Nella trappola del tuo silenzio

Nella trappola del tuo silenzio

ANTOLOGIA VOL. 125

Iannozzi Giuseppe

Maria Maddalena

IL BLUES NON PASSERÀ MAI

Che ne dici di uscire con me?
E’ da tanto tempo
che aspetto questo momento
Il blues non passerà mai
se non sfiorerai almeno una volta
con la tua bellezza i miei cinque assi

Amore bello, lo sappiamo bene entrambi
che sono un baro e un nullafacente,
ma se mi dirai di sì ti accompagnerò
a vedere l’ombra di quel famoso tipaccio
che al diavolo vendette l’anima sua in croce
per suonare come nessun altro al mondo

Amore bello, non dirmi che non ce n’è
Ho cinque assi, puoi contarli se non mi credi
Ho cinque semi che aspettano d’esser giocati
Non lasciare che giochi al tavolo con il morto

Amore bello, non dirmi che non ce n’è
Ho il blues nelle dita, ho il blues nella dita

IL MATTINO SI SVEGLIA CON TE

Ho rubato, ho rubato, ho rubato
e per questo finirò in gattabuia,
così non potrò più morire nella luce
dei tuoi occhi che svegliano il mattino

Ho rubato per amore
Ma quelli che mi hanno preso
non hanno voluto sentir ragioni
Hanno detto che è peccato
rubare nel Giardino del Signore
Per questo mi hanno condannato

Ogni mattina guardo dal buco della serratura
Chiedo ai miei aguzzini di gettarmi la chiave,
gli dico chiaro e tondo che non ho colpa
Mi risponde sempre l’eco mia stonata,
e più il tempo passa e più mi convinco
che il giorno che uscirò di qui ucciderò

La lama di Luna che la faccia mi taglia
non ha pietà, perché dovrei averne io?
Ho rubato, è vero, ma non ho colpa
E’ stato per amore che l’ho rapito
dal Giardino del Signore il fiore più bello
La solitudine lo stava uccidendo
Nell’Eternità lentamente lo stava uccidendo

Il giorno che uscirò di qui non sarò buono
come per tutta la vita, bene o male, sono stato
Ruberò ancora dal Giardino del Signore
A testa alta, con il volto bene in vista,
con una lama di Luna lo minaccerò
che deve darmi indietro il mio amore

Questo farò, e sarà bello morire nella luce
dei tuoi occhi che svegliano il mattino

L’AMORE CHE CREDEVI PERSO

L’amore che credevi perso
Il dolore che sapevi andato
Il volto che hai amato
Il volto che hai assassinato
Tutto torna,
come una superstizione tutto torna

L’odio che credevi eliminato
Il volto di Dio che hai amato
e la sua mano
che sul più bello ti ha tradito
Tutto torna ma non torna mai,
quando la notte s’alza oltre le onde del mare
Tutto torna ma non torna mai,
quando la notte s’alza oltre le onde del mare

Formulano le Erinni una maledizione,
io solo uno scongiuro in un passo di danza
come un indiano, come un indiano

Diana ha amato un principe,
io una principessa
collassando in solitudine
come una candela senza fiamma al vento,
come una superstizione che non credevo

Il cappello se lo porta via il vento
La risposta la sa il vento
L’eco la sa il Genio di Zappa
Tutto torna, tutto torna
quando passi sotto i pioli d’una scala
Tutto torna, tutto torna
quando cade l’ultimo sogno
del Quinto Stato
Tutto torna, tutto torna
quando le Anime Morte bruciano
nelle lacrime di Tolstoj

Perché questa superstizione
di crederci immortali?
Perché Re Lucertola
gli occhi sgrana al suo spettro?

E’ solo che troppo hai amato
e proprio non ti è riuscito
di dire “Basta!” al momento giusto
Così, ora siamo qui
a tendere la mano
in cerca d’un’altra Zingara
Così, ora siamo qui
a piangere un’elemosina
che sia finalmente per noi

Tutto torna e non torna mai
Ma è ancora l’amore che credevi perso
E’ ancora il dolore che sapevi andato

E il volto di Dio non smette mai
d’assistere all’umana disgrazia

E il volto mio si specchia nel tuo,
questa la verità
E il volto tuo mi sorride speranza
E torno qui, torno qui a vivere un po’

UN ANGELO NON MI HA SALVATO

Un angelo non mi ha salvato,
non ha salvato la mia vita
portandosi a me in forma di donna
o di altra divina creatura;
non si è a me presentato
con ali d’oro e spada di luce,
né ha mai manifestato
alcun interesse per la mia sorte
Nessun angelo è mai sorto
dal Nulla per indicarmi
quella pienezza che dicono ci sia
nella vita

Nessuno ha carezzato mai
la mia testa con una piuma
o con uno schiaffo, pesando
la mia morale sulla sua bilancia;
e per quel che vale
non ho barato menando
del diavolo la coda; a chi poi
mi ha detto poeta ho detto la verità,
“lavoro l’ottavo giorno della settimana
e non ho portato a termine niente mai”

Non ho sofferto per storie finite male,
per amori durati un’eternità o un giorno,
o forse tutto ho dimenticato

Un angelo non ha salvato la mia vita,
ancora calco la terra
sfidando ogni dì il limite di velocità

