Non rimane niente di niente

Non rimane niente di niente

ANTOLOGIA VOL. 147

Iannozzi Giuseppe

Francesco Hayez - bacio, 4

POESIA

Il mio volto è di quercia, di legno
E’ vecchio all’occhio di chi lo fissa
E’ giovane solo all’anima inquieta
che osa cercare in me appoggio
Ho sentito ogni cosa che è al margine
[del bosco
E tutto quello che no, me l’ha portato
il vento dal Paese che sta lontano-ano,
ma mai così tanto perché io non possa
sapere dell’oggi e del domani
Viandante che vai, dove? Qui ti fermi,
qui ora ti fai solitudine sotto l’ombra
che m’appartiene; e cos’altro? Per chi,
per chi batte il tuo cuore sì giovane?
Ah, non sprecarlo! Non ti basterà esser
zingara e dalle stelle consolata – guidata
Sette giorni, sette, sette spade il destino
E tu, che ora riposi sotto le mie fronde,
domani che dirai? come aggiusterai
le parole perché non suonino di bugia
all’orecchio di colui che t’ama e non sa
che il tuo cuore dalla tua nascita è mio?
Così ingordo e così vecchio sono
E tu tanto giovane, per il destino che è
qui, proprio sotto le foglie che ti vestono
di me, di me solo – che sogno in eterno!

ASSOMIGLIA ALLA TENEREZZA

Vedete, la cosa è semplice
Ci crediate o no,
impegno il tempo
facendo torto alla stanchezza,
spogliando rose e colombe
della loro bellezza,
con una crudeltà
che assomiglia alla tenerezza

Vedete, la cosa è semplice
Ci crediate o no,
i miei occhi interrogano
prima il giorno, poi la notte
Ma mai,
mai che riesca a capire
sino in fondo la confusione
che regna nella semplicità
di questo mio stare al mondo

SANTO E PECCATORE

Dovrei parlar di loro
a ruota libera
e dire niente ma bene
perché sia il nome loro
in cima alla lista di San Pietro;
e invece taccio,
e riconosco del silenzio
la grande saggezza

Dovrei parlar di loro,
e invece taccio
mentre continuano loro
a blandirmi dicendomi
santo e peccatore

STANCO IL SORRISO

Stanco
Sorride il Buddha
Sorride sempre il Santo

Prendo tempo
Stanco ripeto
Buddha dice di sì
Si gratta poi
la pancia
Stanco anch’io
ammette infine,
e sputa di bocca
il Sacro Nome

PIRATA

Il mondo d’attorno
l’ho guardato,
con un occhio solo
sempre cercando
fra travestiti e marinai
chi fosse il più nero,
chi il più maledetto

Dormendo
a ogni rumore attento,
spazzando via
dalla burrasca
mille e più maledizioni,
sa la notte
per quanti mari
ho navigato
affrontando fantasmi
e ciclopi dimenticati

Han le sirene spalancato
l’occhio mio buono
su livide albe,
su cieli divisi in due
e spiagge di cadaveri lastricate
Non è però mai tornata
Lei, l’amata mia guerriera,
né la conta degli sconosciuti
Sol le onde han bagnato
dei morti in battaglia i piedi
cancellando loro il nome,
portandogli via l’anima
o quel poco che ne restava

VIAGGI IL TUO VIAGGIARE

Amputare i ginocchi
perché non vedano il gioco,
la paura negli occhi
dello straniero che sei

Dire ciao addio arrivederci,
ci vediamo domani, casomai dopo
E dai finestrini tirati giù a lutto,
con sorrisi acrilici salutare tutti,
immaginare i volti non sconvolti,
sapere per filo e per segno
che la signorina e il signorino
si danno da fare con rossetti
e lunghi baffi alla Dalì
Ma l’orologio,
l’orologio sulle sette fermo
annega nella sabbia le lancette,
nel cuore spaziale
d’un Gesù un po’ così e così
dalla spiaggia di Port Lligat ammaliato
E tu, tu viaggi il tuo viaggiare

E tu, tu viaggi il tuo viaggiare,
buttando in un angolo le scarpe,
cercando nelle tasche due monete d’oro

E poi, e poi, e poi…
non si prova più moto d’apprensione
per i crisantemi belli e gialli lasciati
a marcire fra gli epitaffi in giardino

E poi,
poi, dopo, non rimane niente di niente,
nemmeno una crosta di pane
o la delusione d’un vuoto di conchiglia

