Venisti per levarmi dalle spalle la croce

Venisti per levarmi dalle spalle la croce

ANTOLOGIA VOL. 111

Iannozzi Giuseppe

Dante Gabriel Rossetti - Salutation of Beatrice

LASCIA CHE SIA L’ANIMA

a Isabella
cui voglio un bene immenso

Lascia, lascia
che sia l’anima mia
a spogliarti,
e lascia che sia la Luna
a cucirti addosso sogni d’argento

Cos’altro ti serve per capire?
Cos’altro ti serve per capire
che una rapina a mano armata
mai e poi mai sarebbe bella
quanto la tua pazzia
di dirti e non dirti mia?

Te lo dice,
te lo suggerisce anche la Luna,
che dalla sua scenografia
si tira giù:
da un uomo,
davvero,
non si può ottenere di più!
E te lo ripeto anch’io
prima che
un non previsto tuo silenzio
per sempre nella ruggine
mi soffochi la bocca

OGGI PIOVE

Oggi piove, vien giù
Sembra che pianga Dio
le ultime lacrime dell’Inverno
Fa freddo oggi,
anche fra le mura
di questo affitto
E devo uscire,
e fra la folla in strada
perdermi

Non sarà bello incontrare
visi avvolti nelle sciarpe
e occhi nudi e lacrimanti

Aspetto che torni la notte
Finalmente potrò poi riposare
e dimenticare
d’esser stato vivo

NEL PIANTO CRUDELE

Del mio sorriso ardente
così nudo alle Vostre labbra
non rimarrà che un infinito niente
E gli occhi che in Voi si persero
s’affogheranno nel pianto crudele
di quel dio inumano che pregaste
perché voce mi fosse presto tolta

NOIA NEL MORIRE

ricordando Alberto Moravia

Tutte le colpe della vita, tutte più una
La pistola e il desiderio al sangue uguali

E Parigi, Parigi in festa, sì disonesta,
feroce di ombre e di saffici diletti
fra nostalgie fasciste e smanie radical-chic
impossibili, impossibili da tagliare
sotto il volo d’una bianca colomba
mai libera di morir come gli conviene
ché d’un cielo di piombo prigioniera

Il proiettile e l’idea nel sangue uguali
Lino Seminara, tutta la colpa e la vita

DAL PARADISO DI DIO

a Viola Corallo
che continua a essere bambina

Rubai dalle tue labbra
il nettare d’un bacio;
e tu, subito, bruciasti la mia guancia
con uno schiaffo di vera forza
Con occhi dolenti e voce soffocata
spiegasti alla mia ignoranza
che dovevo imparare ad amare
il dolore di Gesù prima di rubare
dal Paradiso di Dio

Non ho imparato ancora niente,
ma adoro ogni rimprovero
che il silenzio mi reca,
immaginandoti con la faccia
adagiata sul freddo vetro
della tua finestra, cieca su me

PER TE SONO MORTO

Per te sono morto, sono morto!
Te lo gridai ben forte
Non ti pregai di ricordarmi,
d’esser un po’ immortale
sui gradini del tuo poetare

Per te sono morto,
sfortunatamente non a sufficienza,
perciò continuo a pregarti di buttarmi
giù dalle scale di quei tuoi pensieri
che di tanto in tanto ti riportano a me,
ché solo così potrò io coglione
raggiungere la pace

TI INVITO A…
(da “Fiore di Passione”)

Con voce di rasoio
all’orecchio ti sussurro: “Spogliati,
lasciami tornare a casa,
fammi tornare alla vita
o donami alla morte”

Con voce di baritono
t’invito a darmi a una musica proibita
Con mani nude e impacciate
ti prego di lasciarmi andare
o di donarmi a un tempo senza confini,
senza partenze o arrivi

Il mondo, questo girotondo infelice,
non credi anche tu
conti già fin troppi perché
senza alcun’ombra di risposta?
Questo gioco mio e tuo
non è forse abbastanza
per andare avanti?

