Cara Amica, oggi ho capito che… Poesie e prose per Cinzia Paltenghi

Cara Amica, oggi ho capito che…

Poesie e prose per Cinzia Paltenghi

Iannozzi Giuseppe

Mamma Lupa

VENISTI PER LEVARMI DALLE SPALLE LA CROCE

Venisti con l’inverno bianco
Le nostre belle età da tempo
le aveva spazzate via il vento
Venisti per raccomandarmi
di mantener la calma,
perché avevo già camminato
e secondo te l’avrei fatto ancora
e meglio

Venisti all’alba per levarmi dalle spalle la croce
Tra fulmini e lapilli di oppio mantenesti la promessa
Il terzo giorno andammo a trovare il Duce
per metterlo a tacere con un pugno di ossessi

Ti ho allora confessato
di non esser mai stato
un poeta; tu però continuasti
ad asciugarmi la fronte
come a un bambino malato

Ti ho anche confessato
che a matti e no il Giudice chiese
di scegliere fra me e Charles Manson;
tu continuasti a carezzarmi
la fronte con la tua mano di velluto,
e io mi sentii quasi in paradiso

Venisti al tramonto per veder cadere
le lucciole e la loro prole, e per veder sorgere
dalle tombe dei terroristi milioni di fuochi fatui

Ti ho allora confessato
che un giorno m’innamorai
di una poco di buono;
tu mi dicesti di non pensarci più,
e asciugasti con la tua mano
le copiose mie lacrime salate

Venisti davvero tante volte a trovarmi,
e ogni volta mi recasti il tuo balsamo
E ogni volta ebbi la tua mano su di me

E venisti che era già Minerva alle porte
e l’Egitto piagato da un dittatore d’acciaio
A piedi scalzi sulle acque camminai,
levando però alto un assordante silenzio
E finalmente capisti che Poeta non lo fui mai

CODA DI VOLPE

Coda di Volpe, sono soltanto un piccolo lupo
Sono forte sì, ma ho bisogno di latte e di carezze
Coda di Volpe, portami con te, lasciati seguire
Non darò fastidio, non ti accorgerai di me
Sono forte sì, ma ho bisogno di compagnia

Coda di Volpe, che fai? Mi prendi per il collo
Mi lecchi, perché mai? Però che begli occhi hai
Coda di Volpe, mi stai forse facendo capire
che insieme possiamo restare, lo stesso cammino
l’una accanto all’altro dall’alba al tramonto

Coda di Volpe, sono soltanto un cucciolo di pelo
Ho messo i denti da poco, e non mordo ancora
Ho bisogno di latte e d’amore materno prima di tutto
Ho bisogno di fiutare le orme di chi mi posso fidare
So davvero poco del mondo, di questo strano bosco
Coda di Volpe, mi porti con te, mi porti con te?
Non ti darò fastidio, ma tu già mi lecchi tutto

Coda di Volpe, sono solamente un piccolo lupo
Sono nato in questo intrico di fogliame oscuro
Mi sono guardato intorno, ho fiutato l’aria
e c’era solo l’odore della morte, di mia madre
Coda di Volpe, sono così tanto solo, così tanto
Ho fiutato l’aria in cerca d’un po’ d’amore
Coda di Volpe, ho incontrato te e di te mi fido

Di te mi fido, Coda di Volpe, ti ho vista
Di te mi fido, Coda di Volpe, di te mi fido

NE SEI CERTA?

Fuggire e sopravvivere
Nei sei certa?
Non lo credo
Fuggi una volta e fuggi sempre,
per sempre
Credi davvero abbia senso
guardare di qua e poi di là
con occhi che riflettono pensieri
lasciati cadere nel panico?

