L’Artista creatore – racconto di Iannozzi Giuseppe illustrato da Valeria Chatterly Rosenkreutz

L’Artista creatore

L’ultimo uomo sulla Terra

Iannozzi Giuseppe

Wordl in my hands by Valeria Chatterly Rosenkreutz

World in my hands by Chatterly

Danny sapeva bene d’essere l’ultimo. La campagna circostante era ormai di sole croci aggiustate alla boia d’un Giuda. Tutti i contadini erano morti, da un momento all’altro, con inusitata velocità perché si potesse pensare di dargli sepoltura con tutti i crismi del caso, tanto più che anche il parroco aveva tirato le cuoia. Per quegli uomini, Danny aveva fatto tutto il possibile. Aveva scavato le fosse, ci aveva sbattuto dentro i cadaveri e le aveva poi ricoperte di terra. E per ogni morto non aveva dimenticato una croce di rami legati e un’avemaria alla buona. Non era un prete, di più non gli si poteva davvero chiedere. Se non erano sepolture cristiane, al Diavolo!

Adesso il giovane uomo era rimasto solo.
L’orizzonte era una linea di croci puntute che grattavano un cielo d’un rosso innaturale.
“Questione di ore!”, così pensava Danny. Sarebbe successo anche a lui. Morto, senza una ragione. Semplicemente avrebbe chiuso gli occhi. Ma a lui nessuno gli avrebbe dato sepoltura. Sperava solo che la morte se lo prendesse mentre era in casa e non sotto il sole, nei campi.
Erano rimasti solo topi e ratti in gran quantità a tenergli compagnia, ma Danny non ne apprezzava gli squittii né il vello o grigio o d’un marrone sporco.
E nemmeno apprezzava i libri con le loro storie: nella fattoria c’erano più libri che fieno. Suo padre era stato un gran bibliofilo, la qual cosa non mancò di suscitare l’ilarità dei paesani, che sempre gli si rivolgevano con un mezzo sorriso di scherno. Il padre gli aveva raccontato che in famiglia tutti gli uomini erano stati dei lettori forti oltre che dei bravi contadini. Da quel che gli aveva detto il suo vecchio, da quando quella fattoria era stata tirata su non un solo figlio maschio aveva dimenticato d’acculturarsi e di raccogliere libri rari e preziosi per la biblioteca della fattoria. Danny era dunque il primo che non aveva inteso mai d’avere fra le mani un volume. Il suo vecchio si era molto dispiaciuto, ma Danny, sin da piccolo, si era dimostrato recalcitrante. Con la maggiore età avrebbe poi spiegato meglio perché non amava la cultura: «Papà, un contadino ha solo bisogno del rastrello e della zappa». Il padre, con una certa gravità, aveva scosso il capo, e aveva sputato come un cavallo, e aveva infine puntato gli occhi al cielo e…
Sembrava esser passato così tanto di quel tempo!
Non serviva a niente ricordare, non in una terra disabitata.
A ogni minuto che passava Danny si sentiva più solo. Lo confortava l’idea che presto, da un momento all’altro, sarebbe schiattato. Ma la morte tardava a reclamare la sua vita; e i giorni passavano e Danny ogni mattina scopriva d’esser vivo, vivo e in piene forze, proprio come i topi. Di tanto in tanto portava le chiappe in biblioteca, con la scusa di passare la mano callosa sulla costa dei libri. Se c’era una cosa che non gli passava proprio per la testa era di spendere il suo tempo a leggere anche solo una pagina o due. Riconosceva però che, forse, ne avrebbe tratto giovamento; una storia l’avrebbe distratto, gli avrebbe reso meno amara la solitudine. No, non se ne parlava. Era contro ogni logica che lui prendesse in mano un libro per leggerlo; avrebbe invece atteso la morte, con pazienza, tanto non poteva tardare ancora a lungo. L’orizzonte era di croci, giù in paese i cadaveri erano già stati tutti spolpati dai topi, era dunque chiaro che anche lui non sarebbe scampato alla Nera Signora.
Però i giorni passavano e la vita non gli moriva in petto. Al contrario, sole dopo sole, pareva che il suo corpo acquistasse nuove forze nonostante Danny non facesse niente di niente per tenersi in forma: quasi non mangiava e le labbra se le bagnava appena. Non capiva. Decise che era il caso di dare una mano al destino, smise dunque di sgranocchiare semi di zucca e di bagnarsi la bocca. Dopo poco più d’un mese, con sua grande costernazione non aveva tirato le cuoia. Il suo corpo era più che mai vitale: non si era mai sentito così forte in vita sua.

