IL POTERE DI UNA DONNA

IL POTERE DI UNA DONNA

Iannozzi Giuseppe

Sharon Stone

Marina camminava lungo il viale alberato, lasciando dietro di sé un profumo leggermente dolciastro che subito l’aria raccoglieva e stemperava. Quel mese di febbraio era davvero atipico, il più caldo da almeno cinquanta anni. Da tempo non stava più con un uomo, anche se non dimenticava mai di uscire di casa per incontrare persone e scambiare quattro chiacchiere. Aveva avuto un ragazzo quando era molto giovane, ma questi era morto presto a causa di un linfoma non-Hodgkin e lei non aveva più cercato di rifarsi una vita affettiva insieme a qualcuno. Quando non doveva lavorare in biblioteca usciva, passeggiava senza una meta precisa, e non di rado attaccava bottone con qualcuno. Sul lavoro si limitava a obbedire: metteva a posto i libri come le veniva ordinato dal capo bibliotecario, e cercava quelli che le venivano richiesti da un sempre minor numero di lettori. Viveva in una villetta a due piani, che i genitori le avevano lasciato insieme a un piccolo gruzzoletto che teneva in banca e che, nel corso degli anni, non era mai stato intaccato. Lo stipendio che percepiva le bastava, non era una donna capricciosa, si accontentava di poco, pasti frugali e vestiti dozzinali comprati al mercato. Provvedeva da sola alla manutenzione ordinaria della casa, e solo di rado si vedeva costretta a chiamare l’idraulico o l’elettricista. Con i vicini scambiava sì e no un saluto: lei non si impicciava di loro e loro la lasciavano tranquilla, e a volte avevano come l’impressione che la donna non esistesse. Nel corso degli anni nessuno del vicinato aveva avuto l’occasione di inventare maldicenze sul conto di Marina. Solo di tanto in tanto qualcuno si chiedeva se Marina fosse reale e non il frutto della loro fantasia!

Un colpo di vento la schiaffeggiò, improvvisamente, facendole volare i capelli sul volto. Marina pensò che il clima era a dir poco bizzarro: quel mese di febbraio pareva esser stato vomitato direttamente dalla bocca di Axiokersos. Marina non credeva nell’immortalità dell’anima, per cui Paradiso e Inferno per lei non esistevano se non come simboli, metafore. Ripensò al suo amore che era morto e il cui ricordo non voleva che saperne di svanire. A un certo punto, con il passare degli anni, si era convinta che l’amore non fosse altro che una forma di egoismo. Attaccò una sorta di monologo, più o meno coerente: “Siamo qui, domani non più. Oggi siamo qui. Tutti cercano qualcuno da amare. E tutti sono egoisti, pensano solo a sé stessi. L’amore è egoismo, è la necessità di un singolo di incatenare a sé un individuo libero e farlo suo schiavo con la scusa dell’amore. Quanta falsità! Chi ama veramente lascia libero l’oggetto dei suoi desideri, non pretende di legarlo alla sua vita. L’amore è una religione, è come una religione ed è pericoloso quanto l’odio. L’amore produce vittime.” Se qualcuno l’avesse sentita, poco ma sicuro che l’avrebbe detta matta, ma sotto gli alberi non c’era anima viva. Che cosa aveva detto a quello sconosciuto con il quale aveva attaccato bottone su una panchina? “L’uomo è apparso sulla Terra circa trentamila anni or sono e, sino a oggi, ha dato vita a così tanti dèi che è pressoché impossibile contarli: questa è la dimostrazione che non esiste un Dio, esiste invece la necessità da parte degli uomini di continuare a illudersi che dopo la morte l’anima sarà accolta in cielo…”. Aveva detto tutto questo e molto altro ancora, e in ultimo gli aveva consigliato di non corteggiare la solitudine. Perché lo aveva fatto? Andrea era stato con lei per pochi mesi: il linfoma non-Hodgkin lo aveva divorato nel giro di poco, e lei non aveva fatto niente per trattenerlo. Marina ricordava ancora il giovane Andrea, ed era l’unica debolezza che, per così dire, si concedeva. Il tempo l’aveva resa dura, cinica anche, ma non era riuscito a estirparle dalla mente l’immagine del ragazzo che aveva baciato le sue labbra. Lo sconosciuto al quale aveva parlato ce l’aveva scritto in faccia che stava per morire e lei lo aveva capito; dopo la morte di Andrea, aveva sviluppato uno strano potere, quello di vedere la morte. Marina non aveva mai detto ad alcuno di questa sua capacità. Andrea era spirato davanti a lei. Era rimasta con lui sino all’ultimo, era stata al suo fianco fino a vedere la morte portarselo via per sempre. Certo, era rimasta al suo capezzale a tenergli compagnia, ma neanche per un secondo aveva impetrato Dio o chi per esso che prendesse lei e non lui. Gli anni erano passati veloci, facendole maturare l’idea che il cielo è vuoto, pieno di stelle destinate a morire o già morte e basta.

