Il Bastardo – Poco prima dell’ultimo Natale insieme

Poco prima dell’ultimo Natale insieme

Il bastardo

Iannozzi Giuseppe

Ogni riferimento a persone esistenti
o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

bacio Erich Honecker e-Leonid-Brezenev

Le persone cadono come birilli. Non c’è molto altro da sapere.
La prima volta che ti sparano addosso credi d’esser morto. Non importa dove ti prendono, il primo colpo è il battesimo del fuoco.
Ne ho visti tanti morire. Ci sono più morti che vivi nella mia memoria. E nessuno ha granché da raccontare. Quando ti beccano puoi solo sperare d’avere un gran culo, sennò ci rimani. Una arma da fuoco non scherza, anche se chi la tiene in mano è un coglione. Questo ho imparato. E’ un brutto affare togliere la vita a qualcuno. Con un colpo gli togli tutto quel che ha.
Questa storia è un pasticciaccio ed è mia. Morire non mi fa paura, non adesso che ho toccato la soglia dei cinquanta. Non sono pochi cinquanta anni quando stai in mezzo a canaglie e pistole che sbucano fuori dal niente. Scrivere queste memorie è la peggio cosa. Avrei preferito che mi sparassero in pieno petto piuttosto che mettere nero su bianco questa storia di merda. Il dovere, il dovere: per questo scrivo, non per altro. O forse c’è anche dell’altro, ma non sono ancora pronto ad ammetterlo.

Da giovane potevo piacere, non dico di no. Entrato in polizia, nessuno mise mai in dubbio che la mia fede era una e una soltanto, per il Fascio. Negli anni Settanta andava di moda il mito del poliziotto buono e comunista. Mai incontrato un piedipiatti votato a Marx e men che meno uno che non abbia cacciato il suo uccello dove non avrebbe dovuto. I più fortunati si sono beccati lo scolo, gli altri ci hanno rimesso la pellaccia in qualche sparatoria. E’ facile far fuori chi ti sta sulle palle, basta inscenare una rapina o qualcosa del genere. Poi aspetti. E quando hai finito di aspettare e ti trovi davanti il disgraziato che vuoi seccare, bene, premi il grilletto e fine del cinema. Se poi ti dice bene riesci pure a farla franca, portandoti a casa il bottino, la tua diavolo di vendetta bell’e consumata.
Nel giro di poco, fra i colleghi, per tutti fui René, René il bastardo. Dicevano che assomigliavo a quello lì, a Vallanzasca. Le femmine cadevano ai miei piedi, nonostante fossi l’ultimo arrivato. Dicevano che era per via del mio fascino, quello d’un fascista di tutto punto, bello e tenebroso. In realtà non mi è mai interessato granché l’amore per l’amore.
Isabella la trovai nel mio letto. Non le chiesi mai come diavolo fosse riuscita a scovare la mia tana. Fatto sta che me la sono fatta. Si era presa davvero bene di me, pretendeva che la sposassi. L’avevo conosciuta in un bar di quart’ordine, dove, a fine turno, i poliziotti amavano bere un goccetto di troppo o spaccarsi il muso. Isabella mi faceva la posta da tempo, poco ma sicuro. Non era il suo posto quel bar. Non è durata. Dopo averla mollata, l’ho raccolta morta strangolata in una notte di pioggia. Il suo corpo giaceva mezzo nudo in mezzo ai campi novaresi, vicino a un pozzo. Era una che faceva la vita e che si era illusa di poter cambiare la sua condizione mettendosi con uno come me, con un giovane poliziotto. Le aveva detto male. Non aveva messo in conto che la rifiutassi. Ma sto divagando, non è questa la storia che devo raccontare, è un’altra.
Feci qualche mese nel distretto di polizia di Novara, dopodiché fui sbattuto a Torino. E qui cominciarono i casini, quelli veri. Di spettacoli osceni ne ho visti a bizzeffe. Torino sarà pure la piccola Parigi, sarà pure una delle tante città dell’amore sparate in mezza Europa, ma, forse, sarebbero più corretto dire che è un postribolo a cielo aperto.

