LA MORTE AMA SCHERZARE

LA MORTE AMA SCHERZARE

Iannozzi Giuseppe

Viale della Morte

Grondante di sudore, Giorgio si nettò la fronte con il dorso della mano. Aveva cercato riparo sotto le fronde degli alberi, ma continuava a sudare profusamente. Bestemmiò un paio di volte, sicuro che nessuno lo avrebbe ripreso, e in effetti pareva non ci fosse anima viva lungo il viale alberato. Per tutta la vita aveva fatto il becchino, adesso aveva settanta anni suonati, e non aveva nessuno al mondo; non si era sposato, né aveva intrattenuto chissà quali relazioni sociali con il mondo dei vivi, per cui sulla sua agendina non c’era il numero di un solo amico da disturbare nel cuore della notte. Giorgio aveva visto migliaia di persone finire dentro una tomba, ricchi e poveri, giovani e vecchi, malati e sfigati, e nessuno gli si era mai presentato davanti in qualità di fantasma. Il caldo che accusava era a dir poco opprimente. Maledì quel febbraio così caldo, e si sbottonò il colletto della camicia che gli serrava la gola peggio di un cappio.
Una donna bionda intorno ai cinquanta, ancora piuttosto avvenente, gli passò accanto, gettandogli addosso un’occhiata distratta, poi proseguì per la sua strada senza voltarsi. Giorgio si voltò per osservarla di schiena, gli sembrò infatti di conoscerla, o meglio di averla conosciuta in un tempo oramai molto lontano.
Non aveva granché voglia di sedersi su una panchina, gli pareva una cosa sconveniente che lo avrebbe messo sullo stesso piano di un vecchio, anche se non poteva negare a se stesso di non essere di certo un bocconcino fresco. Ripensò a quand’era giovane e aveva accettato di fare il becchino. Non aveva alle spalle chissà quali studi, e quando per puro culo gli si era presentata l’opportunità di lavorare, aveva accettato senza pensarci su: si era detto che quello del becchino è un mestiere che non muore mai, e non si era sbagliato. La memoria gli fece rivedere la prima fossa che aveva scavato. Il ricordo era nitido, perfetto. Gli avevano detto di fare in fretta e bene, e lui aveva eseguito l’ordine. Aveva scavato senza fermarsi un momento, nonostante il sole agostano a bruciargli la testa rasata quasi a zero. Una volta che aveva finito di scavare, sudato da fare schifo, era stato informato, non che ce ne fosse veramente bisogno, che nella terra sarebbe finita una ragazza poco più che ventenne, morta in seguito a un disgraziato incidente: in sella a una Vespa, una Fiat Cinquecento le aveva tagliato la strada, e lei era caduta, aveva battuto la testa e aveva chiuso gli occhi per sempre, lasciando sull’asfalto un rivolo di sangue rosso.