Una lama di luce le ferì gli occhi, costringendola ad abbassarli, e fu allora che vide le ballerine ai suoi piedi impillaccherate. Se avesse avuto con sé dei Kleenex le avrebbe pulite, ma in tasca teneva solo pochi spicci e un cellulare, un vecchio Siemens C35 che non aveva mai cambiato e che continuava a resistere senza dar cenni di cedimento. Lo metteva sotto carica un paio di volte nel corso della settimana: Marina non aveva amici che la chiamassero e lei utilizzava il cellulare solo in casi di vera emergenza.
Qualcuno correva verso di lei.
Marina aguzzò lo sguardo e subito aggrottò le sopracciglia, più che mai sicura che presto avrebbe avuto una gran brutta gatta da pelare.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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4 risposte a IL POTERE DI UNA DONNA

  1. Lady Nadia ha detto:

    Chi arriva? Chi sta arrivando? Dunque una tipa tosta e anche una bibliotecaria. Mi piace. Ti leggo in una versione inedita, più zuccherata nonostante il cinico realismo che, sempre, accompagna i tuoi lavori. Ma è troppo corto, uffaaaaa!!!

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    E’ piuttosto facile indovinare chi sta arrivando se ricordi quello che è accaduto nei racconti (capitoli) precedenti. 😉 Una tipa provata dalla vita che da lunga pezza non crede più in un dio e nell’amore. Hai letto bene quello che dice? Dice che l’amore è fondamentalmente una forma di egoismo. Non mi sembra sia io più zuccherato, semmai sono aderente a un realismo che richiede un po’ di sensibilità.
    Inutile infarcire lo scritto con degli orpelli, oggi preferisco usare il principio dell’iceberg pur non essendo io Hemingway.

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  3. romanticavany ha detto:

    Per me ha incontrato la demenza o 1 principio di alzheimer.
    Sorrido, e scherzo,un testo molto interessante hai scritto, hai raccontato della solitudine, e dell’inquietudine di vivere .
    La vita non affettiva, induriscono molto a dir poco. Siamo esseri umani,qualche pillola di dolcezza serviva anche a lei, così ricca di letture e di cultura.
    Comunque “Il cervello di chi soffre di solitudine funziona in modo diverso”dalle persone che hanno la fortuna di amare e di essere amate .Il loro cervello funziona B/N , non a colori come i momenti in cui si vive felicemente.
    Boh, non so se hai capito qualcosa.
    Ciao 🙂

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Non è un testo felice, racconto il male di vivere. Le sofferenze possono mettere a dura prova una persona e cambiarla, renderla più forte o più debole, o cinica. In questo caso Marina è ben avviata verso il nichilismo, non crede in nulla. A volte non si può davvero fare a meno di cambiare per vivere (o sopravvivere). Marina ha scelto la sua strada, e credo non tornerà su i suoi passi. Non so dire se il cervello di chi ha una vita affettiva felice sia in grado “di vedere a colori”. So però che moltissimi artisti, nella sfortuna di trovarsi in condizioni affatto felici, sono riusciti a trasformare la loro sofferenza in arte non imitabile: Van Gogh era profondamente infelice e però i suoi colori chi è oggi in grado di imitarli?

    Ho capito perfettamente quello che volevi dire, Violetta. E mi hai fornito ulteriori spunti di riflessione, per cui ti ringrazio. ❤

    King

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