Annoiato a morte, in un giorno d’inverno inoltrato, pestando la neve, Danny scese giù in paese solo per avere conferma che non c’era nessuno. Non un’anima viva o uno spettro. Niente. Sconfortato decise di portarsi ancor più lontano. Uscì dal paese e nonostante la neve e il freddo continuò a camminare, per giorni interi, quasi senza dormire: chiunque sarebbe morto entro poche ore in simili condizioni, non Danny. Quando si rese conto che la morte non lo voleva, solo allora il ragazzo cominciò ad aver paura. Prese il coltello a serramanico che teneva in tasca e senza pensarci su si tagliò le vene. Ma solo per scoprire che il taglio, nemmeno un secondo dopo, era già richiuso. Neanche la cicatrice era rimasta a testimoniare la sua volontà di morire. Non una goccia di sangue aveva avvelenato la superficie bianca della neve. Prigioniero della sua stessa volontà, camminò: un passo dopo l’altro, ritmo serrato, senza un lamento né un pensiero in testa se non l’ostinazione precisa e netta d’andare avanti. Di colpo si ritrovò, senza effetti di vortici di neve o di spesse nebbie, di nuovo tra i campi che ben conosceva, quelli della fattoria di famiglia. Lì per lì fece finta d’essersi sbagliato, girò le spalle e scese un’altra volta giù in paese, lo attraversò e andò oltre; e successe di nuovo, davanti a sé alberi spogli, rami carichi di neve che erano della sua terra. Ripeté l’eterno ritorno un po’ di volte. Il brutto della situazione, per paradossale che fosse, era che nelle membra non accusava un filo di stanchezza. Fresco come una rosa, con la fattoria dentro agli occhi, alla fine Danny scoppiò in una macabra risata. Di pazzia. Si lasciò cadere sulla pestata, con tutto il peso del corpo. Con le braccia allargate sulla neve Danny si fece croce e follia; alte risa penetrarono le nuvole e chi può dirlo se arrivarono o no al timpano d’un dio o di chi per esso.

I giorni passavano sonnolenti.
Danny aveva smesso di mangiare e di bere già da tempo. Non era comunque servito a portarlo all’agognata morte. Sempre più solo, cercò rifugio nella biblioteca di famiglia. Rimase per dei mesi interi seduto in quel posto con gli occhi fissi sui volumi, che dagli scaffali lo studiavano tenendo vivo un severo silenzio. Con studiata distrazione, gli occhi ridotti a due punte di spillo, cacciò fuori da uno scaffale una Bibbia. La soppesò fra le mani. La sfogliò rapidamente, dopodiché con rabbia la abbatté contro il muro di libri che aveva davanti. Quelli non fecero una piega; solamente la Bibbia andò distrutta; i fogli si slegarono e volarono in aria, per posarsi infine, con infinita lentezza, sul pavimento. Danny scoppiò a ridere disgustato. Era stato sufficiente scagliarla via perché si riducesse a meno d’un cigno colpito a morte da un proiettile vagante. I fogli giacevano nudi strappati accartocciati, bianchi quasi, sul pavimento. Se solo avesse potuto spaccarsi la testa contro i libri raccolti nella stanza, non avrebbe esitato un istante a caricare la più robusta libreria per farsi saltare le cervella. Purtroppo sapeva che non sarebbe servito a nulla. Restò ancora nella stanza; di tempo da perdere, purtroppo, ne aveva a volontà. Poi, un giorno Danny si sollevò dalla sedia e fece per abbandonare la biblioteca.

