Ascolti il mio silenzio fra le righe

Ascolti il mio silenzio fra le righe

ANTOLOGIA VOL. 118

Iannozzi Giuseppe

Rear Window

PIANO DI JAZZ

pagina dopo pagina
ti leggo un brano
tu ascolti in silenzio
il mio silenzio fra le righe
allunghi una mano
per una carezza soltanto
rimango deluso un po’
non te lo faccio capire
riprendo a leggere
la voce tu la senti che
brano dopo brano trema
i tuoi occhi su me mi sbranano
– come su un piano di jazz
così noi

mi cade il libro
tu dici con gli occhi
non lo raccolgo
prendo la tua mano nella mia
tu abbassi gli occhi sul libro aperto
che sul freddo pavimento riposa
un filo di vento entra
sconvolge le pagine e le apre tutte
tu liberi un sospiro in aria
continuo io a tenerti la mano
mi uccidi: “che uomo sei?”
mi ascolti
ascolti in silenzio il mio silenzio
uguale a enigmatico bacio

– come su un piano di jazz
siamo diavoli tra tasti neri neri
e bianchi bianchi; e la pioggia
che picchietta forte sul tetto –

cadiamo cadiamo cadiamo
nelle pagine

LE LETTERE CHE TI SCRIVEVO

Che ne hai fatto
delle lettere che ti scrivevo?
Coriandoli per un pulcinella,
danè per gli usurai

Che ne hai fatto
del mio amore tenero e ingenuo?
Un lago di sangue,
un cigno strozzato dal suo canto

Che hai fatto,
che hai fatto alla bianca verginità
ch’era disposta sul tuo dolce seno?
Un nudo che ogni diavolo vede
e morde

Povero però rimango soltanto io,
io che ti adoravo più d’ogni dio

GIORNO DI NOVEMBRE

Quel giorno di novembre
il vento soffiava forte
sulle foglie brune:
piangevano
addosso a noi
avvolgendoci
nel malato loro abbraccio,
quasi presentissero
che da un momento all’altro
dalle tue labbra
sarebbe dilagata la condanna,
che m’avrebbe visto
per sempre lontano
dal tuo sguardo di luna

Resistevo,
nel tuo sguardo resistevo
malato e brutto
come l’autunno
che ogni foglia porta a marcire
fra la pioggia,
lavando nei cimiteri
epitaffi scritti a mano
da bizzarri poeti
sol ricchi delle loro parole
Con l’indice
subito mettesti a tacere
il crisantemo appena fiorito
dell’inutile mio balbettare;
e già sentivo io nascere
singulti su singulti dentro
al commosso mio petto,
e già sentivo montar forte
il tuo disprezzo per me

Negli anni che seguirono,
imparai a esser tomba,
a soffocare sul nascere
ogni emozione

VECCHIA IGNORANZA

Con l’affanno in gola,
la febbre nel cervello
e sulle dita,
dopo tanti libri letti
negli anni consumati,
nulla rimane
se non l’ignoranza
gialla
uguale alle pagine
in gioventù spogliate
e desiderate 

più della vita,
ma in vecchiaia oramai
dimenticate
per un passo in più
appoggiato
a un fragile bastone

INNOCENTE

Non disperato
Accusato
d’esser un poeta

Ne uscirò innocente
nonostante lo spavento
che a ogni verso
mi prende

CIARLATANI

Dici tu “ciao”,
rispondo io “addio”:
son le strade di tutti,
un venditore di panacee
a ogni angolo si sgola
perdendo la parrucca,
gli occhi viperini sgranando
di fronte a un pubblico cieco

Quando l’amor mio confessai
in un profondo fosso sprofondai
Già allora gli uomini delle caverne
si davano un gran da fare,
ignorando i tanti scarafaggi
a prender l’ostia in parrocchia

Dove sono adesso io capitato
non c’è uno che non sia poeta
In quattro taglio il capello,
non serve però a far deragliare
i cavalli di ferro:
brigatisti e fondamentalisti
han già pronta la loro biografia

Quando l’amor mio confessai
al coro delle voci bianche,
gridasti ch’ero io un Pasquino

Dici tu “ciao”,
rispondo io “addio”

A SIPARIO CALATO

Più passa il tempo
e più m’accorgo
che quel che ieri
ce l’aveva un valore
oggi no; destino è
che si stia
come oggi si sta,
senza preghiere
o chiese in viola.

