Cerco ancora di far mia la grandezza

Cerco ancora di far mia la grandezza

ANTOLOGIA VOL. 152

Iannozzi Giuseppe

Anne Sexton

LE MIE PAROLE LE RACCOGLIERÀ IL VENTO

a Cinzia

La nostra società va letteralmente a rotoli, e non è che dica una novità, cara Amica. Era giusto ieri che discutevamo; pur non credendoci veramente, speravamo che sarebbe venuto un mondo migliore. Qui è brutto, ogni giorno che passa l’umanità diventa più cannibale. I più mettono su maschere, e si dicono buoni, e si fingono belli, ma puzzano forte: il fetore della loro falsità è inconfondibile. Tutti sparano promesse di cambiamento che nella realtà non trovano alcun riscontro; è la nostra una società violenta che violenta chiunque si opponga a essa. Cara Amica, non sto imbastendo un discorso politico, molto più semplicemente ti sto dicendo che qui tutto va a rotoli, non ci si può fidare neanche della propria ombra. Non ti piacerebbe affatto vedere in che razza di posto noi si sta. Ieri dicevo che se il mondo aveva ancora una possibilità di salvarsi avremmo dovuto cercarla nelle nuove generazioni. Mi sono ingannato, ho sbagliato: i giovani sono i più egoisti di tutti, ma la colpa, forse, è anche nostra, perché non abbiamo saputo dar loro degli ideali in cui credere. A ogni modo, lasciamo perdere, son le mie parole che le raccoglierà il vento per nasconderle, per portarle molto lontano e seppellirle prima che di sé possano diffondere una minima eco.

Amica mia, mi manchi. E non ho il potere di farti tornare qui. Dio continua a non esistere, e ogni giorno gli imbroglioni e i pagliacci crescono di numero. Amica mia, posso solo mantenere viva in me la tua memoria.

Ti voglio bene.

CERCO DI CAPIRE QUESTE NUVOLE

a Cinzia

Cerco ancora di far mia la grandezza
che permise a Mosè di divider le acque
Cerco ancora di operare una magia
che dia un senso alla raggiunta libertà;
esser liberi non ci rende immortali
e nemmeno più forti ad affrontare,
dì dopo dì, della vita i tanti perché

Dicono sia risorto il terzo giorno
E qui cade di nuovo la Pasqua:
nuove vite vengono alla luce,
altre si spengono all’improvviso,
senza un perché; la solita storia,
la solita che ci scassina piano l’anima,
la solita che non capiamo appieno mai

Cerco di capire queste nuvole nere
che oggi piangono sul Mar Rosso
E cerco di capire perché, perché
non vieni mai a baciare i sogni miei
con una parola, con una libertà
che mi dica di te, Amica mia

NON È L’ULTIMO SALUTO

a Cinzia

E adesso dormi,
e non immaginavi potesse essere così,
o forse sì: gli occhi chiusi e il buio davanti,
ma pure lui ha importanza uguale a zero
ché non lo puoi distinguere né intuire.
Ma io ricordo, non dimentico le carezze
che mi sapevi portare; non dimentico
quelle nostre discussioni senza fine
che sempre finivano come finivano,
senza soluzione, incastrate fra albe bastarde
e tramonti sempre alla boia d’un Giuda;
e sempre ce lo dicevamo che non ci credevamo
in un’altra vita, e nel nostro dire non c’era
sorpresa né disperazione, un vaffanculo sì.

E adesso dormi, dormi e non ti sveglierai
anche se ci sono puntini di sospensione,
milioni di stelle che con la loro inutile luce
il sepolcro tuo fingono di portarlo
all’attenzione d’un Dio onnipotente,
senza saper di te un’acca, un capello.

E adesso dormi, dormi e oggi come allora
sorrido io a te, con quel mio sguardo
che un po’ t’inteneriva perché di bambino
che dei serpenti ha capito la metà d’un cazzo,
e delle donne ancor meno.

E adesso dormi,
ma non è questo un saluto per dimenticare
e ogni ricordo di te seppellire;
non è questo il mio ultimo saluto, dolce Lupa!

MI SONO SEMPRE SENTITA COSÌ

a Cinzia

Mi sono sempre sentita così,
fuori posto,
la testa affogata nei sogni
e l’anima non so
Continuavano a ripetere
che sarebbe passato
Non gli ho mai creduto

Non gli ho creduto
Ero diversa, ero persa
Avevano ragione a tenermi
lontana
a colpi di fionda,
come si fa coi lupi
che sanno la rabbia,
la fame per istinto

Mi sono sempre sentita così,
costretta a lasciare le mie impronte,
in silenzio,
in punta di piedi ma in agguato,
sempre da sola,
una lupa con solo il fiato fra i denti