Quanti anni erano passati? Non ne aveva idea. Da tempo aveva perso la cognizione del tempo.
Fuori doveva essere la primavera.
I topi avevano invaso la fattoria e in più punti l’avevano ridotta a meno d’un rudere.
I maledetti gli scorrazzavano fra le gambe, incuranti. Danny ne prese uno bello pasciuto per la coda: quello cominciò a squittire debolmente, forse allarmato. Di certo non doveva aver mai visto un essere umano vivo e vegeto. Senza pensarci su gli staccò la testa di netto, con un morso: il sangue nero della bestiaccia schizzò subito dal corpo decapitato, imbrattando la faccia di Danny che non si diede cura di nettarsi né gli occhi né la bocca. Inghiottì la testa del maledetto ratto, gettando una rapida occhiata all’intorno: le croci, che aveva piantato tanti anni or sono, erano ancora sulla linea dell’orizzonte. L’aria non portava odore. Non sapeva né di morte né di altro: asettica.
Soltanto i topi e i ratti vivevano. E lui, Danny.
La vegetazione non pareva aver risentito affatto della scomparsa degli uomini.
Giù in paese era tutto uguale: gli scheletri erano bianchissimi e i topi oltremodo grassi.
Un foglio ingiallito di giornale portato dal vento gli schiaffeggiò la faccia. Danny se lo strappò dal naso, e seppur controvoglia fissò lo scritto. Non era mai stato versato nella lettura; aveva imparato giusto quel poco che gli serviva per non farsi fregare negli affari, e morta lì. Dopo anni che non leggeva una parola, quel foglio era per lui qualcosa di alieno. Ciononostante, forse per la prima volta in vita sua, si sforzò di comprendere. Con in mano il foglio di giornale, spazzolò con passo strascicato la strada polverosa e andò a sedersi sotto il pergolato di quella che un tempo era stata la drogheria. Accomodatosi alla bell’e meglio, lesse la data apposta in alto, sull’angolo destro del foglio di giornale: non gli riuscì di capire se fosse un articolo recente o di chissà quanti anni fa. L’articolo parlava d’un’epidemia. I toni erano allarmistici. Dal poco che gli riuscì di capire, l’umanità sarebbe stata presto cancellata dalla faccia della Terra se non fosse stato trovato subito un rimedio. Danny rifletté che il rimedio non doveva esser stato trovato, ma ciò non spiegava perché quando tentava di allontanarsi dal paese, dopo qualche chilometro, sempre si ritrovava nei pressi della sua fattoria, come se mai avesse mosso passo. Non era un intellettuale, questo certo no, però anche un villano come lui lo capiva che quello che gli stava accadendo non era una conseguenza dell’epidemia che aveva falciato la vita sulla Terra. Ci impiegò delle ore ma lesse l’articolo per intero: e non riuscì a sapere altro a parte quello che già sapeva e cioè che topi e ratti parevano immuni. Suo malgrado Danny sorrise al pensiero che gli attraversò il cervello: “Se non sono morto… se non sono capace di morire, deve essere perché ho il sangue dei topi nelle vene!” Ma ratti e topi potevano essere ammazzati, lo aveva sperimentato lui stesso uccidendone uno, strappandogli la testa con i denti, mentre lui Danny non poteva morire né allontanarsi che per pochi chilometri da Grandford.
Si scoprì a pensare, per la prima volta e con una certa serietà, che l’Universo poteva essere opera d’una entità superiore indefinita, e non necessariamente d’un dio in senso stretto: magari cielo e stelle erano stati creati dalla genialità folle d’un non meglio specificato Regista, che, dopo migliaia e migliaia di anni a giocare sempre con lo stesso gioco, aveva deciso di farla finita, di sbattere fuori dalla scacchiera tutti i pezzi, re e regine, alfieri, cavalli e pedoni. Un colpo, uno solo e la scacchiera era stata ripulita. Tante volte anche lui, stufo di giocare a scacchi con il padre, aveva concluso la partita buttando all’aria i pezzi sulla scacchiera, con una semplice manata. Chiunque avesse creato l’Universo doveva aver fatto qualcosa del genere: peccato però che sulla scacchiera un inutile pedone fosse rimasto vivo e vegeto. Uno solo, lui.
Danny non sapeva darsi una spiegazione più convincente. Gli ci volle uno sforzo sovrumano per concepire l’idea che se adesso non era soggetto alla morte era perché anche la Nera Signora doveva esser stata spazzata via dal suo folle Artista creatore.
Ma perché topi e ratti non erano stati fatti fuori? Perché?
Comprese! Chiunque avesse creato l’Universo, stanco del gioco aveva spazzato via tutto, tranne un angolo infinitesimale per topi e ratti, e per un singolo uomo. Chi aveva dato inizio al gioco, doveva aver avuto la sadica idea di lasciare in vita un unico uomo in compagnia degli esecrabili roditori. Non s’era affatto dimenticato di spazzare via lui, il pedone Danny, dalla faccia dell’Universo. Lo aveva lasciato in vita apposta, per divertirsi con lui.
Per essere uno che in vita sua non aveva mai letto un libro, Danny stava dimostrando di nutrire non poca immaginazione. Lui stesso rimase sorpreso di scoprirsi dotato di così tanta fantasia. Eppure non poteva che essere così, o verosimilmente così. Il destino di Danny era quello di essere una cavia, un trastullo, un topo da laboratorio.