Se la cerchi c’è, se la sai vedere c’è
una Fontana di Trevi in ogni città,
fra macchine e fabbriche di rabbia
Possibile tu non avverta
come viene, come viene su,
limpida e fresca, l’acqua?
Con delicatezza
in un lampo bagna caseggiati,
alberi e giardini,
e fanciulle in fiore, innocenti o quasi

Come un monaco tibetano
all’orecchio ti sussurro: “Spogliati,
lasciami tornare a casa,
fammi tornare alla vita
o donami alla morte”

Ho nel cuore il suono d’una campana
e in tasca un rasoio ben affilato
per prendermi cura di me,
dello spirito che albe e tramonti
allo stesso modo bacia

Come un uomo, come un bambino
ti porto il mio ordine bene in chiaro:
“Spogliati, spogliati per me,
senza vergogna spogliati
e mostrami la tua femminilità
senza arrivi o partenze”

Come uomo, come uomo
t’invito a tagliare
il cordone ombelicale
al poeta che non sono io,
affinché possa venire in te

ECLISSI DI SOLE

brucia in petto
sole prossimo alla morte:
giù in strada fanno a botte
Coltrane sogna la fratellanza
Stalin nega la mattanza

appare e scompare
il critico
da dietro la bottiglia;
senza gioia alcuna,
appare e scompare
sul fondo dei bicchieri
vuotati;
in bocca un sigaro,
gli fa un male boia il cuore;
e in strada il giornale
la notizia ha già sparato
che se l’è fatta sotto

prende fuoco la biblioteca
dei libri letti e non letti;
un’altra eclissi di sole…
il peggio però è
che il becchino seppellito

GUARDANDO

Se ci fosse un se
Un ma
Guardando
Se ci fosse
Qualcuno
Se ci fosse
Sarebbe tanto

8 MARZO

E domani sarà festa
Caduta nel vento
la tua bella Viola,
chissà perché
questo matrimonio
di vento e di niente

Ancora aspetti Primavera
che la cenere spazzi via
dai tuoi seni in fiore
desiderosi di sole,
d’un tocco di magia,
d’una mano senza nome
che piano ti sfiori

Sempre in verginità
ti chiedi quale la verità,
il perché di sì tanto male;
era ieri e oggi uguale
come se la sabbia
dalla clessidra
non sia mai caduta
su una spiaggia
un poco più pulita

BUONANOTTE

Più non vieni
in punta di piedi
con uno schiaffone
a darmi la buonanotte;
per questo son triste
e più non faccio a botte
manco coll’ombra mia
sulla porta dell’osteria

REGINA DI GERUSALEMME

La luna, la luna
quanto il mio sorriso alta,
stanotte: non è forse così,
non è forse così, mia Regina?

Hai di nuovo sognato
il Drago, il Crociato
e Gerusalemme in fiamme;
e il mondo d’attorno gira,
gira e gira in una vertigine
di persa verginità

La luna,
così alta, così alta
non l’avevi vista mai
Il sorriso che scorgi
l’anima in petto
ti spaventa,
non è forse così?
Il sepolcro vuoto
e la luna sì strana;
il mio sorriso
ancor t’imbarazza
la bellezza
fra le gambe nascosta,
mia Regina

UN BACIO

Se un bacio ti chiedo,
sempre è no e no e no
Chissà perché!
Ancor non capisco:
quando uno affoga,
sempre da solo affonda
indarno cercando
di ghermire il bambino
che sol ieri fu

SFIDA DI DONNA

Piano sfilati le mutandine
e in un sussurro all’orecchio
la verità suggeriscimi:
l’amore è qui,
un vuoto infinito,
un buco da riempire

IL SETTIMO GIORNO

Il Settimo giorno
l’epitaffio scrisse
sul Creato

… immobile rimase
a guatare le genti
e il grano falciato

DIMMI TUTTO DI TE

Dimmi, dimmi, dimmi
Dimmi di te,
e dimmi di quell’uomo
che oggi ti sta accanto
senza mai stonare una parola
per farti ridere un po’

Dimmi, nel dettaglio dimmi
di quell’uomo,
di come ogni notte torna da te
levandosi di testa il cappello,
dicendoti bella
mentre si mira e si rimira
nel tuo specchio infranto
per scoprirsi più di Dorian Gray
perfido e vecchio
e infine entrare nel tuo letto