Eppur un tempo m’amavi
d’un amore vero che non taceva
Ora invece accendi la sigaretta
e spegni l’anima nel portacenere
come un ospite sgradito,
come un maiale ingrassato
che ha tutto mangiato,
le gioie le croci la coscienza

Crollano certezze su certezze,
ma prima del tuo piccolo mondo
senza speranza son franati imperi su imperi,
e mille porte e imprendibili baluardi
Ma colombe bianche tengono alto il volo
e distendono le ali
per quei mille uomini al muro
fucilati per un sorriso appena di libertà
che non s’è piegato mai
nemmeno alla morte,
nemmeno alla morte

CARA AMICA, OGGI HO CAPITO CHE…

cara amica
oggi è un continuo andare avanti
ma non si sa mai dove si arriverà
oggi è il solito tirare avanti
e mai nessuno che si fermi ad ascoltare
noi e il nodo che stringiamo in gola

cara amica
questa notte ho sentito mille ululati
erano richiami d’amore e di dolore
sparati nel colore nero della notte
poi è stato un inferno di luci e la polizia
e tu che non sapevi se ridere o piangere

cara amica
ti ho sentita cantare nel tuo silenzio assordante
ti ho sentita sfiorare la mia poesia e ho sentito la tua
che bagnava di sudore visioni d’una vittoria
mentre tenevi stretto a te un morbido cuscino
di piume d’anima, di piume d’illusione

cara amica
ti ho sentita cadere in un sogno profondo
e ti ho sognata mordere forte ancora la vita
e poi ti ho vista cadere in ginocchio
e ti ho guardata dentro agli occhi
per tentare di capire perché, perché
improvvisa debolezza t’aveva ghermita

cara amica
ti ho sognata che invocavi l’ago d’una bussola
e poi ti ho vista stringere i pugni fino a farli bianchi
ma subito ti sei alzata in piedi con le tue sole forze
sfiorando appena la mia mano, scodinzolando resistenza
ed allora ho capito quanto generoso il tuo cuore
ed allora ho imparato che non volevi far pesare
il tuo peso sul mio, e così ti ho sorriso con semplicità

stamattina, cara amica
ho capito che la vita è un continuo tirare avanti
con la generosità della resistenza, restando in piedi
anche se tutti passano solo avanti e si portano via

stamattina, cara amica
ho preso a scodinzolare, ho preso ad abbaiare
ho preso a mordere, ho cominciato a vivere

TESTAMENTO D’UN RE

A te che mi fosti amica,
nella buona e nella cattiva sorte,
medicando le ferite mie
ora con carezze ora con schiaffi,
racconterò per filo e per segno
le ultime mie volontà
affinché possa tu dare, se lo vorrai,
degna sepoltura al Re che fui.

Mia buona Strega – ma è un eufemismo -,
come ben sai non ho risparmiato mai
il filo della spada per aver la testa
di amici e nemici; in battaglia mai
ho mosso indietro il passo mio,
sempre alle mie spalle il sangue altrui
s’è fatto fiume, sempre le montagne
son franate e i figli di Maometto,
che il Nostro Signore avevan offeso,
carne per uccellacci son diventati,
all’aria esposti senza né gloria
né preghiera alcuna.

Madre mia, Strega dalle mille sembianze,
la fortuna mia è volata e non so dir perché;
avrò forse urtato il favore di qualche santo,
o chissà, solamente so che il Graal
non dispensa più eternità; le labbra
che oggi lo toccano in un baleno s’enfiano,
e lo sventurato muore con gli occhi vuoti
rivolti a un cielo gravido di brume e nubi.

Nemmeno una mezza giornata di cammino
dal tuo uscio i can malfussi attendono
che gli sia di fronte; avran forse le spoglie
ma non l’alma mia, per quant’è vero Iddio.

Strega, vecchia amica mia, seppellisci
il corpo mio o il poco che ne resterà
nel profondo di quel maledetto cimitero
che abita proprio dietro l’uscio di casa tua.
Domani così risorgerò, terribile risorgerò;
traditori e infedeli tutti in ginocchio cadranno
col fiato morto in petto, questo io ti giuro.

QUELL’ALBA NUOVA

Sotto un cielo di stelle pieno
il mio fiato annega nel lucore:
è strano, mi sento soffocare
è strano, pare un vivere per morire

Dov’è quell’Alba Nuova
che aspetto da un’Eternità?
quella che aggiusterà l’Infinito
dentro all’Anima mia?