Un lampo.
Un’idea.
Una fitta di doloroso genio che gli trapanò il cranio.
Doveva assolutamente raggiungere la biblioteca e cercare un libro.
Non sapeva bene quale. Però doveva esserci, per forza.

Prese a correre a rotta di collo.
Stranamente, ma non troppo, il fiato gli era piombo nei polmoni.
Il dolore al torace fece presto a manifestarsi. Un dolore lancinante. Di morte.
Non poteva finire la sua vita così, non prima d’aver verificato sui libri che la sua idea non era priva di veridicità.
Non voleva andarsene in quel momento.
L’aver capito il gioco doveva aver fatto incazzare come non mai l’Artista creatore di quell’Universo.
Il dolore al petto si fece intenso, troppo perché la carne potesse sopportarlo. Ansimando cadde in ginocchio in mezzo alla polvere della strada: la fattoria distava poche centinaia di metri, ma per un uomo nelle sue condizioni non era fattibile che ce la facesse a raggiungerla.
Il cielo sopra la sua testa non era più cielo: sembrava che dovesse scatenarsi una tempesta senza precedenti, di acqua torrenziale, di tuoni e fulmini, anche se in realtà così non era. Danny sapeva che il cielo era in realtà la retina d’un occhio enorme e malefico, che si stava godendo lo spettacolo.
Se solo fosse riuscito a raggiungere la fattoria… avrebbe trovato il libro e…

