Nella selvaggia bellezza del tuo biondo – poesie di Iannozzi Giuseppe illustrate da Valeria Chatterly Rosenkreutz

Nella selvaggia bellezza del tuo biondo

ANTOLOGIA VOL. 114

Iannozzi Giuseppe

Valentine by Chatterly

Valentine by Chatterly

BELLA BIONDA, RAGAZZA FELICE
(Happy Birtthday, My Immortal Muse – 11 settembre)

E’ così che è cominciato
Nei tuoi occhi
Nel tuo cielo azzurro
E’ così che sono stato amato
E’ così che ho amato

Nell’azzurro mi sono perso,
felice d’incontrare strali d’oro e soli
Nel biondo della divinità
Oh, puoi credermi
quando prego perché non finisca
E’ così che ho cominciato a vivere

Caduto dal cielo,
sprofondato nell’azzurro
Caduto dalle grazie del Padre,
sprofondato nel biondo tuo cuore
Raccolto
Sono stato da te raccolto
quando credevo
mi sarei terminato
nelle viscere della Terra
Raccolto da te, per sempre

Per sempre
E’ stato scritto nel destino
prima di noi
Per sempre
nella profondità dei tuoi occhi
Per sempre
nella selvaggia bellezza del tuo biondo
E’ così che è stato scritto
Il destino non può sbagliare,
non questa volta

Da Rimbaud a Morrison
Da Manson a Warhol
Sulla strada lastricata di buone intenzioni
e su quella bagnata e piovosa di speranze
morte sul nascere
e per miracolo sbocciate a nuova vita
Ogni cosa è stata creata
perché noi ne prendessimo possesso

E’ così che è cominciato
il nuovo mio mondo
Nel cielo dei tuoi occhi
Nel biondo della tua anima
Accanto a te appartengo al divino
Bella bionda, ragazza felice

E’ così che sei stata amata
E’ così che hai amato
Bella bionda, la divinità ti appartiene
Dal suo grembo sei stata creata
E’ così che tutto il bello è cominciato

E’ così che tutto il bello è cominciato
Oh, puoi credermi quando dico che è così
E’ così, è così che tutto il bello è cominciato
E’ così, è così che tutto il bello è cominciato
E’ così, è così che tutto il bello è cominciato

ERO IL TUO ROMEO

E poggiavi il capo sul mio petto
E ridevi e sapevi confortare
l’anima mia nascosta
E pregavi Dio
contro il grigio
che spesso m’invade

E adesso vai via
senza una parola
di dolore o d’amore
Vai via
e il meglio di noi
porti via,
giochi e fantasia

E dimenticherai
chi sono
e chi sono stato
Dimenticherai
ogni cosa,
le gioie e le rabbie
insieme godute

In strada forse
domani mi riconoscerai,
ma sarà soltanto
per un saluto distratto,
di corsa, veloce col tempo
che ti spinge i piedi
ad andar avanti
E non piangerai
sicura di te oramai

Non ci sarai,
ed io Romeo egoista
mi spaccherò la testa
contro i muri,
per sempre solo
col tuo ricordo
a scavarmi
dentro al cuore

MARIA

E tu invecchierai
Invecchierai
cogliendo del prato
i fiori più belli
E avrò io ancora la mia penna,
la sedia di ieri su cui oggi siedo
muto con il solito vecchio sguardo

E nasconderai tu i polsi
perché non si vedano i segni del suicidio
Dirai a tutti d’aver posseduto
mille amanti e mille stelle ai tuoi piedi;
e a Dio racconterai di come il sole
al mattino spogliava la tua bellezza
Continuerò io invece con una mano
a pettinarmi la barba bianca,
mentre la destra impegnata a scrivere
quanto forte fu per te il mio amore,
il mio cuore sconsiderato che s’illuse

E in una melodia lontana
torneranno le tue parole,
le tue tante parole all’orecchio mio;
e tornerà l’immagine di noi due
sotto a quel lampione
che illuminò il tuo fuggire con allegria
il fiume dei timidi miei baci

Ancor da me ti nasconderai,
con allegria sì, ma stantia;
e rivangherai l’età mia già antica allora
Ti basterà però un momento per capire
che non sono cambiato affatto
nel tessuto delle rughe, nell’ordito
di quelle poesie che non osai, Maria

E in un sussurro mi confesserai
che ho vinto il tempo
senza possederti mai veramente;
a capo chino
ti farò capire che è vero,
che è vero che per paura
non sei tu cambiata;
e ti scoprirò bambina,
ancora bambina

GLI AMICI MIEI SONO

Gli amici miei sono,
come damigiane mezzo vuote sono:
si presentano a tarda sera gridando,
piegandosi in un mezzo inchino,
vanno poi via senza pagare il conto,
fingendo una distrazione da niente
proprio come dio che giura e spergiura
“Non è colpa mia, non è per mia volontà
la cecità delle stelle!”