Le persone cadono come birilli, l’ho già detto. Quando entrai in polizia, ero sicuro che una pallottola mi avrebbe penetrato il cuore, ma non si muore quasi mai nella maniera desiderata. Mai avrei immaginato che sarei stato costretto ad abbandonare la divisa per motivi di salute.
Prima di scoprire che ero bell’e fottuto, prima di lasciare il Corpo di Polizia di Torino, stavo con una che avevo salvato dalla strada. Carla aveva fama d’essere una mangiatrice d’uomini. Gran tocco di femmina, lunghi capelli d’un bel rosso tizianesco, occhi verdi belli come berilli, fondoschiena e gambe da fare invidia a una pallavolista. Non era solo bella da togliere il fiato, poteva difatti vantare una cultura non indifferente che però si sposava a un’intelligenza mediocre; ciononostante, nell’insieme, senz’ombra di dubbio, era ben al di sopra della media, una bambola che sapeva il fatto suo, capace di rivoltare un uomo come un calzino.
Carla Millosevich aveva avuto un padre italiano e una madre russa. Dei suoi genitori non seppi altro, tranne che morirono in circostanze misteriose, in Ucraina, all’inizio della Rivoluzione arancione. Una volta, a muso duro, le chiesi che affari fossero mai andati a sbrigare in Ucraina i suoi; lei non si scompose, disse soltanto che si sarebbero dovuti incontrare con Viktor A. Juščenko, ma che non arrivarono mai a destinazione. Non aggiunse altro e non mi permise di farle altre domande. E a me non interessava conoscere i particolari. Per me era Carla Millosevich, una che era finita in una retata e che io, operando le giuste pressioni, avevo tolto dai guai a patto che diventasse la mia donna. Lei accettò di mettersi con me, senza neanche pensarci su.
A quel tempo non sospettavo d’avere un tumore, pensavo d’essere sano come un pesce. Carla, al pari di tutte le donne, odiava il solo pensiero che una persona potesse perdere la bellezza, la forza, la salute. Carla nutriva la convinzione, neanche poi tanto sbagliata, che forza e bellezza non potevano non convivere.
Fu poco prima dell’ultimo Natale insieme, a seguito di una tosse che non accennava a diminuire, che Carla mi costrinse a farmi visitare. Il responso arrivò secco: carcinoma polmonare. L’oncologo non fece giri di parole per dirmelo: “Ha un tumore diffuso. Il polmone destro è andato.”
Non mi scomposi.
“Che si fa?”, volli sapere, abbozzando un sorriso carico di disgusto.
“Signor Malaparte, sarò sincero, c’è ben poco da fare. Tenteremo una toracotomia per una resezione polmonare, ma…”
“E’ arrivato anche al sinistro”, aggiunsi io.
“Temo di sì. Non sarebbe sufficiente la pneumonectomia.”
Tossii.
“Possiamo operare subito, nel giro di ventiquattro ore, dopodiché si procederà con la chemio per tentare di arrestare la neoplasia al sinistro.”
“Quante possibilità?”
“Non molte. Sotto il dieci per cento”.
Era stato categorico: anche intervenendo chirurgicamente, le possibilità di farcela rimanevano sotto la soglia del dieci per cento. Non ci pensai su due volte, mi sarei tenuto il tumore. La mia decisione non dovette piacere granché al dottore, che si fece più bianco d’un cencio. Gli pagai comunque la parcella, sicuro che avrei campato più a lungo se non fossi finito sotto i ferri.
Non dissi nulla a Carla, non avevo voglia di passare il Natale da solo, senza una donna nel letto.
Un brav’uomo quel dottore. Non si era fatto problemi a spararmi in faccia la sentenza che la Nera Signora mi stava montando, era però sbiancato quando gli dissi chiaro e tondo che non intendevo farmi massacrare sotto i ferri, per poi affrontare la chemio, con l’unica sicurezza che, al massimo, avrei guadagnato pochi mesi di vita del cazzo.
Fu un Natale coi fiocchi, non migliore non peggiore di altri. Accompagnai Carla a far compere lungo Via Po. Non si risparmiò, comprò ogni cosa inutile esposta nelle vetrine. Si comportava come una bambina viziata e forse, a suo modo, lo era. Non reclamai. Cacciai fuori i soldi dal portafogli senza neanche interrogarmi perché fossi così ben disposto ad accontentare la sua smania consumistica. Avrei dovuto tirarle un bel ceffone, invece quel 24 dicembre mi limitai a tener vivo il silenzio, mentre lei spolpava il mio gruzzolo. Cercai di tossire il meno possibile, inghiottendo il dolore e altro ancora. Carla non doveva capire che ero spacciato. Faceva freddo e forse avrebbe nevicato. Il cielo era di nuvole nere sopra la Mole Antonelliana alle nostre spalle.
In ultimo, Carla acquistò una bambola, un pezzo d’antiquariato. Le somigliava e per questo se ne innamorò.
Glielo dissi il mattino del 26. Tossii apposta, perché vedesse il sangue.
Un leggero rivolo di sangue si dipartì dall’angolo sinistro della mia bocca, per scendere lungo il mento e più giù, fino a toccare il pomo d’Adamo.
Carla era più bella che mai nuda e impaurita, era d’una bellezza che solo alcune dee raggiungono. Faceva paura. Perdere una donna così avrebbe significato perdere tutto. Faceva quasi pena leggerle in faccia che un giorno sarebbe potuto capitare a lei di perdere la salute e di conseguenza la forza e la bellezza.
“Puoi andartene”, le dissi, asciugandomi le labbra macchiate di sangue.
Lei se ne stava riparata al di là del letto. Mi fissava con i suoi occhi verdi, che non rivelavano il benché minimo accenno di pietà per me.
“Puoi andartene”, ripetei secco.
Lei continuò a fissarmi. Era schifata? Probabilmente sì.
“Non è un virus, non è tubercolosi. E’ un bel niente. E’ il tumore ed è solo mio. Mi spiace, non posso condividerlo con te”, le spiegai con voce robotica.
“Sei un poliziotto…”, balbettò.
Mio malgrado le regalai un sorriso paterno: “Non per molto.”
Lei capì e subito trasse un sospiro di sollievo.
Non mi aveva mai amato né rispettato. Mi aveva temuto però, perché ero un poliziotto, fascista per giunta.
“Fa’ una doccia, poi vestiti e vattene”, le ordinai.
Non fiatò.
Mi vestii. Aggiustai il ferro nella fondina ed uscii di casa, con la stessa naturalezza di Pilato dopo aver condannato il Re dei Giudei.