“Troppo tardi, troppo tardi, avresti dovuto pensarci prima; adesso è tardi, il gioco è diventato troppo noioso… è tempo di mandarlo al diavolo.” La voce, oltremodo derisoria, gli trapanava la testa da orecchio a orecchio, da tempia a tempia.
Se solo si fosse deciso per tempo a rovistare tra i libri in biblioteca, forse avrebbe potuto salvare la pelle, la sua e quella della sua famiglia. Forse sarebbe riuscito a trovare il modo per far fesso chi adesso si stava godendo lo spettacolo della sua morte.
Nonostante fosse consapevole dell’imminente fine, continuò a strisciare tra topi e ratti in mezzo alla polvere, mentre questi gli divoravano le carni mentr’era ancora vivo.
Non aveva più nulla da perdere.
Aveva perso.
Il gioco era agli sgoccioli: soltanto la crudeltà del Regista, dell’Artista creatore, del Dittatore, o in qualunque altro modo lo si voglia chiamare, faceva sì che Danny si umiliasse sino all’ultimo istante della sua miserabile vita.
Dilaniato nel corpo e nell’anima, la crudeltà dell’Artista creatore gli fece raggiungere comunque la fattoria. Spogliato di quasi tutta la pelle, coi muscoli spezzati e i tendini rosicchiati dai ratti, senza più lingua né naso, Danny raggiunse la biblioteca, lasciando dietro di sé, come in un b-movie, una lunghissima scia di sangue.
Con gli occhi velati di sangue, lo sguardo lo portò sui fogli di quella Bibbia che aveva distrutto; nonostante tutto gli riuscì d’abbozzare un sorriso. Lui sarebbe morto e non ci sarebbe stata resurrezione alcuna, perché lui era poi solo l’ultimo pedone sulla scacchiera, un pedone oramai non più utile né divertente per chi lo aveva osservato per tutto quel tempo. Gli veniva però concesso d’abbracciare la verità, gran consolazione davvero!
Si trascinò sul pavimento, raccogliendo sotto il suo corpo martoriato i fogli della Bibbia.
E lo vide, il maledetto lo vide. Lo aveva comperato sua madre qualche anno fa, credendo si trattasse del manuale ufficiale del Grande Fratello, per scoprire che in realtà si trattava d’un romanzo, 1984, scritto da un certo George Orwell, nel 1948, e pubblicato per la prima volta l’anno seguente.

Danny si spense e con lui tutto quel poco di mondo che, bene o male, tra ratti e topi aveva goduto della magnanimità dell’Artista creatore.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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10 risposte a L’Artista creatore – racconto di Iannozzi Giuseppe illustrato da Valeria Chatterly Rosenkreutz

  1. Lady Nadia ha detto:

    Caspita! Proprio bello. Mi sono piaciute le immagini che hai utilizzato per descrivere l’apocalisse che circonda Denny. È da un po’ di tempo che non pubblicavi un racconto, e questo è davvero roba forte. Che bravo che sei!

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    E’ stato un parto un po’ doloroso, ma credo che alla fine il risultato si veda.
    L’apocalisse che vive Danny è poi quella che viviamo tutti noi quando il nostro tempo è agli sgoccioli. Mi spiego: il mondo esiste fin tanto che si è vivi. Una volta che si muore, il mondo cessa di esistere per e con chi non è più.
    Ci sono comunque altre chiavi di lettura.
    Decisamente dark ma fuori dagli schemi. 😉

    Non scrivo più come un forsennato, lo facevo ieri, oggi mi prendo molto più tempo. Un buon racconto ha bisogno di essere elaborato e non buttato giù alla boia d’un Giuda.

    Grazie, Nadia.

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  3. Lady Nadia ha detto:

    Grazie a te, per le valide letture che ci regali. Ti ammiro tantissimo.

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Stai davvero dicendo questo di me?

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  5. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Chi lo avrebbe mai detto! 😉 Grazie.

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  6. Lady Nadia ha detto:

    Come? Non ci credi?

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  7. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Ti credo, eccome se ti credo. Lo so che hai sempre pensato che ho un cervello “anormale”. 😀

    Scherzo, ovviamente scherzo, Nadia. Ogni tanto mi piace giocare e non prendermi troppo sul serio. 😉 Ma ti assicura che non sono un genio. Sono solo una persona tanto ma tanto ostinata. Ma: non è poi l’ostinazione a fare il genio? Chi lo sa. 😉

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  8. Lady Nadia ha detto:

    Ecco! Ci penserò.

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  9. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Pensaci pure su, ma è così. 😉

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