Chanel n. 5 al Greenwich Village – Antologia con testi nuovi e inediti

Chanel n. 5 al Greenwich Village

ANTOLOGIA VOL. 129

Iannozzi Giuseppe

Benny Goodman

IL CIUFFO TUO BIONDO, ISABELLA

Il ciuffo, il ciuffo tuo biondo,
quello è sempre più ribelle,
e non sono io bravo
a fare battute
che facciano ridere
o riflettere un poco
E non sono neanche
più buono a scrivere poesie,
con o senza un senso

Ho provato a buttar giù
una lacrima o due di profumo
per montarmi la testa,
ma solo ho dato fondo ai pochi spicci
che m’erano rimasti in saccoccia,
e lo Chanel n. 5 al Greenwich Village
non lo considerano affatto
un fatto di cultura,
non lo trovi sottobanco

La tentazione sarebbe una,
quella di cantarti una canzone
tentando d’esser gaio
come un cantante della Motown,
ma se lo facessi nutro tema
che finirei male, come Woody Allen
che cerca di rubare la marmellata
con la scusa d’essere ebreo
e d’aver tanto sofferto in gioventù
E tu lo sai che sono
claustrofobico e ipocondriaco:
in un’Aula di Tribunale,
poco ma sicuro, ci morirei
E sai bene anche
che per far poesia
non basta andare a capo
e poi dichiarare al mondo
“Questi sono miei, versi miei,
e i rutti, pure quelli, sì!”

Rose in dono non posso,
sei sposata giù da un bel po’,
e di farmi scassinare il naso
da quel gorilla di tuo marito
non se ne parla proprio

Non vedo che una soluzione,
darmela a gambe levate;
sono in ritardo pazzesco,
ho dimenticato il giorno esatto
del tuo compleanno,
e adesso rischio pure di perdere
il pullman per il Messico,
la mia sola speranza di salvezza!

SE FOSSI UN POETA

Se fossi un poeta
in dono ti recherei
le parole più nobili,
le più belle e infiammate;
ma sono un semplice maniscalco,
uno che lavora da mane a sera
con la gobba sempre più dolente
Sono solo uno
che i sogni li sa sognare,
e allora sogno
e lascio sia tu
a venirmi in sogno
perché con i tuoi occhi
mi possa far tu capire
quanto grande la tua bellezza

TUTTO SI DISTRUGGE DA SÉ

Miro
a una perfezione
al di là
della mortalità,
per questo ho lasciato
mille poesie incompiute
sul tavolo dei saggi

Affondano gli sbagli,
come pietre toccano
del fiume il letto buio

L’amor mio di ieri
più non sa il mio nome,
e dovrei esserne felice:
tutto si distrugge da sé,
niente
dal nulla si crea mai

Miro
a una delicatezza
che sappia tagliare in due
il diamante,
la sua fredda luce fucilata
da milioni di soli, di lune,
da milioni di storie oscure

Miro
a una perfezione
al di là
delle interpretazioni
lasciatemi in eredità
da Buddha,
Cristo e Abramo

Miro
alla liberazione degli schiavi

PICCOLA COSA

Chi lo sa oggi che farai
I pedoni sulla scacchiera caduti
e io qui a scrivere della regina,
dimenticando
d’esser stato al tuo fianco

Facevano il gioco delle tre carte
Non sapeva d’imbroglio il tuo profumo
mentre quelli si vuotavano le tasche,
cadendo in trappola a ogni minuto
un po’ di più

Piccola cosa, piccola cosa
Piccola cosa questo amore,
questo amore giocato
Piccola cosa il tuo amore
ormai nel gioco d’un altro
per sempre perduto

BUONO SOLO A CHIEDERE SCUSA

Mi cospargo il capo di sale
Dovrei essere più gentile,
più attento agli amici,
e invece tengo la testa
spostata, persa chissà dove
Buono solo a chiedere scusa,
non va affatto bene
Dimentico i giorni di sole
e pure quelli di pioggia,
dimentico i santi e i canti
che ieri mi dicevano bambino
Ma imperfetto come sono
ti voglio bene e te lo dico,
con semplicità, anche se
la barba è da un pezzo
tutta bianca; anche se
sono in ritardo di non so bene
quanti giorni e da tempo
le hai spente una a una
le candeline

FUORI DALLA TEMPESTA

E’ stata la tempesta,
non l’ho voluta
ma è stata;
così, adesso,
che sono
e sono fuori
dall’ingombro
di nuvole e vili strali,
taccio, lasciando
la parola non a Dio,
non all’amore
e nemmeno al mio Io
Lascio il silenzio
perché parli a lungo
con parole malfatte;
e lascio il sorriso,
quello di Calibano:
tutto questo poco
lascio qui deposto,
e miro l’orizzonte
a fronte alta
sfidando della stupidità
la somma spergiura.