Lasciai la polizia. Mi rimaneva poco da campare, ma non intendevo sprecarlo. In quattro e quattr’otto m’improvvisai investigatore privato. Purtroppo già da tempo tutti sapevano che René aveva i giorni contati. Non contavo di farmi degli amici o di tirare a campare più del dovuto. I potenziali clienti non ne volevano che sapere d’aver a che fare con un investigatore con due piedi nella fossa che non si decideva a tirar le cuoia. Per giunta, con gran celerità la polizia aveva fatto bene il suo sporco lavoro, facendo circolare la notizia che René stava per cadere fra le braccia dell’angelo della morte.

Carla Millosevich è morta. E’ stata la città a farla fuori! E la polizia adesso mi sta alle calcagna, sono certi che il colpevole sia io.
Caccio nel lettore cd una compilation di Johnny Hallyday, di quel diavolaccio amico di Nicolas Sarkozy. La Renault Laguna tossisce dal motore peggio di me. Anche lei se la passa male, ma non ho né il tempo né i soldi per una revisione. Ho altro a cui pensare: risolvere il caso Carla Millosevich prima che Azrael mi raccolga fra le sue braccia.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Il Bastardo – Poco prima dell’ultimo Natale insieme

  1. Lady Nadia ha detto:

    Eh, no! Adesso voglio sapere come va a fonire. È molto ben costruito, mi piace, nonostante l’ambientazione squallida che sempre, mi pare di capire, caratterizza i tuoi lavori. I tuoi occhi sono speciali, tu sei fatto per raccontare il disagio nelle mille sue sfumature. Bene, spero di leggere presto il seguito, non ci puoi lasciare così. Ottimo lavoro! Ciao.

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Non metterò altri capitoli online, perché vorrei che questo romanzo non fosse a solo beneficio di quanti mi leggono in rete.

    Iniziai questo lavoro due anni or sono, dopodiché lo accantonai. La prima stesura era dura, la seconda è ancor più dura e nera. Ho tolto tutti quei pochi elementi di romanticismo che c’erano e che cozzavano con la storia. Questo romanzo racconta la storia di un uomo particolare, non cattivo ma nemmeno buono. Racconto gli ultimi giorni di un uomo che impegnerà tutto se stesso per scoprire chi ha ucciso Carla e perché. René non si nasconde dietro un dito, non fugge da sé stesso: sa di avere i giorni contati, e farà di tutto per scoprire una verità che potrebbe rivelarsi ben più crudele della morte. Posso solo dire che René arriverà nel cuore della Russia di Putin. Pur non essendo io all’altezza di Michel Houellebecq, mi sono prefisso di scrivere qualcosa che non sia una provocazione fine a se stessa. Potrebbe essere il mio lavoro migliore.
    Nadia, grazie di avermi letto.

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