Tu, mia celeste Aida,
com’è che lo sopporti?
Dimmi, dimmi tutto

CHIUDI GLI OCCHI

Chiudi, chiudi gli occhi
Di già la notte pressa,
con i suoi pugni di buio
le tue porte le sconquassa:
suo desio è
di prender possesso
di quella Bella,
che nelle sue camere chiusa
sol pensa a Morfeo,
ai dispetti che le fa
nell’anima portandole
strane fantasie,
impossibili da ripetere,
punto per punto, qui

Chiudi gli occhi,
e sarà quel che sarà,
ché niuno mai
nei secoli ha sconfitto
la non poi troppo segreta alleanza
fra Morfeo e la buia notte

MISTERO DI DONNA

Donna, donna, donna
Più ripeto la parola
e più forte in gola
il nodo stringe e stringe
Sia paura o amore,
dir non so; e non oso,
certo che no!, non oso
immaginare cos’altro
potrebbe mai essere…
Dio non voglia sia asma,
questo il mio pensiero
mentre si sfila di dosso
una donna a me ignota
la gonna

YOUR SMILE

Ho incontrato ieri il tuo sorriso
Mi chiedevi una poesia,
ma soltanto avevo in tasca
una monetina di stanchezza

Ho visto la delusione
oscurare la tua bellezza

Facendomi forza
ho voluto sapere
perché su due piedi
spezzi agli uomini tu il cuore;
e subito è tornato il sorriso
a illuminarti il viso

Hai oggi incontrato la mia faccia
A muso duro mi hai fatto notare
che di me ride l’ombra ai miei piedi
Non ho potuto far a meno
di spiegarti che la colpa è tua,
soltanto tua, ed hai riso di cuore

VENISTI PER LEVARMI DALLE SPALLE LA CROCE

a Cinzia Paltenghi
che è adesso una Dea,
come Minerva

Venisti con l’inverno bianco
Le nostre belle età da tempo
le aveva spazzate via il vento
Venisti per raccomandarmi
di mantener la calma,
perché eri convinta che fossi capace
di camminare sulle acque

Venisti all’alba per levarmi dalle spalle la croce
Tra fulmini e lapilli di oppio mantenesti la promessa
Il terzo giorno andammo a trovare il Duce
per metterlo a tacere con un pugno di ossessi

Ti ho allora confessato
di non esser mai stato
un poeta; tu però continuasti
ad asciugarmi la fronte
come a un bambino malato

Ti ho anche confessato
che a matti e no il Giudice chiese
di scegliere fra me e Charles Manson;
tu continuasti a carezzarmi
la fronte con la tua mano di velluto,
e io mi sentii quasi in paradiso

Venisti in un dì già catturato nel rosso tramonto
per veder cadere la luce nel buio, e per veder sorgere
dalle tombe dei terroristi milioni di fuochi fatui

Ti ho allora confessato
che un giorno m’innamorai
di una poco di buono;
tu mi dicesti di non pensarci più,
e asciugasti con la tua mano
le copiose mie lacrime salate

Venisti davvero tante volte a trovarmi,
e ogni volta mi recasti il tuo balsamo
E ogni volta ebbi la tua mano su di me

E venisti che Minerva già gridava giustizia
per l’Egitto piagato da un dittatore d’acciaio
A piedi nudi sulla rovente spiaggia camminai;
entrai poi in acqua, e furiose onde addosso a me,
e dalla bocca mia solo il silenzio si dipartì
E finalmente capisti che Poeta non lo fui mai

IN UN TEMPO NON LONTANO

In un tempo non lontano
avresti per me pianto tanto,
avresti pianto a lungo
invece di metter su il muso
invocando Gesù

Un tempo mi amasti tanto
Mi amasti per le mani fredde
e per mio il cuore in tumulto
Ieri non tenevi su mai il muso

Non mentivi
sotto il salice piangente
A me abbracciata
mi guidavi tu fra la gente

Avresti per me pianto,
e avresti per me scelto
le tue lacrime più belle e calde
Avresti poi confezionato
una collana di sincerità
per farmene dono

Adesso metti su il muso
Non piangi più, mi allontani,
e mi inviti a farmi monaco,
prigioniero nell’alto Tibet
lassù dove non esiste
la tua ombra

I.