SEGNO DEL DESTINO

Non mi cercare, non mi cercare
fra la cronaca nera,
fra i necrologi a tarda sera
Ma quante donne,
quante e quante ne ho conosciute,
e quante le gonne subito han lavato
perché non fosse il mio sudore
a resistere per un attimo d’eternità

Seguo il segno del destino,
faccio leva sul mio cammino
E un vecchio mi sorride sdentato:
se solo fosse meno santo e buono
lo direi mio padre, gli racconterei
di mia madre, di quel che ha patito
in nome dell’amore

Tu non sai, forse non lo saprai mai
Ma con la fantasia in fondo al mare
ancora m’illudo per un tesoro,
per una sirena da cantare e ricantare
nonostante il mio capo nudo d’alloro

E presto si fa nel sangue il pentimento
ché si sa, la luce la spegne l’illusione:
a capo chino sul bianco poi scrivo e riscrivo
e mi penso tale e quale a un emerito coglione
Via i fogli allora, foglie al vento
strappate dall’albero della vita
ch’era un tempo così bello e verde

Se in questa notte vuota di stelle
lo senti l’amore, se davvero lo senti,
se davvero lo senti
fra le tue gambe insinuarsi lentamente,
lentamente uguale a un dolce serpente,
se lo senti sulla bocca bacialo, e senza timore
accetta il veleno e il suo Kaddish

CORPI ESPOSTI

Buono, cattivo
Nessuna la differenza
Nessuna sofferenza
se di Troia le mura cedono,
se il cieco vate racconta
il falso o il vero, l’inganno
che ugual torto muove
a chi in piedi o no

Oggi, domani
di altri saranno i corpi esposti
e nella tortura della polvere trascinati

SCHERZO

E poi perdersi,
e poi, per un momento
o due anche,
in movimento ritrovarsi
come se non contasse
il Tempo i battiti suoi
e tutte le Scadenze
tra gli ingranaggi
incastrate e rimandate

E poi scoprire
che solo fu lo scherzo
d’un triviale giullare
questa buffa nostra vita
che mendichiamo a vita

VECCHI COMUNISTI

Nessuna la differenza
fra chi con l’inchiostro
fogli su fogli impiastra
e chi invece col rasoio
barbe e baffi taglia
ai vecchi comunisti
alla poltrona arrivati
col sorriso su intatto

Nessuna la differenza,
anche se a onor del vero
potrebbe ben sbagliare
la mano e di netto tagliare
agli impostori la giugulare

DONNA CON LA GONNA

Una donna con la gonna un poco lunga
che mi faccia sballare il giorno e le lune
con un ballo di religiosa peccaminosità
perché possa infine in ginocchio capire
che tra i ritagli di vetro dello specchio
ancor resiste l’immagine d’una femminilità
non sempre svuotata e al “così sia” votata

Una donna che mi prenda, che bene mi prenda
sconvolgendo certe certezze di poeti e impostori
Una donna che a piedi scalzi sulle acque cammini
per benedirmi nel sangue della sua passione
Una donna che dall’anima mia a zero rada la noia
di cercar nell’uguale l’uguale

Una vergine che ami la puttana che bella la fa

E però è il mio un pretendere ottuso e vano,
in troppi punti simile a chimerica Cabala o Babilonia

LA FINE DEL TEMPO

Queste pesanti campane di piombo
che da mane a sera
l’una contro l’altra battono
dell’uomo segnano
il destino la fortuna e la caduta
Non dire che non le senti
La frusta di Satana piega e piaga le schiene,
si tingono di rosso i fiumi e straripano i mari
Spezza gli scogli la bianca schiuma,
alta si leva sino a incontrare
dei cieli la furia

Era da così tanto tempo
che si raccontava la Fine
e adesso che è arrivata
non uno che si tenga in piedi,
tutti in ginocchio
con il coraggio nelle mutande
a pregare per la piccola loro vita
vissuta fra cotidiani razzismi
e immani soprusi

Ha esposto il ciabattino bene in vista
il cartello in bottega: “Il meglio in saldo
molto prima del previsto”
A titolo gratuito
l’azzeccagarbugli di turno dispensa consigli,
mentre i predicatori giù in strada urlano
che non ce la farà nessuno
Lo scrittore alla moda invano cerca
la sua copia della Bibbia
fra mille volumi, per una vita intera
nell’indifferenza martirizzati
E come un diavolo
Hendrix suona la sua Fender Stratocaster,
e quasi ce la fa a coprire del piombo il suono

Non dire,
non dire che non capisci
I giochi sono a un punto morto
E’ solo questione di tempo
e tutto finirà com’è stato predicato
sin dalla notte dei tempi

Allergici all’incenso,
alle candele per sempre
Domani il giorno non sarà di Luce
Son già di neri corvi i cieli
per inumane urla
La chitarra di Jimi brucia,
per l’ultima volta brucia
Nessuno ha un riparo sicuro
dove riparare le chiappe
Esultano i sette mari
mentre si ritirano le terre
Non c’è una sola spiaggia sicura
dove in santa pace poter morire

E’ il tempo dei Tempi,
cadono i templi in frantumi,
al centro si spezzano le clessidre,
perdono le ore gli orologi
e il nostro amore, Amore mio,
finisce così presto, così presto
Quanto vorrei saper piangere
una lacrima, quanto lo vorrei!