Un disastro completo
ovunque andassi
perché mi sentivo così
Avevano ragione a segnarmi
con una lettera scarlatta per dirmi strega,
illudendosi di consegnarmi alla gogna
Tutti quelli che hanno
puntato l’indice contro
affamati solo d’aver un’altra vittima
hanno avuto giusta sorte,
morte per soffocamento
fra i Tredici dell’Ultima Cena

Adesso mi chiedo se ne sia valsa la pena
vivere così a lungo fuori dal puzzle
Posso dire che…
che mi sono sentita sempre così,
fuori posto
con il blues nelle scarpe,
con un tacco sì e uno no

Avevano ragione a non darsi,
a non farsi carico del mio blues
perché mi sono sempre sentita così
Così persa nel blues
Nel blues
Nel blues

ROSE E COSE

Era forse un sorriso, un gioco sul ciglio della ferrata, così è che si va a finire; e non è detto sia un male quando tutti i treni dentro alla stazione deragliano.

L’amor tuo patinato sempre l’ho spettinato; adesso che vuoi di più?

Lo sai che lungo i boulevard imperversa una tempesta di sale e di miele; assassino, chiamalo assassino l’uomo che oggi dipinge in faccia a Van Gogh  il sorriso.

E lo sai che ogni lacrima il David di Michelangelo lo scolpisce invecchiandolo, e il calar del sole ce lo restituisce più bello.

Era cera, forse, la sera che nei tuoi occhi si scioglieva.

EDGAR

Un poeta un’inflazione,
uno scherzo e un buffone,
un epitaffio e una cambiale
a vuoto

Non si dice poeta un poeta
né si pensa migliore
di quel cuore che in petto ha
e che bene o male tutti hanno
per giorni di scommesse,
di romantici infarti a costo zero

Un poeta una scoreggia bambina,
uno con la penna e niente coraggio
Sempre scontento, sempre inutile:
un po’ di carne insieme tenuta
con lo sputo e un’avemaria
E’ sempre lui quello
fra una finestra e uno specchio,
un Caino qualunque
che al mattino vedi e non vedi
… che non gli riesce proprio
di digerire la luce e il così sia;
giusto uno che in dio non crede,
giusto un corvo fra un milione
che per darsi un tono bestemmia

Un poeta una lapide,
stupidità dell’umanità
di credersi perfetta e bella
attraverso gli occhi di uno
che è meno di tutti, Edgar

ASPETTAVO TE

Ti aspettavo, aspettavo te
e non un’altra tempesta

T’incontro sulla porta
Subito mi dici che non è giusto:
Hitler aveva le bave alla bocca
come Gesù in Croce,
e allora perché, perché morire?
Scoppi poi in un pianto
che non so fermare
Non ho quelle risposte
che vorresti sentirti dire
Non ho quelle scuse
che vorrei sparare a salve

Tengo viva una fame del diavolo
Invano la tua bocca cerco, donna
Mi respingi come un uomo
che ti ha aspettata troppo a lungo
Come bomba inesplosa,
in una risata di echi, di corridoi,
scoppi tu all’improvviso

Te lo dissi che…
Te lo dissi a chiare lettere
che ero soltanto un uomo
Sempre però sul cuore ti ho tenuta
come una bava da asciugare

Ti aspettavo, aspettavo te
e non un altro gioco di pazzia
Aspettavo come un uomo
che soltanto ha la cattiva abitudine
di dare pane al pane e vino al vino

TENTAMMO POESIA

Tentammo di Dio la poesia
che era già Guerra infinita

Mi ricordi com’era ieri
e mi fai capire che se oggi
imporrò la mia volontà
domani un domani ci sarà
Silenzio in gola le parole,
e penso; perderai la beltà,
e mi saprò lontano,
lontano in una pioggia
incessante, in un mare
ancor tutto da attraversare

Tentammo Paradiso e Inferno
in un giorno di gabbiani
nel loro volo incontro al sole;
del nostro tentare rimane
quel che rimane, qualcosa
che assomiglia a una malattia

Giocano ancora le tue mani
per farmi amante, lupo affamato
E soltanto riposano le mie invece
Perché più non scrivo
per bisogno di prigioni o no

Tentammo almeno
E fu tanto, quasi amore

APPARTIENI A ME

Avrò un frustino di seta rosa
e uno di rosso amore
per meglio sui fianchi goderti

Vedi come tutto fugge
Vedi come tutto ritorna
Posso solo dirti amore
se nell’anima e nel cuore ti so

Son brevi le notti sempre
quando il sorriso tuo
dal bianco delle lenzuola
s’affaccia
Così lo capisci da te
che non posso far a meno
di frustarti con un po’ di rosa
e una punta di rosso
Così lo capisci da te
che son giovane e perso

Lo capisci da te

Avrò per me tutte le notti,
di tenere grida e risate le tingerò
Avrai per te tutte le notti
e sempre in rosa le vorrai
E sempre in rosso le saprai
mentre sotto al bianco
delle lenzuola ti nascondo
per adorarti meglio
Perché la bellezza della carne tua
è quella d’un angelo in mio possesso;
perché la tenerezza del tuo culo
m’appartiene oramai