Cantato l’ha ‘l poeta:
“Essere o non essere,
questo il dilemma!”:
Ma vero è anche
che si può essere
tanto per essere,
e non essere
se non come ombra
dietro al sipario nascosta;
in permanente limbo
l’alma abbandonata,
uguale a fazzoletto
in terra caduto,
da milioni di comparse
per un momento scorto.

ESMERALDA

Quel che fan le nuvole,
quel che fan in cielo lassù,
Esmeralda, tu lo fai meglio
con la tua bocca a cuore
che mi sussurra “amore! questo bacio,
questo bacio è per te”

Come donna venuta
dal profondo oriente di luce accecante
il buio sgretoli in polvere di stelle,
mi restituisci all’idea che c’è dell’altro
al di là di certe danze di dervisci e deserti

Alle tue caviglie ciondoli di luce
tintinnano, danzano insieme a te
per lo spirito tuo zingaro, d’oro;
e bruciano, i passi tuoi il tempo battono,
ritmo danno al petto mio

Nudi i piedi dei tacchi alti…
accenno mi dai perché muto rimanga;
l’indice sulle mie labbra spingi,
la nudità dei passi tuoi mostri
e i tuoi giochi di sesso mi lasci a sognare
E in silenzio il mio cuore resti ad ascoltare

E bruciano, il tempo i passi tuoi battono
Dannano il petto mio, che non sa preghiera
se non quella dei candidi tuoi fianchi,
di nudità ancor tutta da scoprire

Qualsiasi cosa fan le nuvole lassù
è certo, mille volte meglio lo fai tu
Per le mille e una storia, ora ci sei tu,
per le mille e una notte, ora ci sei tu

Qualsiasi cosa,
qualsiasi cosa inventino lassù
per erotico desiderio lo fai meglio tu:
un passo e un altro,
carnal spiraglio sboccia
sopra alla giarrettiera,
e nudi i piedi a danzare infinitamente
e vuoti i tacchi a riposarmi accanto

Così zingara,
di sonagli alle caviglie l’amor d’oro

L’amor che mi sussurra “questo bacio
questo bacio è per te”
Nessuna lo fa meglio, nessuna lo dice meglio

Nessuna lo fa meglio, nessuna lo dice meglio
Nessuna lo fa meglio, nessuna lo dice meglio
Nessuna lo fa meglio, nessuna lo dice meglio

PREGHIERA DEL DIO PAN

L’anima e il corpo tuo
modellato ho
sotto l’abbagliante luce del sole,
nelle ore del sonno mio turbato
Disegno di desideri, di appetiti,
sempre temendo d’aver
in fondo qualche cosa sbagliato

Al pari del dio Pan,
tremebondo,
nelle pieghe del tempo
l’alma mia ho vomitato;
supplice quasi, agli dèi
la preghiera mia ho rivolto
perché l’amata mia baccante
dall’alto del suo nascondiglio
segno mi gittasse addosso
d’un favorevole suo sentimento,
o il pronunciamento suo
d’un’imperscrutabile mia fine

Son stato alla fine accontentato,
sul seno suo in tumulto annientato

CANTANO GLI UOMINI LE DONNE

Cantano gli uomini le donne,
un po’ teneri un po’ bastardi,
crudeli con passione
ogni volta che la luna storta
gli fa danno

Cantano gli uomini le solitudini
quando cala piano la luna
nel grembo della sera:
nel pagliaio disfatto smaniosi cercano
una femmina, che un poco li consoli,
recando a lei in dono fiori e dolori

Cantano, a squarciagola cantano
quanto son crudeli,
e quanto le donne belle,
fatali per il più navigato dei poeti

Cantano per gelosia,
talvolta per nostalgia
d’una casa e d’un focolare
dove la notte riparare

E cantano, cantano sempre,
ubriachi o no

Cantano, di tutto stanchi cantano,
per i passi fatti e subito perduti

NON PRETENDERE IL MIO AMORE

E’ questo un colpo basso
Non ti ho dimenticata
Sono passato a Natale
E sono tornato quello dopo
Ho con me portato prima una
poi due lacrime vestite di luna
Ho pregato perché il vento
non mi facesse il verso
dicendomi bastardo e bardo
Inutile: per me due scherni
E non ero io
l’ombra della colpevolezza

Sono rimasto ben lontano dal fiume
Spiavo in cielo le rondini volare
e cadere avvolte nei mulinelli d’acqua
Spiavo attraverso il buio dei boschi
cercando una principessa o una pornostar:
non avrei badato alla differenza