Il tempo non era riuscito ad ammorbidirlo, il suo carattere era rimasto quello dei vent’anni. Nel corso degli anni gli avevano detto, in più di una occasione, che era un misantropo, un nichilista e anche un mezzo fascista. Dei giudizi della gente lui se ne era sempre impipato, e adesso non aveva un cane con cui scambiare una parola, ma la cosa pareva non lo disturbasse più di tanto, aveva infatti imparato a parlare con la sua ombra che sempre gli stava appiccicata ai piedi. E se nel cuore della notte poteva capitare che si sentisse un po’ solo, desideroso di un abbraccio, di un po’ di calore umano, sbottava, si alzava e accendeva la tivù, e nel giro di poco gli veniva una bella nausea nei confronti di tutta l’umanità, tornava dunque a letto e sprofondava in un sonno scevro di sogni.
Gli bastò un’occhiata per capire che la situazione era disgraziata: una donna riversa a terra, e una bambina che la scuoteva, che piangeva, che si ostinava a sperare in un miracolo.
Avvicinò la piccola, prendendosela con tutta calma.
Lei continuava a scuotere la madre con le mani, la colpiva con piccoli amorevoli pugni, ma senza alcun risultato.
Con voce roca, Giorgio sputò la sentenza: “È inutile, tua madre è morta.”
La bambina alzò lievemente il capo verso lo sconosciuto che la osservava.
“Non è più con noi”, ribadì con fin troppa sicurezza. E aggiunse: “È inutile che ti disperi, non si alzerà mai più, non giocherà mai più con te.”
La povera anima innocente non capiva, solo scuoteva la testa fra singhiozzi e lacrime. Non voleva credere allo sconosciuto, alle sue parole.
Giorgio trovava la cosa alquanto divertente, non poteva negarlo. Gli sfuggì un sorriso, un sorriso cattivo che la bambina raccolse con disperazione crescente.
Sempre più abbattuta, la povera anima non si dava pace. La bambina avrebbe voluto chiedere allo sconosciuto come faceva a sapere che era davvero morta se non l’aveva nemmeno toccata con un dito; avrebbe voluto chiedergli di aiutare la sua mamma perché lei non poteva perderla per sempre; e avrebbe voluto anche dirgli che era un uomo cattivo, ma le mancò il coraggio.
“Bisognerà chiamare un’ambulanza”, grugnì Giorgio, senza curarsi del dolore della piccola. E finito che ebbe di parlare si accorse che un uomo era rovinato a terra, lasciando sui ciottoli un rivolo di sangue. Per quanto abituato alla morte, vedere quell’uomo morto, che fino a pochi minuti prima doveva aver occupato la panchina alle sue spalle, gli diede da pensare: due morti lungo lo stesso viale! Una coincidenza ben strana.
Un caldo a dir poco sinistro lo ghermì, e fu in quel momento che sbottò contro Dio in maniera davvero sconveniente. Sentendo l’uomo rivolgersi a Dio con parole a dir poco diaboliche, la bimba sbiancò e con un fil di voce, praticamente un pigolio, lasciò che la sua anima parlasse: “Dio non è così!”
“Dio non…”, balbettò lui, lasciando la frase a metà. Grondante di sudore, Giorgio sentì la terra mancargli sotto i piedi. Prese a tossire in maniera piuttosto vivace, come non gli era mai capitato prima. Un vento freddo, improvviso, lo avvolse, e suo malgrado scivolò a terra, in ginocchio. Non era stupido, sapeva che la Nera Signora non lo avrebbe mollato. Si disse che non era giusto, ma fu un pensiero fuggevole quanto inutile. Abbracciò con lo sguardo la bambina, che non capiva che cosa stesse succedendo e un sorriso enigmatico riuscì a fiorire sulle sue labbra: Giorgio vide la donna, vide i suoi occhi scintillare di vita, e allora comprese che non era ancora morta.
La piccola guardò l’uomo con gli occhi vuoti di vita, poi sua madre.
Un rantolo soffocato le giunse all’orecchio.
E vide le dita della madre muoversi debolmente. E allora diede un urlo di felicità contenuta, perché, nonostante la poca conoscenza dei meccanismi che regolano la vita e la morte, intuiva che la madre non era ancora fuori pericolo.
La donna fece per alzarsi in piedi, ma le gambe rimasero immobili.
“Chiama qualcuno, Azzurra”, ordinò alla figlia con voce soffocata. “Fa’ presto, piccola!”, aggiunse.
La donna era ben consapevole che la situazione era grave: ogni minuto che passava l’avvicinava sempre di più alla morte.
Azzurra guardò la madre, poi prese a correre lungo il viale alberato.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
Questa voce è stata pubblicata in arte e cultura, attualità, cultura, Iannozzi Giuseppe, letteratura, narrativa, racconti, società e costume e contrassegnata con , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a LA MORTE AMA SCHERZARE

  1. Lady Nadia ha detto:

    Uno scambio? O forse no. Aspetto il seguito per capire un po’ di più. C’è un seguito, vero?

    Piace a 1 persona

  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Forse la donna non ha avuto un infarto, forse ha avuto qualcosa che gli somigliava, chissà! A ogni modo la situazione non è bella e non lo è per nessuno dei personaggi incontrati sino a ora. Ci sarà certamente un seguito. E si può dire che i destini dei personaggi sono legati da un comune fil rouge.

    "Mi piace"

I commenti sono chiusi.