Fotocopiatemi, o lasciate che mi faccia fuori

Fotocopiatemi, o lasciate che mi faccia fuori

ANTOLOGIA VOL. 139

Iannozzi Giuseppe

Shinobazu-by-Yamakawa-Shūhō

KIMONO NERO
(inedita)

Oh, lo sai
che amo il nero

Lo sai, lo sai
che il kimono lo amo
perché ti fa nobile
nelle movenze,
perché ti fa geisha
di bellezza

Con cura e lentezza,
ti spoglio; e nel corpo
e nell’anima ti amo…
senza farti dimenticare
per un solo istante
che sono il tuo signore

Poi m’addormento
e dagli occhi tuoi neri
mi lascio accarezzare

ASPETTO Di ACCENDERMI
(inedita)

Solo abbassiamo
per un po’ le palpebre
quando amiamo,
quando odiamo
con tutta la forte fragilità
che è nel nostro petto,
che è nella nostra anima

Aspetto,
aspetto di accendermi
nella tua sostanza
o di spegnermi,
definitivamente,
senza un lamento

COI MUFLONI

Chissà quale la malattia
che da mane a sera
m’attanaglia portandomi
lungo valli prati e pendii;
sempre sogno d’esser di là,
insieme a certi mufloni,
pastore bianco e canuto io.

Che sia questa la via
che felicità domani mi darà?

IN CERCA DI SAGGEZZA

Seguendo della saggezza la coda,
sempre perdendo la strada
per subito ritrovarla sotto ai piedi miei,
un giorno io lo so che la Montagna
mi darà quel che albe e tramonti in città
non han saputo scavare in me.

Dalle amanti dimenticato e seppellito,
respirando il genuino odor caprino,
infine l’alta Meta con mano toccherò.

NEL FUTURO

La lieve neve pestata, il vento
a pettinarmi la barba,
le campane tibetane al mattino,
tutta la meraviglia sconosciuta
a costo zero nell’animo mio avrò.

SONO QUI

Sono qui per cantarti
Sono qui per l’amore
Sono qui arreso a te
Sono qui per la verità
Sono qui per te
Oggi sono qui
Sono, e domani
vorrei essere ancora,
ancora insieme a te
Sono qui per cantarti,
per cantarti l’amore
Sono qui per cantare
la dolcezza dei tuoi occhi su me

NON HO CHE QUESTO

Non ho che questo sogno
nel pugno mio chiuso

Non ho molto in verità
Solo un sogno
per tutta la vita allattato
in seno alla solitudine
Uguale è a quello di tanti altri
Non è speciale
Però è il mio e intendo darlo via
solamente a chi amo veramente

E viene l’autunno:
spazza via le foglie brune
e i figli li manda presto alla guerra
Tutti i fogli con le poesie
che eran a te dedicate
in giro per il mondo sono,
probabilmente perdute
in mezzo ai fischi delle pallottole
E sulla pelle un vecchio tatuaggio
che l’occhio d’illusioni gravido piange
con l’ultimo estremo coraggio
– I love you, My Darling

Non ho che questo pugno,
l’illusione che resiste:
sarà un giorno messa a nudo,
o per sempre seppellita in fondo
al culo del mondo
Non ho che questo, è proprio tutto
E’ che amo te, proprio te, Tesorino

STONO L’AUTUNNO
(da “Fiore di Passione”)

Avevo voglia d’una musica triste
come foglia portata via dal vento
– dal tempo –
perché oggi c’è che amo solo te
che non sai quel che invece io so
fra i sorrisi spenti di tutta quella gente
che nella vita mai ha avuto niente,
un mendicante un poeta un Pierrot

E viene l’autunno, siede accanto a me
All’orecchio soffia piano un “Cosa c’è?”
Muto e niente, intono poi un canto
Mi dico stanco, ma c’è, sempre c’è
che in tanti hanno avuto meno di me,
nemmeno la fortuna di vivere una luna,
di veder l’autunno e i bruni suoi colori

Ed è così che, che ripeto a me
“Che c’è, cosa c’è che non c’è?”
Ed è così che, che ripeto a me
“Avevo voglia d’una canzone,
di parole solamente per quel che c’è
Per quel che in amore c’è e non c’è
fra un silenzio e l’infinito…
fra il già detto e quest’autunno di foglie
che suono e stono”

ASCOLTANDO VOCE DI RASOIO

Io mi chiedo perché
sei sparita quando dicevi
che andava tutto per il meglio,
che le tue ciglia non mordevano lacrime
Sei andata via,
lasciando un buco nella vita mia

Alle pareti sopravvivono le tracce
di tutti i quadri che hai portato con te
Sulla scrivania, accanto al calamaio
riposa la cornice
che fa prigioniera la tua immagine
Sei andata via nel più freddo giorno d’inverno
Hai detto che andava tutto a meraviglia,
che non mi dovevo meravigliare
se ridevi a ogni ora
Però poi ti accendevi una sigaretta
e la mano l’allungavi verso il bicchiere pieno