IL VOSTRO SILENZIO

Verrà il giorno
che da me nudi e scalzi
vi presenterete
reclamando a gran voce
che sia io a parlare
Ma quel giorno
avrò io labbra serrate,
ed allora ricorderete
che ieri dono voi mi faceste
d’un silenzio sepolcrale

INNOCENZA

innocenza fu
perduta, poi
soltanto
disegnato
ghigno di re
e regine

NEBBIE

Forse,  ciò di cui più nutriamo tema è l’ombra nostra, la stessa che ci accompagnerà per tutta la vita, seguendo – di nascosto – i nostri passi e ad essi rimanendo incollata. L’ombra che diventa flagello di ascosi diavoli tra giochi di nebbie, di foschie a muoversi in spire prima basse poi alte, quasi a voler coprire il cielo tutto per farne pesante sudario. E l’occhio nostro, irrequieto, indarno cerca di penetrare al di là, per trovare una ferita nel brumoso cielo, per amare un’ultima volta uno squarcio di soffocata luce, se destino è quello di rimanere coi piedi ben incollati all’ombra che ci è compagna, però traditrice, uguale alla paura che si fa affanno dentro alla strozza, per poi condensarsi al primo freddo contatto con l’aria. Così fragili siamo, impalpabili quasi.

TUTTO L’AMORE

Credevi forse che sarei caduto nella trappola del tuo silenzio
Ma rimane ancora il graffio della puntina sul nostro disco
Tutto l’amore che c’è e questa libertà

Uno zingaro il cuore, i sogni sangue e vino
Tutto l’amore, e questa canzone

ED INVECE

Pensavi forse che avrei pianto tenerezza
Ed invece solo asciugo una goccia di sudore

Pensavo un lungo volo giù dalla scogliera
Ed invece solo la sedia cade sotto il peso
[della mia assenza

CUORE

Il senno l’ho perso sulla Luna
Ma il cuore nel cuore che è tuo

POETA!

Che fa il poeta?

Abusa se stesso e la pena
per abissi di parole all’or di cena,
la fame e non la fama.

MAGREZZA

Disperazione m’ha colto
quando parea sereno il cielo

Ingrata la vita
in destino avuta
quando mio sol desio
un’esistenza d’amore
– una coccola
senza il taglio cesareo
del dolore,
di tutta quell’assenza
che viene dopo
e che mai si dimentica

Una stupida carezza,
una sola sarebbe bastata
a togliermi via
dal peso del negro sudario
che mi cade adesso addosso

Bagnato rimango
col cuore spezzato
a contare quante lacrime
dal cielo ancora su di me,
sul corpo mio fradicio
che le ossa ha esposte
in perenne magrezza

GIGLIO DI NEVE

Giglio, Giglio di Neve,
com’è lassù,
lassù in Paradiso?
Le canzoni alla radio
le ascoltavamo ieri insieme
Ricordo quando a casa mia venivi felice
per declamare una libertà di Yeats
Dovevo immaginarlo
che gli angeli camminano da soli,
che i santi non sanno la poesia;
e anche tu avresti dovuto immaginarlo
prima di spiccare il grande salto
dal settimo piano laggiù in periferia

Giglio, Giglio di Neve,
siamo adesso così soli e distanti,
e non sappiamo ancora chi siamo,
se mai siamo stati chiamati
a dar voce a una poesia migliore

IL TEMPO MIO

Troppe brutte letture
hanno accompagnato
il tempo mio
scavando solchi,
infettando vecchie cicatrici
M’è di conforto
di non esser poeta
o altro animale
non meno superbo;
resisto, oggi resisto
al brunire degli anni
che mi son davanti,
osservando
la posizione del Loto
di Colui che mai ha osato
scrivere una parola una

DEUS IRAE

dedicata a F.
(1991 – Fu un anno di scioperi: ci hanno sciupati)

Ti perdevi nel ticchettio
d’un orologio,
Reggevi il cappio
al mio collo
per baciarmi
in un soffocamento
con il buonumore
d’una bocca di fragole.
Poi allentavi la presa
e mi davi il sorriso
d’un’inquisizione:
i tuoi occhi
trepidavano
nelle fiamme
d’una passione
di capelli rossi
rovesciati nella seta
d’una tormenta
sul mio volto
sbiancato,
soffocato.

Eri Dio,
che puniva.

MI PRENDEVA IL BATTICUORE

dedicata a S.
(1988 – Una volta mi dicesti che ero figo ma imbranato. Peccato!)

Mi prendeva
il batticuore
perché
eri
un gran tocco
di femmina.

Volavi via,
farfalla carnosa,
spargendo
il tuo profumo di figa
nei corridoi,
fra i libri
morti e sepolti
in biblioteca.

Gli occhi blu
ti facevano
bellezza triste.
Ma il sorriso
rimaneva
la tua vittoria.

Accendevi
una sigaretta,
e ce la passavi:
a te rimaneva
l’ultima nota.

Così impossibile,
eri
un gran tocco
di femmina.

Ti cercavo
in biblioteca,
nel cesso,
nei corridoi:
seguivo
la pista
che lasciavi,
il sesso
dell’ultima nota.

Non te l’ho detto
mai
che
impazzivo
per la tua bocca,
per la tua carne,
per i tuoi occhi.

No,
non te l’ho detto
mai
che
eri
femmina,
puttana di Babilonia,
farfalla carnosa,
fuggita
dal mondo,
rifugiata
nel mondo,
per dannarmi
gli occhi
imbranati.

Eri
un gran pezzo!

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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