Gli amici miei sono,
o meglio sono il poco che sono:
come a carnevale presentano un sorriso,
la richiesta d’un consiglio vuoto di vino,
lamentando un mal di pancia strangolante,
scucendo dalle tasche regàli ragnatele di cent’anni,
vanno poi via con con discrete porzioni d’orticaria,
di sigarette fumate a metà
e l’ubriaca convinzione d’aver rubato il meglio,
tutto il meglio che, in una notte frigida di onestà,
si potesse rubare a un coglione,
facendola franca sull’identità e il passaporto

Gli amici miei, a ben vedere,
sono quasi uguali a una vergogna di colera,
quasi uguali a certe puttane che la danno via
per finire nei versi distratti d’un poeta
senza né arte né parte

Gli amici miei, ci crediate o no,
si mordono il culo nei cimiteri

COME VEDOVA

Ti vorrei baciare ancora una volta
per farti del male come tu l’hai fatto a me.
Ti vorrei strappare quei vestiti di dosso
per farti capire che ancora sono di te innamorato.
Ti vorrei portare in bocca
come una preghiera e una bestemmia
per ricordarti che la bocca tua
una volta ha incontrata la mia.
Ti vorrei far vedere tutti i fiori
che sono qui sul mio davanzale di freddo marmo
e che non ricevono più una sola goccia d’acqua
da quando mi hai lasciato: ci sono solo salse lacrime
a infiltrarsi nella terra fino alle loro radici.
Di questo passo temo moriranno del tutto,
resteranno forse rigidi steli sotto il capriccio del vento
di questo autunno di brune foglie che non finisce mai.
Ricordi quando siamo andati al cimitero
a incontrare quel mio amico che nelle notti insonni
veniva a tenerci compagnia? Ti raccontavo di lui
e di quante ne aveva passate, di come il destino
gli aveva strappato via le ali per volare. Tu spremevi
una lacrima, poi m’abbracciavi stretto stretto al tuo seno
quasi temessi potessi perdermi in meno d’un momento.

Ed eccoti qui, mentre tutto ti confesso, senza ritegno.
E tu solo ti strappi in un sorriso di disprezzo.
Sei oggi vera o allucinazione?
Ti vorrei strappare alla vita e alla morte
per farti capire che ancora sono di te innamorato.
Anche se qui fa freddo e la mia carne è stata quasi
del tutto mangiata dal tempo e dai vermi.

OLOCAUSTO D’AMORE

Sono andato
in un paese
non lontano
non vicino
Sono andato
e tornato
non cambiato,
arrabbiato sì
non con te però,
con l’amore
che s’è ubriacato
e m’ha lasciato
il conto
da pagare
di tasca mia

Volato via
spiegando ali
di olocausto,
di uomini
condannati
al macero

LA TUA FELICITÀ

Volevo che venissi,
che venissi a raccoglierla
nelle tue mani questa poesia;
volevo che come un fiore
la raccogliessi
per poi soffiare,
con allegria infinita,
i suoi petali al vento

Ammetto che invidio la tua felicità,
quelle ombre che ti sono amiche
e che non guardi quasi mai con sospetto

Sei sempre la solita,
la solita bambina
– eterna di dolci malinconie,
che un poco posso far mie

DUE CANDELE

Muore il giorno fra le fiamme del sole
che al crepuscolo rimette miracoli e peccati
Così ora io mi chiedo se verrai a conciliarmi il sonno
o finirà anche questa notte che me la faccio in bianco
Ci sono mille stelle in cielo tra il buio e l’infinito
e ammetto d’esserne spaventato al pari d’un bambino

Due candele ho acceso e la tavola ho apparecchiata,
e senza far rumore prego, bevendo da un calice
un po’ d’acqua brillante, immaginando
quando insieme spezzeremo il pane coi denti

Fugge un refolo da una finestra lasciata aperta,
taglia in due le fiammelle ma a spegnerle
non ce la fa, continuo così io ad attenderti
col desiderio fra le labbra a sangue

Tutto il resto che non ti ho detto, Amor mio,
lo sa solo Dio e il tuo sorriso che illumina
chi la fortuna ha di crederti sorgente di luce

STATUA DI SALE

Un bacio io te lo darei,
ma nutro tema in fondo al cuore
che nel petto tu me lo possa cacciare
come stiletto per farmi sentire
tutto il male che può dare
un non corrisposto amore
Un bacio io te lo donerei,
ma ho questa dannata paura
che mi spinge a contar le stelle
prima di prender sonno…
che mi spinge a trovar negl’incubi
la statua di sale che sono