E poi, e poi, e poi…

FACCIAMO UNA FOLLIA

Facciamo una follia
che mandi il piccolo mondo
che conosciamo
a gambe all’aria
Facciamolo
prima che un figlio
ci pugnali alle spalle,
baciamoci in strada
nudi e disarmati
forti delle debolezze
e delle poche certezze
che ci han resi
così come oggi siamo

Facciamo una follia
I castelli che Loro han tirato su
non hanno retto i secoli:
in mezzo a mille pietre fesse,
in mezzo a pochi morti ciuffi d’erba
neanche l’ombra d’un fantasma

Tornato dalle Crociate
ho capito Dio e la sua Illusione,
così adesso credo sia giunto il momento
Facciamo una follia
anche se sappiamo poco o nulla di noi

Ho perso la spada,
e non la rimpiango
Ho perso la fede,
e non la rimpiango
Piango chi la sfortuna
ha voluto freddo
sul campo di battaglia,
con gli occhi rivolti
alla vuotezza del cielo

Facciamola questa follia
Andiamo a vivere insieme
prima che l’alba
con il suo insanguinato rossore
ci renda ciechi per sempre

Sappiamo poco di noi,
ma baciamoci in strada
Siamo in due,
un uomo e una donna,
non è forse abbastanza?

FRA LE GAMBE LEGAMI

Abbracciami, abbracciami,
e poi fra le gambe legami bene

Non ha senso,
non ce l’ha mai avuto un senso
questa solitudine che ci fa scudo
Entrambi abbiamo delle colpe,
mai ho però dimenticato il dì
che dalla tua bocca
il primo bacio si dipartì,
e come Dio comanda
presto giù pioggia di carezze
e di altri non riferibili ardori

Quando già lontano il mattino,
in una nuvola di capelli
con passione svegliami:
e fino allo sfinimento tormentami

I sogni che hai, i sogni che fai,
nel sonno uguali ai miei falli;
e svegliami, veloce svegliami
Fra le gambe legami,
fra il cielo e l’infinito
della tua anima legami bene

LE DUE DI NOTTE
(inedita)

Il male quello solito

Al bancone,
fra bravi sghignazzanti
e addormentati canti,
scoccano le due di notte

Gli amici, i più vecchi,
si guardano gli occhi lucidi;
uno cita Martin Mystere,
l’altro Il nome della Rosa,
e il più saggio tace

Una sigaretta si fuma
da sola
Una tirata, una sola
Nel posacenere
vien presto dimenticata

Il male quello solito
Tutto è già stato detto
l’altra notte
e quella prima ancora
Persino il male
non fa più male

Si butta giù
un ultimo vetro di alcool e sale
E giù in strada a gridare
che il mondo si deve svegliare

IL FIORE DELLA MORTE

Non puoi offrirmi proprio ora il fiore della morte
Nel cuore ho portato speranze e rancori,
le scale di Eliot e il santo Graal illudendo la sorte
Fra i seni della dea Kalì ho cercato conforto
Ti ho chiamata Durga, e infine madre del mondo
mentre tutte le mie cattedrali colavano a picco
nel cielo, fra nuvole e scimmie albine a pisciare
fiele sugli uomini piccoli dabbasso

Ho tentato di non cadere in peccato
Ho tentato di non essere uguale a tutti gli altri
Le strade m’hanno coinvolto nel traffico:
agli incroci ho stretto la mano a ladri e assassini,
nei bar più loschi ho invocato il nome di Dio
in tutte le lingue conosciute, ma nulla è cambiato
Ubriaco, inciampando a ogni tombino sollevato,
l’eco in testa mi ripeteva che non sarei stato più

Ho tentato d’esser per te l’uomo e il guerriero
Ho tentato di sciogliere il nodo gordiano
Con le mie sole mani, finché ho potuto
ho tenuto il timone, e più colpi di spada ho parato
In vita ho visto molto, le lunghe gambe delle donne
e quelle amputate dei soldati andati a far la guerra
Ho respirato odor di rose canine da seni allegri,
e le tenerezze le ho vergate sul grembo di Venere
No, non ora, non ora il fiore della morte

Fradicio, sotto l’acqua d’un cielo di tempesta, prego
Quanta e quanta eleganza nelle gambe delle donne
che saltano il pianto raccolto nelle pozzanghere
Come puoi chiedermi di rinunciare a tutto questo?
Come puoi chiedermi di rinunciare?