Sei andata via che era quasi Natale
Qui fa un freddo cane, proprio come allora:
le strade sono battute da uguale solitudine,
gli ambulanti vendono castagne calde in strada
e i bambini giocano a palle di neve
E’ che non me ne sono fatto ancora una ragione

Chissà se adesso mi stai pensando
o se mi stai dimenticando nell’orgasmo
d’una nuova felicità a me ignota più della verità
Ma lo so, sono gli oziosi pensieri
di uno che piano piano aggiusta la puntina sul piatto
per poi accasciarsi in poltrona
sotto la voce di rasoio di Cohen

Sei andata via
in un giorno che non potevo sospettare
Non ti potrò perdonare mai:
il clima di festa mi ha sempre danneggiato
Sono ancora qui al punto di partenza,
preso sotto inganno
in un Natale e in una primavera di rane,
mentre rimetto a posto la puntina sul vinile

Manchi tu, ma Gesù risorge sempre
Sempre uguale a sé ogni anno
Ogni anno in silenzio ti rimpiango
insieme a tutti i miei dischi in vinile

PENSANDO A TE

E dove sono io?
dove lo spazio infinito
che m’ebbe in sua gloria?
Ero una stella e in cielo brillavo, alto,
ma solo m’illudevo che così fosse
Ero uno sbadiglio
e dentro al petto soffocavo
Ero una risata
e fra le labbra della notte morivo

Dicesti un giorno: “Basta!”
La tua mano sulla mia bocca posasti
perché finalmente tacesse
e con essa anche l’alma mia disfatta
Delle mie false verità eri stanca;
più non sopportavi che mi dessi via
nelle fauci d’un cielo senza stelle
Per me eri triste
perché troppe volte mi perdevo
Per me eri triste
perché da tempo ero già morto
e non me n’ero accorto io:
sol facevo conto di tornare a brillare
nella luce dei tuoi occhi

Gridasti un giorno:
“Non è il mio cuore!”
E soffocai finalmente io,
infinitamente
perché ero sbadiglio ammutinato
e solo ero capace di soffocarmi;
perché ero una risata strozzata
e solo fra le labbra della notte
capace ero di morire

E tu dove sei?
dov’è quello spazio infinito
che ti ha in sua eterna gloria?
Speranza non nutro,
ma lì ti vorrei raggiungere,
lì ti vorrei incontrare per ammirare
un’ultima volta la luce dei tuoi occhi belli,
dei tuoi occhi
che son mille stelle di verità
– pensando a te, pensando a te solamente

FOTOCOPIATEMI

Fotocopiatemi,
o lasciate
che mi faccia fuori
con ‘na capocciata
contro la dura
dura nera lavagna,
facendo volare
all’aria spugna
e gessetti colorati
nel ripiano raccolti.

CHE VUOI CHE PENSINO?

E che vuoi che pensino?
Lasciali pensare a quelli
che non sanno amare
Il pensiero
soffocherà il loro cuore,
e solo allora intuiranno
d’aver donato la vita
a un vuoto niente
nulla affatto conturbante

E che vuoi che pensino?
Resteranno in piazza
a gridare “Tremate, tremate,
tremate, le streghe son tornate!”
Con una tazza in mano resteranno,
e subito cercheranno
lo sguardo ambiguo d’un nano
che gli dia conforto
almeno quando il crepuscolo
nel suo colore
tutto tinge e spenge

DIARIO DI UNA GEISHA

Dopo anni e anni di onorato servizio, Akiko decise di tenere un diario, di ritrarre su ogni pagina bianca volti e nomi degli uomini che aveva avuto. In primavera era giunta a metà del suo cammino; seppur in salute e ancor piacente, decise di lasciar aperta la strada a chi più giovane di lei e inesperta.
L’estate non lasciava spazio a un alito di vento: lungo i viali alberati non una foglia si muoveva, il letto del fiume si era presto ritratto in sé, e nemmeno l’oscurità della notte portava una minima carezza sul suo sgargiante kimono. Sul diario aveva annotato questo e quello, sciogliendo più e più volte il trucco nel sudore. Di tutti gli uomini che in lei erano entrati godendo, nessuno le aveva lasciato granché, non una poesia, non uno schiaffo, non un rimprovero. Per tutti lei era stata, ma più vero è che non era stata. Guardava alle nuove arrivate: tutte si davano un gran daffare, obbedienti, felici di poter donar piacere, in egual modo, a giovane e vecchi; e provava invidia per quei corpi giovani, quasi acerbi, che gli uomini sottomettevano alla loro velle. Non era più una maiko, una fanciulla danzante, ciononostante forte era ancora in lei la brama di stringere fra le sue gambe i lombi di santi, peccatori e inconsolabili penitenti.
Quando infine l’autunno bussò a Le Sopha [1], senza pensarci su, Akiko decise di non essere più una oka-san. Stracciò il diario, dove, nel corso dell’estate, aveva raccontato di sé e dei suoi amanti, per tornare a essere di nuovo una persona vera, una artista, una geisha.

[1] Le Sopha, romanzo erotico di Claude-Prosper Jolyot de Crébillon, pubblicato in Francia nel 1745.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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