E’ il tempo dei Tempi,
predicono la morte le campane
e il nostro amore, Amore mio,
vien seppellito
Niente rimane,
non una briciola,
non una mosca
o una più colorata farfalla
– il cervello se ne va in pappa

Non mi dire
che anche tu vuoi pregare
insieme al gregge,
non mi dire che stai per cadere
in ginocchio! Restami accanto
fino alla fine, fino alla Fine
Oramai non c’è altro
che possiamo fare
Godiamoci la Fine
perché non ci sarà un’alba da vedere
Domani saremo diversi,
domani saremo molto diversi

BOURBON STREET BLUES

Sì, ho scialacquato la mia tenerezza,
sfidando l’argentea millenaria luce
e la bellezza della Luna in cielo alta.

Come uno che solo ha l’impeto delle ore,
ho dimenticato la mia piccola Bambina,
fra l’indice e il pollice, per un plettro d’avorio,
qui a New Orleans, Bourbon Street Blues.

Se gli annegati hanno mute le labbra,
non io che stono questo Mississipi
nota dopo nota, all’infinito…

Oh, la mia piccola Bambina, il suo incanto,
il suo riflesso sullo specchio dell’acqua:
come ho potuto esser così tanto crudele?

Come una pioggia che solo ha il suo dolore,
sono scivolato nei tombini della dimenticanza,
qui a New Orleans, Bourbon Street Blues.

Hanno gli amanti mutevoli anime blu, lo so;
ma come ho potuto esser tanto infantile?
Oh, la mia piccola Bambina, il suo infinito,
il suo amore, fiore di luce fra le labbra!

Menando una pallida vita d’illusioni,
suonando una chitarra che fosse solo mia,
ho scialacquato tutta la mia dolcezza
per raccogliere manciata di foglie d’autunno
e il mistero d’un’eclissi di Luna sotto la pioggia,
qui a New Orleans, Bourbon Street Blues.

MI VENDO ETERNO

Mi vendo, dimmi il prezzo,
qual è
Io mi vendo, vendo baracca
e burattini, vendo i fili d’Arianna
e i dischi rigati d’infinito niente
Mi vendo, mi vendo quel che ho
Mi vendo l’anima, me la danno
Mi vendo, dimmi il prezzo
qual è, se è emozione di diavolo
Dimmelo tu, dimmelo dove
e lì ti incontrerò
con voce di doppiatore
e mano pronta al cazzotto
Mi vendo, mi vendo
a chi mi dirà amore eterno
Mi vendo eterno vero
bello come un colpo di pistola
che ti dice addio
con finto silenzio

BELLA FANCIULLA

E chi sei tu, Bella Fanciulla?
Nel petroso mio camposanto
con nudo piè leggero hai portato
l’estremo odore della tua beltà
e tutto il dolore dell’amore
che a zonzo, senza più la ragione,
se ne va. Tu, chi sei tu?

Due monete d’oro sui miei occhi.
Non ti sentir offesa, ma ti chiedo
se potresti metter ora a nudo
la vista mia che per mille e mille anni
ha dormito: son qui da prima
che gli uomini uccidessero gli dèi,
Bella Fanciulla.

Ti ho aspettata a lungo,
non puoi immaginare.
Ti ho aspettata
a tutto il mondo alieno.

ARIANNA

Non va, non va non meglio
Tutti quelli che abbiamo amato
morti impiccati
con le loro stesse budella
La casa di Gesù dove ci riparavamo
dalla pioggia non c’è oggi più,
non c’è più

Come potevamo immaginare
che sarebbe accaduto tanto presto?
E’ stato un attimo
perché il corpo prendesse il volo
dalla finestra
A testa in giù cerchiamo di capire
perché è successo, perché il cervello era
più rosso che grigio
una volta fuori dal gioiello della testa

Il cappotto rattoppato,
la candela alla fine,
il sale sparso sul pavimento
C’erano tutti i segni
sotto i nostri occhi vampiri per capire
Avevamo altro per la testa
Non si fa più in tempo
a tornare indietro; non va,
non va meglio, dobbiamo però
scopare via i vetri rimasti,
stare attenti alle schegge

Arianna, sei tu, sei ancora tu?
Sei sempre tu che occupi il telefono?
Qui va tutto per il peggio, viviamo
incastrati in un attacco di panico
Tutti quelli che abbiamo amato
morti impiccati
con le loro stesse budella;
ed è così brutto vivere in completa solitudine
Così brutto, questo lo puoi capire…

CANZONE D’AMORE

La mia canzone d’amore
fra le tue gambe
La mia bocca
un’armonica che suona
la vita
nel segreto tuo velluto

Questo letto ha voce
Ha orgasmi più infiniti
del paradiso
Questo amore
che non si consuma,
questo amore
così indecente
è per colpa tua

 

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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