L’amore, questo assurdo dolore
che fa tremare le tempie
come a un marmo cui manca solo la parola

Come puoi chiedermi di rinunciare?
L’amore sposa il dolore, sposa il dolore
Ma se è la morte, allora tutto si perde,
tutto, anche il dolore

Non ora il fiore della morte, non ora
che sono nel dolore che mi fa fremere
le labbra come a un Mosè

STONO L’AUTUNNO
(da “Fiore di Passione”, 2a edizione)

Avevo voglia di una musica triste
come foglia portata via dal vento
– dal tempo –
perché oggi c’è che amo solo te
che non sai quel che invece io so
fra i sorrisi spenti di tutta quella gente
che nella vita mai ha avuto niente,
un mendicante un poeta un Pierrot

E viene l’autunno, siede accanto a me
All’orecchio soffia piano un “Cosa c’è?”
Muto e niente, intono poi un canto
Mi dico stanco, ma c’è, sempre c’è
che in tanti hanno avuto meno di me,
nemmeno la fortuna di vivere una luna,
di veder l’autunno e i bruni suoi colori
Ed è così che, che ripeto a me
“Che c’è, cosa c’è che non c’è?”

Ed è così che, che ripeto a me
“Avevo voglia di una canzone,
di parole solamente per quel che c’è
Per quel che in amore c’è e non c’è
tra un silenzio e l’infinito…
tra il già detto e quest’autunno di foglie
che suono e stono”

CON L’ALBA
(inedita)

Con l’alba in anticipo,
i più gettano gli occhi
sul volto della morte
per un momento
– di rado per uno
un poco più lungo

MEMORIE

le tue piccole carezze
le tue piccole gioie
le tue piccole amarezze
le vivrò sulla pelle
baciandoti con la pioggia,
amandoti con il sole

le tue memorie
mi saranno care
più di tutte le vite
che in passato ho vissuto
lontano da te,
inutile a chiunque

NESSUNA ROSA DI VENDETTA

Perduto amor mio,
se così ciechi gli occhi tuoi oggi
davanti all’immagine mia;
se così morto t’appaio,
considerato meno d’un fantasma;
se più non sei tu Gerusalemme
e nemmeno Sodoma e Gomorra,
perduto mio biondo fiore,
ti prego di slegare il cappio,
di lasciarmi cadere nel fango
perché possa almeno dormire
accanto alla mia ombra
per essere niente nel Niente
Questo e null’altro ti chiedo;
e la promessa Vendetta
sol sarà rosa mancata
sull’immobile mio petto

POSTILLA SUPERFLUA

Meglio amare e non essere amato che vivere senza amare e nel buio di sé vivere come morti a cui crescono le unghie solamente. Saggezza e stupidità mano nella mano vanno e lungo la strada della vita si accompagnano per essere vere almeno un po’. E poi si volta pagina, ché una vita in/di solitudine è la peggio condanna che possa esserci per un uomo, per una donna.

EDIZIONE DELLA SERA

Mi hai letto polemico sull’Edizione della Sera. Tutti quegli uomini là fuori chiedevano pane lanciando pietre contro le finestre. Sotto processo spiegavo che non sono mai stato il Poeta. Non intendevano credermi. L’accusa era stata formulata in maniera precisa e l’accusa valeva più di Dio e della millenaria luce delle stelle. Allora ho loro confessato d’esser al di sotto di un artista di merda, ma questa mia libera confessione ha solo sortito l’effetto di farli imbestialire di più. Una pioggia di schegge taglienti feriva la mia anima messa a sedere. Ogni volta che una pietra mandava in frantumi una finestra un’ombra mi urlava contro che era mia la colpa. L’accusa era stata formulata in maniera così infamante che non c’era davvero modo di dimostrare il contrario. Ho continuato a confessare di non essere il Poeta, di essere al di sotto di un artista di merda, e quelli ci sono andati giù ancor più pesante. Hanno appuntato ogni mia parola su un grande taccuino. Per questo non guardo più i documentari. Per questo non guardo più i film dei comici in tivù e sull’Edizione della Sera ti appaio polemico.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Non rimane niente di niente

  1. Lady Nadia ha detto:

    Fantastico, fantastico! Grandioso per forma e per contenuti. Ti stimo. Ti stimo, ti stimo e questo già lo sai, caro amico mio.

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Non esagerare, Nadia. 🙂 A me non è che piacciono molto le mie poesie, e temo che il mio talento sia qualcosa di piccolo e ridicolo. Dovrò accontentarmi e fare nella maniera che so fare. Grazie infinite.

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