Non c’è niente che possa fare
Il mondo continua i suoi giochi
di guerra e di pace, e spesso va a puttane
Io non ci sto, ho però fame e paura
anche quando prendo di Davide la fionda
per dir la mia, alla faccia di Atlante
e a quella più bruta di Giove
Non so amare, per il poco che sono
non mi puoi amare

Perché sì, da tempo l’ho capito
che solo sono statua di sale
in perenne attesa di sciogliersi
in un risveglio dei sensi

NON SOFFRIRAI

Credo non soffrirai
per amore; né alcuna gelosia
morderà i dolci tuoi fianchi
perché l’incoscienza degli anni
che m’era davanti
ha fatto presto a sorpassarmi
e a lasciarmi in panne
L’aria nuova che anelo
mi ghigna in faccia,
l’argento su le  tempie mi dipinge
con un pennello di setole di luna;
e tra una bionda e una bruna,
l’ammetto, anche adesso
che son più vecchio del mio passo,
non mi so proprio decidere

Così sì, credo che per me
tu, amor bello, non soffrirai
E però un ceffone lo stesso
su la guancia mia lo poserai

E io di te per sempre mi ricorderò,
quasi con timidezza per quella carezza
presa e mai restituita

DI TE LE STAGIONI

Oh, i santi, non ci sentono,
hanno l’orecchio duro
o in sé stessi non credono
Ci sono però bicchieri da vino
tutti da riempire di rosso,
di sorrisi che non siano mai stanchi
E ci sono libri tutti da scrivere
o solo da riscoprire nell’ebrietà
della sera che affonda in profondità,
in una vertigine che sia di brindisi

Per tutto questo ancora ti amerò

Di te mai mi prenderò in noia
Di te sempre vorrò tutte le stagioni

SU I RAMI DELLA VITA

Dai rami ghiacciati della vita
attendo che primavera torni
a portar l’amore suo su me
Da questi rami sotto il peso
della neve, resto in bilico
per te, pigolando tenere poesie
come molliche di nutrimento
dalla bocca mia alla tua
Perché sì, sei tu la più bella
utopia che nel fragile petto
incessantemente mi presta vita

SECONDA SCELTA

Sempre in movimento
Sempre in tormento
come se questo tempo
non dovesse finire mai
da Roma a Nuova York
E forse c’hai ragione:
più mi guardo in giro
più capisco che tutto,
che tutto il mondo
è paese di chiacchiere
e faccendieri con la 24ore

In verità un film sì,
ma di seconda visione

NON SANGUINIAMO PIÙ DEL DOVUTO

Puoi lasciare le mie mani adesso
Per un bel pezzo mi sono pianto addosso,
lasciando che i fiumi scorressero sotto i ponti,
sognando di scrivere poesie sul pelo dell’acqua
Una a una mi sono spezzato le ossa dell’anima
E mi sono pure illuso che il motore fosse l’amore
per Pinocchi e Don Chisciotte;
dovevo ancora incontrare il Diavolo all’incrocio
per accettare l’idea che si vive una volta e basta

Le cattedrali, che mai ho visto, franano felici di finire
sotto lo sguardo indifferente di Atlante,
e i minareti, persi chissà dove, fanno uguale fine
Non c’è motivo perché questo rapporto rimanga in piedi
Le orbite dei pianeti si sono allontanate e gli angeli,
che legarono i nostri polsi con manette di spine,
hanno da tempo un loro posto fisso al cimitero

Non sanguiniamo più del dovuto
Tanti prima di noi sono caduti nel tranello celeste,
e con le proprie forze si sono rialzati
o si sono scavati la fossa, senza sciupare lacrime

Puoi lasciare le mie mani adesso,
Dio non avrà il coraggio di trarti in inganno

Non sanguiniamo più del dovuto,
puoi lasciarti andare adesso
Hai una strada di possibilità da seguire
e nemmeno un secondo da perdere
in baci dell’addio
Dio non avrà il coraggio di trarti in inganno

Non sanguiniamo più del dovuto

CHI SIAMO ADESSO NOI?

Si perdono le voci,
gli echi malfatti
di preti e poeti.
Si perdono negli addii
che guardano
solo al tramonto il sole.
E mutano le maschere
in volti sconosciuti,
così adesso mi chiedo io
dove ieri persi l’incoscienza
che mi faceva bambino,
dalle labbra ritagliandoti
sorriso uguale al mio.

Che accadde
dir non so.
Non ridi, non piangi,
ma vivo è il silenzio,
più vivo di te è
e così mi spengo io,
nel buio cercando
di toccar del niente
la frusta e la coda.

