LA LIBERTÀ DI MORIRE

LA LIBERTÀ DI MORIRE

Iannozzi Giuseppe

Sigmund Freud

L’asportazione della mascella non gli limò affatto il caratteraccio. Era sempre stato un accanito fumatore e nonostante i dolori lancinanti, continuò a fumare. Aveva sopportato trentadue operazioni, e aveva accettato di buon grado l’inevitabile impianto di una protesi che lo fece diventare piuttosto taciturno. A ogni modo, fino a due giorni prima di tirar le cuoia, si concesse di fumare almeno una scatola di sigari al giorno. Sopportò il dolore grazie alla cocaina unitamente a una buona dose di stoicismo, esercitando la sua professione in silenzio: ascoltava i pazienti, e metteva per iscritto. La donna sorrise fra sé e sé. Freud era stato un osso duro: per sedici anni convisse con il tumore, che gli provocò diverse metastasi ossee. Ricordava bene? Nel 1923 si sottopose a due operazioni a causa di una leucoplachia al palato. In seguito, la lesione diventò qualcosa di più serio, un epitelioma. Sul finire del mese di settembre del 1939, Freud decise di arrendersi. Sul letto di morte il padre della psicanalisi confessò al dottor Max Schur che la tortura non aveva più senso e che era ora di farla finita. Interpellata dal medico di fiducia del padre, Anna Freud acconsentì che il genitore morisse come più gli garbava. Max iniziò dunque a somministrare al proprio paziente dosi sempre più massicce di oppiacei. Dopo aver passato due giorni sedato, il 23 settembre Sigmund Freud smise di respirare nel sonno, in quel sonno così particolare (comatoso) che la morfina gli aveva regalato.

Si diceva che l’unico rimpianto di Freud fosse quello di non aver compreso, non fino in fondo comunque, le donne, la loro mente. Marina fece una smorfia che nessuno vide. Fissò le ballerine ai suoi piedi. Era davvero un peccato che non avesse con sé dei fazzoletti di carta per pulirle almeno un po’. Sospirò. Riducendo all’osso la tesi di Freud, questi sosteneva che le donne fossero isteriche. Marina non pensava che alle sue scarpe ormai sporche, e senza rendersene conto esplose in una risata isterica. Era un mese davvero strano, innaturalmente caldo, ma ciò che più le dava fastidio erano i colpi di vento improvvisi.
Stava per risolversi a tornare a casa, quando una voce affranta la fece sussultare. Non si era sbagliata, la gatta da pelare non si era fatta attendere troppo.
“Signora, signora… la mia mamma sta male”, pigolò la piccola, con occhi gonfi di lacrime.
Marina portò il suo sguardo sulla bambina, ma fu come se non la vedesse veramente.
“Mi aiuti, la prego… la prego!”
Marina abbozzò un sorriso, indecifrabile, e rimase in silenzio.
“Chiami qualcuno, la prego!”, insistette la povera anima che cominciava a nutrire il dubbio che la donna non fosse in grado di comprenderla.
Marina non mostrò alcun segno di benevolenza. Poi, all’improvviso, aprì la bocca e parlò: “Freud, che gran diavolo quell’uomo!”
“Che dice?”
“Sei maleducata, lo sai? Maleducata e isterica”, sbottò Marina.
“La mia mammina sta morendo!”, gridò la bambina.
“Tu non mi stai a sentire! Così non va affatto bene”, la riproverò Marina. “Solo quando Amalia Nathanson morì nel 1930, alla bella età di novantacinque anni, suo figlio Freud già da tempo malato di tumore si guadagnò la libertà di morire. E sai perché? Quel diavolo era ossessionato dall’idea che se lui fosse morto prima della madre, qualcuno, senza pensarci su due volte, lo avrebbe riferito alla vecchia per provocarle un dolore immenso.”
Azzurra non aveva capito niente di quello che la donna le aveva detto, però l’istinto le suggerì di fare due passi indietro. Notando che la bambina aveva paura di lei, Marina rimase in silenzio, indecisa sul da farsi.
Un colpo di vento schiaffeggiò la donna e la bambina. Azzurra fece un altro passo indietro, scuotendo il capo: la persona cui aveva chiesto aiuto non la convinceva, non le piaceva affatto.
“Hai paura di me, di una vecchia bibliotecaria”, constatò la donna. “È come se non esistessi, io. A volte penso che per la gente io sia una sorta di fantasma”, aggiunse agitando le mani in aria.
Prima che potesse rendersene conto, Azzurra aveva preso a correre per allontanarsi da quella donna.
“Non scappare, posso aiutarti”, gridò la donna, che solo dopo aver dato fiato alla bocca realizzò d’aver fatto una promessa azzardata.
La povera anima arrestò il passo: la sua mamma aveva bisogno di aiuto, le aveva detto di fare presto.
“Può davvero?”, pigolò.
“Potrei.”
Azzurra non si fidava.
“Non c’è nessuno qui, ci sono solo io”, vomitò tutto d’un fiato Marina.
Forse quella donna stava dicendo il vero.
“Come ti chiami?”
La bambina ristette qualche istante, indecisa se risponderle o no.
“Se non mi dici come ti chiami, non posso mica aiutarti!”
Dentro di sé una voce le suggeriva di non fidarsi.
“Hai il nome di un angelo, non è forse così?”
Non poteva permettersi di perdere tempo prezioso, per cui, alla fine, capitolò e accontentò la donna: “Azzurra.”
“Azzurra”, ripeté Marina con un tono di voce che aveva un che di insolente. Scattò verso la creatura innocente e prima che questa potesse anche solo pensare di scappare, Azzurra si trovò prigioniera di un abbraccio straniero.