Non puoi essere con me così ingiusta
Sempre ti ho avuta nel cuore, e nelle mutande
I polsi mi sono tagliato per immergerli
in una pinta di birra aromatizzata col miele
Ho atteso che il nero disegnasse le mie orbite
Ma Odino ha rifiutato la mia vita:
m’è restato sol più d’ubriacarmi
fino a farmi scoppiare le tempie
Con mio sgomento sono rimasto in piedi
e il cammino m’è toccato di proseguirlo

Non puoi dire che non ti ho amata
Ho fatto tutto quello ch’era giusto
che facessi, non puoi chiedermi di più
adesso che all’improvviso sei tornata

Il filo della tua spada vuole la mia testa
La vuoi veder rotolare ai tuoi piedi
Ma non è possibile,
perché mi sono innamorato
di questa vita che è mia
Non puoi scrivermi l’epitaffio col rossetto

Sono stato attento a non cadere nel fiume
Adesso non puoi pretendere l’impossibile
Ho seguito alla lettera il tuo avvertimento
Mi sono tenuto lontano dalle sponde,
infide di fango e di destino: e non sono caduto
Sono stato attento e ho camminato
fino a piagarmi i piedi come quelli d’un santo
Adesso non puoi pretendere tutto quel che ho

Non puoi, non puoi pretendere quel che amo

IL COSO

Non ho ancor ben capito
se più grande il naso
o quel grosso mio coso
che dabbasso tengo,
indarno cercando
con entrambe le mani
di tenerlo giù al posto suo;
fatto sta che poesia
o non poesia,
sempre frasi malandrine
si dipartono veloci
dalla fogna che tengo..
Non si dica però
che son oramai
sol più ‘na vecchia ciabatta,
e per giunta sciatta.

LUNA BELLA

Luna bella, ti ho persa
tra un raggio di luce
e uno di buio
Mi sei entrata dentro
in punta di piedi
quando meno me l’aspettavo:
avevo le finestre aperte
E ora che non sei più
a darmi una speranza,
penso a quanto bello
un volo dall’ultimo piano,
leggendo con gli occhi in velocità
tutte quelle mutevoli verità
che per un istante s’affacciano
Un volo giù a capofitto
più stanco dell’urlo
in gola – che strozzata rimane
fino alla fine

IN FONDO IN FONDO

Cammino come un barista
in bilico sul filo d’una speranza
intravista nei fondi di caffè,
prego a raffica peggio d’un buddista
Non mi capisco per niente
La gente mi spara alle spalle
risate, dentiere e capsule d’oro

Non ho colpa, non ho colpa
di tutto il sangue che scorre
tra la Senna e il Po

Grido, nessuno sente
Ho il cuore d’un passero
e il passo pesante e leggero
Ho dentro una confusione
che non puoi capire tu

Che non puoi setacciare
nei tuoi fondi di spazzatura

MAI CREDESTI IN ME

Mai credesti
che fossi nel giusto,
così insinuarono
ch’ero troppo vecchio
per una ragazzina
Mai credesti in me,
neanche quando fecero
del mio occhio destro
un’orbita vuota

E venne il giorno
che venti e onde
dai loro letti si sollevarono;
fu così che fui infine libero
di non tornare da te per giocare
la mia ultima carta

ANCHE OGGI CIELO PLUMBEO

Anche oggi cielo plumbeo, acqua che vien giù dal cielo e qualche diavolo che affonda nelle pozzanghere, ma nessuno se ne cura, tutti passano avanti. Il postino è in ritardo, come al solito, e aspetto la solita lettera che è partita da mille anni… Dall’aeroporto gli aerei li vedo alzasi e penso che dobbiamo essere malati, davvero malati per ficcarci in un uccello di ferro. Insomma, butta come al solito, e come al solito si sta un po’ più male, ché la consapevolezza è che ogni giorno che passa ci avvicina ad accarezzare il suicidio.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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6 risposte a Ascolti il mio silenzio fra le righe

  1. Lady Nadia ha detto:

    Davvero triste. Un suicidio per una donna? Mai! Ciao. Bellissime.

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Poesia, è solo poesia. Tranquilla. Una figura retorica, niente più di questo.

    Casomai ci sono motivi migliori per suicidarsi. 😀

    Grazie, Nadia.

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  3. Lady Nadia ha detto:

    Anzi, no. NOOO. Ma cosa mi fai dire?

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Penso anche io siano riuscite piuttosto bene.

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  5. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Indecisa, forse?

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