Lo capisci, lo capisci da te

LOLITA

In sogno lo sguardo tuo lo dipingo,
nella curva del tuo petto l’affondo

Mi assicuri che sei tenera,
che ancor sei lolita,
che non ti posso sfiorare
con un dito o un bacio

Non sai tu quanti giorni
a pesarmi fra le mani la testa
Non sai tu quante notti
a sognar di te
per un affondo infinito
Di colori ti vesti,
in una malinconia
d’amori sognati ti svesti
Mi lasci poi da solo
coi pensieri miei
E non so davvero che fare io
ché, dentro di me, comincio
a capir che troppo tenera sei,
che ancor inviolata lolita sei
Fuggo così io via
fra cieli al tramonto,
fra sogni che piovono
Fra papaveri in fiore fuggo io
per subito imitare
di Van Gogh la follia

Non mi hai ancor tu detto
quanto mi ami
e quanto detesti l’argento
che le tempie mi avvolge
Non mi hai tu detto se vero è
che di rosso si tinge l’alba
quando gli occhi tuoi
nella sua nascita affondano

Resto così io ad aspettare,
carezzando piumaggi di pazzia
Fuggo così io via
fra cieli al tramonto,
fra sogni che piovono
Fra papaveri in fiore
fuggo lo sguardo tuo,
ma sempre lo dipingo
e nella curva del tuo petto
l’affondo

RONDINI E DISORDINI DI PRIMAVERA

Avanzano i soliti disordini
Ecco il Gatto e il suo amico Volpe
Consigliano pochi zecchini
Dicono che conviene buttarli
in mezzo all’occhio del ciclone
e non pensarci più

Svevo fuma e fuma, Joyce scrive e scrive
Da qualche parte arriveranno tutt’e due
Però noi che siamo terra terra
non capiamo niente dei loro giochi
di testa, a volte di ombelico

I grilli fanno festa quando la notte
Non lasciano dormire neanche dio
e Goethe c’ha un diavolo per capello
Foscolo ha invece una brutta cera
da quando ha preso su di sé la croce
dei cimiteri e della poesia
E i grilli rompono già al crepuscolo
e i postriboli son sempre pieni di seme,
d’un sapor dolciastro che si diffonde
nell’aria tra echi e odor di lavandaie,
di saponi, di acqua colata nei tombini

E tu, sognante ragazza mia, che farai?
Lascerai che quel poveraccio si spari
o gli consiglierai forse
d’andar prima a confessarsi
da quell’arrotino
che non dimentica mai i suoi coltelli?

Son disordini
che arrivano con le rondini
E’ la primavera che ci sveglia
e che ci addormenta di brutto
Son briciole
che lasciamo in eredità
a chi dopo di noi
E poi niente più, niente più

C’ERO ANCH’IO A DIRMI ADDIO!

E’ solo un anno
che simile a tanti altri passa
E’ solo il tempo
che si fa più vecchio di quei buchi
che le suole delle scarpe minano
E’ solo il botto d’un petardo
fra il ragliare forte degli asini
E’ solo il canto d’una sirena
che il suo mare cerca per svanire
E’ solo il popolo degli gnomi
che nell’ira delle stagioni si prende
E’ solo uno spazio vuoto
con un fil di voce raccontato
a chi il sonno non lo sa mai o quasi
cogliere in tempo
E’ solo un amore che va a puttane
senza neanche sputarti in faccia
un’ultima volta
E’ solo calpestata fantasia
e un valzer viennese che cade
nella valanga dei ricordi dell’Ebreo Errante
E’ solo un tiratore scelto
che l’ultimo suo bacio l’ha seppellito
nella canna del fucile per stupido amor
di dire “C’ero anch’io a dirmi Addio!”

Sono le nostre gambe
che per il destino di Garibaldi tremano
E’ una Parigi di gambe rotte e corte,
come le bugie che abbiamo raccontato
allo specchio e al nostro migliore amico

Ma sono in tanti a farti la corte
Ma sono in tanti a divertirsi così
Ma sono in tanti a sognarti amore
Ma sono in tanti a farsi solitudine

Quando tu non vedi, quando tu non vedi
E lo sguardo lo butti in fondo alle tasche
per inseguire una chimera

Quando tu non vedi, quando tu non vedi

UNA LACRIMA, UNA BARA

Ti lascio una sola lacrima
addormentata in una bara
e nulla più, niente di più
di quel piccolo Gesù
che m’albergava nel cuore
quando eri tu a scomporre
le trame delle gioie mie
per farle tue

Sol ti lascio questo Addio
d’infinito silenzio
perché Vergine Libertà
possa tu desiderare al di là
del mio sporco ricordo
– che mai più ti tormenterà
l’anima o le labbra

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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