Chi siamo adesso noi?

Ti sei forse accorta tu
che non sono poi io
un miracolo o un dio.
Forse sol t’eri ieri persa
dietro a una immagine
prigione d’un riflesso
considerando la fantasia,
la fantasia e non la realtà.
Ma per vivere
poesia ha da incontrarsi
in voce e parole,
ché se si vive altrimenti
è un vivere in una casa
di sole pareti,
di murate emozioni.

CENERE D’UOMO

Le vedi le mie rose!
Sì, sì che le vedi
Prendono fuoco
Sono lacrime dall’inferno
che non si asciugheranno mai
Che non ti perdoneranno mai

Le mie rose vedono con gli occhi tuoi
Sanno tutto quello che c’è da sapere

Domani mi porteranno lontano,
lontano a fare da concime alla terra
Ma prima mi taglieranno i capelli,
mi faranno dimenticare
d’esser stato un uomo
Sarò un numero fra i numeri,
una croce gialla in una doccia di gas
Sarò un corpo in mezzo ad altri uguali,
ridotto a meno d’un’esistenza annullata
nel sonno dilaniata torturata mortificata

Sarò in una gabbia di treno
a pensare al tempo perduto
e a quel poco che ho davanti
e che non passa mai avanti a me
per dimenticarmi, per salvarmi

Le vedi le mie rose!
Sono sbocciate tutte
sotto i raggi del primo sole
Sono lacrime
che piangono il Paradiso
Che non si spegneranno mai
perché l’inferno peggiore resiste
laggiù, dove le torri di fumo
spargono nell’aere cenere d’uomo

QUELLA RAGAZZA (1)

Per quella ragazza
mi son perso in paradiso
cercando la complicità di dio;
non una voce, solo l’eco
in lontananza di mille campane,
e così dèmone fui fatto
e non alla mercé dell’amore
E dabbasso urlai che non è vero,
che l’eternità giusto un serpente
che la lingua dei poveri di spirito
srotola e parla

Per quella pazza
mi son fatto l’inferno intero,
seminando fra i pochi frutti
il seme e la schiuma tutta
che nel cavo della mia bocca
a invadere il sogno
perduto maledetto

Per un amore finito male
Per quel giovanile dolore infernale
quando ancora il fiato nel corpo vivo
avrei dannato ogni uomo in terra
Per una donna che m’ha amato, sì,
ma per un momento soltanto;
ho gridato la verità
che la morte è la sol cosa
che eterna vale
E ancora ho gridato
che l’uomo alla guerra portato
almeno può cantare e sparare
a chi come lui senz’amore

NUOVA RELIGIONE

Torna, sì,
torna spesso qui
dove il cielo è
di nuvole bigio;
dove sol c’è
una cortina
di fumo fumato;
dove le lire son finite
tutte dentro a un pozzo
che ha annegato
i desideri di gioventù
e pure quelli confessati
ai riflessi
dentro agli specchi

Torna spesso qui
Non troverai granché,
briciole e odori lontani,
frammenti taglienti di vetro
lungo i polsi di Babilonia

E non dire quando,
se tornerai
carica di vetro e sabbia

Le labbra cucite
per tacere un bacio
o l’idea
che la religione
sincera sol quando
si fa da parte
per la nascita
d’un nuovo amore

SGORBIO D’INCHIOSTRO

Poesia non so dare,
malinconia m’invade
e sol veggio ‘l tratto
senza speme né valore
che la penna lascia
sull’immacolato foglio
Come tradimento
il negro sgorbio resta
sul bianco; simile
a insetto ferale
suggerisce dolore
e non una pena
che sia una d’amore

Perché gli arcobaleni
non vivono che per un istante
tra due punti estremi
di bagnate salse lagrime?
Oh, non hanno valore
se perse dall’occhio mio

Però capo ciondoloni
rimango io, tentando
di strappar dello sgorbio
la luciferina coda

OGNI GIORNO

Ogni giorno è dimenticare
qualcosa di non troppo essenziale;
il giorno dopo pero,
masticando l’affanno in bocca,
è impegno ricercare il tempo,
il tempo perduto, e capire perché
l’abbiamo taciuto.

SENZA UN LAMENTO

Sono morti gli uomini,
sono andati via
senza un lamento o quasi
Sono morti presi sotto
da quel loro modo d’essere,
soli ma non per libera scelta

Morti in sequenza
gli uomini che furono
ai tuoi piedi,
e di nessuno di loro ricordi
il nome;
e di nessuno di loro ricordi
quanto forte gli batteva
il cuore

(1) Questa poesia, purtroppo, contiene diversi errori sul piano logico e su quello espositivo.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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