Gustav sedeva su una panchina. L’interpretazione dei sogni giaceva sulle sue gambe, e solo il vento, di tanto in tanto, si preoccupava di sfogliarlo. Gustav lo aveva letto diverse volte, lo conosceva a memoria, e ancora si interrogava sul suo autore. Con una mano inanellata, quasi femminea tanto era sottile e delicata, si accarezzò il mento glabro. Gustav si era laureato da poco, con una tesi su Freud e le donne: «Una domanda alla quale non sono riuscito a rispondere, nonostante trenta anni di ricerche sull’animo femminile, è: “Cosa vuole una donna?” ». Il giovane sorrise: a lui non interessava far sesso con una donna e men che meno con un uomo, semplicemente non sentiva alcun impulso sessuale. Sapeva di essere votato alla asessualità  La sola idea di intrattenere con le persone un rapporto che andasse oltre una stretta di mano gli faceva venire la pelle d’oca; e, forse, proprio per questo aveva scelto la Facoltà di Psicologia, perché assai di rado uno psicologo si sarebbe trovato nella condizione di dover avere un contatto fisico con i pazienti. Oltre a essere asessuale, Gustav soffriva di afefobia.
Come Freud, anche Gustav non riusciva a stare senza fumare. Si accese una sigaretta e pensò a suo padre che era morto piuttosto giovane, con un tumore ai polmoni, nonostante fosse sempre stato molto attento a mangiar sano e a fare attività fisica. Freud, invece, non era mai stato un salutista… aveva continuato a fumare fino a ottantatré anni, oltre a mantener vivo il vizio di spararsi belle dosi di cocaina.
A destarlo dai suoi pensieri furono le urla disperate di quella che doveva essere una bambina.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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4 risposte a LA LIBERTÀ DI MORIRE

  1. Lady Nadia ha detto:

    Mi è piaciuto. Ottimo modo di sottointendere l’isterismo di Martina, molto veritiero l’atteggiamento di Azzurra. Hai ricevuto dei commenti che criticano il pezzo ritenendolo triste. Io non lo trovo triste, ma solo drammatico. La vita stessa è drammatica, che ci piaccia parlarne o no, e non è questione di gusto, piuttosto si tratta di saper affrontare una letteratura realista come la tua e che scava nel vivo e nell’intimo dei nostri ricordi, delle nostre paure comuni.Questo pezzo è da leggere come parte di un romanzo, quello che stai scrivendo e che vede Gustav protagonista insieme ad Azzurra. Se qualcuno desidera ridere può leggere altro, o accendere la tv, oppure può farlo dopo aver letto questo tuo pezzo intenso, tuttavia prima o poi tutti dovremo scontrarci con la realtà: meglio essere preparati. Un gran bel pezzo, complimenti!!!

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Il racconto, come hai ben evidenziato, fa parte di un romanzo in fase di scrittura. A ogni modo, i racconti che compongono il romanzo si possono leggere anche in maniera indipendente. In questo scritto parlo soprattutto di Freud e di alcune malattie e fobie. Il racconto non è allegro perché la vita di Freud allegra non fu. Edulcorare la realtà storica è quanto di più stupido possa fare uno scrittore. D’accordo, io sono un pesce piccolo, ma nel mio piccolo cerco di costruire delle trame che reggano almeno un poco.
    Azzurra rappresenta l’innocenza, si può dire così, mentre Gustav è l’altra faccia della medaglia, un novello psicologo che, giorno dopo giorno, deve combattere contro le sue fobie.
    Marina è una donna isterica e, ovviamente, non sa di esserlo. E’ anche una donna che ha molto sofferto, e come dice lei stessa la gente pensa che sia una sorta di fantasma. Siamo dunque difronte a una donna molto sola.

    Grazie, Nadia. Felice davvero che il racconto ti sia piaciuto.

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