Guarda gli uccelli,
in cielo disegnano un cerchio
E’ giusto il tempo
per fare il colpo grosso

Vuol sentirsi dire che è bella
Non capisci che è una donna?
Portala al buio nel pagliaio,
non ti curar del tuo sfregio;
sono bella, forte vuol gridarlo
all’orecchio tuo tagliato,
non capisci?

II.

Ha tirato le cuoia il Nazareno
Sulle dune del negro deserto
si mordono la coda i serpenti,
si fan l’un l’altro l’occhiolino
gli avvoltoi; e l’occhio butta
il saggio al di là dell’orizzonte:
neanche domani la pioggia,
e così forte nitriscono i cavalli
pria di cader nell’ombra loro
seppelliti

III.

Dal Nulla l’Arte hai creato
per esser presto dimenticato
Nell’intento tuo sei riuscito;
non uno ricorda oggi chi fosti,
qual impeto t’animava ‘l core

IV.

…e poi dar fuoco al violino
e alla rosa che l’ha suonato,
continuare ad andare avanti…
perdendo di vista la mèta
e la strada; e continuare così
e sempre bruciare sul nascere
il futuro
e la sfortuna sua compagna;
e poi, e poi non accecarsi mai
nemmeno con una domanda…

V.

Sotto il pugno del sole,
sotto il ghigno della luna,
dei carcerati è la ronda,
aspettando la forca
e nessuna benedizione;
la terra che di tutti è sigillerà
degli sconfitti la tradizione

VI.

Ancora sorridi
uguale a una bambina
che in una pozzanghera
scopre il cielo riflesso
e milioni di stelle accese

Ancora piangi
per una foglia al vento,
per una farfalla
che un volo contrario
ha intrapreso

Ma a piè uniti un oplà
e quel che c’era
subito non c’è più

KEROUAC

ricordando Jack Kerouac

Colpo basso
Alto
il tasso alcolico

Non hai idea
di come ci si sente
senza il pallido
turbato
volto di luna
Per due righe
che scrivo
perdo
una vita intera
Così sol ti chiedo
di non tornare
a bussare
alla mia porta:
sono occupato a sprecarmi
su i tasti danzanti olivetti

La mia donna
ha lasciato l’impronta
sul letto disfatto
Non ho tempo
per questo,
per questo terremoto!
Lasciami
come mi hai trovato,
un livido
– perfetto postumo
perso
nell’eternità dorata

RENDEZ-VOUS
(Storia d’amore e di morte)

Seduto sulla panchina, aspettava il pullman tenendo in braccio una rosa dallo stelo particolarmente lungo. Il giovane stava vivendo il suo primo amore: biondo, quasi pallido, le gote non portavano ancora i segni della prima barba. All’improvviso si sentì uno stridore ferroso. Non era il pullman, bensì un tram che aveva frenato: al giovane bastò buttare l’occhio al di là della strada, delle auto ferme al semaforo, per vedere il grosso muso di ferro del tram. Non si scompose.

Il cielo era d’un azzurro perfetto e le grida della gente non gli davano poi fastidio: quel giorno si sentiva in pace, se non sicuro di sé stesso, inebriato alla sola idea che presto avrebbe dato via la sua prima rosa. Il semaforo continuava a passare dal rosso al giallo al verde, ma il tram non ripartiva: le auto si erano arrestate in maniera scomposta invadendo la linea di mezzeria. Si era formato un capannello di persone: il muso del grosso tram era stato invaso dalla curiosità morbosa di semplici passanti e curiosi di professione. Il giovane fece per aguzzare la vista, ma un barbaglio di luce gli ferì gli occhi: rimase cieco per qualche secondo, poi, finalmente, la vide, una sottile linea di sangue, color rubino come di colomba. E comprese, lasciando cadere sull’asfalto la lunga rosa, mentre col cuore che gli s’era bloccato in gola, invano, adesso in piedi su gambe tremanti, prossimo allo svenimento, tentò di lanciare un urlo più grande di lui.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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