Guarderò il cielo in profondità,
e aspetterò un altro tramonto
per vedere, dopo la notte,
un’altra alba, sperando sia
quella giusta per me

Al di là di tutto questo aspettare,
troverò un motivo per svegliare
ancora una volta il mio cuore;
troverò un battere sano in petto
che non mi faccia rimpiangere
i tanti singulti scaraventati
nell’imo di tutte queste stelle

Al di là dei tramonti, delle albe,
delle notti sempre uguali,
un giorno non mi parrà più strano
né vivere né morire
Quel giorno sarò una Donna Nuova

SCORPIONI E STREGHE

Con Cinzia c’è un rapporto puramente materno, forse un po’ ingovernabile, soprattutto se si considerano le nostre posizioni politiche, sicuramente molto più che antitetiche. Ad esempio ieri l’ho portata (di peso) a mangiare in un ristorante alternativo: gran portate di cavallette, vermi soffritti e, com’è ovvio immaginare, ogni altro ben d’un Dio strisciante. Persino gli scorpioni arrosto, che sono una prelibatezza per pochi palati eletti.

E lei, schizzinosa, che ha fatto? Ha sparato una bestemmia che non posso qui riferire, dopodiché mi ha mollato un pugno proprio in mezzo al naso facendomelo così sanguinare, e si è poi alzata di scatto dalla tavola per portar via le chiappe. E l’avrebbe fatto, era una vipera, livida di rabbia, capace di avvelenare chiunque con un morso, poco ma sicuro: i suoi occhi erano proprio quelli d’una strega mortifera. Comunque sia, vuoi il tacco 12, vuoi l’età avanzata, è inciampata in una piega del tappeto siriano, andando a sbattere il mostaccio per terra. Durante la caduta ha cercato indarno di portarsi avanti con le mani per pararsi almeno un poco il volto, ma solo le è riuscito d’aggrapparsi, come una scimmia, a un lembo di tovaglia trascinando con sé tutte le portate, che erano disposte sul tavolo. E’ quindi precipitata a terra in maniera rovinosa – meglio sarebbe stato per lei se nulla avesse tentato! -, sommersa da vermi soffritti, cavallette e grassi scorpioni conditi con un filo appena di olio balsamico al peperoncino rosso. In un men che non si dica si è ritrovata con la bocca piena di vermi e scorpioni; non ha potuto far altro che ingoiare il boccone, perché non farlo avrebbe significato soffocare e morire d’una morte ridicola ma non per questo meno dolorosa e tragica.
Ecco com’è che è andata iersera.
Quando poi si è rialzata, aveva la faccia in fiamme e le pupille ridotte a due fessure viperine. Mi avrebbe sbranato sul momento, se solo gli scorpioni suo malgrado ingollati e ora nel suo stomaco non le avessero causato un feroce bruciore. Per calmarlo ha preso la prima brocca che le è stata offerta da un fin troppo zelante cameriere indiano – con tutta probabilità un eunuco. La povera Cinzia, cioè la Strega, non immaginava che quella che gli veniva offerta non era acqua, ragion per cui ha preso a bere a garganella. Si è scolata la bellezza di 75 centilitri di liquore indiano a base di erbe molto molto particolari: la bevanda, usata spesso dai santoni indiani per andare incontro alle loro visioni, ha subito fatto effetto sulla Strega… Dopo neanche un minuto si è inginocchiata ed ha cominciato a parlare in una lingua aliena che mai avevo sentito, sconvolgendo con le mani l’aria d’attorno, manco volesse schiaffeggiarla. E’ andata avanti così per un’ora buona, dopodiché è caduta in un profondo deliquio. Come di morte.
Sono stato costretto a chiamare un taxi e a riaccompagnarla a casa. L’ho adagiata sul divano, mentre la sua cagnetta Furby subito le è saltata in grembo preoccupata. Resasi conto che la sua padrona era cotta e strafatta, ha preso a uggiolare esprimendo una disperazione che oserei definire quasi umana. Una pena che non voglio qui riportare! La povera cagnetta ha cominciato a leccarle il viso, e la Strega, per un momento, si è ripresa ma solo per urlare: “Aleppe, Aleppe, Pappe Ciappi Satan, Vodoo Tau Clam… Lungh!”. Ed è subito ripiombata nel suo sonno, ma non prima d’aver addentato la coda di Furby.

 

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Cara Amica, oggi ho capito che… Poesie e prose per Cinzia Paltenghi

  1. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Ciao, Cinzia. ❤ Qui tutto come al solito.

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