di Candido l’avevano denunciato. Solo una volta che fu dentro la macchina della Polizia sbottò: “Quella puttanella!”.

Luciano fu fuori in poche ore. E la cosa non lo consolò affatto. Le ginocchia gli si piegarono subito una volta sbattuto tra le sbarre della libertà. Cadde in ginocchio in mezzo alla strada, senza che nessuno badasse a lui. La gente gli passava accanto: non lo vedeva proprio. Un giovane punk, scambiandolo per un povero mendicante, gli gettò in testa una moneta da cinquanta centesimi. Rimase in ginocchio per lunga pezza, come svuotato dell’anima. Sulla linea del tramonto un sole di un rosso irreale prese a tingere il cielo. Al nanetto parve di scorgere una mano che lacerava la trama del cielo, per portarne in superficie l’abisso, un abisso di stigmate. Ebbe una vertigine così violenta che gli fece rimettere anche quel poco d’anima che gli era rimasta schiacciata in fondo allo stomaco.
La gente continuò a scivolargli accanto nella più semplice indifferenza.
Solo quando fu notte il nano riacquistò la posizione eretta, anche se non ci guadagnò poi molto, in altezza. Sull’asfalto giacevano alcune monete: l’avevano scambiato per un pezzente. Suo malgrado sorrise e le raccolse con cura, le soppesò nella mano grassoccia, infine se le cacciò in tasca.
Sulla strada di casa incontrò un paio di travestiti che facevano la corte al buio, sotto la vigilanza delle luci rosso arancione verde di un semaforo. Contrattò con entrambi perché passassero con lui la notte. Oramai non gli interessava più niente: l’avrebbe fatto con loro e senza precauzioni. Né gli interessava che l’indomani i salotti milanesi avrebbero pullulato di chiacchiere su di lui. Un conto era sbattersi un giovincello, tutt’altro farsi sbattere da due travestiti di strada male in arnese, che di femminile avevano poco o niente. Era un nanetto che per tutta la vita sarebbe stato corteggiato dalla solitudine: oramai lo sapeva. Che gliene poteva importare se gli avrebbero sfondato il culo? se gli avrebbero attaccato l’Aids? E nemmeno gli importava che venisse chiacchierato dai milanesi e trattato come una merdaccia.
Alla fine raccattò il cellulare dal fondo della tasca e chiamò un taxi. I due trans lo presero in mezzo, disponendosi uno a destra e l’altro a sinistra. Luciano ordinò al taxista imbarazzato, già pronto a sbattere fuori i tre a calci nel sedere, di recarsi in via G***, e per evitare che parlasse gli allungò una bella foglia. Il tassista, un uomo sulla sessantina, grigio, tirò fuori il suo sorriso migliore e diede gas al taxi.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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